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giovedì 23 agosto 2012

Nulla resterà impolverato

(E ora un attimo di attenzione: domenica 26, alla festa democratica di Modena, presentiamo la Scossa, il libro di cui forse avete sentito parlare).

Che le canzoni avessero una consistenza porosa, che riuscissero a trattenere meglio di qualsiasi altro supporto i residui del tempo passato, era un fenomeno che conoscevo sin da piccolo. Insomma, lo sappiamo tutti, le canzoni ci ricordano noi stessi che le ricordiamo. Sono le nostre madeleines, siamo tutti proust d'allevamento. Mi domando se funzionasse così anche prima dell'introduzione dei supporti magnetici, quando riascoltare la stessa musica eseguita nello stesso modo era un fenomeno molto meno ricorrente. Probabilmente sì, a Sam basta accennare la vecchia canzone per far sospirare Bogart - però in effetti deve essere Sam, deve suonarla come sa farlo lui, bisogna andare fino a Casablanca, in un altro bar magari non funziona. Non lo so. Probabilmente le canzoni hanno sempre avuto una certa natura spugnosa, ma finché viaggiavano sotto forma di partiture le loro potenzialità cronoassorbenti erano meno sfruttate. Mi piace pensare che la musica registrata ci abbia messo di fronte a un'immagine molto più nitida del nostro passato. Come passare dal dagherrotipo alle polaroid. Non solo una qualità migliore, ma il problema della quantità: le istantanee sono sempre troppe e non sai dove metterle, non hai il tempo e lo spazio per tutto questo passato. Devi perderne. Salvarne una su dieci, su cento, e non puoi scegliere tu quale - deve essere il tempo a sancire cosa sì e cosa no, non puoi sapere a vent'anni cosa conserveresti a trenta. Devi dimenticare cose a caso. Passare sopra i nastri registrati. Ma io a un certo punto non ero più così disposto a dimenticare. Ricominciai a comprare nastri vergini, a custodire i vecchi in qualcosa che sembrava sempre di più un archivio.

Smisi di violentare la testina, riabilitai il tasto Pause. Introdussi criteri, certa musica meglio in autunno, altra in estate, così via. Presi a bazzicare fonoteche, disossavo i pezzi buoni dai cd e li gettavo nella broda radiofonica. Non era più avanguardia, era retrospezione, cultura del ricordo. Nel senso che lo coltivavo, cercando di averne sempre migliori. Invece di lavorare sui contenuti - la vita - mi concentravo sul supporto che avrebbe dovuto trattenerla meglio - la musica. Sono ingiusto? Ho anche cercato di vivere una vita interessante, nei miei limiti. Sempre però preoccupato di che musica dovesse sentirsi in sottofondo.

A tutt'oggi, alla gente insicura se la tal cosa sia successa nel 1998 o nel 2000 o nel 2002 io do spesso la risposta giusta, e mi credono così buono. Se sapessero che il tale anniversario corrisponde per me a un ritornello dei depeche mode, a Milton Nascimento che fischietta. Non si può ricordare tutto, ma a un certo punto devo averci provato. Non c'era un angolo che volessi lasciare impolverato. Persino la mia imbarazzante infanzia ora mi interessava. Finivo a tarda notte su certe radio indecenti a setacciare vergognosi successi anni ottanta. Una volta entrai in un noleggio equivoco e chiesi il Meglio di Mango, perché erano 15 anni che non ascoltavo Australia, ed ero curioso. Poi, appena premuto play, il solito incantesimo: il tempo ritornato, come se io avessi sempre ascoltato Australia, sempre saputa a memoria.

Ma spesso era più difficile. Di altri brani non ricordavo il titolo, non conoscevo l'artista. Quella canzone, per esempio, quella nella prima cassetta che mi regalarono, che ascoltavo sul panasonic sul sedile posteriore nei lunghi viaggi estivi in autostrada, chi la cantava? Cosa diceva? Qualcosa del tipo survivor, survival, cioè? Non restava che lasciare la radio accesa e attendere, paziente, fino a domani o a mai. Poi -

poi lo sapete tutti cosa successe. Arrivò Napster.

1 commento:

  1. Wow. Mi ci riconosco incredibilmente. (soprattutto in quella cosa di associare l'anno giusto ai ricordi)

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