mercoledì 15 agosto 2012

Sentimmo il taglio finale

Anche questa cosa di Blob merita una spiegazione, perché può risultare incomprensibile, nel momento in cui tutto è diventato Blob, nel momento in cui Rai1 mette una cosa rétro-blob in prima serata tutti i giorni per tre mesi l'anno e sbaraglia gli ascolti. Eppure c'è stato un periodo in cui Blob stava a tutto il resto del flusso televisivo come l'antimateria alla materia, sembrava un artista di avanguardia caricato sulla corriera della gita aziendale, un alieno come ci sono in certi libri di fantascienza, che non avendo una bocca o una lingua come l'abbiamo noi per tentare di comunicare coi terrestri deve copia-incollare lacerti audio o video captati dalle nostre trasmissioni e ricombinarli in stringhe che abbiano un senso diverso, ma compiuto, anche se il più delle volte non comprensibile. Forse perché siamo troppo scemi noi, o è troppo alieno lui, non lo sapremo mai. Blob non era semplicemente l'antologia delle papere dei presentatori e dei cosiddetti momenti trash che ci eravamo persi durante la giornata, anche se al più basso livello di lettura poteva presentarsi così: Blob era un collage, un patchwork, un enigma che essendo senza chiave sembrava straordinariamente intelligente, almeno quanto ci credevamo straordinariamente intelligenti noi che non riuscivamo a resistere ai suoi choc deliberati, ai suoi cozzi di senso improvvisi.

Di lì a poco saremmo andati all'università e avremmo studiato la Theorie der Avandgarde, il montaggio e l'allegoria, la traumatofilia del Baudelaire di Benjamin, e avremmo salutato nei manifesti sbrindellati di Mimmo Rotella le uniche opere d'arte ancora sensate nei '90, ma in realtà stavamo soltanto intellettualizzando la nostra fascinazione per Blob, per il modo in cui ci teneva davanti al video mostrandoci semplicemente il pattume già decomposto del giorno, in anni in cui la differenziata era ancora un'utopia. Se fossimo cresciuti al tempo in cui il Museo era ancora una cosa importante non in senso ironico, quando era il punto di arrivo di un'educazione, e una gita al Museo della capitale poteva essere il sudato traguardo di arrivo di tutto un percorso di studi... ma a noi i Musei li propinavano sin dalle elementari, persino dall'asilo, erano posti in cui perdevamo gli zainetti e trescavamo, non c'era verso che il nostro senso estetico interiore prendesse la forma di un museo, in cui tutto è sacro e conservato sottovuoto... i nostri fratelli maggiori, forse, coi loro impianti Alta Fedeltà, la collezione di crepitanti LP che da qualche anno in qua si è rimessa a crescere, loro sì hanno subito il Museo come modello. Noi invece abbiamo letto alcune frasette di Adorno in cui il Museo è denunciato come una mistificazione borghese, e questo spiegava il mal di testa che ci assaliva al Louvre molto meglio della sindrome di Stendhal o del fumo passivo subito in albergo durante la gita scolastica. Alla fine anche il Louvre per noi prendeva la forma di un blob postmoderno dove pale di altare concepite per la preghiera e la meditazione venivano strappate al loro contesto religioso e rimontate in un'opera nuova con un significato diverso, un'enorme cattedrale postmoderna con tanto di piramidi e shop e

"Cartellino giallo".
"Maccome non ho fatto niente!"
"Hai usato la parola postmoderno".
"Ha ragione mi scusi non lo faccio più".

Era insomma fatale che l'unica cosa che ci interessasse davvero, la Musica, prendesse questa forma nella nostra testa: non una collezione ordinata di LP e CD in ordine alfabetico per cognome di autore, ma un enorme flusso di lacerti fuori contesto, canzoni acefale di cui talvolta ignoravamo l'autore, sicché spesso all'amico che prendevamo a bordo e che ci chiedeva "Forte questo, ma chi è?" dovevamo rispondere "Non ho la minima idea, guarda" (ma non potevamo controllare su google? No testina google l'hanno inventato 15 anni dopo. L'unica cosa da fare era recarsi da certi amici con fama di onniscienza e anche un po' di autismo, e canticchiare la canzone che avevamo strappato a un'oscura nastroteca alle tre del mattino). La Musica si configurava come un palinsesto di manifesti sbrindellati, e più del singolo manifesto contava ormai lo sbrindello in sé. A un certo punto io mandai a quel paese ogni residuo di decenza e smisi di girare con la sicura, il tasto Pause con il quale si proteggeva la testina del registratore: quando sentivo cose interessanti premevo Rec e via. Il risultato all'ascolto erano vere e proprie esplosioni di rumore che deflagravano improvvise nell'abitacolo, da una cassa all'altra a seconda del senso di marcia, pardon, del Lato della cassetta che stavo ascoltando. Erano gli choc definitivi, come i tagli di Fontana, che hanno un senso solo se da secoli ti insegnano che la tela va montata in un certo modo, dipinta in un certo modo, guardata in un certo modo. Registrare senza Pause era l'affronto ultimo all'educazione musicale che avevano cercato di impartirti, al Museo dei Dischi importanti, alla collezione Ricca e Scelta dello zio o del fratello maggiore. Nel bel mezzo di una suite dei Pink Floyd sentivi riiiIIIIPSTTROMPRSBARANG e partiva Tarzanboy di Baltimora. Senza più gerarchie, perché Ghezzi diceva che le sue scale di valori erano tutte escheriane, e il così finalmente il nostro bambino interiore che faceva LaLaLa poteva ascoltare Tarzanboy senza vergognarsi, perlomeno un lacerto di Tarzanboy inserito in un contesto post diverso, stratificato, come uno che guarda i collage di Rotella perché ogni tanto si vedono pezzi di belle ragazze.

3 commenti:

  1. Ti piace the final cut? L'album intendo, la canzone assumo di sì.
    Per me la musica finisce grosso modo lì, nel 1983 (con pochissime eccezioni).

    Quanto alle cassette, quelle per uso personale (non le compilation-messaggio nella bottigliarte del collage musicale), in cui era deontologicamente vietato andare a segmentare o a permutare l'opera così come l'aveva pensata il suo autore (che, con gli occhi di allora, era senza dubbio un artista... quante ingenuità tutte insieme), dopo una fase iniziale di abuso delle ""bonus tracks"" riempitivo, mi ridussi ad usare le 46 per gli album normali e le 90 per i doppi (o due album in qualche modo gemelli; chessò, mi ricordo schooldays e journey to love di Stanley Clarke nella metropolitana di Parigi); mettevo la sequenza musicale più lunga su A, e quella più corta su B a cominciare da dove finiva la musica su A; questo garantiva un ascolto continuo (ma non ortodosso ogniqualvolta la parte più lunga di un album era la seconda: così molti dischi per me cominciavano e finivano "a metà"); se poi la parte di nastro vuota era eccessiva - non so, three friends dei gentle giant era tanto bello quanto corto, oppure meddle sforava i 46 minuti - tagliavo il nastro della parte superflua, e lo riattaccavo con scotch sottile.
    Mi pare che per un po' riversai persino delle prove (con un gruppo semisperimentale, cioè il solito gruppo più un tipo sballato e quasi autistico, che poi si eclissò) da cd a cassetta, usando in qualche modo le entrate del mio primo pc.
    Ora ho un cartone con tre walkman praticamente identici, a parte autoreverse o megabass o altre amenità, vari auricolari, piccoli capolavori di ergonomia se solo avessi avuto delle orecchie grandi la metà, una selva di cassette impolverate che non ascolterà più nessuno, e quella doppia piastra teac, che aveva anche il controllo del segnale, e permetteva di fare fade in e fade out, cosa che apriva nuove strade per le compilation, ma poi si fece tardi troppo presto...

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  3. Uh, the Final Cut mi ha sempre lasciato perplesso, cioè per carità bellissimo, ma ascoltato in sequienza mi sembra un lungo lamento con Waters che cerca di addormentarti per poi mettersi a urlare all'improvviso.
    Per spiegarti che brutta persona sono, ho cominciato a volergli bene soltanto quando ho staccato le singole canzoni e le ho messe insieme ad altra roba che non c'entrava nulla. Da lì in poi ho cominciato a distinguerle e adesso posso dire che mi piacciono, ogni tanto canticchio If it wasn't for the nips being so good at building ships.

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