Si parla tanto di meritocrazia, ultimamente. Così tanto da correre il rischio che la parola, "meritocrazia", perda il suo significato. Il termine, che peraltro quando fu coniato aveva un sapore dispregiativo, intendeva sintetizzare il concetto che dovrebbe governare chi se lo merita. Da molto tempo ormai il termine è slittato verso il mondo del lavoro: non si tratta di governare, ma semplicemente di trovare un posto dignitoso. Siccome si dà ormai per tristemente scontato che non ce ne siano per tutti, occorre selezionare quelli che *se lo meritano*. Come si fa? Se chiedete al ministro dell'istruzione e al suo entourage, non c'è il minimo dubbio: concorsi. In teoria non fa una grinza.
In pratica si tratta di dire a migliaia di precari in tutta Italia, che lavorano nella scuola a volte anche da dieci anni, che *non si meritano* di fare quello che stanno facendo. Perché non hanno mai superato un concorso. Un concorso, peraltro, che negli ultimi dieci anni non c'è stato. Magari lo avrebbero superato, non possiamo saperlo. Quel che sappiamo è che tanti di loro hanno continuato a lavorare anno dopo anno, assunti il 15 settembre e licenziati il 30 giugno, senza mollare. Questo potremmo anche considerarlo un titolo di merito (perlomeno sufficiente a farli accedere a un concorso riservato), ma corre voce che no, non lo sia. Peraltro in tutti questi anni hanno avuto la brutta idea di invecchiare un po', di infiacchirsi, di deprimersi, contribuendo a rendere la scuola italiana un luogo grigio e desolante. Invece coi nuovi concorsi meritocratici dovrebbero arrivare un sacco di giovani che sanno le risposte giuste a un sacco di domande, il che è evidentemente più meritocratico.
Rimane il solito problema. Chi fa le domande? E soprattutto: perché non riesce mai a farle bene? (Continua sull'Unita.it, H1t#143)

...ehi zio, che succede? il culetto non è abbastanza fine per l'unità?
RispondiEliminao non è abbastanza meritocratico?
:)
Oh ma lo sai che quest'anno sono diventato ruo collega?
RispondiElimina:)
Andrea "Kimboz"
Eh, non so se farti i complimenti.
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