giovedì 8 novembre 2012

E se Grillo avesse rrrrrrrrrrr

Io trovo abbastanza ignobile il modo in cui Grillo ha trattato la consigliera comunale del M5S che ha osato presenziare a un talk show, e squallidi i colleghi che la stanno emarginando. Tutto sommato condivido le osservazioni di Scalfari che sul carisma ancora molto televisivo di Grillo sembra aver capito più cose dei giovinastri che sul suo quotidiano si fanno infinocchiare da klout e altri gingilli. Grillo diserta i talk show proprio come anni fa li evitava Berlusconi: entrambi hanno goduto (e Grillo gode ancora) di una rendita di posizione nel nostro immaginario. Sono due facce, due personaggi che conosciamo già, non hanno bisogno di vendersi a Porta a Porta. Se decidono di andare in tv, sono nella posizione di dettare le condizioni: non hanno nessuna esigenza di accettare un contraddittorio, qualcuno che per piaggeria o esigenza di share accetterà di mandare in onda i loro video preregistrati ci sarà sempre.

Il discorso cambia, ovviamente, per gli altri esponenti del M5S. Per loro andare in tv (in un momento come questo, poi, in cui la gente è alla ricerca spasmodica di volti nuovi) è un'opportunità importante. Magari tra qualche mese alcuni di loro saranno in Parlamento, davanti a un bivio: restare con Grillo, seguirlo perinde ac cadaver, restituendo stipendio e gettoni di presenza o... trovare un'altra strada, più remunerativa, che consenta loro di partecipare a una maggioranza, magari recuperando uno strapuntino, un sottosegretariato? Alcuni sceglieranno di restare col capo in anonimato e in miseria: altri tradiranno, è nella natura delle cose. Per Grillo e Casaleggio si tratta di scegliere gli elementi meno forniti di ambizione e individualità. Su questo la prova video non sbaglia mai. Se tu hai voglia di farti vedere, se hai un'individualità forte da mostrare, il video se ne accorge, il video la svela. Ecco, di queste persone Grillo e Casaleggio al momento non hanno bisogno. È difficile dar loro torto, se ci si mette nella loro prospettiva: hanno bisogno di anonimi che non vedano altra Via al di fuori del MoVimento. Io però vado oltre e mi chiedo se Grillo non abbia anche ragione in generale. Cioè, perché un politico deve andare a un talk show? Per farsi vedere, ovvio. Ma funziona?

Funziona, altroché, parlamenti regioni e comuni sono pieni di gente che si è fatta riconoscere durante un battibecco televisivo. Il caso della Polverini, catapultata dall'anonimato di una sigla sindacale semisconosciuta alla presidenza della regione Lazio grazie a un'assidua presenza a Ballarò, è uno tra tanti. Quindi sì, i talk funzionano. Selezionano una classe dirigente e la presentano al vaglio dei telespettatori-elettori. Che poi questa classe dirigente sia quella di cui ha bisogno l'Italia, beh, anche qui il caso Polverini è indicativo. Non c'era nessun motivo al mondo per cui una tizia brava a piazzare due o tre interventi a Ballarò dovesse essere anche competente in un ruolo delicato come quello di presidente della regione Lazio, e infatti non lo era. Ma da quando è così? Da quand'è che i talk show ci formano la classe dirigente? Ci ricordiamo tutti di quando Porta a Porta divenne "la terza camera". Ma qualcuno si ricorda chi ha cominciato? Perché negli anni '80, per dire, non era così. Le tribune politiche erano dirette grigie e istituzionali. Passa qualche anno, e la politica diventa spettacolo in seconda serata. Poi addirittura in prima.

Potrei sbagliarmi, ma all'inizio di tutto ci fu Samarcanda. Non era ancora esattamente un talk, ma la costruzione di certi personaggi (Santoro su tutti, anche Santoro ha fatto politica poi) è cominciata lì. La vera chiave di volta però potrebbe essere stata quel talk che faceva Gad Lerner nei teatri, nei tumultuosi primi anni Novanta, Milano, Italia: il programma che presentò i leghisti a tanta gente che a mangiare la polenta a Pontida non ci sarebbe mai andata. Insomma sembra proprio che il talk show come strumento di individuazione di una nuova classe dirigente sia nato proprio nel momento in cui cominciava quella cosa che chiamiamo per comodità Seconda Repubblica. Sarà una coincidenza?

Siamo abituati a pensare che la Seconda Repubblica nasca col videomessaggio di Berlusconi agli italiani, ma quello non è stato piuttosto una specie di meteora, che fa un impatto enorme e lascia un cratere senza vita? Il sottobosco politico di cui Berlusconi si è circondato negli anni successivi, dov'è cresciuto? Come si è presentato agli italiani? Andando nei talk a litigare. Il fatto che Berlusconi non si unisse mai alle risse (salvo alcuni momenti memorabili ed eccezionali, ad es. le telefonate in diretta) contribuiva a creare quel distacco, netto, tra l'Unto e i suoi seguaci: lo stesso distacco che ancora oggi impedisce a qualsiasi notabile del PDL di avere il "quid", di essere un candidato veramente credibile. È tutta gente che gli italiani conoscono, ma, appunto, come li conoscono? Li hanno visti litigare nei talk. E litigando nei talk conquisti visibilità, non carisma. Il carisma, il quid, è una cosa che si nutre di distacco. Ce l'ha Berlusconi, ce l'ha Grillo, anche Renzi forse ne ha un po' ma ogni volta che si abbassa ad andare in tv secondo me ne perde.

Nel frattempo però i talk hanno conquistato una specie di egemonia; sembrano diventati luoghi istituzionali dove la politica si presenta ai cittadini. Ma sono luoghi efficienti? Mettiamola giù più semplice: voi da quand'è che non guardate un talk di politica tutto intero? Io da anni, ormai, e non mi sembra di essermi perso informazioni importanti sul dibattito politico in Italia. I talk sono spettacoli abbastanza mediocri, anche quando sono confezionati con professionalità; costano relativamente poco e offrono al loro pubblico di riferimento un prodotto riconoscibile e in un qualche modo rassicurante. Ma non succede quasi nulla, nei talk. Nulla che non si possa recuperare scorrendo qualche titolo e guardando qualche spezzone in cinque minuti la mattina seguente. Grillo non ha tutti i torti quando sostiene di poterne fare tranquillamente a meno.

11 commenti:

  1. Non c'entra molto con l'oggetto del tuo post, che condivido nonostante non conosca abbastanza l'argomento -non ho vissuto gli anni 80 né ho mai seguito un talk-; ma volevo giusto comunicare che per me, come per altri, tantissimi altri, miei coetanei, il nome Berlusconi faccia ormai parte della storia, di qualcosa di passato. Mentre invece è -PURTROPPO- terribilmente presente. Me ne sono accorto leggendo le tue righe. Avevi ragione qualche post fa: Berlusconi ha vinto. Cazzo.
    Misopogon

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  2. Condivido pienamente. L'avversione così categorica però non la capisco. Se non hai niente da nascondere, se i tuoi principi e ideali sono saldi e se hai le idee chiare non vedo perchè dovresti disertare per paura di entrare nel "macinino politico", passami il termine.
    Saluti

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  3. Per me non si tratta di apparire ma di confrontarsi.
    Rifiutare il dibattito, lo scontro, il dialogo (chiamiamolo come ci pare) è segno di debolezza o di furbizia.
    In tutti i paesi il confronto democratico è linfa per la politica: perché in Italia è lite di condominio, tifo da stadio e simili?
    Per me Grillo è esattamente come Berlusconi sotto questo punto di vista.

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  4. I tuoi post sono sempre molto interessanti.
    Premetto che non ho tv in casa da almeno cinque anni e non vedo più talk, nemmeno in casa d'altri, perché mi sembra che esca sempre fuori un pareggio (uno dice bianco, l'altro dice nero, e per capirci qualcosa bisogna cercarsi i testi delle leggi su internet, cosa che quasi nessuno può, vuole o è in grado di fare).
    Secondo me il motivo per cui Grillo pretende che i suoi non vadano in tv non è per scoraggiare gli indivudualisti: io imporrei lo stesso diktat, ma perché ritengo che la tv, in Italia, abbia fatto solo danni. Grossi danni.

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  5. Grillo non vuole che gli altri vadano ai talk show perché dev'essere il solo a spiccare, con i suoi monologhi, pieni di magagne degli avversari e di soluzioni proposte che spesso non condivido, tipo l'aumento del costo della benzina per ridurre lo smog.

    Vi ha associato anche l'iniziale del suo cognome per farne "roba sua": punto G.

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  6. da super ex fan - ma veramente! - mi viene sempre una gran tristezza a ripassare di qua.. io ogni tanto la tento, fossemai..
    l´amore mi piace incondizionato, la mente al contrario, vagante.
    tutto x dire..arripijate! con vero affetto e tanta nostalgia

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  7. Mah. Non direi che il talk show nasca così. Viene da molto prima, probabilmente importato da un modello estero (lo dice il nome) e proprio quell'espressione "le ingessate tribune politiche" era già stata usata all'epoca. Lo introdusse Maurizio Costanzo, sulla RAI (mi pare Rai2, all'epoca la 3 non esiteva ancora e la 2 era il simbolo dell'alternativa vivace rispetto alla 1). Si chiamava Bontà loro e poi Acquario. Poltrone, salotto e politici (ma non solo), con la domanda finale di rito: "Secondo lei cosa c'è dietro l'angolo?" (erano gli anni Settanta). Appunto diverso dalle ingessate ecc. Sempre Costanzo, quando passò a Fininvest (con Berlusconi, come si sa, c'erano varie affiliazioni comuni), introdusse il protetto urlatore Vittorio Sgarbi (quello che andava in tv presentando certificati di esaurimento nervoso o simili al suo datore di lavoro, la Soprintendenza alle belle arti del Veneto, cosa per cui fu condannato per falso e truffa continuata e aggravata ai danni dello stato). Così, grazie anche a vari epigoni, nacque anche la tv dell'insulto, della rissa, del becerismo gratuito. Dei troll ante litteram, insomma.
    Samarcanda era proprio l'antitesi di un talk show. Per lungo tempo i politici non c'erano proprio, ciò che rendeva il programma interessante. Lo studio era ridotto al minimo, tutto si reggeva sui reportage che raccontavano una situazione e sulle dirette in cui le persone coinvolte nella situazione medesima aggiungevano particolari e avanzavano richieste e proposte. Magari su cose che non c'entravano nulla con la politica politicante, tipo un'adozione controversa.
    Durante le infinite lotte portate dalla RAI e dai politici a questo programma (mentre i talk non li ha mai realmente sfiorati nessuno), la parte in esterni e in diretta fu mano a mano ridotta, fino a rendere preponderante il teatrino del talk in studio, come in tutte le altre trasmissioni. Invece è vero che Lerner, da subito, sclese di indagare il nord copiando il modello di Samarcanda che si era dedicata di più al sud, alla mafia e agli appalti, ma non solo, però con uno spazio molto più ampio, da subito, per i politici e per la parte in studio. Nel suo programma il talk divenne sempre più importante dopo la prima stagione.
    Sui grillini poi, vabbè che la saggezza di certi prediletti democristiani ha insegnato che pensar male è peccato ma ci si indovina, ma perché voler pensare che chiunque si mostri critico o insofferente al predicatore capo sia sempre e solo perché "tradiranno" e vorranno lo scranno di sottosegretario (cosa non impossibile, ma non universale, magari)? A me le obiezioni di Favia, per dire, sono sembrate più che ragionevoli, e espresse con ben altro stile, in onda e fuori, così come le risposte di Salsi. E penso che ci siano anche militanti non eletti che la pensano allo stesso modo e non chiedano scranni di sorta.
    Non è molto più elegante del linguaggio tenuto dal blog di Grillo, francamente. Cioè, è persino un po' stalinista.
    C.
    Che poi gli spettatori siano così superficiali da votare una stampella con doti di attore, eh, da Reagan in poi va di moda, ma la responsabilità è prima di tutto loro.

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  8. immagino che grillo, semplicemente, non voglia che i "suoi" vadano in tivvù perché ha paura che appaiano come esponenti di un partito, "mischiandosi" con gli altri partiti
    poi, se questo mantiene i suoi con una certa dose di invisibilità... meglio ancora
    naturalmente il discorso per berlusconi è diverso: secondo me è facile prendere tanti voti senza andare in tivvù quando ne hai tre tutte tue che ti tirano la volata
    c'è una cosa che non farà vincere le elezioni a grillo, anzi due:
    - non ha tre tivvù
    - farà un buon risultato a gennaio

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  9. Tutti i partiti vivono di strategie e questo a cosa li ha portati ? I non ciechi, sordi e muti lo sanno benissimo : sono i partiti politici la vera antipolitica che allontana gli elettori. Poi prendersela con la strategia di Grillo-Casaleggio che fa man bassa del malcontento popolare, questo si che mi pare demagogico : il movimento vuole che, finalmente, i cittadini invece di lamentarsi e basta, si assumano di persona la responsabilità di autogovernarsi, con tutte le garanzie di libertà possibili e immaginabili ( partito liquido), con qualche regola, come quella di non andare come agnelli sacrificali, in una TV da tempo piena di lupi e volponi, pronti, come dimostrano i vari " casi " a distruggere tutto e a lasciarli incollati alle loro poltrone, come da tradizione italica.

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    1. Si autogovernano solo nei limiti dettati inappellabilmente da un blog...

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    2. Che i partiti siano la vera antipolitica mi sembra un po' esagerato: durante la seconda repubblica sono esistiti partiti personali, quasi proprietariali, legati a un leader come l'esercito personale era legato ad un imperator ai tempi della crisi della res publica romanorum, e sono esistiti partiti animati da dibattito interno e confronto di idee. Poi queste idee possono piacere oppure no. Il M5S rappresenta un ibrido fra "partito proprietario" caratterizzato da un leader carismatico che detta legge ed un fermento di idee alla base. Ho letto con vivo interesse il programma del M5S: alcuni punti non li condivido, come ad esempio l'abolizione del valore legale del titolo di studio oppure l'abolizione del quorum per i referendum; altri punti vennero realizzati da passati governi di centrosinistra e poi abrogati dal centrodestra, come ad esempio la separazione delle carriere fra medici pubblici e medici privati (il famoso "extramoenia" che il M5S ha dimenticato). Le recenti assoluzioni (Vendola, Errani), ci ricordano che a sinistra qualche persona onesta ancora c'è. I partiti sono strumento fondamentale di democrazia in tutto l'Occidente, il fatto che qualcuno non funzioni non è ragione sufficiente a condannarli in blocco: sarebbe come vietare la vendita di bevande alcooliche solo perché una minoranza della popolazione si ubriaca.

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