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giovedì 19 febbraio 2004

Un po' meno luce, per favore

Qui vorrei cercare di spiegare che il Signore degli Anelli mi è piaciuto, ma mi ha anche derubato di qualcosa.

Credo che gli amanti di Tolkien non potessero ragionevolmente aspettarsi una riduzione cinematografica migliore di quella di Jackson. Non si tratta solo di fedeltà al testo: se è per questo di tradimenti ce ne sono, e parecchi. Ma è un film realizzato con molto amore, e l’amore si vede anche nei tradimenti.

Il problema è forse un altro: è un film realizzato fin troppo bene. Senza scomodare scenografie ed effetti speciali, guardiamo solo il casting. Frodo è Frodo, Bilbo è Bilbo, Gollum è Gollum. A un anno e più di distanza, mi sembra di avere sempre immaginato gli hobbit coi volti dei loro attori, tanto bene sono stati scelti. Eppure, quando ancora il film non c’era, io devo aver avuto un altro Gollum in mente. Ma com’era fatto il mio Gollum? Non me lo ricordo più. Il Gollum del film si è perfettamente sovrapposto a quello della mia immaginazione.

È davvero così? Da qualche parte ho ancora il megatascabile Rusconi (Rusconi era l’ex funzionario Rizzoli che pubblicava le cose non all’altezza del grande gruppo editoriale: i pettegolezzi sui Savoia e il Signore degli Anelli). Apro a caso. C’è Sam Gamgee che spia gli orchetti. (Mi piace sentire gli orchetti parlare: per una volta Tolkien ci fa sentire l’altra campana). Il dialogo alla tana di Shelob copre un paio di pagine: nel film sono solo un paio di battute. Gli orchetti assumono una personalità un po’ più complessa. Ma Sam Gamgee? Non c’è niente da fare: nella mia mente ha il volto dell’attore. Per forza. Come potrebbe averne uno diverso?

Vale per quasi tutti i personaggi: elfi, nani, uomini: che volto avevo dato a Galadriel? Troppo tardi. Ormai ha quel nasone. E mi sembra che non potrebbe avere mai avere avuto un naso diverso. L’immaginazione è una cosa fluttuante, ma ora i volti degli elfi e dei nani sono fissati per sempre. Tutto quel che riesco a ricordare è che Aragorn, per me, doveva essere sbarbato. Un’idea abbastanza stupida: è chiaro che Jackson a queste cose ci ha pensato molto più di me. Ma allora è questo il Cinema? Delegare la propria fantasia a dei professionisti?

Per fare un esempio che è solo il primo che mi viene in mente, se mi capita di riaprire il Nome della Rosa, non penso a Sean Connery. Sean Connery e Guglielmo, per me, sono due volti diversi. Il primo è un attore coinvolto in un film in costume medievale; il secondo è il protagonista di un romanzo che mi era molto piaciuto. In questo caso sono riuscito a salvare la mia fantasia. Forse anche perché il film non era un granché – ma il Signore degli Anelli di Jackson è bello. Questo è il problema.

Di solito le riduzioni cinematografiche sono deludenti. Devono essere deludenti. Le andiamo a vedere per curiosità: per vedere la reinterpretazione di una cosa che abbiamo amato. Non per farci cancellare la fantasia.
Prendi Shelob. Si può immaginare qualcosa di più orrido di Shelob? Anche nella mia immaginazione, avevo probabilmente lavorato di chiaroscuro. Ma Jackson fa cinema, e il cinema è l’arte delle luci. Se c’è Shelob, lui ce la deve mostrare tutta.
La sensazione di trovarsi sotto l’addome di Shelob è qualcosa da provare, se non siete cardiopatici: ma per quanto possa essere ben realizzato e credibile, un mostro cinematografico resta un mostro cinematografico, parente di Gozzilla e King Kong. Può fare schifo, e in effetti ne fa parecchio, ma una volta messo totalmente in luce, non fa più veramente paura. Ed ecco un altro pezzo della mia fantasia che s’invola: l’orrore per Shelob.

Più infernale di Shelob, c’era solo (mi sembrava di ricordare) la lenta agonia di Frodo verso Monte Fato. Gli inganni di Gollum, l’angoscia di Sam. E tutto questo nel film c’è. Pensavo che fosse la parte più mistica del libro, che altrimenti sarebbe solo una lunga fiaba dove il Bene vince contro il Male. Mentre inventando l’anello, e mettendolo al collo di una creatura fragile ma determinata, Tolkien rendeva tutto molto più interessante: l’idea del male come fardello da portare con sé, il percorso di purificazione, il tradimento sempre in agguato (sia di sé stessi che degli altri), e un sacco di altre cose.
E tutto queste cose, nel film, c’erano? Insomma.
Forse c’erano, ma – naturalmente – un po’ semplificate. O no?
Vado a riguardare le pagine. No, non è colpa del cinema. Il libro la fa abbastanza semplice: Sam, Frodo e Gollum si fanno strada verso il monte Fato. Ero io che tendevo a farla complicata. Perché dopo aver letto il libro, secoli fa, avevo continuato a fantasticarci su, e crescendo la fantasia era cresciuta con me: avevo trasformato l’Anello in un simbolo dell’ambizione, dell’invidia, perfino della dipendenza. Tutte belle cose, che forse J.R.R. Tolkien aveva previsto; ma non erano nel libro: erano nello spazio tra il libro e la mia immaginazione (si chiama con-testo).
In questo spazio delicato, soggetto a periodiche scosse di assestamento, ora è passato il bulldozer di Jackson. Niente sarà come prima.

Tutto, in compenso, sarà più colorato (perché Jackson ha più colori di quanti avrei potuto mettercene io), più luminoso, persino più filologicamente corretto: ma non cambierà più. Frodo sarà sempre Frodo. E il mio Frodo sarà uguale a quello di chiunque altro.
Beh, almeno io ho avuto anni e anni di tempo per lavorare di fantasia, ma i bambini? Quelli che guarderanno il film prima di leggere il libro? Per loro il lavoro di fantasia è finito ancora prima di cominciare. Forse bisognerebbe vietare il film ai minori di anni venti. L’immaginazione è una cosa importante.

Ora vi aspettate la conclusione apocalittica: il cinema è la morte dell’immaginazione, meglio leggersi un buon libro, ecc., ecc. Le cose non sono così semplici. L’effetto di sovrapposizione tra fantasia e immagine che ho descritto per il Signore degli Anelli esisteva già molto prima che i fratelli Lumière si mettessero al lavoro. Da sempre le arti visive insidiano la fantasia di chi legge o ascolta le storie.
Credo che sia stato Giampaolo Dossena una volta ad avvertire: guardate che molti di noi, quando credono di pensare a Dante, in realtà stanno immaginando Gustave Doré. Le sue incisioni hanno segnato la fantasia di generazioni di lettori. Quando pensate a Dante, Virgilio, Farinata, il Conte dell’Ugolino, come ve li immaginate? Probabilmente in bianco e nero (mentre Dante è decisamente un poeta a colori). Forse Doré ci ha aiutato ad appassionarci di Dante. Ma ci ha anche impedito di sintonizzare la nostra privata fantasia su quella di un poeta visionario di sette secoli fa.

Ed è proprio Doré che mi è venuto in mente a un certo punto, quando sul paesaggio infernale di Monte Fato, da uno squarcio di luce arrivano le aquile (e il demonio che è in te bisbiglia: ma non potevano portare Frodo sul posto all’inizio della storia, così si faceva prima? In effetti. Ma tutte le narrazioni hanno la loro uscita di servizio, nascosta ai visitatori). Almeno Doré era un incisore. Nel chiaroscuro restava ancora qualche margine per la fantasia. Ma il cinema è l’arte di illuminare le cose: non c’è spazio per il chiaroscuro. E la nostra fantasia, una volta messa sotto un riflettore, si congela – quando non scompare per sempre.

Per sempre? Siamo sicuri? In fondo quella di Jackson non è che ‘una’ versione visiva del Signore degli Anelli. Oggi si fa fatica a crederlo, ma può darsi che un giorno sembrerà una versione sorpassata, come già il cartoon di venti anni fa. Un giorno forse il profilo di Aragorn, le prodezze da surfista di Legolas, il nasone di Galadriel, sembreranno anacronismi, segni del tempo, “uh, si vede che è un film vecchio, che buffi”. Il libro, invece, resterà. La scrittura è più debole dell’immagine, ma nel lungo periodo si conserva meglio.

Almeno spero.

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