giovedì 1 luglio 2004

L'amico Bill

E poi no, una frase inglese così lunga non te la passo. Ma scusa, scrivi in inglese e ti metti a fare il periodo ciceroniano? Con le subordinate? Di terzo grado, magari? È come attaccare un Land Rover ai buoi.
Oppure, come se l'Inghilterra l'allenasse un CT italiano, che sull'uno a zero fa uscire gli attaccanti. No, sarebbe folle. Mentre invece, se l'inglese è bello, è perché è così diretto. Azioni brevi, semplici, palla lunga e pedalare, straight to the point, come si dice. Non è che vincano molto più di noi, eh? Ma si guardano molto più volentieri.
E anche l'inglese, se mi piace è perché è diretto. Molto meno democratico di quanto sembra (o forse sì, più democratico, la grammatica di base è un diritto di tutti: ma anche molto più classista). Per dirne una, noi abbiamo la Costituzione della Repubblica Italiana, i fransè hanno la Déclaration des Droits de l'Homme et du Citoyen, oh là là, nientemen, e loro cos'hanno?

Il Bill of Rights.

Ma lo senti? Tre sillabe. Palla a Rooney, tiro, gol. Bill of Rights. Si studia in tutte le scuole del mondo, ma sembra il nome di un tuo compagno di bevute. "Hi guys". "Toh, chi c'è, quel vecchio porco di Bill of Rights! Come te la passi?"
Sembra gangsta-rap, ma se poi vai a vedere quando lo hanno scritto, non è del secolo scorso, no, e neanche di quello prima. È del 1689! Nel continente era ancora impossibile parlarsi tra notabili senza intrecciare almeno un paio di periodi ipotetici in subordinata.

"Se vossignoria mi scusasse l'ardire, conciossiacché la notizia che vengo a porle è di estrema gravità et interesse, verrei appunto a notificarvi siffatta nuova".
"Acciocché non permangano dubbi sulla stima che nutriamo per voi e la fiducia che confidiamo nella vostra affidabilità, insomma, diteci".
"Orbene, eccellenza, il nuovo monarca testé insediato sul trono d'Albione – mediante procedura, a mio modo di vedere, singolare e censurabile – Guglielmo d'Orange, intendo, ha stilato coi suoi novelli sudditi un contratto".
"Un contratto? L'idea parmi in un certo qualmodo perniciosa e, se v'arrischiate a scusarmi l'ardire, plebea… ma come si chiama siffatto documento?"
"Chiamasi Bill…".
"Bill?"
"…Eccellenza, sì, voi piacendo".
"Non funzionerà mai".

Io è una vita che cerco di scrivere all'inglese con l'italiano, che è come fare i cento metri con i tacchi. O pretendere Del Piero in copertura. Ed è per questo che ti dico: una frase lunga così, in inglese, non te la passo. Metti un punto. Tira a rete.
Come? Sì, non sempre ci si prende, sì. Anzi, quasi mai.
Ma da guardare, è più divertente.

(Mi duole tuttavia notificare che il vero nome di Bill è An Act Declaring the Rights and Liberties of the Subject and Settling the Succession of the Crown)

Nessun commento:

Posta un commento

Puoi scrivere quello che vuoi, ma se è una sciocchezza magari la cancello.

Dimmi.

Offrimi un caffè

(se proprio insisti).