mercoledì 9 luglio 2003

L’anno del Neocone (prima parte)

C’è sempre qualcosa di nuovo sotto il sole.
In Italia, poi, non ci facciamo mancare niente: si può dire che non passa un anno senza una rivoluzione, un’ondata, un trend. Ogni estate ci regala un tormentone e una generazione. Quattro anni fa (sembra un secolo) c’erano i Papa Boys; l’anno dopo (sembra ieri) i black bloc incendiavano Genova. L’anno dopo, sempre a Genova e a Firenze, i no global sfilavano compatti e pacifici. E quest’anno? Anche quest’anno c’è una grande novità. Ancora un po’ in sordina, ma promette bene. Sto parlando del Neocone.
Chi è il Neocone?

Il Neocone è un personaggio un po’ diverso dal solito. Ormai c’eravamo abituati alle chiassate di piazza. Il Neocone è più timido. Non va spesso alle manifestazioni, di solito preferisce indirle e lamentarsi perché gli altri non ci vanno; oppure lamentarsi perché nessuno indice la manifestazioni a cui andrebbe lui. Un po’ snob, forse. Ma sotto sotto c’è altro.
Il Neocone ha paura della piazza. E non ha del tutto i torti, anche io ne ho avuta. Il Neocone, poi, ha visto Genova in tv, probabilmente ha tifato per i poveri poliziotti accoltellati alle Diaz. Si è fatto una certa idea dei manifestanti, un’orda di pancabbestia senza niente di meglio da fare. Un pregiudizio dal quale risulta tuttora difficile smuoverlo.

Poi c’è stata la guerra in Iraq.
È stata una guerra lunghissima (non è ancora finita), soprattutto nella fase preparatoria: l’estate, l’autunno del 2002, l’inverno 2002/2003: in questo periodo gli angloamericani non hanno sparato molto. In compenso hanno rovesciato sull’occidente una quantità di argomenti (non del tutto convincenti, non del tutto sinceri) su quanto fosse giusto fare questa guerra. Le armi di distruzioni di massa, l’esportazione della democrazia, l’asse Bin Laden – Saddam Hussein, ecc. ecc.. Si trattava di ottenere il consenso popolare (del grasso popolo d’occidente) a una guerra d’invasione. Uno sforzo notevole. Risultati? Scarsi.

In questo periodo il Neocone ha vissuto uno choc dal quale deve ancora rimettersi. Ha cominciato a vedere esposte alle finestre bandiere di sette, otto colori, di dubbio gusto. All’inizio appena una o due. Poi, sempre di più. Anche il vicino di casa. Anche il nonno che vota ancora democristiano. In tre mesi il quartiere si è riempito. E il Neocone è diventato quello che è oggi.

Il Neocone aveva sempre creduto di far parte di una maggioranza silenziosa, al massimo un po’ brontolona. Filogovernativo, filoamericano, non per piaggeria ma per intima convinzione, lo scorso inverno il Neocone si è reso conto di essere in qualche modo diverso dalla portinaia, dal fruttivendolo, dal commercialista che pure vota per lo stesso partito. Il Neocone ha preso coscienza di sé. E noi abbiamo preso coscienza di lui, da una posizione privilegiata, perché il Neocone italiano è nato su Internet. Sui blog. E che nessuno più si azzardi a parlare di fuffa. Il blog, sì, proprio lo stupido blog italiano, ha dato forma a quello che fino a pochi mesi prima sarebbe stato soltanto un’umore diffuso, un mucchietto di lettere a un direttore, un niente – e che domani potrebbe diventare, perché no, un pensiero dominante o una classe dirigente.
Ed è bastato poco: è bastato offrire ai Neoconi uno strumento, un luogo di discussione e di argomentazione, alcuni pensatori e opinionisti di riferimento, un terreno di scontro: e in poco tempo sono nate le parole d’ordine, i tormentoni, un sistema di credenze solido e complesso. Oggi i Neoconi sono una delle comunità più agguerrite e interessanti del mondo blog italiano. Non sono tantissimi, è vero. Ma qui non siamo in piazza, la quantità ha valore fino a un certo punto. Se non temessi di passare per marxista, qui parlerei di egemonia culturale. (I Neoconi hanno letto Gramsci? Qualcuno sicuramente sì).

Il Neocone è un coglione? In linea di massima, no. Come in tutti i movimenti, del resto: non si può generalizzare. Prendi i Papaboys: c’erano i bravi ragazzi, i fanatici, i furbastri che andavano a rimorchiare. A Genova, l’anno seguente, idem. La stessa cosa varrà per i Neoconi. Ci sono i bravi ragazzi, le persone intelligenti, i fanatici, i cinici. E alla fine ci sarà anche chi rimorchia, dopotutto i movimenti si fanno anche per questo (dopo tutto il genere umano esiste per questo).
Il mondo è migliorato, da quando ci sono i Neoconi? Difficile dirlo. Io non ho notato grossi cambiamenti, salvo forse il fatto che sempre più la geopolitica sta diventando l’argomento di conversazioni da bar (come negli anni Cinquanta qui da noi). Da un lato la cosa mi fa piacere, perché il calcio alla lunga annoia. Dall’altra, il bar rimane sempre un bar, non il Palazzo di Vetro: prima gli affanculo se li prendeva Trapattoni, oggi se li prende Hans Blix, ma sempre vaffanculo restano.

Ma, insomma, in cosa crede il Neocone? Per prima cosa, crede nell’Avvenire. E io lo invidio. Sì, perché il Neocone è un ottimista olimpico. Sa benissimo che al mondo le cose vanno male, ma è convinto che ci sia chi ha i mezzi per rimettere tutto a posto in tempi brevi.
Questo Deus ex machina, questo autentico demiurgo, è naturalmente rappresentato dalla grande superpotenza democratica: gli Stati Uniti d’America. I Neoconi amano gli USA con un’intensità che è difficile immaginare. Di recente hanno festeggiato il 4 luglio in un tripudio di stelle e di strisce (per contro, 25 aprile e 2 giugno sono passati senza grandi sussulti). Viene da pensare che i Neoconi siano italiani per errore, tanto forte è il loro patriottismo per una patria altrui. Ma poi viene da pensare che un amore così intenso per una nazione lo si possa provare solo da lontano: somiglia un po’ all’amore platonico del compagno Peppone per l’URSS.

(continua)

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