domenica 15 febbraio 2004

Sabato sera ero via. Non ho visto i tg ed ero triste. Non per quel motivo. In effetti, per nessun motivo al mondo.
Ero nel piazzale di un albergo qualunque e pensavo alla mia vita, a quanti errori ho fatto, a quanti ancora dovrò farne, e per quanti anni ancora dovrò sopportare la compagnia del me stesso che mi odia e mi rimprovera di tutto. Ma per nessun motivo al mondo, così, in generale.
È tristezza: a volte va, a volta viene. In fondo noi ne sappiamo ancora poco. Forse un giorno si scoprirà che è una qualità dell’aria, una micropolvere che arriva dritta dal golfo di Guinea fin dentro i nostri tessuti neuronali. Il giorno che lo sapremo, tutto sarà molto più facile. Per tv faranno le previsioni della tristezza, dopo le minime e le massime e prima delle estrazioni del lotto; e chi vorrà sentirsi triste verrà apposta in qualche albergo sul lungomare, dove la brezza è buona.

Sul lungomare, domenica mattina, ho visto due ciclisti allenarsi, in quelle tutte variopinte e aderenti, molto anninovanta. E per un attimo ho pensato: Che buffi.
Ma subito dopo ho pensato. Una volta non la pensavo così. Da quand’è che non vado più in bicicletta? E da quand’è che non guardo nemmeno un giro in tv? Sono anni ormai.
Poi mi sono ricordato cosa era successo veramente, e subito ho voluto cambiar pensiero, perché aveva a che vedere con una persona, a cui mi ero affezionato, e a cui di colpo non ho voluto più credere. Ma non era facile pensare ad altro, perché ero ancora triste e cercavo a tutti i costi di sentirmi colpevole di qualcosa.
Sentirsi colpevoli, sapete, è una gran consolazione. Le cose succedono continuamente, più o meno a caso: è difficile fare previsioni (che non siano brutte previsioni). Ma di fronte a tanto caos, almeno poter dire: “È colpa mia. Sono stato io. È dipeso anche da me”. Ti fa sentire meno inutile.

Lui era l’Eterno Perdente, uno dei tanti. Il ciclismo moderno è uno sport strano, che io non sono ancora riuscito a capire: gareggiano assieme arrampicatore e velocisti. L’arrampicatore è un tipo brutto, secco e goffo, compie straordinarie imprese, contro tutti, contro il gruppo, contro sé stesso: suda litri di sudore, sbava, impreca, la gente lo adora: e perde sempre. Il velocista è un tipo perfettino, luccicante nella tuta aderente, che si fa la sua cronometro senza guardare in faccia a nessuno, la gente lo detesta, e vince sempre. Tanto che a un certo punto uno si chiede: ma perché? Perché LeMond deve sempre battere Chiappucci? Non potrebbero togliere le crono e mettere più salite? Tanto la gente ama gli arrampicatori, non i velocisti. O no? Non ho mai incontrato nessuno che tifasse per LeMond, o Ullrich, o gente così. Ma forse ho incontrato troppe poche persone. O non sarà che in fondo gli arrampicatori ci piacciono così: Eterni Perdenti? Sudano, sanguinano, e quando cadono, è sempre ingloriosamente: ma quando vincono, ci fanno sperare solo per qualche settimana. Poi la delusione. Poi si ricomincia.

Finché un giorno io non ne ho potuto più, di vederlo perdere: e con me tanti altri. Non ne potevamo più di quel calvario, quelle salite assassine, e poi gli incidenti, i ricoveri, i recuperi. Lui aveva diritto di vincere: per sé stesso e per noi. E lo abbiamo fatto vincere. Non sarebbe stato possibile, ma abbiamo barato. O lo abbiamo lasciato barare, il che è lo stesso.
È stato un giorno di primavera del 1998: all’ultima tappa importante lui era alla pari con un velocista, un russo o un tedesco, uno di quelli che quando vincono il Giro è come se non lo vincesse nessuno. L’ultima tappa, naturalmente, era una Crono. Lui non poteva vincerla. Fisicamente, non sarebbe stato in grado di farlo. Ma io, ma noi, abbiamo desiderato così tanto che lo facesse. E lui l’ha fatto. Ha vinto una Crono nell’ultimo giorno del Giro. Ha battuto i velocisti nel loro campo, lui che velocista non era mai stato. Lo ha fatto per sé stesso e – soprattutto – per noi. Ci ha ingannato. Ma siamo stati così felici di farci ingannare.

Allora, vedi: se lui ha cominciato (o ha continuato) a drogarsi, è stata anche colpa nostra. È stata anche colpa mia. Io sapevo che non poteva vincere pulitamente, ma gli ho detto: “Vai, vai”. È dipeso anche da me. L’ho visto vincere e ho fatto finta che fosse tutto regolare.

Ma quando poi l’hanno beccato, io non ho più voluto saperne niente di lui. Drogato. Imbroglione. Vergogna. Ci hai rovinato il Giro. Ci hai rovinato il ricordo della tua vittoria. Ci hai rovinato la festa. Vattene.

Pensavo a queste cose, domenica sul lungomare, e intanto i due ciclisti a passo uomo parlottavano tra loro, e io dopo un po’ ho cambiato pensiero. Ma mi ero sentito colpevole di qualcosa, e stavo già meglio.
Così sono arrivato all’edicola.

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