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lunedì 28 febbraio 2005

- 2025

Il disgelo

Caro Leonardo,
siccome tu sei me, non c'è bisogno che te lo spieghi: sono depresso.

Sono sempre depresso quando se ne va un'influenza. I dolori se ne vanno e resta tutto questo spazio per l'angoscia.
Di solito succede a febbraio, e quasi sempre è un giorno limpido. Io odio i giorni limpidi di febbraio, per diversi motivi. Se c'è ancora uno sprazzo di neve fuori, la luce è come moltiplicata, filtra dal mio abbaino e mi trapassa il cuore. E dire che sono vecchio, ormai. Ho fatto il callo a tutte le malinconie d'inverno e a tutti gli affanni della primavera: ma il disgelo è un'altra cosa. È una tristezza sorda e lucida.
Questa è la stagione in cui i ghiacci eterni si sciolgono, i canali tracimano, e le paludi padane si sciacquano nel fetido bidé adriatico. Significa che è passato un altro anno, e io non ho portato Letizia a vedere San-Gem.
Non ricordo neanche più quando abbiamo smesso di andarci. Una volta passavamo ogni Natale: un giro in gondola in Canal Chiaro, la messa nel Duomo sommerso. Bisogna dire che ogni anno era meno pittoresco e più fangoso. Poi ci fu il famoso assedio, perché i Padani delle Paludi avevano escogitato di sequestrare i monumenti dell'Umanità e chiedere un riscatto all'Unesco: ma essendo Padani fecero solo un gran casino, uno dei loro Incursori tirò la leva sbagliata, e la cupola pressurizzata intorno al Duomo s'incrinò. Questo almeno secondo l'inchiesta ufficiale. Qualche fallaciano suggerì che si trattava di un sigillo dell'Apocalisse, il quarto o il quinto, non so. Ma da allora in poi bisognava proprio volerle bene, a San-Gem, per tornarci. E io forse non le voglio così bene. Non più.
Vorrei anche vedere, dopo quel che ho fatto a Defarge.

Tempo fa, quando ci fu il ripulisti, e m'iscrissero d'ufficio a un corso di Rieducazione, facendomi firmare una liberatoria in cui affermavo di trovarmi molto bene in quel Campo lì, che il vitto era ottimo e che nessuno mi torturava contro la mia volontà, io ero un po' inquieto.
Sapevo benissimo cosa volevano da me: il rifugio di Defarge. Io, però, questo non glielo potevo dire, per mille ragioni di lealtà e decoro, e anche perché non lo sapevo. Se lo avrei saputo, magari avrei fatto l'eroe: ma non lo sapevo, punto. Farti torturare per una qualcosa che non sai è quanto di più assurdo possa succederti a questo mondo: e pensare che accade a molte persone, molte più di quanto non si creda.
Così gli dissi (le mani legate ai piedi posteriori della sedia, uno stivale chiodato sulla testa), all'Inquisitore io gli dissi: sentite, dove sia non lo so, ma se lo conosco un minimo è a San-Gem. Insomma, dove volete che sia. Dove volete che vada. Ma ve lo devo dire proprio io?

In seguito, dentro di me, si sono sviluppate due scuole di pensiero. La prima va molto forte nella stagione autunno-inverno, e sostiene che tecnicam non è stato tradimento. Tradimento è quando tu abusi della fiducia di qualcuno. Ma Defarge in questo caso non aveva avuto fiducia di me: era partito senza dir niente. (Troppo giusto, col senno di poi). Ma siccome non m'ha detto niente, io non posso averlo tradito. Mi sono limitato a esprimere un parere a un Inquisitore che me l'aveva chiesto. Un parere? Un'ovvietà. Come dire: d'inverno nevica. D'estate c'è il sole. A febbraio, il disgelo. Non ci sono più le mezze stagioni. E se Defarge non è qui, è a San-Gem. E una volta qui era tutta campagna. Questa è la prima scuola di pensiero.

La seconda scuola, che s'impone nella primavera-estate, muove da una differente considerazione: chi l'ha poi detto che Defarge fosse a San-Gem davvero, il primo posto in cui tutti l'avrebbero cercato? E allora chi lo sa, può darsi che sotto sotto, senza dirlo a nessuno, io davanti a quell'Inquisitore abbia dimostrato mostrato nervi saldi, scaltrezza e tempra d'eroe. Senza i compiacimenti sadomaso di chi per essere eroe deve per forza farsi un po' torturare. No. Prendere tempo, snocciolare ovvietà, confondere le acque, depistare, e nel frattempo recitare la parte dell'uomo nudo, legato a una sedia, che trema come una foglia e implora di non essere ucciso ché ha famiglia: riuscite a immaginarvi qualcosa di più eroico? Io no. Almeno per sei mesi l'anno, no.

Così lo vedi, Leonardo, il problema non è l'autunno-inverno. E neanche la primavera-estate. Io ho alibi comodi, confortevoli, per tutte le stagioni. Ma il disgelo. Il disgelo mi frega sempre.
Sono solo in casa, convalescente sul divano. Letizia è a scuola, Concetta a far la spesa. Mi hanno lasciato solo con la luce, quella impietosa luce azzurra. L'abbaino è una specie di specchio, e se stringo gli occhi riesco a specchiarmi. Ci sono io dall'altra parte. Come nel sogno. Ci sono io…

Rumore di chiavi. Un mazzo piccolo. Io riconosco le mie due mogli dal rumore che fanno con le chiavi.
Concetta per esempio ha un mazzo enorme, come la vecchia di Raskolnikov, un mucchio di ferraglia che si annuncia dalla tromba delle scale.
"Svelto, non abbiamo molto tempo".

Difatti questa è Assunta, e indovina un po', non è sola.
"Assunta, sei matta?"
"Anzi, mi sembra di essere rimasta l'unica persona un po' sensata in questo Trimonio".
"Se vi scopre… "
"Se ci scopre vedremo, ma tu sei a letto da una settimana con la febbre alta, e quando una persona sensata ha la febbre, chiama un dottore".

Già, un dottore. "Buonasera Immacolato".
"Buonasera dottor Damaso, posso essere onesto? Lei è l'ultima persona che vorrei vedere in questo momento".
"Che cattivo carattere oggi, eh? Buon segno. Molte persone vanno in depressione al termine della convalescenza".
"Ma và, non lo sapevo".
"Si scopra la schiena, andiamo. La ausculto un po' – e intanto facciamo il punto sul nostro comune amico. Dica trentatré".

Mi sembra di stare in una barzelletta. A un suo cenno, Assunta fila in cucina. Le fa rigare dritte le donne, lui.

"E andiamo Immacolato, un po' di collaborazione!"
"Trentatré, trentatré".
"Bene. Ma lei è un groviglio di nervi, sa? Si metta un attimo prono".
"È anche un fisioterapista, dottore?".
"Glielo detto, al Maggiore c'ingegniamo. Ora, come andiamo con Taddei? Lui comincia a spazientirsi. Ha preparato le risposte?"
"No".
"Troppo malato?"
"No, no. È più grave di così".
"Più grave?"
"Senta dottore, come avrà capito io sono un po' col culo a terra, attualm. Ma solo un po'. Metà acconto glielo posso rendere tra una settimana. Il resto tra un mese. Agli interessi che vuole lei, se vuole degli interessi. Mi dispiace, ma non posso più lavorare per lei. Ouch! Che cosa mi ha fatto?"
"Che brutti nervi che ha, Immacolato. Che brutti nervi".
Assunta bussa alla porta, neanche fosse in casa d'altri. "Qualcosa che non va?"
"Tutto bene cara, prego, lasciaci soli".

[continua]

4 commenti:

  1. Che dirti Leonardo, mi piace come scrivi, mi piace la trama di questo racconto, mi piace chi racconta e tornerò: puntuale e regolare, tutti i giorni. ALmeno fino a quando continuerai a scrivere. Buona giornata. Trespolo PS: sto pensando che alcuni errori grammaticali siano voluti - e mi scuso per la mia sciocca nota precedente -, ma, e forse sono un lettore distratto, mi chiedo come mai non siano mai stati utilizzati precedentemente.

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  2. "Se lo avrei saputo, magari avrei fatto l'eroe". L'italiano si è preso una vacanza...
    Beha

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  3. Ma dobbiamo aspettare la fine del disgelo anche noi? In vent'anni qualche ghiacciaio non si è mica sciolto ?

    Passera Solitaria

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