lunedì 14 novembre 2005

- 2025


Karillon

Potenza delle vecchie immagini tv:
io i kamikaze me li immagino sempre giovani, magri e dallo sguardo intenso.
Non è proprio il mio caso: ho una bella pancia – benché io stia pedalando su infiniti universi – che la pettorina a malapena comprime. Pochi capelli, sguardo lesso. E più di cinquant'anni alle spalle, che nel periodo di decadenza in cui vivo, nell'unico universo in cui ancora non pedalo, è forse il tempo giusto per morire.
D'accordo, sì, tengo famiglia, ma è davvero un problema? Mio figlio è emigrato da un pezzo. Assunta e Concetta si prenderanno cura di Letizia. Il trimonio è proprio una grande invenzione.
Sempre che esista Letizia, nell'universo vero. Ecco un problema. Defarge non mi ha mica spiegato tutto. Quand'è che siamo stati messi a pedalare? Magari Assunta e Concetta non si erano ancora conosciute, quindi non siamo sposati, e magari Letizia non è nata. Se Assunta e il padre di Letizia non si sono conosciuti carnalm – ma solo virtualm – Letizia non può essere nata. È solo un parto della nostra immaginazione. E adesso io la cancello…
Ma Defarge me l'avrebbe detto, o no?
O forse ha preferito non dirmelo.
E già. Mica fesso, lui.

Riassumendo:
1. Ora io vado al Ripetitore e mi faccio esplodere.
2. Nell'esplosione io perdo la vita, perlomeno su questo universo; ma probabilm anche in quello reale (anche su questo, Defarge è stato fin troppo elusivo: inutile nutrire speranze).
3. Interrompo la corrente dei PP, che di fatto si spengono.
4. Nell'America del Nord (e del Sud), del Giappone, dell'Italia e in altri posti, milioni di persone si accorgono improvvisam di pedalare nudi in uno scantinato.
5. Scoppia finalm la rivoluzione comunista.

Mi sembra tutto piuttosto improbabile, a parte il punto 5, che è la solita supercazzata che sta in calce a ogni diabolico piano di Defarge, una specie di firma. D'altro canto non ha tutti i torti: gli devo qualcosa. Quando i giochi si facevano duri, io l'ho venduto al nemico.
Certo, rimane la possibilità che sia tutto uno scherzo: qualcuno mi ha rapito, ipnotizzato, raccontato un mucchio di balle molto complesse, in cui comparivano vecchi amici e mi venivano rinfacciati antichi crimini. Non si può escludere a priori.
Ma resta da spiegare perché improvvisam mi trovo qui, nel vecchio ghetto di San Petronio, via Canale 5 (già via Mentana) davanti a una vecchia cabina Enel (che ironia volermi assegnare proprio questo obiettivo!) con un panciotto che mi comprime il ventre ed è, lo so per esperienza, una pettorina esplosiva.
C'è una specie di gancio che esce da quella che sembra una tasca interna – assomiglia alla corda che tirano i paracadutisti. O ai carillon di plastica dei bambini piccoli (Letizia ne aveva uno): tiri il cordino e senti: pling, pling. In questo caso: bùm.
È vero, Letizia ne aveva uno.
A forma di orsacchiotto.
Ma non era suo.

(Che pensieri strani vengono al kamikaze in questi istanti – niente bilancio di cinquant'anni, niente ricordi d'infanzia, niente anticipazioni e trailer sulle 70 vergini, macché), sto pensando che Letizia giocava spesso con un orsacchiotto di famiglia, prima di lei era stato del fratellastro, e si chiamava
si chiamava
aveva un nome ricamato sulla pancia
si chiamava

Teddy
Bear
(Ora devo tirare la cordicella, e flop! Paracadute)
Teddy
Bear
(Tiro la cordicella, e pling! Carillon)
Teddi
Bear
(Tiro e Boom!)
Teddi
Bear
Teddi
Bear
(Ma abbiamo sempre avuto una pronuncia inglese cane, in famiglia. Del resto si sa, chi sapeva bene l'inglese è emigrato da un pezzo. E i bambini. Cosa vuoi che sappiano i bambini. Mio figlio per esempio lo chiamava:)

Bar.
Teddi.


O se preferite Bar Taddei, che poi sarebbe quel tipo in felpa e cappuccio rossoblu che mi trovo davanti, proprio adesso.

"Hi, Leonardo".
"E adesso che caz…"
"Sciatàp, le parolacce le dico io. Ora silenzio, per favore".
"Ma…"
"Per favore. Per favore. Guarda le stelle".
"Ma quali stelle, Taddei, io…"
"Queste, guarda".

Me le fa vedere.

Flop!
Pling Pling.

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