giovedì 29 gennaio 2009

Quel che resta del Carlino

La versione di Ana Laura

La vita è un po' cambiata da quando non pranzo più nei bar.
Uno penserebbe: in meglio. In effetti non mi struggo più lo stomaco a piadine. E passo mesi senza sfiorare un solo Resto del Carlino.
Voi lo sapete cos'è il Resto del Carlino. Se siete di Firenze si chiama La Nazione, a Milano si chiama Il Giorno, ovunque si chiama Quotidiano Nazionale, e di solito si aggiunge: “ma com'è caduto in basso?” Anch'io una volta dicevo così, poi ho smesso. Secondo me a un certo punto degli anni Novanta il QN ha raggiunto quei 273 gradi sottozero oltre i quali nulla può scendere, nemmeno l'indecenza. Per certe cose adesso è addirittura migliorato: insomma, è una specie di free-press un po' più caotico graficamente, salvo che si paga e ci scrive sopra Massimo Fini(*).

Al QN, per fare un esempio, oggi hanno aperto con la cattura degli stupratori rumeni e hanno pensato di titolare BASTARDI. Poi hanno pensato che forse era un po' forte la scritta BASTARDI, e hanno deciso di metterla tra virgolette, «BASTARDI». Che sia chiaro che non è quello che noi giornalisti pensiamo di loro, dei «BASTARDI». No, noi siamo garantisti e li consideriamo innocenti fino a prova contraria. Ma se la gente di Guidonia li chiama «BASTARDI», noi possiamo forse venir meno al nostro dovere di cronaca e non titolare «BASTARDI»? Quelle virgolette sono le spallucce del giornalista che dopo aver montato un linciaggio si volta e scrolla le spalle: la gente è così, che ci posso far?

Pensa che una volta il Carlino era l'organo di stampa della maggioranza silenziosa, o ve la ricordate la maggioranza silenziosa? Era uno spasso. Gretta e fascista quanto quella di adesso, ma almeno taceva. Almeno si difendeva dietro titoli grigi e compassati, dietro analisi banali e rassicuranti. Così oltre a gretta e fascista risultava ipocrita, insomma era come se t'invitasse a ribellarti, a dare sfogo alla tua rabbia adolescenziale fondando complessi rock e scrivendo parolacce nei testi. Ma adesso.

Adesso io i ragazzini non li invidio, seriamente, perché come fai a dar corpo alla tua rabbia adolescenziale contro il grigiore ipocrita del mondo degli adulti, quando l'organo di stampa degli adulti è più incazzato di te e senza ritegno titola «BASTARDI»? Si sono presi pure il turpiloquio, e magari fossero ipocriti no, sono sinceri... al punto che ora forse l'unica vera ribellione è l'eleganza. Per esempio quando ascolti Marracash o Fabri Fibra non è certo la spessa coltre di parolacce che ti fa sobbalzare, ma le rare volte che ti piazzano un congiuntivo, che ti azzeccano una metafora, quelle infiorescenze d'intelligenza selvatica e istintiva come la ginestra nata sull'orlo del vulcano, quegli imprevedibili sforzi di tener dentro ogni tanto la rabbia ed esprimersi in modo chiaro e compito, che nell'era della maggioranza ringhiosa stridono peggio di un'unghia alla lavagna.

Mentre rifletto su ciò sono già a pagina 6, ché con tutte queste foto si fa prima a sfogliare QN che a scrollare Dagospia. Lì parlano del caso Battisti. Se stavate pensando che ormai nulla si potesse dire di nuovo su Cesare Battisti, riflettete a cosa significa per QN la fuga di un latitante in Brasile, e la conseguente crisi diplomatica. Cioè, se fosse scappato in Bolivia era finita lì, ma signori, è in Brasile. Pensate a quanti calciatori e ballerine improvvisamente intervistabili su anni di piombo ed estradizione. Per esempio oggi tocca ad Ana Laura Ribas. Dite la verità, che in due settimane di “caso Cesare Battisti”, l'opinione di Ana Laura Ribas non ve l'aveva ancora fatta leggere nessuno. Certe cose le trovi solo su QN.

A quel punto però mi va di traverso la piadina. Perché contrariamente a tutte le aspettative, quel che dice la Ribas è interessante sul serio. Vi ricordate quella storia per cui chiunque, in qualsiasi momento, vi può insegnare qualcosa? Maledizione, vale anche per lei.

Lei sentirà spesso qualcuno dal suo Paese. Che le dicono sulla vicenda Battisti?
«Ho appena parlato con mio fratello che sta a San Paolo. Secondo lui è una ritorsione per la faccenda di Alberto Cacciola, un finanziere milanese che in Brasile controllava un istituto di credito andato in bancarotta nel 2000. Ha causato un sacco di danni a moltissime famiglie. Era stato condannato a 13 anni ma, quando il Governo brasiliano ha chiesto l’estradizione all’Italia, è stata negata. Per molti in Brasile si potrebbe trattare di una ritorsione per quei fatti».


Niente di speciale, per carità, il parere di un parente al telefono. Ma è illuminante. Chi è questo Alberto Cacciola? Non ne avevo mai sentito parlare. Condanna a 13 anni? L'Italia nega l'estradizione? Ehi, ma è una notizia questa. La devo imparare sul Resto del Carlino, dalla valletta Ana Laura Ribas cui l'ha detta il fratello?
Torno a casa e faccio un controllo: della questione Cacciola hanno parlato a suo tempo anche Messaggero, Corriere, Repubblica, riportando le dichiarazioni del ministro della giustizia brasiliano. Solo che non me n'ero accorto. Sono un lettore distratto e superficiale, e chissà quante volte mi sfugge la sostanza dei problemi. Stavolta per esempio mi sarebbe sfuggita per sempre... se non mi fossi ritrovato in un bar a leggere un'intervista ad Ana Laura Ribas, sul Resto del Carlino. Insomma d'ora in poi mi toccherà passare al bar più spesso

(*) Che è sempre il Massimo; per esempio ieri, in seguito all'ordinanza anti-ristoranti etnici nel centro di Lucca, concludeva: “Stiamo diventando il Paese dei divieti. Un Paese talebano senza nemmeno i vantaggi di un regime talebano”. I vantaggi di un regime talebano?

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