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lunedì 25 maggio 2026

Il bug di Beda

25 maggio: San Beda il Venerabile (673-735)

Il monaco Beda, che nella sua vita non lunghissima ha composto manuali di grammatica, retorica, aritmetica, geografia, cronologia, astronomia, meteorologia, scienze naturali, poesia, storia, esegesi, morale, teologia... di sé stesso ha scritto pochissimo, ma quel poco brilla a più di un millennio di distanza. All'età di sette anni i miei genitori mi affidarono alla cura del reverendissimo abate Benedetto, e in seguito a Ceolfrid, perché mi istruissero. Da quel momento ho passato tutta la mia vita all'interno del suddetto monastero, dedicando tutte le mie fatiche allo studio delle Scritture, e fra l'osservanza della disciplina monastica e del compito quotidiano di cantare in Chiesa, è sempre stato per me piacevole imparare, insegnare o scrivere. Come riesce bene, il Venerabile, a scolpire in poche righe l'autoritratto di un intellettuale che ha la fortuna di trarre piacere da tutto quello che fa, e Beda, nel suo monastero nell'Anglia settentrionale, ha veramente fatto tanto. Tra le varie conoscenze che ci ha tramandato, quella che ci capita di usare tutti i giorni è il computo degli anni a partire dalla nascita di Cristo. Un secolo prima, a Roma, Dionigi il Piccolo aveva stabilito che Gesù doveva essere nato nel settecentocinquantatreesimo anno dalla fondazione di Roma; Beda, nella sua Storia ecclestiastica delle genti inglesi, volendo aggiornare i cicli pasquali che aveva trovato in un'opera di Cirillo di Alessandria, e rifiutando di contare come Cirillo gli anni a partire dall'empio imperatore Diocleziano, decise di prendere come riferimento la data di Dionigi, e indicare gli anni Ab Incarnatione Domini (quindi dall'Annunciazione, non dal Natale). Nessuno prima di lui lo aveva fatto: da lui in poi non abbiamo più smesso. Nel frattempo abbiamo capito che probabilmente Dionigi si sbagliava, e che Gesù potrebbe essere nato qualche anno prima: ma non è un grande problema. Il guaio vero è un altro, chi ha studiato astronomia e fisica già sa. 

James Doyle Penrose

Il guaio è che Beda, in quell'occasione, partì dall'anno Uno. E che c'è di male (direte voi): non è un ottimo anno da cui cominciare? Chi, dovendo iniziare un elenco, una lista, una cronaca, non partirebbe dall'Uno? Già. Ma così facendo Beda – che resta Venerabile per centinaia di altri motivi – ci ha pur sempre creato un problema. Può sembrare un rilievo ingeneroso: Beda era uno degli intellettuali più importanti del suo secolo, ed era anche un buon divulgatore della scienza aritmetica: tra le sue opere più lette nel medioevo c'era un trattato sull'arte di risolvere le operazioni con le dita. Ma di qui a scoprire lo zero ce ne voleva, se si pensa che il concetto arrivò in Europa più o meno con Fibonacci verso il 1200. Oggi ci sembra intuitivo, ma per Beda non lo era; e quindi succede questa cosa che, l'anno Uno dall'Incarnazione (25 marzo) sia l'anno in cui Gesù compirebbe un anno (il 25 dicembre). Bene. Dunque Gesù in che anno sarebbe nato? Questo Beda non lo dice; ma chi dopo di lui ha voluto iniziare a contare gli anni a ritroso, non ha pensato di segnare un anno Zero. Per cui succede questa cosa buffa, che Gesù Cristo sarebbe nato nell'primo anno Avanti Sé Stesso. Non è un miracolo, è quel che succede a contare le cose se non hai ancora il concetto di zero. Una settimana dopo cominciano gli anni dopo Cristo, il che significa che al momento della circoncisione (primo gennaio dell'1 dC), quando Gesù aveva otto giorni, viveva già un anno dopo Sé Stesso. Si tratta di paradossi solo teorici – probabilmente anche Beda sospettava che Gesù avrebbe potuto nascere un po' prima o un po' dopo, la precisione assoluta non è per gli storici (gli astronomi, che ne hanno più bisogno, hanno introdotto l'anno Zero nel Settecento, per cui per loro l'1 aC è 0, il 2aC è il -1, e così via). 

Strafalcione del Corriere della Sera, subdolamente fotografato 
prima che lo cancellassero il mattino del 4 gennaio 2018 dC (sec. XXI).

I veri problemi cominciano coi secoli: Gesù, in effetti oltre a essere nato negli ultimi giorni del primo Secolo prima di Sé Stesso, è anche vissuto nel primo secolo dopo di Sé Stesso. Si tratta del bug che affligge da sempre gli studenti di Storia, per cui quando contano i secoli con gli ordinali (ad esempio Beda è vissuto tra VII e VIII) devono ricordarsi di sottrarre cento numeri cardinali (infatti è nato a cavallo tra 600 e 700). Si potrebbe risolvere introducendo il concetto di Secolo Zero, ma poi non riusciremmo più a leggere correttamente tutti i libri che abbiamo scritto fin qui (e aggiungi il piccolo dettaglio che non abbiamo mai inventato un numero romano per indicare lo 0). È lo stesso bug per cui teoricamente i secoli finiscono il 31 dicembre dello '00, e non del '99. È un millenium bug che ci teniamo dai tempi di Beda, il quale probabilmente se sapesse quanti fastidi ci ha dato ne sarebbe costernato: per lui le cose dovevano essere il più possibile chiare e praticabili. 

martedì 19 maggio 2026

Il razzismo perde sempre (domenica, a Modena)


Il luogo dove Salim El Koudri ha investito le sue vittime è familiare non solo a qualsiasi modenese, ma credo a chiunque in città passi anche solo due o tre volte in una vita: in quel punto, nel Medioevo, la via Emilia usciva dalla città, sboccando appena fuori dalle mura in un grande spazio che oggi è un piazzale bello e complicato – aiuole, fontane monumentali, semafori, fermate dell'autobus, il teatro Storchi, e sul limite orientale cominciano già i condomini del dopoguerra – è un luogo meraviglioso, in realtà: è tutta Modena in una piazza sola, ma non ce la godiamo: abbiamo sempre fretta di andare da qualche parte a fare qualche cosa. La psicosi ha spinto El Koudri come un tonno verso la trappola: si è ritrovato all'improvviso nel punto in cui il piazzale si restringe bruscamente, diventa un Largo e poi una via pedonale. 

Quello che è successo è stato paragonato ad altri episodi, più o meno simili. Io non posso fare a meno di ricordare un'altra tragedia più cruenta, avvenuta nella mia città (Carpi, in provincia di Modena) sembra ieri ma sono già passati 15 anni. Un'anziana signora che aveva i permessi speciali per condurre l'auto nella piazza centrale – una piazza enorme – perse i controlli e uccise tre persone, una la conoscevo. Fu assurdo e terribile, tra l'altro in un giorno di festa: eppure nessuno perse tempo su internet per riversare odio su quella signora. Internet, garantisco, era più o meno la fogna che è oggi. Il motivo per cui nessun politico di livello nazionale si scomodò (e dire che c'erano dei morti), il motivo per cui nessuno promise inasprimenti delle pene e remigrazioni, è molto semplice: quella signora aveva un nome e cognome italiano. Tutto qui, non è nemmeno una questione di cittadinanza, perché Salim El Koudri è assolutamente italiano, nato in Italia da genitori italiani: una cosa che molti fanno fatica ad accettare, eppure controllate sulla Costituzione: è proprio così. 

Modena Today

Il motivo per cui a Carpi nel 2011 nessuno pensò al terrorismo, e a Modena nel 2026 alcuni hanno iniziato a parlarne quando le ambulanze non erano ancora arrivate in ospedale, ha a che fare semplicemente con un nome e un cognome arabo, e forse con un colore di pelle appena un po' più scuro della media modenese. Razzismo, puro e semplice: irradiato, nutrito e alfabetizzato da mandanti politici, alla luce del sole – magari dietro di loro c'è pure qualcuno che lavora nell'ombra, ma quel che riusciamo a vedere alla luce del sole è abbastanza chiaro, io mi accontento. Ho tutte le prove che mi servono per affermare che Matteo Salvini è un razzista (e un fallito); Giorgia Meloni è una razzista (e sta per fallire), Vannacci è un razzista (e fallirà). I giornali di Angelucci vendono, seminano e raccolgono razzismo: ma vendono poco, perché è scarso anche Angelucci. Molti commentatori razzisti, che in questi giorni vi hanno fatto incazzare in calce alle notizie, semplicemente non esistono: sono più o meno gli stessi bot che dovevano far vincere alla Meloni un referendum, e non ci sono riusciti. Gli italiani non saranno proprio tutti brava gente, ma somigliano più alla piazza Grande di domenica pomeriggio che ai commenti puzzolenti in coda al Resto del Carlino. Il razzismo sembra spesso invincibile, ma controllate su qualsiasi libro: alla fine perde sempre, è programmato per perdere (ce l'ha nel sangue...) Certo, occorrerà un'attenzione maggiore di quella che abbiamo avuto fin qui. Nei prossimi anni abbiamo una finestra di opportunità: la destra ha promesso tutto quel che poteva promettere e ha deluso tutti quelli che poteva deludere. È il momento non soltanto di vincere, ma di emarginare definitivamente una frangia che è minoritaria nel Paese, i cui successi dipendono sostanzialmente dall'accanimento di alcuni finanziatori, editori e comunicatori. Non chiedo leggi speciali, le leggi esistono già: promuovere l'odio razziale è già un crimine, che si può misurare in disagio sociale, in diffidenza, in morti e feriti: traiamone le conseguenze, i mandanti sono alla luce del sole. Andiamoli a prendere e facciamo in modo che non possano più inquinare i pozzi, non possiamo permettercelo. Schizofrenici ne avremo sempre (ma dobbiamo cercare di curarli); auto che non frenano automaticamente davanti a un ostacolo ne troveremo sempre meno; per quale motivo dovremmo continuare a tollerare invece il razzismo? Troppa gente comincia a ritenerlo un'opinione come un'altra, magari garantita dalla Costituzione – ecco, appunto no: tutto il contrario. 

Per quanto ci venga naturale associare luoghi e ricordi, vi sono certi spazi di transito così frequentati che i ricordi dopo un po' sono troppi, e si annullano tra loro (è uno dei motivi per cui bisognerebbe cambiare città, a un certo punto della vita). Francesco Guccini, che a Modena ci restò poco, in quell'unica canzone confessa candidamente di avere associato a molti angoli del centro i suoi sogni erotici. Ecco, appunto, bisognerebbe lasciare una città quando contiene quel tipo di ricordi; altrimenti poi succede questa cosa imbarazzante per cui il luogo in cui hai baciato una ragazza diventa lo stesso luogo in cui correvi di fretta per andare a lezione di guida, nonché lo stesso luogo in cui hai ricevuto una notizia di lavoro importante, nonché lo stesso luogo dove è avvenuto un fatto tragico di rilevanza nazionale. Un altro ricordo che non vorrei sbiadisse è uno dei tanti cortei che si fermò proprio lì, meno di un paio di anni fa, ed era una mobilitazione per la Palestina. Ecco, un altro motivo per cui un cognome arabo fa immediatamente pensare a un attentato, è che in un certo senso tutti ce lo aspettiamo. Sono quasi tre anni che a Modena vengono organizzati cortei e presidi. Una mobilitazione che non è importantissima per numero, ma è interessante per composizione: non è la prima volta che musulmani e autoctoni marciano assieme, ma non erano mai stati così sparsi, e insieme così compatti, al punto che ormai non riesci a separarli. Hanno le stesse bandiere, gli stessi slogan, e non si trova il modo per incriminarli: non fanno niente di male, a parte questa pretesa fastidiosa di denunciare un genocidio. Ora, non mi metterò a far la morale ai giornalisti: è chiaro che uno schizofrenico che investe sei persone fa più rumore di centinaia di musulmani che da tre anni protestano pacificamente. Vorrei solo cercare di spiegare perché di uno stragista col cognome arabo, Salvini Meloni Angelucci e Vannacci a questo punto avessero un disperato bisogno. È una cosa da tenere conto: quella è gente che quando capisce che sta per perdere, le prova tutte. Teniamone conto, prepariamoci. A presto. 

mercoledì 6 maggio 2026

Prima di abbaiare (ancora) a Galli della Loggia


Ma certo che ora potrei scrivere l'ennesimo pippone su Ernesto Galli della Loggia che qualcuno potrebbe trovare divertente, ma...

non è che sto personalizzando un po' troppo?

Me la prendo con gli individui, invece che coi problemi. Mi attacco a Fiano, e poi me la prendo con Battista, e poi con GdL... ma è proprio indispensabile? Come se poi ci fosse qualcosa di originale in loro, come se non fossero meri segnaposti, Large Language Model bloccati nella fase artigianale, quella in cui si prendevano giovani cervelli standard, li si nutriva con quel migliaio di pagine imprescindibili dopodiché potevano andare avanti come giocattoli a molla per trent'anni a scrivere sempre gli stessi pezzi: sì, compreso l'ultimo uscito sui pacifisti neghittosi e pavidi, che per quanto possa suonare sinistramente attuale nel momento in cui Trump forse ritira un po' di truppe Nato, è una cosa che GdL scrive periodicamente dagli anni Ottanta. E il giorno in cui GdL ci lascerà, perché il difetto congenito di questi Language Model artigianali è l'obsolescenza programmata del corpo umano, cambierà forse qualcosa? Qualcun altro ne prenderà il posto, magari con due o tre ritornelli diversi e una firma nuova... dunque perché fissarsi sull'unica cosa (la firma) che è destinata a cambiare? Gli individui non sono che puntini su una parabola: non sarebbe più interessante individuare la funzione che la descrive, nelle sue variabili sociali, economiche, esistenziali? Sì. 


Sarebbe più interessante, ma forse un filo meno divertente, e poi io non sono un sociologo: vengo da un altro dipartimento, sono abituato a studiare testi e identificare questo fenomeno forse secondario che sono gli Autori. Inoltre scrivo su un blog, e qui forse tocca spiegare, perché i blog sono morti e stramorti: ma in quel breve momento in cui ancora non lo erano, costituivano una specie di camera di compensazione per quelle povere persone che in Italia leggevano i giornali, passando quotidianamente da cosacazzo in cosacazzo. Avremmo voluto leggere cose interessanti, e invece in prima pagina c'era il temino di Panebianco. Avremmo voluto un po' di stimoli, e ci ritrovavamo il temino di Sartori. Cercavamo qualcosa di un po' dissonante, e invece trovavamo Ferrara coi suoi assoli di trombone. E così via, e via e via. Non sono nemmeno cambiati, e dire che sembravano già vecchi allora. Gente mediamente poco interessante, poco informata, molto orgogliosa delle proprie idee ricevute e soprattutto di sé, ma perché? Oggi – per fare un esempio – se Veltroni incontra un elettrodomestico e finge di intervistarlo, dai social parte una selva di pernacchie che in pochi minuti ci riconcilia con l'umanità, e perfino con Veltroni. Sul serio, vien quasi da difenderlo, povero vecchio che scambia uno specchio per l'interlocutore – del resto chi, se non Veltroni, potrebbe riconoscersi in un risponditore automatico. Probabilmente dice ancora grazie alla segreteria telefonica, e rimprovera il roomba perché non pulisce bene gli angoli. Ebbene una volta non era così: i giornali comparivano nelle edicole e sulle rassegne stampa, monolitici e sicuri della propria autorevolezza, e non c'era modo di insultarli, di farsi una ragione della loro trombonaggine, tranne annoiare i colleghi alla macchinetta. Io è da vent'anni che non annoio più un collega alla macchinetta, insomma i blog a qualcosa sono serviti. Certo, a questo punto si potrebbe anche tirare una somma e affermare che

                                                                abbiamo perso, ragazzi. 

Vent'anni che abbaio a Galli della Loggia, e nel frattempo Galli della Loggia si è ritrovato capo della commissione che ha redatto le Indicazioni Nazionali per l'insegnamento della Storia nei licei, a proposito sapete cosa faccio io tra un'abbaiata e l'altra, per vivere? Insegno, tra le altre cose, Storia nei licei.   

Ironico, no? Quel tipo di verità un po' scomoda che un LLM o un altro servo sciocco non ti dirà mai. Ho perso il mio tempo ad abbaiare alla luna? Avrei dovuto dedicarmi a qualcosa di più costruttivo? Indubbiamente, ma invece è andata così. Anch'io alla fine non sono che un puntino in una funzione più complessa, c'è un limite alle posizioni in cui avreste potuto trovarmi. Ero programmato per stroncare inutilmente gente come GdL, e così come senza alcun merito GdL occupa una ribalta nazionale, così nessuna colpa mi si può imputare se continuo a lampeggiare come l'allarme che rappresento: ATTENZIONE, TROMBONI. La responsabilità sarà di chi l'allarme poteva vederlo e l'ha ignorato. Dovrei smetterla? No, e perché mai. Tanto più che forse l'ora sta per scoccare, c'è un certo nervosismo nell'aria, i Tartari potrebbero arrivare da un momento all'altro, insomma no. Neanche se fossi in grado di smettere, non lo farei proprio adesso. Quindi eccomi qui: ora scriverò l'ennesimo pippone su Ernesto Galli della Loggia.

Anzi no, ormai il pezzo è finito.

Facciamo un'altra volta.

Gallidellaloggeide:

2025: "Se dalla facciata ci spostiamo un po' verso l'interno, notiamo come Valditara sia guidato, nella sua opera (contro)riformatrice, da un principio fondamentale: la centralità di Ernesto Galli Della Loggia, non in quanto pedagogo (non lo è), ma in quanto essere umano perfetto. Questa perfezione – che ritroviamo sottesa nell'incessante produzione saggistica dello stesso Ernesto Galli Della Loggia – non lo configura tanto come fine ultimo della Storia e/o della dialettica, alla Hegel insomma, quanto come obiettivo ideale a cui tendere, oserei dire idea platonica di italiano, formatosi a una scuola che non esiste più a causa dei malvagi sessantottini, finalmente sgominati. Se Galli Della Loggia è perfetto, il sistema scolastico che lo ha prodotto non può che essere il migliore di tutti i tempi; mentre le riforme che lo hanno modificato, impedendoci di assistere alla gemmazione di ulteriori Ernesti Galli Della Loggia, nient'altro che perniciose degenerazioni da abolire..."

2024: "Gli ultimi articoli che Ernesto Galli della Loggia sta mandando al Corriere, sulla scuola italiana e in particolare sulla questione dell'inclusione, sono davvero una fotografia spietata di uno dei principali problemi del sistema educativo nazionale. 

Ovvero Ernesto Galli della Loggia. 

È un grosso problema. 

Che un personaggio così continui a scrivere pezzi su realtà che non conosce, inanellando strafalcioni; che il Corriere gliene pubblichi; che i lettori ne parlino come se si trattasse di cosa seria, ecco questo è un enorme problema culturale di cui non ci preoccupiamo abbastanza.."

2024: "Proprio così, spudorato Ernesto, e quindi che senso ha chiederle se non si è vergognato appena un po', mentre confessava (in prima pagina sul Corriere) di non essere esperto di diritto internazionale, proprio lei che tante altre volte ci ha ricordato quanto sarebbe necessario applicare a scuola un po' di sana meritocrazia. Soltanto a scuola, evidentemente: laddove sulle prime pagine dei quotidiani nazionali è meglio che lo spazio sia riservato a cognomi illustri privi di competenza in materia e addirittura orgogliosi di rimarcarlo, affinché sia chiaro anche al più bue dei lettori che le materie non sono competenza di chi le studia, ma di chi è più lesto a suonare la trombetta del più forte, e ieri il più lesto è stato lei, complimenti: e le auguro una vita lunghissima, non solo perché possa vedere almeno un po' della distruzione e della sofferenza che sta auspicando, ma affinché possa vergognarsi di quel che ha scritto, e non solo domani e dopodomani, ma ogni mattino della sua vita, per miliardi di mattine..."

2018: "Non importa se la maggior parte dei lettori trova ridicola la predella: nel frattempo ci siamo rimessi a parlarne e qualcuno, anche uno su cento, magari non l'ha trovata una cattiva idea. E così, editoriale dopo editoriale, il frustino diventa uno scenario sempre meno improbabile. Soprattutto se nessuno ogni tanto si sobbarca il fastidio di intervenire per far presente che chi suggerisce una cosa così demenziale come un gradino in mezzo a un'aula evidentemente non conosce le normative in fatto di sicurezza – quelle su cui il personale scolastico è tenuto ad aggiornarsi a intervalli regolari. Proporre anche solo per scherzo una cosa del genere non tradisce solo una scarsa conoscenza della scuola contemporanea, ma un po' di tutto il mondo del lavoro..."

2017: "Quello che GdL sta proponendo (una legge che preveda iter diversi a seconda se il soggetto è musulmano o no) si chiama discriminazione su base religiosa: è esplicitamente proibita dalla Costituzione e dalla Dichiarazione dei diritti dell’uomo..."


2011La scocca è la base di tutto, perché rende i luoghi comuni resistenti al senso critico. E dev'essere aerodinamica, nel senso che deve offrire meno attrito possibile agli argomenti contrari. Deve dare l'immagine della coerenza, della logica, della rapidità, così che quando da lontano vedono passare il mio editoriale con tutti i luoghi comuni al posto giusto sulla scocca, tuo papà e tua mamma esclamano: “è tutto chiaro! Non c'è nulla da aggiungere, ha già detto tutto il Professore!”

domenica 3 maggio 2026

Chi chiacchiera sa tutto; chi ha sparato non sa più niente

Ogni popolo probabilmente si ritrova il giornalismo che si merita: i francesi ad esempio grazie a Zola ebbero il "J'accuse". Noi da Pasolini in poi siamo affetti da un genere un po' più stucchevole, che non possiamo che definire "Io so". I nostri opinionisti infatti sanno un sacco di cose, e quando è ora decidono di elencarle senza troppo preoccuparsi di rimandare a fonti o esibire prove. In un "Io so" si è cimentato, pochi giorni fa, Pierluigi Battista: lo scopo manifesto era fornire circostanze attenuanti a Eitan Bondì, perché almeno fino a due giorni fa l'idea generale è che ne avesse bisogno. Aveva preso di mira due manifestanti che indossavano fazzolettoni dell'ANPI, uno lo aveva colpita alla gola; una volta fermato dalle forze dell'ordine, aveva affermato di militare in una "brigata ebraica"; in casa si era scoperto che nascondeva un discreto arsenale. A quel punto, se avesse avuto un cognome diverso (magari un po' arabeggiante), e un incarnato più olivastro, i nostri più pregiati opinionisti non avrebbero esitato ad annunciare la scoperta di una cellula terroristica; ma Eitan Bondì è un ebreo romano, e gli ebrei romani, ci spiega Battista, vivono in un "clima fetente e irrespirabile", nei "bassifondi della disperazione". "Ma io so che chi parla e delira di “gruppi para militari” ebraici è un cialtrone. Io so, e a differenza di Pasolini, ho pure le prove": che sarebbe un finale ad effetto, se seguisse un link alle "prove": invece no, Battista ce le ha ma non ce le fa vedere, e del resto sarebbe difficile riuscire a provare che "l’Anpi non dice mai niente e si arroga il diritto di cacciare gli ebrei dalle manifestazioni del 25 aprile" proprio all'indomani di un 25 aprile in cui tanti ebrei hanno marciato liberamente in mezzo ai manifestanti senza che nessuno ci trovasse qualcosa da dire

Battista non è cognitivamente equipaggiato per rendersi conto che si contraddice da solo: la sua missione sarebbe negare che esiste un "gruppo paramilitare ebraico", e la sua strategia è suggerire una situazione di accerchiamento in cui la nascita di un simile gruppo paramilitare sarebbe perfettamente giustificata... però non esiste! E chi dice che esiste è un cialtrone! Tra le varie cose che Battista sa di sapere, c'è che "dopo il 7 ottobre a Roma hanno sfregiato la targa che ricorda il piccolo Stefano Gay Taché, ucciso dagli eroi anti sionisti nell’ottobre del 1982 davanti al Tempio Maggiore". Già l'associazione tra l'Anpi a un atto di vandalismo è cosa che lascia perplessi, ma Battista va decisamente oltre, definendo "eroi anti sionisti" i terroristi del gruppo di Abu Nidal che uccisero Gay Taché: contribuendo nel suo piccolo a quell'incessante opera di strumentalizzazione che va avanti ormai da quarant'anni su una povera vittima innocente; per Battista tra un commando terrorista eterodiretto e chi grida 40 anni dopo a un corteo "Palestina libera" non c'è poi tutta questa differenza, lui "lo sa" e ha pure "le prove". Prove che non esibirà mai, anche perché si è poi scoperto che non servono.

Eitan Bondi, infatti, non proviene dai Bassifondi della Disperazione. Non respira un Clima Fetente e Irrespirabile. E soprattutto non milita in nessuna brigata ebraica. Lo ha negato recisamente, appena ha potuto parlare con un buon avvocato. Subito dopo non ha più saputo spiegare perché ha mirato in faccia due sessantenni col fazzolettone dell'Anpi. È qualcosa di inspiegabile, assurdo, lo Straniero di Camus. Siamo dunque pregati, anzi intimati, di credere che Bondì andasse in giro senza alcuna motivazione politica con una pistola ad aria compressa (forse modificata, comunque in grado di inferire lesioni gravi) durante una manifestazione antifascista, e senza alcun motivo politico abbia preso di mira due persone che portavano su di sé simboli dell'Associazione Nazionale Partigiani d'Italia. E perché no?

La gente fa cose assurde – a vent'anni, specialmente. Bondì la Digos lo conosceva già, ma chissà quanti fascicoli apre la Digos, su quanta gente (ciao agenti Digos). La gente non sa quasi mai spiegare perché combina cazzate, chi più chi meno (i maschi a vent'anni più più che meno). L'assurdità però, per quanto possa avere una sua efficacia in tribunale ("il mio cliente non sa spiegare perché ha preso di mira proprio quelle persone, proprio quel giorno"), rischia di scatenare poi il complottismo, perché chi agisce senza sapere il perché, spesso non sa di essere stato agito da qualcun altro: il fatto che non conosca il senso delle proprie azioni non significa che altri non lo conoscano. Bondì non sembra un matto che spara a casaccio per vendicare irrazionalmente le proprie frustrazioni: perlomeno, se lo fosse, avrebbe usato una pistola vera: magari il fucile a pompa che gli hanno trovato a casa. 

Tutto lascia pensare che Bondì volesse ferire, sì, ma non troppo: e con proiettili non mortali e non tracciabili; probabilmente per ottenere una reazione. Insomma stava provocando, e forse non se ne rendeva nemmeno conto. Forse imitava altre persone che due anni prima avevano lanciato bombe carta sui manifestanti – e lui probabilmente c'era. Bondì stava giocando ad alzare la tensione, e in questo senso ha fallito il segno, i cortei sono andati avanti pacificamente. Ma anche una volta identificato, Bondì non ha rinunciato a muoversi come una pedina di questo specifico gioco: ha reclamato la sua appartenenza a una non specificata brigata ebraica, e si è fatto trovare con un arsenale: il che dovrebbe spingere qualcuno (nella logica della tensione) a pensare: ma insomma, questi fanno sul serio, questi sono armati, armiamoci anche noi.   

Poi è arrivato l'avvocato, e l'approccio è radicalmente cambiato. Per una singolare coincidenza, l'avvocato che ha convinto Bondì di non rappresentare nessuna frangia della comunità ebraica romana... è l'avvocato della comunità ebraica romana. Così almeno ho letto in giro. Però magari mi sbaglio. Non so mica tutto. Anzi non so quasi nulla. Io.

venerdì 1 maggio 2026

I giacigli ai senzatetto

C'è un posto giù in città in cui, mi hanno detto,
un tizio onesto che si dà da fare
procura dei giacigli ai senzatetto:
un letto a chi non l'ha, e può riposare.

Certo, là fuori è ancora ingiusto il mondo:
il povero arricchisce il suo padrone;
tra i due il divario resta assai profondo –
non migliora così, la situazione.

Però... per una notte, un marciapiede
non è il supplizio a qualche poveraccio:
lo sbirro di pattuglia non lo vede,
non lo percuote il vento, o uccide il ghiaccio.

(Ma tu che leggi e ti commuovi, ora,
non andare via, leggi un po' ancora): 

Dicevo, quella notte il marciapiede
non è letto di morte a un poveraccio:
lo sbirro che lo cerca non lo vede,
e invano infuria il vento, e gela il ghiaccio...

...però qua fuori è ancora ingiusto, il mondo:
il povero arricchisce il suo padrone,
tra i due quel solco è sempre più profondo –
No. Non cambia così, la situazione.

(da Brecht)

giovedì 30 aprile 2026

Fiano is fishing for fischi

Ieri mattina Emanuele Fiano aveva tante opzioni davanti a sé, per il suo post mattutino, che tutti ci aspettavamo. 

Avrebbe potuto denunciare l'atto di pirateria compiuto dalla marina israeliana, che ha rapito i militanti della flotilla in acque internazionali. 

Avrebbe potuto tornare sul caso Eitan Bondì, magari stigmatizzando chi nella sua comunità continua a minimizzare (che vuoi che siano quattro o cinque proiettili sparati con una pistola ad aria compressa ad altezza del volto, contro sessantenni che manifestavano con simboli dell'ANPI). 

Avrebbe potuto denunciare quel clima di allarmismo e paranoia senza il quale il giovane Bondì non solo non si sarebbe messo a sparare per strada, né a collezionare armi a casa. Avrebbe potuto chiarire meglio quella cosa che ha ripetuto anche in seguito in tv, ovvero che Eitan si sbaglia quando afferma di far parte della Brigata Ebraica perché... "A Roma la Brigata Ebraica non esiste". Il che ci lascia abbastanza perplessi: invece a Milano esiste? Cioè esistono persone che si definiscono brigatisti ebraici? Da quel che si era capito, esiste un museo della Brigata Ebraica che da anni tenta di valorizzare la partecipazione (tutto sommato marginale) di questa brigata di volontari (non partigiani) sul fronte italiano; esiste senz'altro una manifesta volontà di strumentalizzare quest'esperienza per infastidire i cortei milanesi del 25 aprile esibendo bandiere che somigliano molto a quelle israeliane, quando non sono semplicemente israeliane; ma qualcuno con le stesse insegne almeno fino al 2024 sfilò anche a Roma (e fu da quello spezzone che partirono bombe carta contro gli altri manifestanti, mentre Riccardo Pacifici minacciava una giornalista). Per cui una cosa che Fiano avrebbe potuto fare, ieri mattina, era mettere un po' più in chiaro le cose, come altri stanno facendo. 


Invece ha deciso di scrivere questa cosa , che sembra un tweet ma è stata pubblicata su Facebook, con un hashtag lunghissimo che lascia intendere una vera e propria campagna socialmediatica nei suoi confronti. Insomma, se c'è l'hashtag dev'essere una cosa abbastanza grossa, no? Così uno ci clicca sopra, immaginandosi chissà quale diluvio di antisemitismo nei confronti del povero Emanuele Fiano e...

Non trova niente. Cioè, no, aspetta, qualcosa c'è.

Il post di Fiano. Basta.

Si è scritto l'hashtag da solo?


Concediamo il beneficio del dubbio: magari l'algoritmo di FB – lo stesso algoritmo che mi ignora ogni volta che gli faccio notare un insulto razzista – ha prontamente riconosciuto l'antisemitismo latente in quella richiesta così perentoria, "cacciamoFianodalPd", e ha cancellato tutti gli altri post salvo quello di Fiano, Sarà andata così. E comunque, hashtag o non hashtag, qualcuno senz'altro avrà espresso stamattina la volontà di cacciare Fiano dal Pd, o no? Magari Fiano ha semplicemente drammatizzato la situazione, per esigenze teatrali. 

Come quando disse di avere riconosciuto tra  gli studenti universitari che lo contestavano qualcuno che faceva "il gesto della P38" – un gesto che non c'è in nessuna foto, e peraltro che gesto è? Perché forse davvero negli anni Settanta era un gesto immediatamente riconoscibile, ma già vent'anni dopo non rammento nessuno che lo facesse o lo riconoscesse. Ora gli anni sono cinquanta e gli universitari non necessariamente sanno che la P38 è una pistola.

Oppure come quella volta che in mezzo a una grande manifestazione in solidarietà del popolo palestinese, Fiano trovò uno striscione che non gli era piaciuto e chiese al mondo intero di dissociarsi. Il 25 aprile invece Fiano sfilava con la cosiddetta Brigata Ebraica; e anche se aveva affermato la propria contrarietà a portare bandiere israeliane, queste bandiere erano davvero molto vicine, ad esempio sulle spalle di un individuo impresentabile con cui Fiano discute della necessità di non spostarsi, di restare lì, in attesa che un po' di gente venga spostata o "manganellata" dalle forze dell'ordine. 

Perché a quanto pare è successa questa cosa, che la "Brigata Ebraica" abbia bloccato per tre ore uno spezzone del corteo che non riusciva ad andare avanti. E perché l'ha fatto? Fiano avrebbe potuto spiegare meglio questa cosa. 

Magari in seguito lo farà. Nel frattempo avanzo un'ipotesi: restare fermi in mezzo a un corteo, con bandiere invise al resto del corteo, per una o due o tre ore... non è molto diverso da presentarsi su facebook, di prima mattina, con un hashtag magari inventato, segnalando nient'altro se non la propria presenza a chi non ci trova simpatici. C'è chi in società va a pesca di complimenti: chi si comporta come Fiano va a pesca di insulti. Perché se irrompi su facebook con un post del genere, qualcuno nei commenti che ti vuole veramente fuori dal PD lo trovi. L'hashtag magari è fasullo, ma è senz'altro autoperformativo. 

Allo stesso modo, se ti pianti in mezzo a un corteo – ben scortato dalla polizia – e lo blocchi per due o tre ore, qualcuno prima o poi qualcuno che ti insulta lo incontri per forza. I manifestanti del 25 aprile però devono essere stati straordinariamente permissivi e tolleranti, perché in tre ore tutto quello che Fiano e i suoi compagni sono riusciti a sentire è stata una frase – una sola!: "Siete solo saponette mancate"

Non sono nemmeno riusciti a registrarla, per cui dobbiamo fidarci – come dobbiamo fidarci quando dice di aver visto il "gesto della P38". Dobbiamo fidarci, come quella volta che due sionisti litigarono in un ristorante, se ne andarono senza pagare, ed Emanuele Fiano stigmatizzò il crimine antisemita. Eccetera eccetera. Dobbiamo fidarci perché altrimenti dovremmo pensare che migliaia di persone, il 25 aprile, sono passate di fianco a Fiano e compagnia, li hanno visti sbandierare simboli che ormai rappresentano un genocidio, e hanno fatto finta di niente. Dovrebbero essere davvero stati i manifestanti più civili del mondo. E allo stesso tempo, non ci sarà qualcosa di segretamente antisemita in tanta tolleranza, tanta tacita pietà nei confronti di chi disperatamente cerca di mendicare un insulto, qualcosa che dia un senso alla propria militanza, alla propria identità che esiste soltanto se è accerchiata, minacciata nella sua stessa esistenza, mantenendosi a colpi di allarmismo e paranoia? Forse si fa ancora in tempo a emendare il ddl sull'antisemitismo, ad aggiungere un codicillo: fermo restando che se insulti i sionisti sei antisemita... anche se li ignori, se li costringi a uscire in strada e sbandierarsi in mezzo alla gente, a inventarsi gli hashtag nella speranza che qualcuno si fermi a dirgli qualcosa di brutto, beh, sì, dai, sei antisemita lo stesso. E qualche pallino in faccia te lo meriti, che sia di avvertimento. 



martedì 28 aprile 2026

Gli sposi promossi (in Quarta)


Le abbiamo attese a lungo, le nuove Indicazioni nazionali per i licei: quelle che qualche giornalista sbrigativo continua a chiamare “programmi”. Le abbiamo attese al varco, soprattutto da quando un anno fa, le Indicazioni per le scuole primarie e secondarie di primo grado diedero a molti osservatori la sensazione di un imperioso ritorno all’ordine: alle poesie a memoria, al latino, a una Storia più rigorosamente occidentale, e così via.

Così, quando finalmente abbiamo potuto scorrere le bozze, forse siamo rimasti un po’ delusi. Anche stavolta si ha la sensazione di un documento composito, non solo stilato da mani diverse (com’è giusto che sia), ma da autori che tra loro non sempre dialogano, o forse a un certo punto hanno deciso di non dialogare: non condividono nemmeno l’ortografia. Di spunti interessanti ce ne sono parecchi, ma stavolta ad attirare l’attenzione dei giornalisti è stato lo spostamento della lettura dei Promessi sposi dal secondo anno al quarto. Un dettaglio tutto sommato secondario, ma decisamente in controtendenza rispetto a quanto potevamo aspettarci. Lo stesso Valditara ha messo immediatamente le mani avanti, confessando le sue “perplessità” sulla specifica questione. Le indicazioni (lo dice il nome) non sono obblighi: gli insegnanti possono continuare ad affrontare il romanzo di Manzoni nel momento in cui preferiscono (in teoria potrebbero anche saltarlo del tutto). Ma intorno alle Indicazioni ruota l’editoria scolastica, che trova nell’incessante opera riformatrice dei ministeri un’ottima occasione per giustificare nuove edizioni aggiornate e corrette; e l’attesa dei genitori, che i libri li comprano, e in generale si aspettano che a scuola l’insegnante segua un determinato “programma”, molto spesso tarato sui ricordi delle loro esperienze scolastiche... (continua su Rivista Studio)

lunedì 27 aprile 2026

La Geostoria non è affatto sparita

[Questo articolo è uscito sul Manifesto del 24 aprile]. Addio Geostoria, dunque? Tra le promesse che il ministro aveva annunciato appena insediato, vi era l'abolizione di questa strana materia che forse non è mai nemmeno esistita – un residuo della riforma Gelmini, che non partiva da considerazioni pedagogiche quanto dalla necessità di tagliare un po' di lezioni qua e là, per contenere i costi. Al tempo si era ritenuto che due ore di geografia settimanali nei bienni dei licei fossero troppe, da cui l'idea di levarne una e accorpare l'ora residua all'insegnamento della Storia. Così nacque, all'inizio del decennio scorso, la Geostoria, ovvero (in sostanza) tre ore alla settimana per arrivare in due anni dalla preistoria all'anno Mille – e se avanza del tempo magari offrire agli studenti anche qualche cenno di geografia. Se si considera che i ragazzi che approdano oggi al liceo hanno studiato l'antichità soltanto alle Primarie, è chiaro quanto fosse forte il rischio che la Storia si mangiasse la geografia era molto forte. Ma almeno i libri da comprare si riducevano da due a uno solo, con un po' di risparmio per i genitori. 

Tutto questo finisce a settembre: "la Geostoria scompare". Così almeno sta scritto nel comunicato che annuncia la pubblicazione delle bozze delle nuove Indicazioni nazionali per i licei: dove inoltre si afferma che si tratterebbe "forse" della "novità più attesa dagli addetti ai lavori". Chi poi, tra questi addetti, si è messo effettivamente a leggere le bozze, non ha tardato a scoprire la fregatura – che in effetti era abbastanza prevedibile. 

Nelle nuove indicazioni, infatti, in mezzo a tante belle parole che per la prima volta includono anche considerazioni molto interessanti sull'uso dell'AI – considerazioni così lucide, così ben scritte, che per un momento fanno sospettare che l'AI stia letteralmente parlando di sé stessa – a un certo punto si arriva a una specie di scoglio, uno spigolo che nessuna retorica è riuscita a levigare. Un "monte ore". All'inizio della voce "Geografia", in luogo di un trionfale proemio che saluti il ritorno di questa Cenerentola tra le discipline, si trova questo paragrafo, abbastanza secco: "Nel primo biennio di tutti i percorsi liceali "Storia e geografia" sono due discipline con un proprio assetto epistemologico il cui insegnamento è rimesso ad un unico docente come da ordinamento... Il monte ore annuale complessivo delle due discipline è di 99 ore per ciascuna delle due classi del primo biennio".

Troverete la stessa asciutta formulazione in ogni versione della bozza: in quella del liceo artistico, come in quelle del liceo classico, linguistico, scientifico, eccetera. Ed è l'unica volta in tutto il documento che si accenna a questo dettaglio così pedestre, il "monte ore". Ovvero la quantità di ore da dedicare non più alla terribile Geostoria, ma a Storia e a geografia. Nella pratica poi saranno sempre un po' meno, perché si sa, una settimana c'è un progetto, un'altra settimana c'è una visita d'istruzione, e poi lo scambio, l'autogestione, eccetera eccetera. Ma accettiamo comunque il dato lordo. Le nuove indicazioni ci dicono che lo stesso insegnante dovrà contenere l'insegnamento di Storia e di geografia in 99 ore. Sono tante? Sono poche? Dipende. 

Ma una cosa è sicura: sono esattamente le stesse che l'insegnante aveva quest'anno. Tre alla settimana. 

E dunque insomma sì, il ministro ha abolito la Geostoria: ma con cosa l'ha rimpiazzata? Le ore sono le stesse. L'insegnante è lo stesso. Anche il cosiddetto 'programma', in sostanza, non è cambiato: bisogna sempre portare dalla preistoria all'anno Mille adolescenti che non hanno mai sentito parlare di Socrate e di Traiano. Quello di geografia magari si è un po' rimpolpato, ma nella pratica il tempo per aggiungere concetti non c'è, e quindi siamo al punto di prima. 

Ora, non è che gli "addetti ai lavori" possano sorprendersi più di tanto, ormai. Poteva forse Valditara avesse ripristinare davvero una cattedra di geografia decente, con un monte ore passabile? E con che risorse? Migliaia di ore di lezione in più, di cattedre in più. Laddove se c'è una cosa che abbiamo capito, in questi anni, è che le uniche riforme consentite sono quelle a costo zero. Almeno per le casse dello Stato. 

Per le famiglie, non è detto. Infatti, a ben vedere, un cambiamento c'è. Il prof rimane uno solo, le ore rimangono tre, i programmi più o meno gli stessi. Ma i manuali saranno di nuovo due, invece di uno solo. Ed è facile immaginare che costeranno un po' di più. 

sabato 25 aprile 2026

È stata una bella giornata (anche per chi voleva litigare)

Gazzetta di Modena

Oggi è stata una giornata bellissima, forse la prima davvero calda di quest'anno. Il cielo era limpido e ovunque la gente festeggiava. Mi è capitato di passare da tre città – tutte abbastanza piccole, ma l'Italia è fatta di città piccole, anche se gli italiani non lo sanno. Soprattutto non lo sanno a Roma e a Milano, dove si scrivono per lo più i quotidiani cosiddetti nazionali, che però ormai non si leggono nemmeno a Milano e Roma, quindi perché prendersela. Soprattutto oggi, una così bella giornata. 

Oggi milioni di italiani sono usciti nei parchi, nelle piazze, anche solo nelle strade: hanno mangiato, bevuto, ballato e giocato. Chi si sente libero fa queste cose. Alcuni hanno anche partecipato a manifestazioni, che per la stragrande maggioranza si sono svolte senza intoppi. A volte le autorità sono state contestate – nella mia città è successo, come è normale che succeda, in democrazia. È la prova che siamo liberi, è l'essenza stessa della festa che abbiamo festeggiato oggi.

Certo, su molti giornali 'nazionali' domani non leggerete questo. Leggerete che ci sono state delle contestazioni gravissime. Se poi uno vorrà davvero aprirli, quei giornali, scoprirà che sono avvenute tutte a Milano o Roma, e che hanno coinvolto i soliti quattro gatti con le solite bandiere di una Brigata Ebraica in cui non hanno potuto militare e che hanno deciso di rappresentare: e l'hanno deciso per il preciso, specifico motivo di provocare tutti gli altri manifestanti, che ormai associano alla stella di David il regime sionista e genocida che è al potere in Israele. Ne abbiamo già parlato tante volte, ne parliamo tutti gli anni, ed è proprio questo il punto. Invece di festeggiare, dovremmo tutti gli anni soffermarci su questa cosa minuscola, che succede soltanto in un corteo su cento, in una città su mille. Una minuscola frangia (i sionisti italiani, sempre più arrabbiati e impotenti) di una piccola comunità (gli ebrei italiani, poche migliaia concentrate in alcuni centri) devono assolutamente ottenere quest'attenzione. Tutto intorno, in centinaia di città e comuni, tutti festeggiamo senza accorgercene, ma di questo non si deve parlare. Si deve stigmatizzare chi si è lasciato provocare da loro, che invece di provocare avrebbero un sacrosanto diritto; si deve parlare di loro, del fatto che non hanno potuto sventolare le loro bandiere (che nelle foto sventolano eccome), non hanno potuto marciare dal punto A al punto B come si erano prefissati di fare, del fatto che qualcuno li ha offesi: li ha offesi al punto che non torneranno mai più – e invece l'anno prossimo, vuoi scommettere? Risuccederà tutto da capo. 

Questa cosa, che era noiosa dieci anni fa, adesso è patetica. Soprattutto in una giornata bella come quella di oggi. C'era il sole, c'era un po' d'aria, c'era tutto quello che serviva per stare bene, e dio solo sa quanto ne avremmo bisogno... eh no. Dobbiamo litigare. Dobbiamo litigare per la solita bandierina. Dobbiamo litigare per i soliti quattro gatti che devono avere il titolo sul telegiornale, la foto sulla prima pagina di domani. Poche centinaia di persone, concentrate in una o due città, definitivamente bollite nell'acqua di cottura del loro narcisismo patologico. 

La soluzione sarebbe molto semplice: ignorarli. È pur vero che, quando è successo, è proprio dal loro spezzone che sono partite bombe carta: ma il punto non è tanto ignorarli in manifestazione. Ignorare i giornali che ne parlano, ignorare i tromboni che stavano prendendo fiato da una settimana, che avevano già il pezzo indignato nel cassetto. E ormai mi sembra che siamo a buon punto. Andarsi a mangiare una grigliata, tirare due colpi a un pallone, ballare a un concerto; e lasciarli intanto al loro brodo, a leggersi e indignarsi a vicenda. In attesa che nella Gaza Riviera siano pronti quegli attici vista mare in cui andranno a godersi la pensione. 

mercoledì 22 aprile 2026

Dio comunque non è una statua

(In tv ho visto immagini più
definite. Invece su internet sono
pixellate,
per proteggerci dalla blasfemia). 
A chi c'è rimasto molto male, per aver visto un crocefisso preso a mazzate da un soldato – immagine certo potentissima – vorrei ricordare questa cosa: 

Gesù non ha mai detto una cosa del tipo "chiunque fa male a una statua, a un'immagine, una raffigurazione scolpita o dipinta, è come se l'avesse fatta a me". Non sta scritto in nessun vangelo, regolare o apocrifo. Non risulta proprio. 

In un vangelo invece, dei più famosi, Gesù dice: "tutte le volte che avete fatto ciò a uno dei più piccoli di questi miei fratelli, lo avete fatto a me" (Matteo 25,40).

Quindi, insomma, sì, è fastidioso vedere un tizio prendere a mazzate una croce. Sicuramente è un atto di prepotenza. Qualcuno potrà considerarlo un atto di intolleranza – qualcuno potrebbe parlare di blasfemia. Ma quel qualcuno non sta citando le scritture. Secondo il vangelo non è offendendo un pezzo di legno o di gesso, che si offende Gesù Cristo. Secondo il vangelo, il Cristo non è una statua di legno o di gesso. È il prossimo nostro. A partire dai "più piccoli" (la Vulgata li definisce "minimis": non sono i bambini – non necessariamente – sono le persone più umili). 

Chi si indigna in questi giorni per un crocefisso preso a mazzate, si rende conto che ben più concrete mazzate hanno distrutto un'intera regione del Libano, hanno raso al suolo Gaza, e stanno erodendo quel che resta dei palestinesi in Cisgiordania? Qualsiasi cosa viene fatta ai fratelli del figlio di Dio, la stanno facendo al figlio di Dio. E chi sono i fratelli del figlio di Dio? Grande domanda. 

Io credo siano tutti gli esseri umani. 

Ora, capisco benissimo perché le immagini di un crocefisso vandalizzato possano funzionare meglio di quelle di un profugo libanese ucciso, o di una casa distrutta. Ma se ogni tanto mi sento di dover ricordare che le statue sono soltanto pezzi di legno e di gesso, non è per far notare la mia formazione di matrice illuministico-materialistica, o non soltanto, insomma... vi sto citando il Vangelo. Il Vangelo. Matteo Venticinque Quaranta. Uno delle formulazioni più alte del cristianesimo e (quindi) dell'umanità. La regola aurea (non fare agli altri ciò che non vuoi sia fatto a te) portata alle estreme conseguenze da chi in un Dio ci crede e lo ritiene arbitro del bene e del male: tutto ciò che fate, lo fate a me. Vi state uccidendo? Mi state uccidendo. Vi state stuprando? Mi state stuprando. Vi state bombardando? Mi state bombardando. 

State vandalizzando una mia immagine? 

È veramente l'ultimo dei vostri problemi. 

The Jefferson Cut

***

Che poi alle volte io me lo chiedo ancora – alla mia età è imbarazzante: ma sono un cristiano? In questi giorni tra l'altro la cosa grazie a Trump sta tornando di moda, forse sarebbe il momento di buttarsi dalla parte dei giusti. E però...

E però una cosa che mi è restata, della mia educazione cattolica, è l'idea che il cristianesimo sia una cosa seria. Non è un supermercato dove puoi entrare, prendere quel che ti piace e lasciare sugli scaffali le cose che detesti. Tante altre fedi o ideologie accettano questo approccio – il cristianesimo secondo me no. Il che non significa che molti si comportino proprio così, ma è proprio quel tipo di poser che chi è cresciuto in chiesa sgama subito. Insomma se volessi dirmi cristiano, subito dopo dovrei ammettere di essere un pessimo cristiano, e quindi preferirei di no. 

E però.

Dentro a quel supermercato c'è almeno una cosa alla quale non riesco a rinunciare. Non è tra i prodotti più in vista – ho la sensazione che un sacco di frequentatori lo ignori completamente – ma se uno guarda bene, alla fine è un prodotto originale: poi magari qualcuno lo ha copiato, ma è qualcuno che deve averlo preso da lì. Potrebbe essere la cosa più importante che ha messo in commercio la ditta. Potrebbe essere la chiave di tutto. Ed è proprio quel versetto, Matteo Venticinque Quaranta. Qualsiasi cosa voi farete a chiunque, l'avete fatta a Me. (Ce n'è un'altra, poco sotto, altrettanto importante: qualsiasi cosa non avete fatto, non l'avete fatta a Me).

Il tizio che sta distruggendo quel pezzo di legno, alla fine cosa pensava di fare? Di bestemmiare Dio? No, perché il suo Dio non è raffigurabile. Di ovviare a una bestemmia, piuttosto, perché certe culture non hanno mai accettato la distinzione tra Dio e la sua immagine: se ti fai un'immagine di Dio sei un idolatra. Dunque stava contribuendo a liberare il mondo dall'idolatria, come certi martiri che distruggevano le statue pagane – e sicuramente sperava di offendere gli idolatri che davanti a quella statua si inginocchiavano. Questa di solito è l'interpretazione più efficace: i simboli si distruggono per offendere le persone che a quei simboli credono. Non è così anche da noi? E noi cosa possiamo replicare? 

Potremmo replicare che offendere le persone è sbagliato. Lo è quasi sempre. Ma perché? Sembra banale, eh? Ma immaginate di essere davanti a quel tizio con la mazza, magari cresciuto in seno a istituzioni che ne fomentavano la predisposizione più o meno naturale alla prepotenza. Spiegategli che offendere le persone non è giusto. In base a cosa non è giusto? 

Mah. Potremmo risalire alla dichiarazione dei diritti dell'uomo. Ma su cosa si basa, quella dichiarazione? Ecco, non è tanto chiaro. 

Nel frattempo il tizio ha una mazza in mano ed è convinto di avere un preciso diritto ad adoperarla. Contro persone che evidentemente ne hanno meno di lui. Lui sta vincendo una guerra: non è quindi giusto che lo sconfitto soccomba, e che i suoi idoli vengano distrutti? Ci sono libri molto antichi e abbastanza espliciti su questo punto. Alla sua logica – perché c'è una logica, sempre, anche nella più delirante e prevaricatrice delle ideologie – cosa potete opporre? 

Che le guerre sono sbagliate? Chi l'ha detto? 

Che il prepotente prima o poi sarà castigato? Quando, dove, e da chi?

Che l'uomo non deve prevalere su un altro uomo? E perché no? Non ci sono stati, dall'alba della Storia, popoli eletti e popoli vinti?

Certo, potreste obiettare che gli uomini sono tutti uguali davanti alla legge – ma dove sta scritta questa cosa, che peraltro nessuno è mai riuscito a realizzare concretamente?

Il primo signore che provò a metterla per iscritto la espresse così: "Noi riteniamo che certe verità siano autoevidenti; che tutti gli uomini siano stati creati uguali, e che siano stati dotati dal loro Creatore di alcuni inalienabili Diritti". Quel signore, la cui definizione gode tuttora di un indiscutibile successo, possedeva degli schiavi – a volte sì, anche in senso carnale – il che forse significa che questa illuminazione sul fatto che tutto sommato siamo tutti uguali potrebbe essergli venuta a letto, mentre osservava qualcuno apparentemente tanto diverso – eppure alla fine non così tanto. 

Lo stesso signore possedeva anche un Vangelo, ma aveva con quel libro un rapporto molto particolare. Certe cose gli piacevano molto, altre davvero non le sopportava. Insomma era quel tipo di cristiano da discount che io non vorrei diventare. Lui addirittura si era procurato un taglierino apposito e ritagliava i versetti che secondo lui non erano Parola di Dio. Matteo Venticinque Quaranta, però, non l'ha tagliato. Grazie a Dio, o a Thomas Jefferson, ma insomma, il punto è un po' questo. Voi ci credete che tutti gli uomini sono uguali? 

Vi rendete conto di quanto sia paradossale questa affermazione? Perché anche lasciando stare le stature, le culture, il ceto sociale, e soprattutto la melanina (alla fine per tanta gente è davvero soprattutto un problema di melanina) – insomma non c'è una sola persona uguale all'altra al mondo. Infatti di solito si soggiunge "...davanti alla legge": siamo tutti uguali davanti alla legge. Il che è già un po' più vero, ma non così tanto. La nostra Carta, che non sarà la più bella del mondo ma almeno non è la più ipocrita, lo riconosce già nello stesso articolo 3: ci sono degli "ostacoli di ordine economico e sociale", ed è addirittura compito della Repubblica rimuoverli. (A volte mi domando quali altre Repubbliche si siano date un compito in nero su bianco sulla propria Carta. Magari nessuna).  

Quindi: siamo tutti uguali, salvo che non è vero. Siamo tutti uguali davanti alla Legge, salvo che nessuna legge è già così precisa, e nessun giudice davvero così imparziale. E allora in che senso siamo uguali? Spiegalo al tizio con la mazza in mano. Io e Thomas Jefferson, a quel punto non avremmo scelta: siamo uguali davanti a Dio. Il che significa che Dio esiste, o quanto meno significa che noi ci crediamo, perché altri punti di riferimento per poter credere in questa cosa incredibile, a quanto pare non li abbiamo trovati. Siamo uguali, l'ha detto il tizio che stai distruggendo in effige. Ha detto che qualsiasi cosa fai a noi, la stai facendo a lui. Lo ha detto, e siccome lo ha detto, e noi ci crediamo, lui è Dio. Puoi distruggerne un'immagine, ma non puoi distruggere l'idea. O forse puoi, ma devi passare su di noi. Noi siamo tutti uguali, io in questa cosa ci credo. Se non è vera, non ha più senso niente. Amen. 

giovedì 16 aprile 2026

E i sovranisti? Dove son nascosti?

Quando un Paese comincia a inabissarsi, chi è abbastanza intelligente si è calato dalla scialuppa di sicurezza già da mò. Ne consegue che sulla tolda che cala a picco restano soltanto i mediocri – se non proprio gli scemi, i quali invece di provare la paura, il panico che sarebbe logico provare... si esaltano. È il loro momento di dare degli ordini, ordini che magari nessuno ascolterà e senz'altro nessuno metterà in pratica, ma è pur sempre una grande soddisfazione finalmente alzare la voce e dare gli ordini. Voi magari non barattereste una lunga vita con quel singolo momento in cui tocca a voi giocare all'ammiraglio, ma appunto: non siete scemi, voi.

È probabile che prima di arrivarci, Giorgia Meloni pensasse a palazzo Chigi come al coronamento degli sforzi di una vita – in particolare una ricompensa per essere rimasta all'opposizione negli anni in cui con Draghi tutti gli altri contendenti si ritagliavano una fettina di oneri e di onori. Sicuramente non si aspettava di trovarsi incastrata in quel palazzo nel momento più critico della Storia della repubblica – il primo capo del governo pubblicamente sconfessato da un presidente USA al telefono, mentre tocca tagliare fondi alla salute e all'istruzione per evitare che la benzina superi i due euro al litro. E che altro? Beh, il papa. Si tratta di scegliere tra Washington e Vaticano, salvo che non è proprio una scelta, vero? È il tipico bivio cattolico: sei libero di prendere la strada che vuoi, ma quella che non conduce a noi porta all'inferno (se esiste), passando per una sconfitta elettorale (quella esiste di sicuro). 

Verrebbe quasi da compiangerla, Giorgia Meloni, nella sua semisolitudine: stritolata dalle forze che stanno facendo esplodere il mondo, chi ha accanto in grado di consigliarla? Crosetto, che non ci dorme la notte; Giorgetti, che un po' di calcoli li sa fare, e devono essere terribili. Nel frattempo i Berlusconi fanno capire di non essere soddisfatti, il casting è già aperto – ma chi vorrebbe davvero prendere il posto di Giorgia Meloni, oggi? Bisogna essere incoscienti, come lei qualche anno fa – e sembrano cento. 

Davvero, verrebbe da compiangerla – poi pensi al decreto sicurezza, e ti passa subito. Che soffrigga il più possibile, Giorgia Meloni, e con lei tutti i sovranisti da operetta che hanno ammorbato il discorso pubblico negli ultimi vent'anni. Perché nella sua demenza non semplicemente senile, alla fine Trump non fa che portare un discorso molto semplice alla sua logica conseguenza: l'Italia sta con noi, l'Italia si è fatta fottere per trent'anni da una classe padronale che aveva nessuna intenzione di trovare un'alternativa pulita al consumo di idrocarburi (che non possiede!) Ne consegue che l'Italia deve aiutarci con lo stretto di Hormuz. Non ha proprio alternative, no? Ora, io non posso essere sospettato di simpatia per Donald Trump, ma in un ragionamento del genere non trovo nessuna falla: e allora perché Giorgia Meloni non ubbidisce? Domanda retorica: ci perderebbe le elezioni. E va bene. Ma i suoi elettori? 

Dove sono tutti quei sovranisti della prima ora, quelli che volevano portare a casa i marò con un "blitz militare"? Ora che si tratterebbe di salvare il Paese dal tracollo energetico, dove stanno? Capisco che per la maggior parte non siano nell'età giusta per correre ad arruolarsi, ma – almeno qualche manifestazione, no? Persino contro i russi l'anno scorso qualche pensionato si animava, e voi? Non ce l'avete più con gli iraniani? Ho sentito dire che sono molto tirannici, e musulmani! Com'è che nessuno tira Giorgia per la giacchetta, com'è che nessuno la supplica di inviare fregate e torpediniere? Dove vi siete nascosti, vecchi piscialetto. Il generale in prepensione, che fa? È entrato in un bagno genderless e non riesce più a uscirne? 

È probabile che prima di arrivarci Giorgia Meloni pensasse a palazzo Chigi come a un trionfo personale: ed eccola qui, il capo del governo più imbelle nel momento più grave. Ci consola, mentre ci incliniamo verso il fondo, la speranza di essere un esempio per chi ci sta intorno e chi verrà dopo: vedi cosa succede, ad affidare un Paese a demagoghi e padroncini ignoranti. Guarda con che capitani ci tocca affondare.

mercoledì 15 aprile 2026

domenica 12 aprile 2026

La sofferenza di Emanuele Fiano


Venerdì è stato il giorno della passione di Emanuele Fiano, segretario nazionale di Sinistra per Israele: e se per caso vi stavate preoccupando di altre cose – stragi in Libano, Hormuz ancora chiuso, voli annullati, potremmo restare senza fertilizzante... ecco, sì, va bene, siamo evidentemente entrati in una crisi mondiale dalla quale forse non si uscirà senza una catastrofe, ma cerchiamo di mettere le cose in prospettiva. Venerdì Emanuele Fiano era molto preoccupato.

Per le centinaia di vittime civili in Libano

Ma no. 

Peraltro Israele ci ha prontamente fatto sapere che almeno la metà erano militanti di Hezbollah, quindi meritevoli di morte, e che per Israele un rapporto di una vittima innocente ogni vittima colpevole è assolutamente civile e degno dell'esercito più morale del mondo, per cui no, Emanuele Fiano non era preoccupato di questo.

Per la reputazione di Israele?

Perché questa idea che il mondo stia per andare in fiamme semplicemente perché Netanyahu ha convinto Trump che una guerra all'Iran era fattibile, e ora Netanyahu non può essere convinto che un cessate il fuoco è necessario – ecco, tutto questo pare stia incidendo negativamente sulla reputazione di Israele nel mondo, perlomeno così dice Jonathan Safran Froer e chi siamo noi per mettere in discussione la premessa di J. S. Froer – ovvero che Israele, prima di questa guerra, avesse ancora una reputazione da difendere. Verrebbe la voglia di supplicare gli obiettivi libanesi, i gazawi che patiscono la fame, i cisgiordani che vengono quotidianamente aggrediti e uccisi dai coloni: perché vi ostinate a farvi colpire? Non capite che così facendo, consentite a Israele di minare la propria reputazione? Non trovate ci sia dell'antisemitismo in tutto questo? Una situazione oggettivamente preoccupante: forse che Emanuele Fiano era preoccupato di questo?

No. 

Emanuele Fiano venerdì era molto preoccupato – mettetevi seduti – perché il PD milanese ha proposto in consiglio comunale di ritirare il gemellaggio tra Milano e Tel Aviv. Un gemellaggio, capite. Con Tel Aviv. Si può restare in un partito che si ritira da un gemellaggio?

 

Evidentemente si può, perché dopo una notte di "sofferenza", ha usato questa parola, Emanuele Fiano ha deciso di restare nel PD. Di ciò mi sembra necessario ringraziarlo, non solo a nome di tutto il partito, dei militanti e dei sostenitori, ma più in generale dell'umanità tutta, in nome della quale traggo il mio sospiro di sollievo. Sappiamo che l'angelo di Dio promise ad Abramo che avrebbe risparmiato Sodoma, se solo vi avesse trovato dieci uomini giusti; per come poi andarono le cose mi sembra evidente che non li trovò... ma chissà, forse grazie all'eroica sopportazione di Emanuele Fiano, il PD potrebbe essere risparmiato da un'analoga ira di Dio. 


Chi segue Fiano e Sinistra per Israele da un po', credo abbia ormai familiarizzato con la sofferenza di Emanuele Fiano. È un patimento storico, con radici profonde, che si rinnova ad ogni stagione. Fu nello scorso autunno, ad esempio, che Emanuele Fiano soffrì per le contestazioni ricevute durante un'assemblea all'università di Venezia. In quell'occasione il fior fiore dei cattedratici e degli opinionisti si mobilitarono per gridare: vergogna! Emanuele Fiano non è stato fatto entrare all'università!

Anche se in effetti nell'università c'era entrato.

Va bene – rispose il fior fiore –  ma è terribile questa cosa che non lo abbiano fatto parlare, no?

Certo che era terribile, anche se in effetti, Emanuele Fiano aveva assolutamente parlato. 

Va bene, però è terribile questa cosa che non lo abbiano fatto finire, che lo abbiano cacciato via, no?

Indubbiamente era terribile. Benché in effetti Fiano fosse rimasto finché gli inservienti non gli avevano chiesto, scusi, ci scusi, signore, l'università alle 19 chiude.


Chiunque altro di fronte a questa ennesima provocazione avrebbe ceduto, lasciando le aule in balia di chi doveva pulirle per il giorno dopo: chiunque altro, ma non Emanuele Fiano ("Non potevo accettare anche quella prevaricazione"). L'episodio, spiegò, gli aveva ricordato quanto era successo a suo padre: davvero, subire una contestazione all'università gli aveva ricordato quando suo padre, dopo il 1938, avendo perso i diritti civili, non era più potuto entrare a scuola. E in effetti se ci pensate è più o meno la stessa situazione, no? Che differenza c'è tra essere contestati da un gruppo di studenti all'università e diventare un cittadino di serie B che non può più godere del diritto allo studio? Se lo chiedete a Emanuele Fiano, nessuna differenza: e quindi non chiedetemelo a me, magari mi verrebbe una risposta diversa e probabilmente, a questo punto, antisemita.  

Così insomma venerdì la sofferenza di Emanuele Fiano ha rischiato di traboccare, perché qualche membro del suo partito aveva osato proporre di ritirare un gemellaggio con Tel Aviv. Una città dove "centinaia di migliaia di persone hanno chiesto la fine della guerra"... ecco, se davvero l'hanno chiesta (e se davvero sono "centinaia di migliaia") si potrebbe quantomeno obiettare che non l'hanno proprio ottenuta: forse per Fiano è l'intenzione che conta – ma anche l'intenzione potrebbe incrinarsi, se a quelle "centinaia di migliaia" (facciamo decine di migliaia?) giungesse notizia che il comune di Milano ha sospeso un gemellaggio. 

Sono cose che succedono, no? Tu scendi in piazza per manifestare contro qualcosa che in coscienza ritieni sbagliato. Il tuo governo ti reprime, ti malmena persino, ma tu resisti... finché non giunge un messaggero con la ferale notizia: il Comune di Milano ha sospeso il gemellaggio! No.  

A quel punto puoi essere il telavivese più eroico, ma davvero, come si fa? Come si può lottare per un mondo migliore con la consapevolezza di non avere più il Comune di Milano al tuo fianco? Perlomeno questo mi sembra il ragionamento di Emanuele Fiano, il quale poi giustamente aggiunge: e allora perché non chiedete anche la sospensione del gemellaggio con San Pietroburgo? Già. Qualcuno a quel punto ha persino osato obiettare che il gemellaggio con San Pietroburgo è stato già sospeso: rilievo abbastanza indelicato, nei confronti di una persona che si sta impegnando con tutte le sue forze per difendere Israele con le armi retoriche che Israele suggerisce, la più popolare tra le quali in questi mesi è lo specchietto putiniano. Chiunque si permetta di criticare lo Stato Ebraico, anche solo di fischiarlo allo stadio, deve essere messo di fronte a un simile impietoso dispositivo: perché non hai fischiato altrettanto i russi? Ti abbiamo sentito, che li fischiavi più piano. Così fanno da anni, e mica si può pretendere che smettano così, d'un tratto, semplicemente perché non è così che funziona – che ne sappiamo alla fine noi di come funzionano le cose? Noi viviamo nel mondo reale, forse dovremmo accettare che Fiano è in un mondo diverso. 

Un mondo dove la reputazione di Israele conta più della nostra vita, di quella di chi ci sta intorno: un mondo dove Israele non solo ha diritto di esistere, ma ne ha molto più di noi. Un mondo dove il PD non è un partito di centrosinistra, votato da milioni di persone che si preoccupano della crisi medio-orientale e mondiale, e dell'escalation armata a cui il governo israeliano (non troppo osteggiato dall'opposizione israeliana) sta trascinando l'umanità, no: in questo mondo il PD ha un senso solo se Emanuele Fiano, vincendo una troppo giusta ripugnanza, continua a militarvi; portando in dote certo non un cospicuo pacchetto di voti (gli ebrei milanesi essendo poche migliaia, e quelli sionisti persino meno), ma quel quid arcano e imperscrutabile senza il quale davvero forse l'angelo di Dio potrebbe distruggerci, da un momento all'altro. Questo Emanuele Fiano non lo vuole – per ora – e per questo motivo dobbiamo essergli grati. A lui e agli altri nove giusti che devono pur esserci al mondo, oggi. 

Domani boh, vediamo. 

giovedì 9 aprile 2026

Se non metti in ordine arriva Donald Trump


Donald Trump è da anni il caso di megalomania più noto e studiato al mondo, che altro potrei aggiungere a questo punto? Che ci ha fatto rivalutare George W. Bush, Berlusconi, Putin, gli ayatollah? Che l'angoscia dei patrizi romani, mentre aspettavano che un pretoriano più coraggioso di un altro si avvicinasse all'imperatore pazzo e lo soffocasse coi cuscini, scompare di fronte a quella dei cittadini del mondo che al mattino controllano sul telefono se una civiltà non è stata nuclearizzata nottetempo per capriccio? Mi limito a confessare una cosa: io continuo a trovare qualcosa di rassicurante, in Donald Trump. La sua ignoranza, la sua mitomania, la sua ostentata volgarità, la sua ridicola pretesa di capire il mondo mentre il mondo lo strozza, la sua arroganza, sono troppo reali per esserlo davvero. Per quanto possa essere malvagio, resta un malvagio da melodramma, da telefilm. Ti aspetti che calchi i toni perché prima o poi sarà punito, e il pubblico avrà la soddisfazione che pretendeva dallo spettacolo. Ed è come lui stesso lo capisse, un lampo di lucidità che lo percorre proprio nei momenti in cui sbrocca più forte. Non può durare, Donald Trump: è programmato per perdere, e perdere male. Si tratta soltanto di capire quanta gente dovrà rimetterci, prima della scena risolutiva. Magari miliardi. Ma non credo sia possibile una Storia dell'uomo in cui Trump non venga sconfitto e punito – e se esiste, è la Storia di un animale che ha scoperto l'intelligenza per puro caso e vi ha rinunciato abbastanza presto, non costituendo nessun vantaggio evolutivo: invece di aiutarlo ad adattarsi all'ambiente, lo distruggeva. 

Ripeto: o la nostra civiltà finisce con Trump (e potrebbe), o nei resoconti storici prossimi venturi Trump sarà il fantoccio da irridere, il simbolo di cosa succede alla democrazia se non poti i populismi e i razzismi sul nascere, l'esempio da evitare intorno al quale costruire daccapo un intero sistema educativo, sociale e politico. A chi chiederà: ma perché dobbiamo tassare i patrimoni? risposta: Donald Trump. Perché dobbiamo destinare così tante risorse alla formazione di una classe dirigente illuminata e competente? Perché altrimenti poi succede Donald Trump. Perché abbiamo smesso di bruciare idrocarburi? Per evitare un altro Donald Trump. Perché devo mangiare le verdure? Donald Trump non le mangiava. 

martedì 7 aprile 2026

Un'intera civiltà morirà stanotte

 

Comunque andrà, una civiltà è morta davvero. 

E magari qualcosa di rivoluzionario può succedere, chissà?

venerdì 3 aprile 2026

Sul fronte meridionale


È più o meno il ventennale di quella volta che Berlusconi disse: ""Ho troppa stima dell'intelligenza degli italiani per pensare che ci siano in giro così tanti coglioni che votano contro il proprio interesse". Citazione testuale che subito qualcuno pensò di male interpretare, lanciando alti strali perché B. aveva dato dei coglioni agli elettori di sinistra. B. aveva semplicemente suggerito che l'orientamento al voto dipenda molto più dagli interessi percepiti che da altri fattori (l'appartenenza, l'ideologia, l'inerzia, ecc.). Nell'occasione si era mostrato più materialista di molti avversari a sinistra, e i risultati di quella tornata elettorale non gli diedero torto. Promise di abolire la tassa sulla prima casa, e i proprietari votarono per lui. Da lì in poi la tassa sulla prima casa non è più stata ripristinata. Ma la domanda è: prima che B. promettesse, all'ultimo minuto di una tribuna elettorale, di abolire l'ICI, gli stessi proprietari stavano tutti pensando di votare Prodi?

È da trent'anni che gli esperti si dicono convinti di sì, che le elezioni si vincano al Centro: e che è quindi opportuno, soprattutto in campagna elettorale, tentare la fascia moderata con proposte il più possibile moderate – detassare i proprietari di prima casa mi sembra l'esempio più felice, anche se B. quelle elezioni non le vinse: le pareggiò. Quando si fa presente che a insistere troppo sul Centro si rischia di disaffezionare la fascia estrema, gli esperti fanno spallucce: in un modello bipolare gli estremisti non hanno alternative. O si turano il naso e votano moderato, o non votano proprio (il che a volte significa votare liste e candidati che non hanno chance). Inutile dire che di questo modello bipolare essi sono i più convinti fautori. Trent'anni fa speravano che l'introduzione del bipolarismo li avrebbe resi preziosi come l'ago della bilancia; quelli che nel frattempo sono cresciuti nel sistema non concepiscono proprio che ne possano esistere altri. Contro la loro tesi, noi incalliti anti-bipolari non abbiamo che invocare i fatti: non è che non funzioni, il bipolarismo; semplicemente non esiste. Per quanto il sistema elettorale possa essere truccato fino a costringere gli elettori a scegliere tra un rosso e un blu (entrambi convergenti verso il centro) senza altre opzioni, gli italiani sono ugualmente riusciti a inventarsele e a votarsele: vedi il drammatico risultato del 2013, quando un partito nato dall'insoddisfazione degli italiani per Berlusconi e per il PD si prese un terzo dell'elettorato. L'Italia non è bipolare e non c'è motivo per cui debba diventarlo – se si esclude l'interesse di qualche piccola lobby e di qualche grande proprietario che vorrebbero piazzarsi al centro e determinare ogni futura scelta con un piccolo pacchetto di voti. La scommessa dei centristi, che i centristi perdono sempre, mentre ai margini nascono formazioni magari altrettanto effimere, ma che attraggono in meno tempo molti più elettori. 

Completiamo quindi l'ipotesi di Berlusconi (l'elettore vota per curare i propri interessi) con un corollario: quando non ci trova nessun interesse, l'elettore semplicemente non vota. Questo forse ci aiuta a capire cosa sta succedendo al sud, cosa Meloni & co. non hanno capito, e cosa rischiamo di non capire anche noi. 

Uno dei modi in cui ci mentono le mappe è il fatto che dietro ogni colore ce ne potrebbero essere altri. Se in una provincia il rosso spunta sul verde di pochi punti percentuali, noi coloriamo la provincia di rosso e non ci accorgiamo più di quanto verde comunque c'era sotto. Tanti errori si potrebbero correggere con un uso più attento delle sfumature: ma le bugie a volte diventano soltanto più sottili. Ad esempio guardate questa. 


Questa è la carta archetipica – i forestieri ci sfottono, dicono: tutte le vostre carte sono così. Nella fattispecie, si tratta dell'affluenza al voto del 2022, ma potrebbe essere il 2018 o il 1964: la gente va a votare più al nord che al sud, fine. Se poi aggiungi che il nord è più popolato, capisci perché i demagoghi storicamente abbiano preferito tarare i propri messaggi sui capannonici che sugli elettori meridionali. E però. 

E però nella cartina ci sono numeri scritti in piccolo, che potrebbero dirci un'altra cosa. Ad esempio che in Campania (terza regione d'Italia per popolazione) nel 2022 ha votato il 55% degli aventi diritto. E quindi? Se guardassimo una cartina del 2018, troveremmo più o meno lo stesso colore, ma... aveva votato il 68%. Questa cosa vale più o meno per tutto il sud: nel 2018 andarono a votare centinaia di migliaia di elettori in più – ed è vero che nel complesso votarono soprattutto per il M5S. Giuseppe Conte era ancora un insigne sconosciuto. Nel 2022 invece era il leader del M5S, e in quanto tale mantenne un buon risultato soprattutto al sud, che evidentemente riconosceva nel M5S l'unico partito che tutelava i suoi interessi: ma in quell'occasione centinaia di migliaia di elettori non andarono a votare. Stanno ora parzialmente rientrando, perlomeno in un'occasione in cui non dovevano votare per un partito o per un leader, ma semplicemente per dire NO a una riforma del centrodestra. 

L'errore di valutazione di Giorgia Meloni e del suo staff sta probabilmente qui. Per mesi girava l'idea che una maggiore affluenza al voto avrebbe premiato il Sì – è successo l'esatto contrario, ed è successo al sud. Un territorio che Fratelli d'Italia, e in generale il centrodestra, avevano sacrificato nel 2018, con un calcolo che almeno fino a quel momento si era rivelato corretto: si trattava di scegliere tra promettere ai capannoni la flat tax e l'abolizione del tetto sul contante e al meridione il mantenimento del reddito di cittadinanza. Il centrodestra scelse i capannoni e vinse; nell'occasione, molti suoi sostenitori meridionali non passarono al M5S o alla sinistra, ma semplicemente non andarono a votare. Meloni & co. hanno commesso l'errore di continuare a considerare quei non-elettori un esercito di riserva, una quinta colonna che in occasione del referendum si sarebbe fatta viva, ma perché? Per ideologia, per appartenenza, per inerzia? Ma la gente non vota per queste cose: ricordate cosa diceva Berlusconi?

La cartina ci dice anche che Giuseppe Conte non è esattamente il fulmine di guerra che qualcuno sta cominciando a celebrare. Perlomeno non lo era nel 2018, quando comunque poteva rivendicare la gestione di un paio di governi (che però avevano varato misure impopolari). Magari lo sta diventando ora; in certi casi l'opposizione corrobora. Ma chi davvero votava per il Reddito di Cittadinanza, lo ha già votato nel 2022. Se nel frattempo il centrodestra si inventa qualcos'altro – sembrano abbastanza suonati, ma non è detto – il meridione è assolutamente contendibile, lo dice proprio il rosso di quella cartina. Anche solo l'affluenza in Campania può oscillare di 15 punti percentuali, e sono centinaia di migliaia di voti. 

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