domenica 23 ottobre 2011

Ed invece venne il cervo

C'è una strana storia che racconta Mattia Feltri, di Putin e Berlusconi che scannano un cervo (o meglio: Vlad lo scanna e Silvio sviene). Ma cosa significa?



Ho una teoria (#96). Sull'Unità. E si commenta là. Buona mitopoiesi.


C'è una strana storia che mi è tornata in mente in questi giorni, anche se potrebbe non essere vera, anzi credo proprio che non lo sia. Chiamiamola leggenda. La leggenda vuole Vladimir Putin e Silvio Berlusconi a spasso per la taiga, soli, senza testimoni o interpreti, in un freddo mattino russo. D'un tratto, mentre discutono in qualche misteriosa lingua comune, Putin estrae l'arma di precisione e abbatte qualcosa o qualcuno. Vanno a vedere cos'è: è un cervo. La leggenda descrive quindi Putin sventrare con una lama affilata e pochi gesti esperti l'animale, estrarne il cuore ancora caldo e porgerlo al Presidente del Consiglio, che a quel punto sbianca e forse sviene, come in fondo sarebbe potuto succedere anche a noi.

La leggenda la raccontò qualche mese fa sulla Stampa Mattia Feltri, senza spiegare da che fonte l'avrebbe ottenuta – del resto come si vede la vicenda non prevede terzi testimoni: in scena ci sono solo Vlad, Silvio e un cervo che nemmeno li vede arrivare. È una storia davvero suggestiva, ma negli ultimi tempi forse tra bunga bunga e telefonate ai latitanti di aneddotica sul nostro presidente ne abbiamo avuta fin troppa. Forse era destino che un episodio così ambiguo, di non immediata interpretazione venisse presto dimenticato: anch'io dopo qualche mese non ero nemmeno più sicuro di averlo letto davvero. Per fortuna c'è internet, che in pochi secondi me l'ha confermato: non me l'ero sognata, la leggenda del cuore di cervo esiste. Ma cosa significa?

A prima vista la leggenda parla dell'umanità di Silvio Berlusconi, descritta in contrasto con la ferinità del suo collega autocrate russo. Quest'ultimo è descritto più o meno come lui stesso ama presentarsi ai media: un uomo pronto a tutto, energico, dai riflessi pronti e duttile come un agente segreto: non sa solo ammazzare un cervo al primo colpo, ma è anche in grado di macellarlo seduta stante. Invece Berlusconi no. Berlusconi è disposto a seguire il suo collega ovunque, per amicizia e per ragion di Stato, ma è ancora un essere umano, con le sue debolezze. Feltri probabilmente aveva in mente qualcosa del genere quando sceglie di mettere la storia per iscritto.

Più in profondità c'è la simbologia dell'animale, che nelle culture indeuropee è spesso associato ai cicli stagionali di morte e rinascita. Possiamo immaginare come il pensiero di assicurarsi un nuovo ciclo di potere debba assillare i due vecchi cacciatori. Putin sembra già aver trovato una soluzione, annunciando che succederà al suo successore designato Medvedev – un Crono che mangia i suoi figli. Berlusconi, che non ha mai trovato un Medvedev, un figlio buono da mangiare, ha molte più difficoltà, e forse il dono del cuore allude a questo. Ma il cuore a sua volta porta con se altri garbugli di significato: per le antiche culture dei cacciatori era la sede dei sentimenti (e Putin la strappa via), del coraggio (e Putin la offre a Berlusconi). Sia come sia, la leggenda emette un giudizio: Berlusconi non è pronto, Berlusconi non è adatto. Ma a cosa?

Ecco la mia teoria. Nei boschi Putin ha voluto mostrarsi a Berlusconi per quello che è: un assassino svelto, spietato e competente. Questo significa essere tiranni, e questo Berlusconi non è mai riuscito ad accettarlo. Quando il suo capitolo sarà finalmente finito, avremo a disposizione infinite etichette per lui: lo chiameremo corruttore e forse ladro. Arriveremo a dire che fu un capitano d'industria senza scrupoli, ma sarà solo una metafora: non era un capitano vero, e scrupoli ne aveva, anche per i suoi nemici. L'enorme amore che nutriva per sé stesso finiva per rifrangersi su ogni oggetto vicino e lontano, impedendogli di odiare davvero qualcosa o qualcuno con la determinazione dei tiranni. Dovremo ammettere che aveva tanti difetti, ma non era un violento – fosse stato un violento, forse avremmo avuto quel regime che si è annunciato per vent'anni ma è sempre rimasto nell'aria, un progetto irrealizzabile, come il Ponte sullo Stretto.

Non era un violento, ma nel suo mestiere di presidente e ministro degli esteri ha preteso di trattare coi violenti senza scrupoli come Gheddafi, come Putin. Forse lo sorreggeva l'idea di aver trattato con successo, anni prima, con qualche capetto mafioso – ma un tiranno gioca in una serie diversa, e forse Putin, nel linguaggio dei simboli, ha voluto farglielo notare: tu, piccolo italiano che ogni tanto vieni a trovarmi, e dici di essere mio amico, ma hai capito di che amici ti devi circondare? Siamo assassini, è così che ci conquistiamo il futuro. Noi ogni giorno ci svegliamo con le mani lorde di nuovo sangue: perciò non stimiamo per forza lo straniero che col suo sorriso da venditore ce le viene a baciare.http://leonardo.blogspot.com


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