domenica 10 maggio 2015

La democrazia che gli inglesi invidiano a D'Alimonte

L'Inghilterra è salva, ci avvisa D’Alimonte. Fino all’altro ieri era “sull’orlo della ingovernabilità”, oggi gli elettori tirano un sospiro di sollievo, “hanno un governo di maggioranza. Questo esito è il prodotto del sistema elettorale” (pur non bello come l’Italicum, progettato dal prof. D’Alimonte).

Il renzismo ci tira fuori il peggio. Prof, se il sistema inglese serve a ottenere dei governi stabili monocolore, perché 4 anni fa non funzionò? Con appena lo 0,8% in meno, Cameron dovette rassegnarsi all’umiliante coalizione coi liberali di Clegg. Eppure l’economia non collassò, non vi fu peste o carestia, la Scozia non invase la Northumbria. Alla fine molti britannici hanno persino deciso di tenersi Cameron (non Clegg). Se a Londra s’insedierà un monocolore, sarà una delle eccezioni in Europa.

Il sistema britannico ha ragioni storiche. Nasce per garantire un rapporto diretto tra elettori ed eletto, non per garantire "governabilità". Ma D’Alimonte scrive per un ceto politico che si presenta ancora sotto choc per l’esito inglorioso del Prodi II: se una coalizione raccogliticcia e senza una solida maggioranza era ingovernabile, qualsiasi coalizione al mondo deve esserlo: e va evitata a ogni costo. Non è solo un problema di 10% (che è comunque parecchio): è l’ingenuità con cui si pensa che la litigiosità italiana si risolva con una legge o un algoritmo; l’insolenza con cui si insiste a proporre questa “narrazione”, come si chiama adesso. Io la chiamo ancora cattiva fede.

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