mercoledì 20 novembre 2019

In Emilia non sta succedendo niente?

Circolate, non c'è niente da vedere
Vorrei riuscire a scriverlo senza nessun intento polemico nei confronti delle adunate delle Sardine – perché davvero, settemila persone che sotto la pioggia di questi giorni decidono di scendere in piazza contro Salvini non sono affatto una cattiva notizia – ma qualcuno dovrà pure scriverlo settemila persone furiose contro Salvini non sono nemmeno una notizia, a Modena.

Nel centro di una città universitaria, di una provincia con una delle più alte percentuali in Italia di residenti di origine non italiana: e ciononostante, nessuna impennata nella criminalità: un luogo dove anche un opinionista tremebondo alla Rampini la sera non solo non avrebbe paura a circolare, ma diciamolo, si annoierebbe parecchio; che settemila persone si diano appuntamento anche in una serata così fredda e umida è cosa che fa piacere, ma stupisce? Si sa che poi in amore e in campagna elettorale tutto è permesso, e se c'è la possibilità di incorniciare un frame in cui Salvini finalmente diventa l'antipatico rosicone, tanto meglio. A Modena lunedì non è neanche voluto entrare, si è fermato ai margini: meglio così. Ma non significa che in febbraio non possa vincere in Emilia-Romagna, anzi. Dipende da quanta gente andrà a votare, e da questo punto di vista lasciate perdere i sondaggi: si tratta di un vero mistero.
Morisi la sta prendendo bene,
da consumato social media manager
quale egli è
Le ultime elezioni per la Regione Emilia-Romagna si celebrarono cinque anni fa, e oltre alla consueta (ma non scontata) vittoria del centrosinistra, registrarono un dato realmente bizzarro: un'affluenza alle urne bassissima. Fino a quel momento l'Emilia era considerata una delle regioni in cui si votava di più. Cinque anni fa erano già stati fatti tutti i discorsi sulla stanchezza del centrosinistra locale, sul lento declino della sua classe dirigente-digerente, sull'inevitabilità del tracollo di quella che solo da molto lontano, e attraverso lenti opportunamente deformate e colorate poteva ancora essere vista come una regione "rossa". Poi si andò alle urne e Bonaccini (PD) surclassò il suo contendente 50% a 30%: tutti i discorsi sull'inevitabile declino ecc. furono messi nel cassetto, ed eccoci qui. Cos'è cambiato in cinque anni? Quasi niente, direi io, ma è un effetto dell'età: il 2014 mi sembra ieri. La società post-industriale è rimasta post-industriale, la crisi in certi comparti non è finita, il livello delle acque è sempre più allarmante e i mezzi per correre al riparo non sono tutti a disposizione di Bonaccini.

Temo che la vera differenza tra il 2014 e il 2019 non abbia molto a che vedere con le istanze del territorio, ma con i cicli della politica italiana che vista da qua sembra una specie di carrozzone che si ferma ogni tanto, un Cantagiro: il 2014 era l'anno di grazia di Renzi, il 2019 è l'anno della caduta di Salvini. Già nel 2014 i politici locali si erano ridotti a chiamare Renzi, per cercare di fare notizia su tv e quotidiani (anche solo di informare gli elettori sul fatto che in novembre si votava). Nel 2019 succede lo stesso, salvo che a fare notizia è Salvini: entra a Modena o si ferma fuori? eccetera. Con Bonaccini che nel frattempo probabilmente si domanda: ma tutta questa attenzione, mi serve davvero? Perché è vero che cinque anni fa vinse col 50% (in realtà un 49%, ma non sottilizziamo), ma lo ottenne con appena seicentomila voti, più o meno la metà di quelli raccolti da Vasco Errani cinque anni prima. Fu quasi una vittoria per abbandono, e avrebbe dovuto far riflettere già allora gli osservatori che sostenevano inevitabile lo sfondamento di Renzi al centro.

Sia alle elezioni europee che alle emiliane di quel magico 2014, Renzi non sfondò esattamente al centro, ma fece una cosa più curiosa: tolse agli elettori di centrodestra la voglia di andare a votare. Che non è un effetto da sottovalutare, anzi. Di fronte a un candidato di centrodestra insipido (e il centrodestra emiliano è sempre riuscito a trovare candidati particolarmente insipidi), l'elettore-tipo di centrodestra si guarda intorno e scopre che comunque il candidato di centrosinistra non solo non mangia i bambini ma ha atteggiamenti e mentalità parzialmente sovrapponibili a quelli del centrodestra (l'ansia per il "decoro", l'ossessione per le "eccellenze"). A quel punto lo va a votare? naaah. Sta a casa. E giustamente: che vinca l'uno o l'altro, che differenza fa per lui? Ha già vinto in partenza.

Questo è più o meno lo schema con cui il PD ha tenuto in Emilia-Romagna, perlomeno fino all'arrivo di Salvini. Qui le cose potrebbero complicarsi, perché l'elettore-tipo di Salvini è un po' meno moderato e ha una serie di istanze che con tutta la più buona volontà il PD locale non può assorbire: no tasse, no euro, no gender, no tutto. A questo punto, se fossi in Bonaccini, spererei che di elezioni in Emilia-Romagna si parlasse il meno possibile: con un po' di culo magari un sacco di gente si sveglierà un lunedì di febbraio scoprendo che bisognava votare il giorno prima. Ma a questo punto arrivano le Sardine e tutti si mettono a parlare delle elezioni in Emilia-Romagna, ahi, qui ora bisogna inventarsi qualcosa. E intanto piove, e i ponti sono chiusi.

1 commento:

  1. "... piove, e i ponti sono chiusi."

    i porti invece no. daje che je la famo pure stavolta.

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