Da qualche parte ho intravisto un pezzo che dimostra che l'economia russa sia ormai entrata in una fase di crisi irreversibile. Un pezzo che probabilmente troverei più credibile se non ne avessi letto simili già 4 anni fa – dopodiché è pur vero che prima o poi, se prevedi morte e disperazione, ci azzecchi: è il trucco dei profeti da Isaia in giù. Non mi costa insomma molto credere che la Russia sia in crisi: tra l'altro anche i segnali sul fronte confermano un arretramento. Il passaggio logico che mi costa un po' fatica, mentre vedo che molti lo danno per scontato, è che per questo valeva la pena combattere (anzi per questo valeva la pena far combattere e morire un milione di ucraini), che questa specie di catastrofe sociale sia un obiettivo auspicabile per noi, nel medio-lungo termine. È un'idea che molti danno per scontata: se la società va in crisi, non può che seguirne una fase di rivolta che porterà a democrazia e libertà. È la stessa idea che ha portato gli USA a isolare Cuba e a complicare la situazione con l'Iran, eccetera. Non è un'idea illogica, anzi è per molti versi verosimile: ha soltanto il grosso difetto che non si è verificata praticamente mai. A Cuba il castrismo ha battuto ogni record di durata per un regime, in Iran (contrariamente alle attese) gli ayatollah non smollano, eccetera. Ma più in generale, fatevi venire in mente una nazione in cui il regime interno sia collassato perché una lunga guerra o un embargo internazionale avevano reso la vita molto più dura agli abitanti. A me non ne viene in mente nessuno, tanto che mi verrebbe da formulare l'ipotesi inversa: le guerre esterne possono aiutare una classe dirigente a cementare la propria posizione.
Se comincio ad andare indietro arrivo a un decennio molto più promettente in cui i regimi sì, cadevano: cadde il Muro di Berlino, cadde l'apartheid; ma non caddero a causa di guerre esterne o di una situazione di embargo imposta con la forza. Allo stesso tempo credo che il mito fondativo dei regime changer sia proprio quell'89-95 in cui tutto è cambiato all'improvviso dopo decenni in cui sembrava che nulla potesse cambiare. Questo lo capisco – o forse lo proietto: è infatti possibile che il mio ostinato interesse per una disciplina arida di soddisfazioni come la politica internazionale sia stata causata dal medesimo imprinting: da qualche parte nella mia testa resiste una cellula convinta che tutto possa cambiare in meglio all'improvviso, nell'89 sembrava andare così e perché non dovrebbe ripetersi.
Il guaio è che i regime changer hanno assorbito quegli avvenimenti come un mito, non li hanno studiati come un fatto storico: altrimenti non penserebbero di poter sostituire a un lungo processo di logoramento economico (nel caso dei Paesi del Comecon) una guerra di posizione; o a una lunga campagna internazionale di sensibilizzazione (come nel caso del Sudafrica) un embargo con qualche saltuario bombardamento e/o assassinio mirato. L'URSS non saltò perché era sotto pressione militare, anzi in quello specifico momento non lo era così tanto: stava cominciando timidamente ad aprirsi alle immagini di benessere che provenivano da ovest e forse furono quegli spiragli a rendere instabile la struttura. Con la Russia ci stiamo comportando nel modo diametralmente opposto: ci ha sfidato nell'unico campo in cui poteva farlo alla pari (lo sforzo bellico, le materie prime), e a questa sfida abbiamo risposto sullo stesso piano, come se non avessimo altri argomenti. Perché forse alla fine non li abbiamo, o se li abbiamo non li riconosciamo più.
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Più realisticamente, l'eliminazione di K. può essere il risultato minimo al quale Trump può appigliarsi per dichiarare che anche questa guerra lampo è vinta, e lasciare Netanyahu in sospeso per altri sei mesi. Con questo non voglio dire che un regime change eterodiretto non sia possibile. Un'opzione già sperimentata, che ha consentito di rovesciare concretamente un regime proprio nel Medio Oriente esiste, e prevede, dopo i bombardamenti, un'invasione da terra. È quello che è successo con la seconda guerra del Golfo – in sostanza l'invasione USA dell'Iraq – che è durata quasi nove anni e ha causato, secondo le stime internazionali, almeno un milione di morti civili.
L'Iran è vasto il triplo dell'Iraq (con catene montuose che ostacolano l'intervento da terra) e popolato il doppio, quindi un'invasione di questo tipo non sembra una cosa che persino menti non esattamente lucide come quelle di Trump e Netanyahu possano prospettare seriamente. Trump, alla prima leva militare seria, ci perderebbe le elezioni (le ha vinte con un programma di disimpegno militare); l'IDF ha difficoltà a penetrare per qualche km in Libano senza spararsi nei piedi.
Dove si capisce come stavolta il regime change più che un obiettivo sia una condizione sine qua non: la guerra prosegue soltanto se gli iraniani si rivoltano seriamente contro gli ayatollah. Il che può benissimo darsi, anche se fin qui non è successo: e il motivo per cui si bombarda è proprio che non è ancora successo – ma ecco: se bombardi di più succederà? I bombardamenti aumentano la disaffezione del popolo nei confronti del regime o aiutano il regime a compattare il consenso? Non lo so – anche l'esempio italiano del '43-45 mi sembra ormai scarsamente riutilizzabile – ma l'impressione è che più che il risultato di un calcolo, i bombardamenti siano l'espressione di un'insofferenza: Trump e Netanyahu non sanno più cosa fare, e qualcosa devono farlo (soprattutto N.). Il regime non crolla, hanno provato con qualche assassinio mirato e non crolla, poi con bombardamenti e comunque non crolla, poi ancora con bombardamenti e ancora non crolla, e ora che si fa? Si bombarda di nuovo, non perché stia dando l'impressione di funzionare, ma perché è l'unica opzione che hanno. Idee poche, missili tanti, avanti così. Fino a un disastro che prima o poi avverrà, perché tutto prima o poi avviene. È il trucco dei profeti, ricordate.