Stavamo dicendo: al centrodestra non sono mai servite le primarie per scegliere il leader. Per i primi vent'anni sarebbero state pleonastiche: il carrozzone lo pagava Berlusconi, il candidato era lui. In seguito è entrato in vigore il patto non scritto per cui a Palazzo Chigi va il capo del partito della coalizione che ha preso più voti. Il sistema funziona bene anche perché fin qui asseconda l'andamento ciclico dei leader: nel '17 scoccava l'ora di Salvini, nel '22 quella di Giorgia Meloni. Ma adesso? Adesso abbiamo un problema, anzi per una volta ce l'hanno loro. Forse fino a qualche mese fa i dirigenti di FdI erano convinti che la Meloni potesse invalidare quella legge empirica per cui la fortuna di un leader non dura neanche una legislatura intera. Nel frattempo magari qualcuno si guardava intorno, alla ricerca del prossimo personaggio carismatico, ma tutto quello che è riuscito a trovare è un generale in pensione, che malgrado abbia imparato alla svelta e a memoria tutti i punti dell'agenda antiwoke, non riesce a venderli alla maggioranza silenziosa ma non così scema. Non sarà una coincidenza che nelle bozze della nuova legge elettorale compaia l'obbligo di ufficializzare il candidato di coalizione – un dettaglio, questo, che molto difficilmente la corte costituzionale potrà ammettere, tanto è chiaro sulla Carta il principio che assegna la nomina del governo al presidente della repubblica – e però prima che la Corte si pronunci bisogna fare ricorso, e prima di fare ricorso bisogna che la legge sia votata e ratificata, per cui insomma non sarebbe davvero molto strano che si andasse a votare con l'ennesima legge-pastrocchio evidentemente incostituzionale. L'unico che davvero potrebbe mettersi in mezzo è Mattarella e non sempre ne ha voglia. Ma insomma non è solo l'ambizione personale a suggerire aa Meloni un trucco per restare in sella: è proprio che, per quanto sia declinante il suo astro, altri sorgenti in quell'emisfero non se ne vedono. E nel nostro?
Nel nostro abbiamo una serie di problemi che però rischiamo di fraintendere. Prendi Elly Schlein: all'apparenza il problema è uno scarso carisma – che si scontra con l'evidenza per cui, da quando ha vinto a sorpresa le primarie, il PD è cresciuto a ogni tornata elettorale, in modo non spettacolare ma costante e consistente. E tuttavia non sembra il candidato adatto: ha un cognome strano, di cui l'italiano medio diffida; e poi ha questo grande problema che è una donna. Non una donna portata sugli scudi da una coalizione orgogliosamente patriarcale e machista, come Giorgia Meloni, la cui femminilità è servita ad attenuare quel forte sentore di spogliatoio maschile che emanavano i suoi ranghi; no, Elly Schlein è la segretaria di un partito che del femminismo si fa alfiere e interprete, e questo molti potenziali elettori non riescono ad accettarlo, è un limite con cui fare i conti. Dall'altra parte c'è Giuseppe Conte, che se davvero riuscisse a spuntarla sarebbe la prima eccezione alla regola per cui a un leader viene concessa una sola stagione per brillare. Bisogna dire che il suo è già il caso più atipico: quello che per gli altri leader è stato l'apice della carriera – l'arrivo al governo – per lui è stato l'inizio. Ma è stato ormai dieci anni fa; e chi resta convinto che Conte abbia davvero molte chance in più della Schlein, probabilmente si basa su sondaggi che hanno lo stesso valore di quelli che mesi fa, sondando un'opinione pubblica distratta, davano il No in abbondante vantaggio sul Sì. È pur vero che "Conte" e "Schlein" sono opzioni più concrete di "Sì" o "No", ma dobbiamo accettare che la maggior parte degli elettori oggi non risponderebbero né per l'uno né per l'altra: devono ancora scegliere. Certo, se convochiamo delle primarie, la scelta diventerà presto obbligata. E come tutte le scelte obbligate, comporterà tensioni e rinunce. Il precedente più simile sembra quello delle primarie del 2012, lo scontro (a due fasi!) tra Renzi e Bersani. Qui devo ammettere una cosa. Nell'occasione, mi sbagliai. Quando la campagna entrò nel vivo, attirando un po' di traffico persino su questo piccolo sito, io scambiai quel po' di attenzione mediatica per un reale focolaio d'interesse. Per la prima volta in Italia le primarie non erano una semplice consacrazione popolare di un leader già designato, ma una lotta accesa tra due candidati che esprimevano due concezioni definite e distanti, il che per me era fantastico, anche perché ci metteva al centro della scena. Per un attimo anche gli elettori di M5S e centrodestra sembrarono genuinamente interessati allo scontro – se per ottenere la loro attenzione dovevamo litigare un po', non c'era problema: litighiamo sempre volentieri e nell'occasione non credo di essermi risparmiato. Alla fine, dopo tanto disputare, le cose andarono come era più logico che andassero, e Bersani la spuntò. Dopodiché si andò a votare, e Bersani... non vinse. Cos'era successo?
Tante cose. Molti ipotetici elettori della mozione Renzi, che a livello puramente teorico avrebbero potuto votare per Renzi, ma solo se Renzi avesse vinto le primarie, non votarono per Bersani. Molti optarono per la lista di Monti, che peraltro era nata appositamente per evitare la possibilità che Bersani vincesse. Bersani peraltro, per quanto fosse segretario del PD da poco tempo, rappresentava la continuità ed era visto come fumo degli occhi da una buona parte dell'elettorato grillino, per cui, insomma, no, le primarie combattute non ebbero quell'effetto che avevo sperato che avessero. Se conquistarono un po' di attenzione, non conquistarono voti, anzi alienarono quelli della fazione che aveva perso. Io credo francamente che una tornata di consultazioni primarie tra Conte e Schlein (più altri segnaposto e figuranti), otterrebbe domani un risultato simile. Molta attenzione da parte dei giornalisti – alla fine alle primarie ci tengono soprattutto loro, è un'occasione per fare accessi e vendere inserzioni – ma un risultato politico che sarebbe inferiore alla somma delle parti. Forse perché il vero problema non è il carisma di Elly Schlein o di Giuseppe Conte, ma l'irriducibilità dei loro bacini elettorali. Ci sono elettori M5S che non voteranno mai per lei, ci sono elettori PD che non appoggeranno mai lui. E sono esattamente quegli elettori che dobbiamo portare alle urne se vogliamo evitare altri cinque anni di un centrodestra sempre più rancoroso. Quindi che si fa? (Continua)