lunedì 6 ottobre 2003

Dreadlocks can't live in a tenement yard
(Jacob Miller)

Cose da dire ce ne sarebbero tante, ma poi chi sarei io per dirle:

Con l’ora che è, e domani devo svegliarmi presto, mi sono messo a cercare la foto di un manifestante, un biondino coi dreadlocks, strattonato da cinque o sei poliziotti. Non si trova, comunque fidatevi. Secondo me l’immagine di un biondino coi dreadlocks, strattonato da cinque o sei poliziotti, ha un valore altamente simbolico. È un corto circuito culturale, vediamo se riesco a spiegarmi.

Già di per sé, un biondino rastafari è una contraddizione. Ma un biondino rastafari in prima linea alla Guerra Globale Anno 2 è un frattale di contraddizioni, che a scomporle si rivelano composte di altre contraddizioni in contraddizione tra loro.

Per chi non lo sapesse, spiego dove siamo. Siamo in un Paese sviluppato e relativamente tranquillo, con periodici e controllabili sfoghi di violenza. Di solito i protagonisti di questi episodi sono giovani tifosi. Vestono indumenti pratici e adatti alla zuffa, capelli corti e un’eventuale spranga in mano.
Più occasionalmente, abbiamo la Guerra Globale, che è una specie di prova di forza di alcuni gruppi protestatari che, paradossalmente (e sistematicamente), questa forza non ce l’hanno, e le prendono dalla polizia. Le prendono molto più forte degli ultrà, ma questo è uno spunto polemico che a me stanotte non interessa.

Ora, se è vero che c’è chi alla Guerra Globale ci va equipaggiato, col casco, col plexiglas, colla gommapiuma (o peggio, con le spranghe e coi petardi), sia come sia alla fine mi capita sempre di vedere ragazzini coi dreadlocks strattonati di qua e di là. Per un motivo molto semplice: quel tipo di capigliatura è la meno pratica al combattimento che si possa escogitare.

E questo, guardate, non è un caso: in un contesto di violenza endemica, come quello giamaicano, la cultura rastafari aveva elaborato uno stile di vita “pacifico” ai limiti dell’accidia: la cannabis come calmante, la fiducia nel secondo avvento di Hailé Selassié, la critica al bullismo dei rude boys… Bob Marley è diventato un’icona mondiale anche perché cantava “they don’t wanna see us sleep together / all they want us to do /is keep on fussing and fighting” (Top Ranking): idea semplice, ma chiara. Smettiamola di menarci tra di noi.

Che poi la cannabis abbia colpito duro col boomerang della paranoia; che il messaggio politico e religioso di Marley sia sconosciuto ai più, che un’acconciatura afro possa essere nient’altro che una moda, son d’accordo. Ma resta una moda terribilmente inadatta al combattimento. Tanto che mi conforta quasi. C’è tutto un gridare al fascismo, qui: i disobbedienti sono i nuovi fascisti? O sono fascisti quelli che disobbediscono ai disobbedienti? Ognuno è il fascista del prossimo suo, ma secondo me un fascista decente per prima cosa si taglia i capelli. Bob Marley avrebbe potuto fare il profeta, non il dittatore. Nemmeno il terrorista.

Ma mi sta venendo il sospetto opposto: che i dreadlocks del movimento abbiano proprio la funzione che i poliziotti assegnano a loro (maniglie per sovversivi). Tanto i disobbedienti e gli anarchici lo sanno, che il massimo che si possono aspettare da una battaglia contro il vertice europeo è qualche testa rotta nelle loro file: ma è proprio quello che cercano. La prova di non-forza. Un po’ di sangue davanti alle telecamere (e ne hanno, di telecamere), qualche punto di sutura, è quello che ci vuole per: (1) attirare l’attenzione, (2) mantenere un forte spirito di gruppo, (3) identificare con certezza il nemico (uno che mi spacca la testa, indubbiamente, è un mio nemico). Poi Casarini, come avrete notato, non si fa male quasi mai. Questa volta aveva mandato avanti le donne, diabolico: costringere i poliziotti a violare le norme della cavalleria. (Ora mi aspetto che qualche beccamorto vada a disseppellire Pasolini per la terza o quarta volta quest’anno, rendendoci edotti sull’estrazione sociale degli agenti e dei dimostranti, la “stoffa ruvida che puzza di rancio”, ecc.).

Per quel che conta stanotte, possiamo anche chiederci: perché? Perché, a una certa età, c’è gente che gioca ancora alla Guerra Globale Anno 2? Probabilmente perché non gli è venuta in mente un’idea migliore.
E a noi, questa idea, c’è venuta?
Gli anni si consumano, il mondo va a rotoli, i vertici continuano a ratificare, e le simpatiche manifestazione pacifiche vengono servite come contorno dai telegiornali delle Venti. Così, forse, non va.
Casarini ha poche idee, forse sbagliate, ma qualcuno si sente di prendere il suo posto? Curioso, non c’è coda.

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