mercoledì 8 ottobre 2003

Precario e Felice
(Lo Stato Esistenziale, II)

Continua da ieri

...Naturalmente questa osservazione dice più cose su di me che su Houellebecq. Io sono storicamente ossessionato dal mestiere che fanno i personaggi dei libri e dei film, molto più di quanto se ne preoccupino, mi pare, gli autori di quei libri e di quei film. Andiamo più a fondo: io sono ossessionato dal lavoro.
Perché? La prima risposta che mi viene in mente è che io sarei per temperamento e fisiologia un depresso della stessa specie dei funzionari statali di Houellebecq, se non dovessi affrontare tutti i giorni, per otto-dieci ore al giorno, il problema della mia sopravvivenza. Che non mi si pone nei modi drammatici in cui si pone a un ninho de rua brasiliano o a una mondina del Bangladesh, ma in un qualche modo mi si pone. Io ho bisogno di soldi. Io devo lavorare. Io posso essere depresso soltanto nel tempo libero.
E siccome non ho abbastanza tempo libero, io non posso essere depresso, quindi sono relativamente felice. Questo paradosso è davanti agli occhi di tutti noi: una minima dose di alienazione ci consente di non lasciarci andare. La depressione può anche essere un retaggio genetico o una disfunzione cerebrale, ma per la maggior parte delle persone è una scimmia che ti si attacca se non trovi un lavoro, se lo perdi, o nei primi mesi di pensione.
E il precario? È depresso, perché non riesce a stabilizzare la sua posizione? No, è l’esatto contrario. Il precario vive nella speranza, trascorre giorni avventurosi e di tutti è quello che meno si può permettere congedi illimitati per riflettere sulla condizione umana. Il precario è sempre su di giri, è l’hobo di Chaplin, il dandy di Baudelaire, l’eroe romantico dei romantici. Il precario è su di giri e tiene su di giri la società.
“E la gastrite, scusa?”
“Sta zitto”.

Guardiamo invece a Bruno Clément, uno dei tipici Insegnanti Frustrati che mi perseguitano in tutti i libri che riesco a leggere tra un incarico e l’altro. Bruno è quel tipo di prof che Gaia crocefiggerebbe in sala insegnanti (e se vuoi te lo tengo fermo, Gaia). Nessuna specifica vocazione: si iscrive a Lettere perché “c’erano un sacco di ragazze, davvero tante”, frequentando più lezioni possibile nella speranza di rimorchiare. Speranza frustrata: ma mentre si evolve in un soggetto bulimico e disperato, Bruno si sta anche aprendo una strada in discesa verso un posto di lavoro garantito, non privo di un cospicuo residuo di prestigio sociale. Così, come la pera matura cade, altrettanto ineluttabilmente Bruno transita dall’università all’insegnamento: sposa un’insegnante e si trasferisce in un plesso scolastico a Digione. Bruno, ricordiamo, è un maniaco depressivo e pure un po’ sessuale. Ma neppure masturbandosi davanti a un’allieva riesce a evadere dal suo destino di statale. Gli tolgono la classe e lo infilano in una commissione sui programmi (dunque è così, i programmi scolastici sono stabiliti da commissioni di maniaci…)

Viene dalle rivoluzioni del Settecento l’idea che lo Stato debba garantirci, in un qualche modo, la felicità. In America questo diritto è stato messo per iscritto, e immediatamente dimenticato; in Francia ci si è piuttosto incaricati di renderlo concreto, sviluppando servizi di buon livello, assistendo gli svantaggiati, riducendo l’orario di lavoro per decreto. E infatti la Francia è il primo o il secondo Paese in base all’Indice di Sviluppo Umano (mi pare che se la giocasse col Canada). Gli USA stanno parecchio più in basso.
Alla fine della partita, però, viene il sospetto che avessero ragione gli americani. Le loro condizioni di vita, sono, in media, peggiori: non hanno quasi più assistenza, lavorano di più, e devono perfino pagare un tributo annuo di vite umane per questioni geopolitiche. Ma a me sembrano più allegri. Forse gli Usa sono più violenti, ma la Francia è più disperata.

Bruno dedicò un rapido pensiero alle sue preoccupazioni professionali, che potevano essere così riassunte: che ruolo dare a Paul Valéry nella formazione linguistica delle classi scientifiche? Terminata la choucrute, si sentiva incline a rispondere: “Nessuno”.

La choucrute ha tolto a Bruno anche l’amore per Valéry.
Ma proviamo a trasportarlo un attimo in un contesto meno assistito: non c’è bisogno di sostituire la choucrute con un hot dog; è sufficiente immaginare che quella choucrute non sia più garantita a vita. Ed ecco che, improvvisamente, Bruno si trova nella situazione di dover credere in Paul Valéry, il suo lavoro. Senza nemmeno avergli tolto il piatto davanti (basta suggerire che quel piatto non è più così sicuro), gli abbiamo dato un motivo per rileggere Valéry, per costringerlo a trovare buoni argomenti per amarlo o per odiarlo. Abbiamo dato uno scopo alla sua vita: la choucrute. O, se preferite, Paul Valéry. Non che abbia importanza, vero? L’importante è avere uno.

Ora, mi rendo conto, io sto facendo una lettura veramente razzista di Houellebecq (che d’altronde è razzista pure lui). In un libro che dipinge il dramma della condizione umana, io ci trovo soltanto il dramma del dipendente statale francese. E siccome io non ho mai avuto, nella mia vita, un decimo delle certezze che il pur povero Bruno ha (lavoro, pensione, casa…), faccio perfino fatica ad avere pietà di lui. Per me la risposta è semplice: provi a cambiare lavoro. La risposta di Houellebecq, invece, è: il genere umano deve finire.

E in questo Houellebecq è incredibile, e incredibilmente francese. L’idea, in sé, non è originale, anzi viene a molte persone: negli Usa, per esempio, un eventuale personaggio di romanzo giunto alle stesse conclusioni di Hubcszejak reagirebbe facendo un po’ di spesa in armeria e poi mandando al creatore il maggior numero possibile di colleghi di lavoro, o di compagni di scuola. Ma Hubcszejak è un ricercatore (ed è, credo, francese). Per lui si tratta di fare fundraising, convincere la comunità scientifica, ottenere il sostegno dell’Unesco. La fiducia nelle organizzazioni internazionali, come estensione della fiducia nello Stato: all’estinzione il genere umano ci deve arrivare per decreto, come per le 35 ore. Credo che Houellebecq sia il primo autore della storia dell’umanità ad avere nazionalizzato anche l’apocalisse.

Il libro, comunque, vale la pena: Houellebecq è un buon continuatore dei philosophes, Sade compreso. Ma davanti a tanta programmatica disperazione, il lettore come può reagire? Frequentando Bruno e Djerzinski io mi sono sentito un po’ come la protagonista di Tre donne sole di Pavese. È una donna in carriera che non può fare a meno di uscire con le signorine sfaccendate della Torino bene, partecipando alle loro avventure e alle loro disperazioni. Con la differenza che lei, al mattino, ha un lavoro e un motivo per alzarsi: verso la fine del racconto si renderà conto che la privilegiata è lei. Così, io, di libri contro il genere umano ne ho letti tanti e devo dire che mi piacciono: concordo su tutta la linea, meritiamo l’estinzione. Poi, grazie al cielo, guardo l’orologio e mi rendo conto è tardissimo, e ci sono ancora tante cose da fare. E mi ritrovo con Voltaire, che non era meno pessimista di Rousseau, ma soltanto un po’ più allegro: scusate, vi rispondo, tutto questo è ben detto, ma io devo coltivare il mio giardino.

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