mercoledì 25 febbraio 2004

Calcio di Stato, calcio di Mercato

Avvertenza: i livelli di dilettantesimo in questo pezzo sono pericolosamente alti.

Pare dunque che in Italia John Charles sia stato soprattutto un campione di fair play. In Gran Bretagna, invece, merita di essere ricordato per un altro motivo: il libro che sto traducendo afferma che Charles fu “the first rich British footballer”, il primo calciatore britannico “ricco”. Ecco, questo è interessante.
Charles è il primo a sbarcare con successo in Continente: l’offerta bianconera di 70.000 sterline non ha precedenti per il Regno Unito. Non ho capito bene quanto prendesse alla Juventus (gli inglesi fanno i conti in sterline e in settimane, noi in lire e in mesi), ma era quattro volte il tetto massimo consentito in Gran Bretagna. Così, nel 1957 gli italiani spendevano già più soldi per i calciatori degli inglesi. Questo è curioso, perché gli inglesi i soldi non li spendevano soltanto, li facevano anche. Ma gli italiani?

L’impressione che dà il calcio inglese (un’impressione, non una conclusione) è che si sia trattato, per più di un secolo, di una economia reale, che distribuiva ricchezza reale (anche se magari non ne distribuiva parecchia). Il fatto che molta di questa ricchezza non arrivasse ai giocatori non deve stupire: in fondo il loro ruolo era quello degli operai (o al limite, degli artigiani). Del resto i calciatori lo hanno capito presto, e hanno cominciato presto a sindacalizzarsi. Billy Meredith, altro leggendario campione del Galles, fondò una prima “Union” dei calciatori nel 1908. In quel periodo Meredith, ex minatore, giocava nel Manchester United e prendeva 4 sterline alla settimana. Oggi un giocatore della stessa squadra guadagna la stessa cifra in pochi secondi.

A partecipare più da vicino alla distribuzione della ricchezza erano i “Manager”. Attenzione, perché in Inghilterra il “Manager” è anche quello che siede in panchina (e che molto spesso riveste anche la funzione di “coach”). Ma non si limita a allenare la squadra, fare la formazione e studiare gli schemi: il Manager è il vero impresario del club: è lui ad acquistare e cedere i giocatori. Questo, almeno, nello schema classico del calcio inglese, impersonificato da alcuni grandi manager che hanno fatto la storia dei loro club: Herbert Chapman (Arsenal), Matt Busby (Man United), Bill Shankly (Liverpool). Alex Ferguson si inserisce nel solco di questa tradizione: non un semplice “mister” (ovviamente gli inglesi non usano questa parola): è il “Boss”. Le sorti della squadra e dell’intera società dipendono da lui. E la proprietà? C’è, ma in una posizione molto più defilata rispetto al modello italiano. Anche se oggi le cose stanno cambiando (ma un caso Berlusconi-Ancelotti deve risultare ancora abbastanza inconcepibile).

I manager scelgono come spendere i soldi dei club: ma i club, i soldi, dove li trovano? Prima della grande invasione degli sponsor, la principale fonte di reddito era lo stadio. Semplice, no? Se compri buoni giocatori e vinci le partite, la gente ti viene a vedere, e paga il biglietto. Se sei una piccola squadra, puoi crescere dei buoni giocatori e venderli alle grandi. (E se riesci a salire su qualche scalino della Coppa d’Inghilterra puoi farti notare meglio…)
Il classico stadio inglese non è né grandissimo né piccolo: diciamo che è più piccolo dei grandi stadi italiani e più grande degli stadi delle nostre ‘provinciali’. Ogni stadio (meno uno) appartiene a un club. Quando una squadra gioca “in casa”, gioca veramente “in casa”. Coabitazioni come quelle di Milan e Inter a San Siro sono inconcepibili: ci vollero i bombardamenti nazisti perché il Manchester United si abbassasse a giocare nello stadio del Manchester City.

Negli stadi inglesi molto spesso si stava in piedi, appoggiati a una ringhiera: se il manager era bravo e la squadra aveva successo, lo stadio si ingrandiva e magari metteva su una grande tribuna coperta. Poi il manager se ne andava e la squadra tornava piccola: la grande tribuna restava il simbolo del periodo d’oro della squadra (è il caso della grande tribuna del Nottingham Forest, intitolata a Brian Clough, che portò la squadra a due vittorie consecutive in Coppa dei Campioni).
Questo tipologia di stadio fu quasi totalmente smantellata dopo gli ultimi tragici incidenti degli anni Ottanta (Heysel, Hillsborough): lo Stato stanziò fondi ingenti per trasformare tutte le gradinate del Regno (le più importanti, almeno) in tribune con soli posti a sedere. Ma le abitudini non si stroncano dall’oggi al domani: all'Old Trafford di Manchester c’è ancora uno zoccolo duro di tifosi che segue le partite in piedi (contrasti con le autorità a non finire).

E in Italia? Le cose sembrano essere andate molto diversamente. La differenza più macroscopica sono gli stadi: nessun club possedeva il suo (a parte, credo, la Reggiana, che per farlo si è trasformata in Spa, ha venduto azioni ai tifosi e poi è quasi subito retrocessa). Di solito gli stadi sono comunali. Eppure le cose non erano sempre andate così: il primo San Siro, per esempio, fu costruito per iniziativa di Pirelli. Ma il modello “un manager – una società – uno stadio” non ha mai avuto successo. Cosa è andato storto?
Probabilmente l’Italia ha cominciato a giocare a calcio quando era una società ancora troppo povera (e contadina). Il calcio è un bene voluttuario: in Italia non c’era abbastanza pubblico, all’inizio. Poi il pubblico è arrivato, ma non aveva a disposizione abbastanza soldi per far girare la macchina. E così il calcio non è mai riuscito a diventare un’economia reale, ma è diventato subito un problema di ordine pubblico. Era la cittadinanza a doversi preoccupare di edificare gli stadi e tenerli in ordine. Era lo Stato (che presto diventa fascista) a doversi preoccupare di garantire agli italiani la loro quota di successi e vittorie: nasce così la nazionale di Vittorio Pozzo veicolo di propaganda del regime.

Non può fare tutto da solo, lo Stato. E infatti lo aiutano i padroni, in puro stile fascista e corporativo. Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, Mussolini non favorisce né la Roma né la Lazio (né il Predappio): intervenire a gamba tesa in un argomento tanto frivolo non era nel suo stile. Ma proprio gli anni ’30 vedono l’affermarsi della grande squadra-tipo italiana: la Vecchia Signora. La Juventus è la squadra di Agnelli che deve piacere all’operaio di Agnelli. L’ultimo Agnelli amava chiamare i giocatori coi nomi dei pittori del Rinascimento. Ci sentivi un muto rimprovero ai tempi: nel Cinquecento un principe come lui avrebbe finanziato artisti veri. Ma oggi la propaganda si fa con un centravanti, non con un affresco.
Non c’è spazio, in Italia, per una vera (e piccola) economia del calcio, come non c’è spazio per una vera libera impresa. Il calcio cresce, in Italia, soffocato dall’abbraccio mortale di politica e capitale. È da subito una questione di rappresentanza, di propaganda. Il nostro calciatore non è un operaio o un artigiano: è ancora e sempre il caro vecchio gladiatore, vezzeggiato e poi massacrato. Il suo ingaggio non ha niente a vedere con l‘economia reale e con quanta gente verrà effettivamente a vederlo: è una spesa di rappresentanza. Si spende tanto perché si deve dimostrare di poter spendere tanto: è la logica dei grandi padroni (Agnelli, Berlusconi, il vecchio Moratti), ma anche dei falliti eccellenti (Tanzi, Mantovani, Cecchi Gori). E' una logica rinascimentale, a cui si somma in alcuni casi quella medievale delle lotte tra i Comuni: una squadra che perde diventa una vergogna per l'intera cittadinanza. Il comune, l'ente pubblico, lo Stato, devono provvedere!

Il risultato è che il Calcio, in Italia, soffre di una cronica mania di grandezza che non ha nulla a che vedere con l'indotto che produce. San Siro è l'unico stadio ad avere aumentato i posti a sedere negli anni Novanta (mentre la tendenza mondiale è alla riduzione). Ma questa pretesa di grandezza ha qualcosa a che vedere con l'economia? Italia '90 ci ha resi più ricchi? I club italiani spendono davvero i soldi che guadagnano? Non saranno, anche loro, enti para-statali, protetti dalle municipalità (che mantengono gli stadi) e dal potere politico?

Gli inglesi hanno inventato uno sport, noi ci abbiamo messo la politica. Ma ci abbiamo messo anche il glamour: abbiamo trasformato il calciatore in un uomo di spettacolo. Deve averlo capito il buon John Charles, che era venuto a fare il suo mestiere (tirare calci a un pallone) e si ritrovò a cantare canzoni confidenziali nelle balere.
Poi (quel che è peggio), gli inglesi ci hanno copiato (ma questo, un’altra volta…)

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