Il dirigente che davvero facesse richiesta di uno strumento del genere, non solo dovrebbe poi trovare un espediente per riuscire a incolonnare studenti e insegnanti anche un'ora prima dell'inizio delle lezioni, ma si dovrebbe in un qualche modo munire di personale che quel metal detector possa davvero metterlo in funzione, e che abbia il permesso legale di aprire gli zaini dei ragazzi: collaboratori scolastici e insegnanti non possono (questo spiega come mai, malgrado i roboanti proclami dell'estate scorsa, i ragazzi continuino a portarsi il telefono in classe). Magari un appalto sui metal detector si riesce ancora a finanziare con qualche sottovoce del PNRR, ma le guardie giurate chi le pagherà?
Lo stesso dirigente dovrebbe inoltre esporsi al giudizio della cittadinanza, e in particolare di quella fascia che ai dirigenti più preme: i genitori. In una fase di calo demografico, in cui ogni istituto lotta coi denti per mantenere costante il numero di iscritti, pena la chiusura di corsi e di cattedre, il preside dovrebbe spiegare ai suoi potenziali utenti che sì, la prefettura ha dato un'occhiata e ha confermato che la scuola aveva proprio bisogno di mettere all'ingresso un rilevatore di armi da fuoco e di taglio. C'è da scommettere che molti dirigenti preferiranno correre il rischio di accoltellamenti – che al di là dell'enfasi giornalistica, nelle nostre scuole è ancora abbastanza contenuto – alla certezza di perdere iscritti.
Tutte queste considerazioni pratiche, comunque, non hanno molta importanza: al governo serviva una risposta pronta e ce l'ha data. Se i giovani continueranno ad accoltellarsi, sarà colpa di chi i metal detector non vuole farli funzionare. Per quanto probabilmente il ministro non se ne renda conto, non è un caso che la sua reazione, di fronte a questi e ad altri problemi, sia di arroccamento: a ogni emergenza reale o percepita, la scuola dovrebbe aggiungere dispositivi di sicurezza, steccati e cancelli per tenere fuori dispositivi e coltelli da cucina che i ragazzi continueranno tranquillamente a usare al di fuori, dove la società non sente la necessità di controllarli o di aiutarli.
Eppure la scuola potrebbe essere esattamente il contrario: uno spazio aperto a tutti, dove i ragazzi si sentano liberi di restare molto dopo l'orario delle lezioni. Il luogo che manca soprattutto ai cosiddetti immigrati di seconda generazione – in realtà studenti italiani con gli stessi diritti di chi ha un cognome italiano – per i quali più spesso è difficile frequentare luoghi di aggregazione giovanile che fin qui la società ha per lo più subappaltato alle parrocchie. Certo, per rendere la scuola un luogo che aiuti i ragazzi servirebbero psicologi, educatori, animatori. Il risparmio che otterremmo non si potrebbe nemmeno calcolare in denaro: al massimo in sicurezza, coesione sociale, vite umane. Un bel problema, finché nella stanza dei bottoni rimangono politici e tecnici che pensano alla scuola pubblica soprattutto come un'enorme voce di spese da tagliare. È da mesi che, citando un fantomatico studio sulle rilevazioni Invalsi, il ministro e i suoi consulenti continuano a insistere che “il numero degli alunni per classe non fa la differenza”, ovvero che non ci sia nessuna esigenza di evitare classi pollaio assumendo insegnanti in più, o almeno mantenendone un numero costante (dato il calo demografico). No: se deve scegliere tra stipendiare un insegnante in più e acquistare un metal detector, Valditara ha già scelto. Le classi affollate, va da sé, sono le meno controllabili: quelle in cui più spesso l'insegnante non riuscirà a intravedere una situazione critica finché non gli esploderà sotto gli occhi. Del resto è un essere umano, fa quel che può: se in classe avesse soltanto una ventina di alunni, i suoi interventi sarebbero più efficaci, ma evidentemente non ce lo possiamo permettere. Un metal detector invece sì: per un metal detector non importa se siamo in venti o in duecento. Basta mettersi in fila.
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