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sabato 24 gennaio 2026

Meno insegnanti, più metal detector

[Questo pezzo è apparso il 22/1/2026 sul Manifesto]. Tre giorni fa, dopo avere abbracciato i genitori di Abanoud Youssef che chiedevano al governo un intervento immediato del governo, il ministro Valditara ha comunicato in favore di telecamera la sua soluzione: metal detector nelle scuole. In tutte? No, soltanto negli istituti a rischio. Chi dovrebbe individuare gli istituti a rischio? Ovviamente i dirigenti degli stessi istituti, mediante richiesta al prefetto. Questa è la pronta risposta del governo: si individua un problema che a causa di uno o più fatti di cronaca ha forato l'attenzione dei media (la violenza giovanile), si segnala immediatamente lo strumento tecnico che può darci la sensazione di arginarlo (un metal detector), e nel medesimo momento si scarica la responsabilità sui dipendenti: al prossimo fatto di sangue, un preside dovrà rendere conto del fatto che non ha ritenuto necessario far passare qualche centinaia di studenti, tutte le mattine, sotto la stessa forca caudina che ci fa arrivare in aeroporto una o due ore prima del decollo. 

Il dirigente che davvero facesse richiesta di uno strumento del genere, non solo dovrebbe poi trovare un espediente per riuscire a incolonnare studenti e insegnanti anche un'ora prima dell'inizio delle lezioni, ma si dovrebbe in un qualche modo munire di personale che quel metal detector possa davvero metterlo in funzione, e che abbia il permesso legale di aprire gli zaini dei ragazzi: collaboratori scolastici e insegnanti non possono (questo spiega come mai, malgrado i roboanti proclami dell'estate scorsa, i ragazzi continuino a portarsi il telefono in classe). Magari un appalto sui metal detector si riesce ancora a finanziare con qualche sottovoce del PNRR, ma le guardie giurate chi le pagherà? 

Lo stesso dirigente dovrebbe inoltre esporsi al giudizio della cittadinanza, e in particolare di quella fascia che ai dirigenti più preme: i genitori. In una fase di calo demografico, in cui ogni istituto lotta coi denti per mantenere costante il numero di iscritti, pena la chiusura di corsi e di cattedre, il preside dovrebbe spiegare ai suoi potenziali utenti che sì, la prefettura ha dato un'occhiata e ha confermato che la scuola aveva proprio bisogno di mettere all'ingresso un rilevatore di armi da fuoco e di taglio. C'è da scommettere che molti dirigenti preferiranno correre il rischio di accoltellamenti – che al di là dell'enfasi giornalistica, nelle nostre scuole è ancora abbastanza contenuto – alla certezza di perdere iscritti. 

Tutte queste considerazioni pratiche, comunque, non hanno molta importanza: al governo serviva una risposta pronta e ce l'ha data. Se i giovani continueranno ad accoltellarsi, sarà colpa di chi i metal detector non vuole farli funzionare. Per quanto probabilmente il ministro non se ne renda conto, non è un caso che la sua reazione, di fronte a questi e ad altri problemi, sia di arroccamento: a ogni emergenza reale o percepita, la scuola dovrebbe aggiungere dispositivi di sicurezza, steccati e cancelli per tenere fuori dispositivi e coltelli da cucina che i ragazzi continueranno tranquillamente a usare al di fuori, dove la società non sente la necessità di controllarli o di aiutarli. 

Eppure la scuola potrebbe essere esattamente il contrario: uno spazio aperto a tutti, dove i ragazzi si sentano liberi di restare molto dopo l'orario delle lezioni. Il luogo che manca soprattutto ai cosiddetti immigrati di seconda generazione – in realtà studenti italiani con gli stessi diritti di chi ha un cognome italiano – per i quali più spesso è difficile frequentare luoghi di aggregazione giovanile che fin qui la società ha per lo più subappaltato alle parrocchie. Certo, per rendere la scuola un luogo che aiuti i ragazzi servirebbero psicologi, educatori, animatori. Il risparmio che otterremmo non si potrebbe nemmeno calcolare in denaro: al massimo in sicurezza, coesione sociale, vite umane. Un bel problema, finché nella stanza dei bottoni rimangono politici e tecnici che pensano alla scuola pubblica soprattutto come un'enorme voce di spese da tagliare. È da mesi che, citando un fantomatico studio sulle rilevazioni Invalsi, il ministro e i suoi consulenti continuano a insistere che “il numero degli alunni per classe non fa la differenza”, ovvero che non ci sia nessuna esigenza di evitare classi pollaio assumendo insegnanti in più, o almeno mantenendone un numero costante (dato il calo demografico). No: se deve scegliere tra stipendiare un insegnante in più e acquistare un metal detector, Valditara ha già scelto. Le classi affollate, va da sé, sono le meno controllabili: quelle in cui più spesso l'insegnante non riuscirà a intravedere una situazione critica finché non gli esploderà sotto gli occhi. Del resto è un essere umano, fa quel che può: se in classe avesse soltanto una ventina di alunni, i suoi interventi sarebbero più efficaci, ma evidentemente non ce lo possiamo permettere. Un metal detector invece sì: per un metal detector non importa se siamo in venti o in duecento. Basta mettersi in fila. 

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