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giovedì 20 maggio 2004

un negativo di Fox Talbot, pioniere della fotografiaIl ritorno dell'amico Frankie?

Qui ci sono 50 cose che non tornano nel filmato di Berg (in inglese, via Giavasan, e grazie).
Qui c'è un altro bel catalogo di dubbi e interrogativi in italiano.

A questo punto io non voglio dire che non credo al filmato della decapitazione di Berg: dico soltanto che dovremmo capovolgere il problema. E cioè: non siamo più noi a dover dimostrare che è un falso, ma è chi ci crede e chi lo ha usato come strumento di propaganda a dover dimostrare che è autentico. Per ora si sono limitati a spiattellarlo in prima pagina con tutta l'evidenza possibile. Ma se dobbiamo credere a quello che vediamo, il video di Berg è soltanto una sequenza sgranata di immagini in digitale, con tagli e numerose incoerenze.

L'anno scorso, di questi giorni, mi capitò di tirare fuori la storia di Frankie, un vecchio fotomontaggio che alla Repubblica prendono ancora sul serio (l'ho rivisto di recente sul Venerdì). Nella serie piuttosto lunga e invereconda di messaggi che ne seguì su gnueconomy, ce ne fu uno curiosamente serio e argomentato, che oggi sono andato a rileggermi. Dice una cosa profondamente giusta: da quando le immagini sono digitali, hanno perso ogni aura di autenticità. Una foto digitale è fatta per essere modificata, ricombinata, distorta. A questo punto, dobbiamo cominciare a ragionare in questo modo: ogni immagine è falsa, fino a prova contraria. Non dobbiamo più preoccuparci di trovare i fake (falsi). Sono gli autori o gli editori che devono trovare altre prove convincenti che le loro foto non sono fake.

In realtà stiamo già cominciando a ragionare così, senza rendercene conto. Quando hanno cominciato a pubblicare le avventure illustrate della soldatessa England, io ho subito pensato a un montaggio. Possibile che comparisse sempre la stessa personcina, in pose e smorfie così innaturali? E ci ho creduto veramente solo quando la soldatessa, intervistata ha detto: sì, c'ero quando sono state scattate le foto (e mi sono pure divertita).

Barthes, studiando la Retorica degli avvocati antichi, parlava di "prove estrinseche", per indicare una serie di argomenti che non entravano nel discorso vero e proprio dell'oratore; non venivano verbalizzati, ma esibiti, sotto forma di oggetti, corpi del reato: per es., un coltello sporco di sangue. La fotografia, da quando esiste, è scivolata con un po' di leggerezza tra le "prove estrinseche": oggetti autoevidenti, da esibire e commentare.

Con la grafica digitale l'immagine smette di essere autoevidente. Entra definitivamente nel caotico insieme dei segni arbitrari, combinabili, significanti. Entra nel linguaggio, cioè. Benvenuta. Ma adesso servono altre prove estrinseche, altri oggetti autoevidenti, altri corpi del reato. Come li troviamo?

(Qui sotto allego il commento su Gnu. Spero che il Francesco che lo ha scritto mi perdonerà).

attorno a quelle due immagini di genova ci sarebbe tanto da dire. prima di tutto è “filologicamente” scorretto chiamarle “fotografie”. sarò pedante, ma “fotografia” significa “scritto con la luce”. mi sembra chiarificatrice riguardo tale concetto, l’idea che aveva della fotografia fox-talbot (uno dei suoi padri): anzichè disegnare a mano i paesaggi (probabilmente non era il suo forte), voleva trovare il modo di fissare sulla carta ciò che la luce proiettava attraversando il foro di una “camera obscura”. non mi addentrerò in noiosi dettagli tecnici, ma nel suo procedimento (più o meno inventò la negativa) l’intervento chimico si limitava a “fissare” ciò che la luce aveva disegnato. l’introduzione delle tecniche di elaborazione digitale dell’immagine sposta l’azione su altri elementi: dai pixel ai retini tipografici della quadricromia (ben diversi dai sali d’argento) attraverso il passaggio dell’immagine nel computer. ed è questo questo mezzo che rende modificabile a proprio piacimento anche la singola unità di base dell’immagine: il pixel. si apre un nuovo universo di possibilità, ben differente da quello della fotografia tradizionale, in cui il ritocco, i montaggi e le elaborazioni erano si possibili, ma molto complessi e di dubbia efficacia, al punto da richiedere la mano di un artista e determinando comunque una più o meno evidente perdita di qualità tecnica dell’immagine finale. la facilità di elaborazione fino ai minimi termini è in sostanza l’essenza stessa dell’immagine digitale. ciò porta a riconsiderare la possibilità di rappresentazione della realtà mediante immagini digitalizzate. anzi, di fronte ad un immagine di questo tipo si deve partire dall’idea che essa NON rappresenti affatto la realtà, ma è una sua elaborazione, che al più potrà raccontare il vero, ma assolutamente NON potrà esserne testimone. secondo ferdinando scianna, la “fotografia mostra, ma non dimostra”. si potrebbe aggiungere che l’immagine digitale racconta, ma non mostra nè tantomeno può dimostrare. pertanto, l’uso di una qualsiasi immagine digitale a scopo informativo, senza che si sia premesso ed evidenziato tale concetto, è di per se stesso un indice di malafede. e se pensiamo che ormai tutti i quotidiani usano solo immagini digitali…

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