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giovedì 16 ottobre 2008

Fai finta di essere un intellettuale. Uno di quelli che s'intendono di tutto e niente, dai, puoi farcela.

Immagina che un giornale ti chieda un pezzo sul premio Nobel alla letteratura. Una cosina da mettere in prima pagina, in cui dovresti spiegare perché il Nobel lo vincano spesso insigni sconosciuti, mentre i grandi scrittori che compriamo e leggiamo volentieri (quasi sempre anglosassoni) restano a bocca asciutta. Ecco, a quel punto cosa faresti?

Per prima cosa ti renderesti conto che dei Nobel non sai poi molto. Allora faresti una ricerchina su internet, e da wiki risaliresti al sito dell'Accademia di Svezia, (non che strabordi d'informazioni, eh). Già così, comunque, riusciresti a farti un'opinione.

E allora scriveresti che il premio Nobel non è, non ha mai preteso di essere, il premio alla Carriera del Migliore Scrittore. Quella che Alfred Nobel ha lasciato è una specie di borsa, che doveva consentire “all'autore dell'opera letteraria più considerevole d'ispirazione idealista” (en del som inom litteraturen har produceradt det utmärktaste i idealisk rigtning) di continuare a scrivere senza preoccuparsi troppo delle scarse vendite. È chiaro che una borsa si conferisce a chi ne ha bisogno, non agli scrittori di successo e da hit parade: anche se sono bravi. Ed è inutile conferirla alla memoria: le grandi opere incompiute mica possono continuarle gli eredi. Il fatto che Alfred Nobel concepisse la scienza al servizio del progresso dell'umanità ha spinto i giurati di Stoccolma a dare spesso (non sempre) un'interpretazione politica del premio, che è stato più spesso assegnato a scrittori di ispirazione progressista, con un senso altamente civile della loro attività letteraria: anche se non erano quasi mai i migliori poeti o prosatori in circolazione. Ma erano quelli che difendevano una concezione sociale e militante della letteratura che l'Accademia svedese aveva deciso di sostenere.

Così, dopo la guerra, era forse più facile premiare un ex ermetico come Salvatore Quasimodo, che si era riciclato come dettatore di lapidi e si era messo a scrivere poesie civili dignitose, leggibilissime e traducibilissime, piuttosto che Montale con tutto il suo metafisico male di vivere (anche se dopo un po' l'ha vinto anche lui: bastava impuntarsi). Per questo motivo Dario Fo aveva molte più ragioni per piacere ai giurati che non Mario Luzi; per lo stesso motivo, è facile immaginare tra i prossimi candidati italiani al Nobel Roberto Saviano. In generale, chi ha un libro tradotto in svedese (Fo ne aveva parecchi) parte avvantaggiato. E se la cosa non vi va, il problema è vostro, e tipicamente italiano: nessuno ha mai parlato di superiorità di Fo rispetto a Luzi; siamo solo noi ad avere questa mania del Grande Premio Universale. Per esempio, noi siamo quelli che hanno inventato il Festival di Sanremo, con una canzone che vince e tutte le altre che perdono. Eppure i gusti musicali sono tantissimi: che senso ha discuterne? Che senso ha mettere tutto nello stesso calderone ed estrarre un vincitore? Nessun senso. Ecco, noi italiani abbiamo l'idea che il Nobel della letteratura sia una specie di Sanremo letteraria: dovrebbe vincere il Migliore Scrittore, e se non vince lui, è colpa dei giurati. Ma il Nobel, semplicemente, non è questo. Bisognerebbe farsene una ragione.

Ecco, questo è più o meno il modo in cui ti comporteresti, se qualcuno chiedesse il tuo parere.

Questo invece è il modo in cui ha risposto Piero Citati.

«Repubblica» mi chiede di spiegare secondo quali criteri, ogni anno, vengono attribuiti i Premi Nobel.

E probabilmente ti pagherà bene per il servizio...

Non ne so molto.

Beh, questa è un'ammissione importante: sai di non sapere. C'è una sola cosa che a questo punto dovrebbe fare un uomo di cultura, su un quotidiano progressista: documentarsi. Lo farai? Dopotutto ti pagano...

In primo luogo, bisogna tener conto che attribuire dei premi internazionali di letteratura, specie in un paese piccolo come la Svezia, non è cosa facile. Un giurato deve conoscere le letterature francese, inglese, americana, tedesca, italiana, austriaca, polacca, russa, danese, slovacca, maltese, bulgara, araba, rumena, boema, norvegese, finlandese, lituana, lettone, estone, albanese, ungherese, serba, kosovara, greca, pachistana, indiana, uigura, uzbeca, cinese, giapponese, argentina, nicaraguense, costaricana, brasiliana, vietnamita, peruviana, colombiana, boliviana, cambogiana e del Turkmenistan e dell' Antartide e dell' Africa equatoriale e del Bangla-desh e dello Sri-Lanka.


Ehi, cos'abbiamo qui? Una lista inutile, una di quelle cose che fanno i bambini a scuola per prendere tempo e sprecare righe. Cos'è, Citati, non hai fatto i compiti? Non ti sei documentato? E dove sta scritto che un giurato svedese debba conoscere davvero tutte quelle lingue?

(aggiunta di Luigi dai commentiparte da inglese e francese, ma arriva fino al Turkmenistan, all'Antartide, all'Africa equatoriale, ed è un po' come se ci stesse dicendo, strizzando l'occhio agli altri padroncini bianchi annidati nei suoi lettori: "ma sì, dai, dove ci stanno gli zulù e i pinguini, e pensa tu se io devo perdermi dietro a quegli scarabocchi da selvaggi"). 

Non ne sarei mai capace. Temo che i giurati di Stoccolma non siano molto più bravi di me.

Finta modestia, abbastanza fuori luogo dal momento che nella giuria, oltre agli accademici svedesi (esperti di letteratura svedese e di null'altro), fanno parte membri di altre accademie nazionali, professori di letteratura e, soprattutto, tutti i Nobel della letteratura viventi. Possibile che non ce ne sia qualcuno molto più bravo di te? Magari anche una mezza dozzina, eh, Citati, cosa dici?

Purtroppo, come diceva Madame de Ségur, i giurati di Stoccolma «ont des idées».

Madame de Ségur diceva probabilmente così, ma forse qualcuno non capirà. Il francese ormai lo studiano in pochi, triste ma è così. Quei pochi poi rischiano di non capire lo stesso, perché la frase di Mme Ségur è estremamente evasiva. (“Hanno delle idee? Quali idee?”) Si tratta di un eufemismo, perfetto se pronunciato nel salotto giusto, ma non su un quotidiano, dove gli articoli dovrebbero avere un fine divulgativo.

Uno scrittore deve stare «per il progresso»:

Ah, ecco. Insomma, il premio Nobel è un premio progressista. Sicuro? L'espressione “per il progresso” è virgolettata: è una citazione? Da cosa? Da un documento dell'Accademia? No. Dal testamento di Alfred Nobel? Nemmeno.

quindi niente premi a Borges e a Nabokov, che hanno (per Stoccolma) opinioni singolari sulla storia umana. Nemmeno Kundera va bene, anche se ha scritto due capolavori, perché ha idee viziose sulla letteratura - e poi ci vuole misura, anche e soprattutto nel non amare il comunismo. Sebald era troppo triste. Alice Munro racconta storie troppo minime. Bisogna stare sempre dalla parte del bene.

Naturalmente l'accademia di Stoccolma non ha mai spiegato perché non ha premiato Borges o Nabokov: i giurati si limitano a spiegare perché premiano x, non perché al suo posto non hanno premiato y e z. Qui Citati si sta semplicemente togliendo qualche sassolino nella scarpa, perché i suoi scrittori preferiti non hanno mai vinto il Grande Premio, il che è evidentemente un'ingiustizia.

Se Pamuk ha avuto il Premio, non è stato per i suoi bellissimi romanzi (figurarsi, quelle mescolanze intollerabili di miniature persiane e assassinii), ma perché è anti-razzista.

...poi un bel giorno un autore che piace a Citati vince il Nobel: e lì cosa succede? Forse che Citati si rallegra? No: scuote la testa e dice: “Voi non siete in grado di tollerare quelle mescolanze di miniature persiane. Lo avete premiato solo perché è anti-razzista”.

Ed è anche consigliabile non essere troppo intelligente (peccato gravissimo).

Alè. Come dare in dieci mosse del fesso a un centinaio di scrittori del Novecento. Ammirate e imparate.

Non saprei esattamente quali e quante siano le dosi che compongono lo scrittore-Nobel. Probabilmente, qualche dose di Gunther Grass, di Pearl Puck, di Quasimodo, di Giosuè Carducci, di Hemingway, tagliate, oliate e frullate da un cuoco di vaglia.

Altri autori che non piacciono a Citati. Avete presente quei blogger sedicenni che sotto la testata spiegano quali sono i divi preferiti e quelli detestati? Citati è così, sixteen forever. (Da notare anche la sciattezza formale: tre refusi su cinque nomi! “Gunther Grass” si scrive Günter Grass, “Pearl Puck” è in realtà Pearl S. Buck, e persino Giosue Carducci sarebbe meglio scriverlo senz'accento! Citati non lo sa, ma è sopravvissuto all'ultima generazione di correttori di bozze competenti, e da qui in poi commetterà errori imbarazzanti).

Insomma, lo scrittore-Nobel è identico allo scrittore-Campiello.

Vedete, è in queste piccole cose che si rivela la grandezza (o la piccolezza) di uno scrittore. C'è gente che parlandoti di un chicco di grano riesce a farti vedere l'universo: a Citati invece danno da spiegare come funziona il più prestigioso premio letterario mondiale, e finisce per produrre una frecciatina da salotto italiano rivolta a cinque, sei persone.


Reazioni:
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44 commenti:

  1. Bellissimo post esempio di filologia, una dote in via di estinzione. Quella di cui scrive Pasolini nella Nota introduttiva a Scritti Corsari, l'amore per la verità in quanto tale, tradotto: l'onestà e il rigore intellettuale.
    Ciao

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  2. L'unica cosa sensata da fare è introdurre il televoto nella scelta del Nobel.

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  3. Condivido ogni singola affermazione; soprattutto le puntualizzazioni sull'essere Migliore.
    Leggere post così fa tirare un sospiro di sollievo e fa sentire meno soli.

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  4. Grazie, grazie, grazie.

    Per fortuna il Nobel non si è ancora trasformato in una Hall of fame qualunque. Quella esiste negli sport e nel wrestling

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  5. Grande Leonardo: questo pezzo di Citati è una esemplare antologia di miseria umana e intellettuale, e io trovo irresistibili le tue traduzioni/glosse interlineari. Tra l'altro, aggiungerei che la lunghissima sequenza iniziale di paesi esotici a me puzza, oltre che di "tiriamola lunga per arrivare alle 3000 battute", oltre che di "prendiamo tempo", puzza e molto, dicevo, di malcelato snobismo etnocentrico. Perchè parte da inglese e francese, ma arriva fino al Turkmenistan, all'Antartide, all'Africa equatoriale, ed è un po' come se ci stesse dicendo, strizzando l'occhio agli altri padroncini bianchi annidati nei suoi lettori: "ma sì, dai, dove ci stanno gli zulù e i pinguini, e pensa tu se io devo perdermi dietro a quegli scarabocchi da selvaggi". Mi sbaglierò, ma ci sento questo.

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  6. Oggi gioco a fare Rectoverso.

    - Il Nobel per la letteratura non lo danno agli scrittori di maggior successo.

    - Io questa cosa la so.

    - Citati non la sa.

    - Però Citati può scriverlo sul Corsera, e io no.

    - D'altra parte, Citati rosica più di me.

    Ho una carriera davanti (o di lato, "dietro" preferirei di no)?

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  7. "Leggere post così fa tirare un sospiro di sollievo e fa sentire meno soli."
    Si però li devi leggere su blogspot... Sarei più fiducioso sul futuro della nostra civiltà se potessi leggere Leo su Repubblica.

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  8. Tra l'altro (ovviamente è una piccolezza) Di Stefano scrive sulla repubblica che forse citati ha chiamato premio-campiello il nobel perchè lui aveva già vinto il viareggio e lo strega....

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  9. bellissimo post e grazie mille per la ricerca precisa che hai fatto, mi sono sempre chiesto, distrattamente, quale fosse il criterio di assegnazione del Nobel per la Letteratura e me lo hai spiegato con chiarezza (tra le altre cose mi sembra un criterio perfetto).
    ciao
    P.S.non perderei neanche un secondo sull'articolo di quel tizio un pò invidioso :-)

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  10. Sì, ma quel tizio un po' invidioso si dà il caso che sia uno dei "critici letterari" e scrittori più famosi e influenti d'Italia. Non sono parole prive di peso, le sue, per quanto ormai l'influenza persino di Citati sia estremamente marginale. Dirò di più, anche quando dice cose giuste, in qualche modo sbaglia. Un esempio: leggo sulla quarta di copertina di Austerlitz, di W.G. Sebald "Uno dei romanzi più notevoli degli ultimi anni" (P. Citati). Leggo sulla copertina di "Domani nella battaglia pensa a me" di J. Marìas quasi la stessa frase con la stesa firma. Lo trovo anche sotto "Ogni cosa è illuminata" di Safran Foer. E chissà in quante altre copertine. Ora, sui primi due ha assolutamente ragione. Sul terzo già molto meno. Ma se tutti sono "il più bel libro degli ultimi decenni" per la stessa persona, come faccio a fidarmi?

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  11. beh.
    A stoccolma si sono accorti 25 anni dopo che esistevano due persone di nome Françoise Barré-Sinoussi
    Luc Montagnier...
    Sai comè,dell'assegnazione del Nobel non mi sono fai fidato tanto,temo che sia un'assegnazione più,diciamo,politica che legata a chi ha contribuito in modo eccezzionale alla società...
    Io che il francese lo studio da 15 anni sono d'accordo quanso si dice che i giurati "ont des idées", hanno delle idee, e credo che queste idee non collimano con l'assegnare il premio a chi se lo merita davvero,piuttosto a chi garba personalmente a un giurato.

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    1. Non si fa mai una bella figura a farsi spiegare le cose due volte.

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  12. "Letteratura dell'Antartide"?
    Esilarante

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  13. Fabio, sì: il Nobel è un premio politico. Era il senso del pezzo.

    L'accademia non ha mai fatto mistero di privilegiare scrittori che hanno della letteratura una concezione abbastanza militante. Basta andarsi a leggere le motivazioni.

    Ma se tu, coi tuoi soldi, decidi di indire un premio Bottai da consegnare ogni anno al miglior scrittore che abbia saputo coniugare i verbi Credere, Obbedire e Combattere, nessuno può mica dirti niente. Ecco, per lo stesso motivo è inutile prendersela con Alfred Nobel o con l'accademia, se premiano gli scrittori che preferiscono.

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  14. Forse perché stavolta sono stato più attento, o forse semplicemente perché è vero, ma questa volta di rosicature ce ne sono state assai: esemplare quella di Ferrara sul Foglio.

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  15. ma a questo citati non glielo vogliamo proprio dare un premio di consolazione qualsiasi, tanto per rasserenarlo un pochino?

    (comunque che voi sappiate c'è qualche quotidiano a cui interessa che spieghi qualcosa ai lettori anch'io?)

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  16. complimeti soprattutto per l'accostamento tra il nobel e il festival di san remo. mi sono accorta di questo pensiero, piuttosto comune tra gli intellettuali italiani, da quando il nobel lo vinse saramago, circa 10 anni fa.

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  17. Qualcuno dovrebbe finalmente suggerire a editori, direttori e compagnia cantante che possiamo fare tranquillamente a meno delle parole di intellettuali del calibro di Citati.
    Secondo me 'sto genere di fine pensatore troverebbe maggior fortuna, buonumore e amabilità ritirandosi per esempio a coltivar la terra invece di sproloquiare (e rosicare) su cose che evidentemente non conosce e non ama.

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  18. Bel post! Leonardo, di D'Orrico cosa pensi?

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  19. io di pamuk ho letto il castello bianco, ed è stato una sofferenza. altro che miniature. spero che gli altri siano meglio

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  20. Devo dissentire dalla più parte dei pareri. Citati dice che il Nobel lo vince solo chi è innocuo, mediocre, opportuno; qui si può controbattere nel merito. Invece si sceglie un gioco più facile: prenderlo in giro per dei refusi - che poi sta' a vedere...

    Poi d'accordo, quell'elenco di luoghi è davvero inutile; ma forse dire che il francese lo studiano in pochi è solo appena meno banale. E poi, Citati sarà anche in qualche modo 16 forever, ma mi chiedo se ribadire in continuazione che Citati è un mediocre sia tanto più maturo o meno compulsivo.

    Peraltro, in generale i premi Nobel vengono davvero assegnati in base a criteri d'opportunità e poco altro - anzi, le stesse candidature hanno un senso politico, distributivo - perciò almeno stavolta che c'aveva preso, si poteva anche lasciar correre...

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  21. A me non dispiace dire cose banali (è ai tromboni come Citati che ripugna). Leggere "ont des idées" su un editoriale nel 2008 è buffo, tutto qua. Ti senti subito trasportare in un'atmosfera soffusa di minuetti e buffets a base di vol-au-vents.

    Citati è senza dubbio oggetto di un'ossessione compulsiva da parte mia, ma messa al servizio di un dibattito più generale, sulla funzione dell'intellettuale. Non credo di aver mai scritto che Citati è un mediocre - magari lo fosse! Invece è un uomo di straordinaria erudizione che però (come qui potete osservare) non mette a servizio degli altri, e alla fin fine gli serve giusto a salire su un piedistallo e rimanere lì con una certa aria da ricoglionito.

    E poi non è vero che "stavolta c'aveva preso": lamentarsi che il Nobel per la letteratura abbia un senso politico è come prendersela con le Olimpiadi perché hanno un senso agonistico: il Nobel nasce e cresce così, e non ha mai voluto essere niente di diverso.

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  22. Leonardo, anche il tuo pezzo a tratti dà l'impressione - personalissima - di un levarsi sassolini dalla scarpa.

    Poi, sono facilmente d'accordo, il pezzo di Citati non contibuisce in alcun modo al progresso morale dell'umanità, o di una sua parte. Ma, appunto, quanti e quali articoli di quotidiano lo fanno? il più recente a mia memoria è un pezzo di Susan Sontag sull'11 settembre...

    Quanto al dibattito sul ruolo dell'intellettuale, ahimè, i tempi sono cambiati.
    Prima il premio di maggioranza si chiamava legge truffa; oppure un presidente della camera non sarebbe finito sulle prime pagine dei giornali per il solo fatto di essersi dichiarato antifascista.
    Tutto è stato rimasticato e rigurgitato. E allora come abbiamo progressivamente aggiornato il senso di parole quali democrazia, diritti, pace, così dovremo farlo anche per intellettuale: non più chi si mette al servizio o ispira; ma semplicemente chi campa dando opinioni (ovvero: non più Vittorini, Pasolini o la Arendt; ma Baricco, Jovanotti o Maurizio Mosca).



    PS: e poi il Citati sull'Islam di Repubblica non era proprio robetta da due soldi.

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  23. Atlantropa:
    quello che succede, quando una persona anonima o poco più dal suo blog attacca un editorialista da prima pagina, è un conflitto asimmetrico.

    In questo caso: non è certo uno scandalo se io sul mio blog mi cavo un sassolino. I blog a questo servono.

    Ma Citati deve proprio occupare uno spazio importante sulla Repubblica per lo stesso motivo?

    E poi dai, io ho persino fatto una ricerca di 5 minuti per capire come venivano assegnati i Nobel. Lui no. E il professionista pagato è lui.

    Questo pezzo parla di questo: di professionalità degli intellettuali. Citati è un esempio di pozzo di erudizione abbinato a una scarsa o nulla professionalità.

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  24. Leonardo, ci mancherebbe altro, vai avanti così e rendi conto solo a te stesso.

    Solo non capisco perchè avercela così tanto con Citati; specie quando tg e quotidiani sono ormai l'epitome del degrado morale e culturale, il giornalista medio è poco più che un analfabeta ammaestrato, e personaggi come Sgarbi, tra carta stampata e tv, hanno avuto carriere ben più fulgide, compensi ben più lauti e spazi ben più vasti.

    Ridicolizzare è certamente catartico; si sorride sulle debolezze dell'uomo per grottesca contrapposizione con lo sfacelo che fa da sfondo.

    Ma, faccio per dire, un conto sono Veltroni ed il problema della sinistra, un altro Citati ed il problema degli intellettuali.

    La sinistra sta sbiadendo nel nulla; ma è proprio la leadership dell'ultimo quindicennio (più o meno sempre la stessa gente) che sta mandando in malora quel patrimonio significativo di idee, valori, progetti; ed in tutto questo un Veltroni - con il suo album di figurine americanpellicolari e le sue improvvise oscillazioni da affettato paciere a decisionista istintivo - gioca un ruolo di primo piano. Perchè, almeno per il momento, forse facendo altre mosse, prendendo altre decisioni, comportandosi diversamente, la sinistra potrebbe ancora dire la sua.

    Gli intellettuali, invece, semplicemente si sono estinti; darwinianamente; qualche altra specie ha prevalso. Ed un Citati che colpa ne ha? Certo, stavolta ha portato a casa la pagnotta col minimo sforzo: tre minuti, di cui uno per sfogliare l'altlante; ma anche qui: quanti altri come lui o peggio di lui? E poi forse che al posto di quel suo trafiletto ci sarebbe stato un Pasolini?

    Per questo dico che aspettare al varco Citati, o chi per lui, mi sembra più che altro un divertimento; legittimo, per carità; ma dando per scontato che della scomparsa degli intellettuali un Citati o un Eco non hanno più colpe di quante ne abbiano, chessò, Sting o gli U2 della fine della musica rock.

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  25. Il tipo di intellettuale capace di scrivere del Nobel in maniera così piccina (e dilettantistica) merita l'estinzione.

    Ma mi chiedo, non sono intellettuali anche personaggi come il qui presente Leonardo, o per uscire dal piccolo mondo del blog nostrano, uomini come Saviano, per esempio?

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  26. Andrea (#7), io di fiducia nel futuro non ne ho.

    Forse è misero, forse è egocentrico, ma mi consolo quando vedo espresse opinioni anche mie da altre persone, a maggior ragione se sanno esprimersi meglio di me e se sono, anche in questo piccolo mondo dei blog, più lette e seguite.

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  27. vabè, dài, Citati, il Franco Zeffirelli della Letteratura italiana! non è un po' come sparare sulla croce rossa (o su Susanna Tamaro)?

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  28. concordo perchè concordo :)

    e, comunque, btw, stoccolma è veramente splendida. 40 giorni e ci ho lasciato il cuore

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  29. Leggendo il pezzo di Citati ho pensato pressappoco ciò che è scritto in questo post. Mi fa piacere trovare le mie idee scritte molto meglio di quanto avrei mai potuto scriverle io. Ma anche meglio di come sono riuscito a pensarle, confesso.

    Nel club dei sixteen forever ci vedo bene anche Riotta e Sofri.
    Il primo, sul Corriere, dice "in bocca al lupo" a chi di deciderà di "dare un' occhiata al Carneade Le Clézio". Ma che vuol dire? Che lui un'occhiata si guarda bene dal dargliela? E allora a che titolo parla? O forse vuol dire che lui su Le Clézio la sa lunga? E allora perché non ci illumina, a noi che non ne sappiamo nulla?
    Il secondo sostiene (nel suo blog) che il premio Nobel "le ha buscate" da Citati su Repubblica: è proprio questa acritica accettazione del trombonesco verdetto di Citati, in virtù di una sua supposta inattaccabile autorevolezza, a rendere balsamica la lettura di questo pezzo di Leonardo.

    Entrambi (Riotta sempre sul Corriere, Sofri alla radio) frignano per la poca considerazione che l'Accademia svedese ha per la letteratura americana. Più o meno come un adolescente farebbe per la mancata assegnazione di un telegatto (o equipollente) al suo idolo.
    Si potrebbe almeno ammettere che il fatto che persino Riotta&Sofri (persino io, per dire) conoscano Philip Roth, già indichi che non ha bisogno, né della fama, né del denaro che il Nobel può portare. Per lui sarebbe solo una medaglietta. E davvero, credo che il nome di Roth sia noto a tutti i suoi potenziali lettori.

    L'impressione (ed è questo il punto) è che Citati, Riotta e Sofri non abbiano letto Le Clézio, ma considerino questa lacuna un dettaglio trascurabile, nel momento in cui si esprimono sulla scelta dell'Accademia Reale.

    Aggiungo che si parlò di una possibile assegnazione del premio a Sebald, e magari presto o tardi sarebbe accaduto. E' più per la morte, che per la tristezza, se il premio non lo vincerà mai. Facile così, per Citati, avere ragione.
    Inoltre, se l'Accademia avesse sempre applicato in modo rigoroso quei criteri di cui Citati fa la caricatura buonista e progressista, Pirandello ed Eliot non avrebbero vinto. Credo.

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  30. Leonardo, anch'io, come Atlantropa, ho avuto il sospetto che dietro al tuo post ci fosse l'invidia grossa così per chi, come Citati, scrive su un quotidiano nazionale prestigioso, per di più stipendiato. Il noto fenomeno della blogger envy per cui porcamiseria noi sì che, se fossimo al posto di.
    Cosa ti ha più infastidito: i refusi o il merito dell'intervento?
    Quanto ai primi: non scaglierei la prima pietra. Quanto al secondo: si tratta di un'opinione, e Citati ha la reputazione e le fisique du role (si può ancora usare il francese?) per poterla sbandierare dalle pagine di un prestigioso quotidiano nazionale.
    Vorresti farlo anche tu o ti appaga la possibilità di esprimere il tuo pensiero da "persona anonima o poco più dal suo blog"?
    Lungi da me ogni intento polemico, sia chiaro.
    :-)

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  31. Ari, lungi da ogni intento polemico il tuo commento può sussistere?

    Hai scritto che la mia è invidia nei confronti di Citati. Questa, se non si chiama polemica, cos'è?

    Però, scusa, qual è la notizia qui? Un blogger invidioso, o un grande protagonista della cultura italiana borioso e incompetente?

    I refusi non sono una sciocchezza. Un germanista che sbaglia a scrivere il nome di Grass pone un problema che non è da poco.

    Citati ha la reputazione e le fisique du role (si può ancora usare il francese?)

    Come lo usi tu, direi proprio di no.

    "Il merito dell'intervento" non era un'opinione. Citati doveva spiegare come si assegnano i Nobel e non lo ha fatto.

    E non venite a dirmi che Citati è la Croce Rossa, perché non è semplicemente vero! Citati è ancora lì, in prima pagina, e occupa un posto importante nel dibattito sulla cultura e sull'educazione italiana. Criticarlo, far notare le sue lacune e le sue pochezze, è un dovere. Se lo facessero in tanti, forse persino Citati comincerebbe a essere un po' meno intoccabile.

    La mia ambizione è questa, non occupare lo spazio di un trombone.

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  32. Beh, Ari, non credo che io e te stiamo dicendo esattamente la stessa cosa.
    Per esempio, il noto fenomeno della blogger envy a me non era noto - peraltro non capisco in cosa sia diverso da un'invidia ordinaria; segno che forse continua a non essermi noto.
    In ogni caso io non ho affatto avuto l'impressione che si trattasse di una cosa del genere; al contrario: perchè Leonardo ce l'abbia così tanto con Citati non riesco proprio a spiegarmelo; ed è anche per questo motivo che sono intervenuto: per capirlo; fin'ora ho ottenuto che Citati non ha svolto bene il suo compito; cosa che in questo caso probabilmente è vera (però si poteva fare di peggio, no?), ma appunto: quanta gente fa male il suo lavoro?

    Frequento questo blog da alcuni mesi; era il periodo post elettorale, vagavo disperato per la rete in cerca di un dibattito sulle sorti della sinistra in Italia, capitai qui per caso.
    Da allora ad oggi - come del resto ripetono già in tanti - sono stato piacevolmente sorpreso nel vedere alcune mie intuizioni già cristallizzate in parola o alcuni miei dubbi già risolti in bello stile ("effetto Klimt", "è la democrazia bellezza", "e compagnia" e compagnia), così come ho imparato un bel numero di cose del tutto nuove; tuttavia a latere di tanta gratia, mi è parso che Citati ricorra molto spesso; in un certo qual modo troppo.

    Ora, che vuol dire troppo? non certo che tu, Leonardo, non abbia diritto di scrivere quanto e come vuoi su Citati (mi sembra anche banale averlo specificato, ma se la banalità serve...); probabilmente vuol dire soltanto che Citati, rispetto ad altri cattivi del tuo blog (Israele, Walter, i borghezio, la Gelmini...) mi sembra un cattivo minore, quasi inoffensivo.

    Io, poi, non conosco granchè di Citati o di letteratura in generale (ero tentato di scrivere tout court, ma ho temuto che avrebbe dato troppo di madeleines); per di più, da disattento lettore di Repubblica, riconosco facilmente che parecchi suoi articoli sconfinano nel delirio o nel pettegolezzo colto; purtuttavia, a mio parere ha scritto anche pagine di valore, che da sole mi sono sufficienti per rigettare l'idea dell'erudito trombone e vanesio.

    Pertanto, Leonardo: perchè ce l'hai tanto con Citati? Forse che alcune bustine di Minerva non sono altrettanto inutili e compiaciute? i motivi per cui Eco (a proposito, la neovanguardia di frittate ne ha fatte eccome!) sia poco propenso a scrivere prefazioni sono così più interessanti dei gusti letterari di Citati? e Alberoni? Galimberti? Aspesi? Augias? non si lasciano anche loro prendere la mano fino al punto di sfornare incomprensibili farneticazioni? E infine, forse che se Citati avesse scritto diversamente i suoi articoli gli italiani avrebbero prestato attenzione a problemi più veri, più sostanziali? non so, qui sono solo pessimista: se non c'è riuscito Vittorini sul Politecnico, non vedo come possa farlo Citati su Repubblica...

    Per me il fenomeno è molto più complesso, sistemico; e comunque, se proprio dovessi scegliere chi abbattere, andrei con un Riotta direttore del tg1; tutto qui.

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  33. @leonardo

    Il mio commento non voleva essere polemico, ma provocatorio.
    Il tuo post mi ha dato lo spunto per poter dialogare, se vuoi, di un tema che a me sembra importante, e cioé quello del rapporto fra gli intellettuali da prima pagina e gli intellettuali da blog.

    Il tuo blog lo seguo ormai da anni e ho trovato qui molti più spunti che non negli elzeviri di Citati.
    Mi chiedo anch'io quale sia la notizia: è Citati? E' l'esistenza di grandi protagonisti della cultura italiana boriosi e incompetenti? Oppure che esiste un mondo di intellettuali ben più preparati e con ben altri "physique du role" (grazie per la segnalazione del refuso) che non hanno a disposizione la visibilità che meriterebbero?


    Il pezzo di Citati aveva un incipit furbo ma chiaro: egli ammetteva di non sapere nulla dell'argomento, pur richiesto dal giornale di provare a dare una spiegazione. E le spiegazioni non sono tutte scientifiche, a meno che si tratti della struttura dell'atomo. I criteri di assegnazione dei premi Nobel si possono spiegare solo con pareri, opinioni, appunto, altrimenti da qualche parte esisterebbe una tabellina che, sommando scientificamente meriti e demeriti dei candidati, offrisse qualche tipo di certezza.

    Hai detto che il tuo intento è discutere della professionalità degli intellettuali; siamo sicuri che non sia, invece, la minore visibilità degli intellettuali che scrivono sui blog rispetto alla popolarità di un Citati, eletto a emblema di un'intera categoria, popolarità che prescinde sempre più spesso dalla preparazione culturale e dall'impegno?

    @ atlantropa
    Hai ragione, stiamo sostenendo opinioni diverse.
    Quanto alla blogger envy: è un fenomeno noto nel mondo dei bloggers, molti dei quali si sentono ingiustamente considerati intellettuali di serie B, per il fatto di non avere a disposizione le pagine del Corriere e di Repubblica. Insomma, il blogger invidia il giornalista che se ne sta chiuso nella sua torre d'avorio senza essere tenuto a rispondere del proprio operato al lettore.

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  34. Stoccolma è splendida, su questo non ci piove. E' l'Italia che è un piccolo Paese, pieno di Citati che usano cattedre universitarie o tribune politiche o la possibilità di scrivere su grandi giornali per fare le loro polemiche da cortile. Che tristezza!

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  35. ...e come scrisse il grande Rino Gaetano: "Sto colmo a Stoccolma".

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  36. eh, lo so che Citati sta in prima pagina e che il lettore estraneo alla critica letteraria lo considera molto; ma allo stesso modo c'è chi considera Sgarbi un grande critico d'arte, Zichichi un grande scienziato, Baricco un esperto di musica classica (sic) e Alberoni e Morelli due grandi psicologi. chi conosce un po' quei campi sa che i tizi suddetti sono degli abili affabulatori presenzialisti e niente più. dici che è utile attaccarli? mah, ho i miei dubbi. a meno che non sparino bufale tremende (come quando Baricco disse che Ferroni non lo recensiva mai e invece era uscita da tempo una rece proprio di Ferroni...)

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  37. Grandissimo post. Ho scoperto questo blog da poco, e l'ho aggiunto nei feed.

    Grande!
    Parole sagge!

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  38. Avete presente il famoso detto sul saggio e la luna?
    Beh… dopo aver letto i commenti di atlantropa e Ari a me vien da pensare che da queste parti siamo proprio dei geni non solo a scegliere di guardare il dito, ma finanche a controllare il numero di peli per quindi gettarsi in una profonda disamina riguardo la loro disposizione sull'appendice del saggio…

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  39. Mah, lungo dibattito. Lui stesso si è firmato in vari modi lungo la carriera.
    Mi pare che anche su internet la grafia "Giosuè" trionfi: ma per esempio, sul sito dell'università di Bologna scrivono "Giosue". E di poche cose, a Bologna, s'intendono come di Carducci.

    Mettiamola così: "Giosuè" è una scelta, "Puck" una svista e "Gunther" una goffaggine. Uno alla volta non farebbero rumore, ma tutti insieme danno un po' l'impressione del vecchio cattedratico abbandonato dai suoi correttori.

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  40. Onestamente dispiace per gli errori e il francese, ma ciò che sconcerta è quel "Non ne so molto" per poi considerare "peccato gravissimo" essere troppo intelligente. Ma è autocritica, nel senso che parla a se stesso o ironia non riuscita o più facilmente assenza di umile sensibilità?

    Per me esistono solo 2 forme di critica che hanno ragione di esistere. Quella che ricerca la verità (come questo post) e quella che esalta gli aspetti positivi di un'opera (anche se impercettibili).

    Se la critica deve essere più mortificante dell'opera che giudica, allora ha meno ragione di esistere dell'opera stessa.

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  41. Questo commento è stato eliminato dall'autore.

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