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venerdì 15 luglio 2011

Perché ho scelto Scienze Inutili

La stanzetta della principessa.

Non capita molto spesso ultimamente che una cosa che leggo on line mi faccia pensare parecchio, e quando succede di solito è dello Scorfano. Eppure questo pezzo non dovrebbe fare altro che confermare le mie non originalissime tesi sul sistema educativo superiore italiano. Io sono infatti tra quelli che credono che in Italia si continui a dare troppa importanza ai licei, e soprattutto ai licei classici; che il motivo per cui continuiamo a tenerli aperti e iscriverci i figli abbia più a che fare con un problema di status che con una reale esigenza del mondo del lavoro (ma anche del mondo tout court: nessuno ha bisogno di così tanti latinisti); che questa inerzia culturale ci consegna non solo un enorme bacino di umanisti sottopagati, ma una generale sottovalutazione delle competenze tecniche e scientifiche. E bla e bla e bla, ne abbiamo parlato centinaia di volte.

E quindi lo Scorfano, che insegna in un liceo e non credo condivida la mia tesi, cosa fa? Mi mostra un laureato in lettere col massimo dei voti che stacca biglietti al cinema. Perfetto, no? Il guaio è che in lettere mi ci sono laureato anch'io, ovviamente col massimo dei voti (esistono altri voti oltre al massimo? Se non hai un centodieci quella pergamena non la vai nemmeno a ritirare), e se dopo la laurea non ho staccato biglietti, mi sono capitate anche mansioni più umilianti. Quindi, insomma, si parla di me? Do la colpa alla società per gli errori che io ho commesso? La mia rabbia contro il sistema della scuola media superiore italiana nasce dalla frustrazione di essere diventato quello che sono diventato? Ma io non me la passo così male, in realtà. Ho una cattedra, già da alcuni anni: con quello che succede in questi giorni sono abbastanza contento che Tremonti non me l'abbia ancora portata via, e il giorno che capiterà non sarà una tragedia; nel frattempo ho avuto diverse esperienze lavorative, sono riuscito a portare a termine un dottorato di ricerca e ho persino pubblicato una lunghissima tesi; ho messo su famiglia; e poi che altro c'è? Ah già, tengo un blog che mi dà qualche soddisfazione. Tutto sommato la tana che mi sono scavato in questi anni universalmente grami non mi sembra da disprezzare: anche se sospetto di avere avuto, rispetto ad altri coetanei laureati in lettere, diverse botte di puro culo (e il tempismo di laurearmi in tempo per l'ultimo oceanico concorsone: quello ha fatto la differenza, molto più di tutto quello che posso aver studiato o capito prima o dopo).

Dunque, a questo punto della mia non eccezionale ma nemmeno catastrofica parabola professionale, se vedo un neolaureato in lettere che si lamenta perché non riesce a trovare un lavoro in cui esprimere le sue competenze, cosa gli devo dire? La prima cosa è esattamente quella venuta in mente allo Scorfano, e cioè: Lo sapevi. Lo sapevi benissimo. Te l'avevano detto i genitori, i compagni, perfino gli insegnanti. Perlomeno, a me l'avevano detto davvero tutti: Vai a lettere? Vai a studiare da disoccupato. Punto. La scuola è un brutto mondo e comunque fuori c'è la fila; l'editoria è un miraggio; il giornalismo si impara da un'altra parte. Questi discorsi li abbiamo ascoltati cento, mille volte, eppure ci siamo iscritti a Lettere lo stesso. Cosa c'era di sbagliato in noi? Per prima cosa, avevamo diciott'anni. Ma questo ci scusa fino a un certo punto. A diciott'anni cos'è che non dovremmo sapere? Non sappiamo che dovremo affrancarci dai genitori, metter su famiglia, casa, proteggere i nostri cari da imprevisti, malattie e vecchiaia? In un qualche modo no, non lo sappiamo, altrimenti non ci iscriveremmo a Lettere, che se uno non è ricco di famiglia è oggettivamente una scelta dissennata. Del resto nei centri operosi era la scuola delle signorine di buona famiglia. E noi studenti di Lettere, in fondo, sotto sotto siamo tutti così: signorine di buona famiglia, di cui tutti lodano l'impegno, ma che nessuno si aspetta debbano rendersi utili: al massimo è lodevole che si trovino un modo elegante per occupare il tempo. Ecco, se volete una risposta all'eterna domanda: Perché nelle facoltà di lettere non si nega un trenta a nessuno?, la mia risposta è: ma vuoi negare un trenta a una gentile signorina di buona famiglia che si vede che s'impegna molto, e che comunque non arrecherà alcun danno a chicchessia? Devi essere una belva senza cuore (invece, il più delle volte, dall'altra parte della cattedra c'è una versione precedente, un po' inacidita, della stessa signorina).

Qui secondo me c'è un problema. Forse è il liceo classico. Forse no. Ma insomma se ogni anno migliaia di studenti maturi in tutta Italia fanno questa scelta oggettivamente dissennata, da qualche parte nella loro formazione è mancata una lezione di vita. Una cosa banalissima, secondo me basterebbe anche una mezza giornata, quel classico momento in cui per esempio ti telefona una tizia con cui esci che ha un ritardo e non sa bene cosa fare. Tu ti siedi un attimo a fare due conti e ti rendi conto che almeno in senso tecnico sei già un adulto, che non puoi più scegliere gli indirizzi di studio come si scelgono i film al cinema, che puoi anche laurearti in lettere classiche se ti piacciono tanto, ma probabilmente non ti potrai permettere la villetta suburbana col giardino per il cane e la mansarda per i giochi dei bimbi. Perché tantissimi diciottenni, soprattutto (ma non solo) al liceo, non si siedono brevemente a fare questo ragionamento? Non potrebbe trattarsi di una lacuna nella loro formazione?

Ho ripensato a quel me stesso spensierato che aveva davvero tutta la vita davanti, che poteva provare a diventare un medico o un magistrato e invece s'iscrisse a Lettere. Cosa gli frullava nel cervellino, pure già molto ben coltivato? Non c'era nessuno che poteva dargli buoni consigli? Ho pensato a tutte le persone sagge che conoscevo – che mi apparivano sagge in quel momento, al liceo e fuori. E forse ho capito una cosa. Io non sono cresciuto in un contesto competitivo. Io sono cresciuto in un contesto che faceva tutto il possibile per proteggermi dalla competizione. È vero che persino i nostri prof ci mettevano in guardia dalla facoltà-fucina di disoccupati. Ma lo facevano con una certa dose di ironia, che era poi la vera lezione che ho trattenuto. Cioè, è vero che rischiavamo di finire sulla strada, ma c'era poi qualcosa di male nel finire sulla strada? Gli anni Ottanta erano finiti da un pezzo, c'era la crisi e Amato doveva rastrellare novantaduemilamiliardi di lire per salvare l'euro che ancora non esisteva e già rompeva i coglioni eppure no, non c'era nulla di male a immaginarsi un futuro da dropout. L'importante era essere ricchi dentro.

Cosa significhi essere ricchi dentro credo che lo spieghi meglio di tutti Niccolò Machiavelli in una lettera che è antologizzata in tutti i manuali di letteratura del liceo, quella in cui racconta il suo ingaglioffirsi in un borgo dov'era finito durante un temporaneo rovescio di fortuna, i pomeriggi passati a bere e a giocare le carte eccetera; poi però la sera entrava nel suo studio, e lì tornava un ricco, un sapiente, a suo modo un nobile, che dialogava coi grandi della letteratura e coi potenti della terra, trattandoli da pari. Ecco: invece di attirare la mia pigra attenzione sul fatto che un giorno avrei dovuto mantenere un nucleo famigliare; che un giorno soltanto il mio reddito mi avrebbe difeso dalla miseria e dalla morte; invece di contagiarmi quell'ansia calvinista che ti porta a studiare giorno e notte anche una cosa che non ti piace, o a costruire computer nei garage, al liceo mi insegnarono che non importa quanto mi sarei ingaglioffito di giorno: se studiavo i classici, ci sarebbe sempre stata una stanzetta in cui avrei potuto essere grande, essere nobile, trattare i grandi personaggi alla pari. Se studiavo i classici.

mi pasco di quel cibo che solum è mio e ch’io nacqui per lui; dove io non mi vergogno parlare con loro e domandarli della ragione delle loro azioni; e quelli per loro humanità mi rispondono; e non sento per quattro hore di tempo alcuna noia, sdimentico ogni affanno, non temo la povertà, non mi sbigottisce la morte: tutto mi transferisco in loro.

E credo che sia stata quella stanzetta a fare la differenza, almeno nel mio caso. Se avessi studiato legge, avrei potuto condannare un innocente. Se avessi studiato medicina, avrei potuto ammazzare un sano. Ma studiando lettere non avrei mai ammazzato Pirandello; non solo, ma potevo immaginare di essere il suo più grande amico, e certo lui non avrebbe potuto protestare. La stanzetta non è che te la regalavano: dovevi studiare sodo, e io credo di averlo fatto. Ma non quanto deve studiare un veterinario o un architetto. Tanto non dovrò mai curare un cavallo, né disegnare un edificio che resti in piedi. Devo soltanto portare pazienza tutti i giorni, con quell'ironia che è la prima e l'ultima cosa che mi hanno insegnato al liceo, mentre assolvo le incombenze quotidiane che mi assicurano il pane, in attesa di entrare in quella stanzetta dove finalmente sono a tu per tu con Dostoevskij e Fenoglio (peggio per me se preferisco perder tempo con Facci e Merlo), e non c'è più spazio per temere le povertà, o sbigottirmi della morte.

La stanzetta è l'immunità a qualsiasi fallimento che la vita ti riserva, una specie di patto col diavolo: se tu hai paura di non farcela nella vita, ti iscrivi a Lettere e a diciannove anni sei già un perfetto fallito. Da lì in poi puoi solo fare progressi e apprezzarli, come è successo a me.

La stanzetta non è una metafora, esiste davvero. La prima che ho avuto era così piccola che un letto e una scrivania non ci stavano, bisognava scegliere, e io scelsi di dormire sul divano. La seconda era una mansarda, in cui ho ammazzato centinaia di zanzare mentre traducevo libri di cose che non conoscevo, e ogni tanto mi sentivo con David Foster Wallace. Tante volte poi, passando davanti alla mia stessa casa, guardavo in alto e pensavo questo molto strano pensiero: “io sono lì”. La terza è quella dove sto scrivendo adesso. Ma in un certo senso la stanzetta è questo stesso blog. È il posto dove io posso discutere di massimi sistemi senza pudore; posso criticare film o libri o musiche come se ne fossi un esperto, e poi nei commenti la gente dice sei un frustrato. Sono un frustrato? Può darsi, ma la mia è la stessa frustrazione di Niccolò Machiavelli, soffrirla è un onore.

Tutto questo per arrivare a dire che io, se incontrassi come lo Scorfano un neolaureato bigliettaio che si lamenta perché il mercato del lavoro non ha bisogno di lui, dopo qualche minuto di riflessione, gli direi: guarda che ti sei sbagliato. Tu non hai fatto Lettere per trovare un buon lavoro a scuola o nell'editoria. Tu hai fatto Lettere perché è quel corso di studi che dovrebbe farti sentire ricco, ricco dentro, anche se nella vita di tutti i giorni fai il bigliettaio. Dovresti staccare i biglietti spensierato, pensando ad Alceo o Arbasino. E se non hai capito questa cosa, vuol dire che non hai capito nemmeno la prima satira del primo libro delle satire di Orazio; figurati le altre.

Poi scapperei, perché una risposta così altera si merita gli schiaffi. Ma insomma noi nobili italiani, noi principesse di buona famiglia, siamo così. Non c'interessa nulla di quanto ci fruttino i latifondi o i btp: l'estratto conto lo degniamo di uno sguardo distratto, e torniamo nella stanzetta a chiacchierare con Franzen. Il mondo sarà anche pieno di gente più ricca, più elegante, più sana di noi, ma in un qualche modo dalla nostra stanzetta riusciamo a guardarli tutti dall'alto, e nessun destino ci sembra valga veramente il nostro. Siamo fatti così.

Siamo fatti male? Siamo fatti male.

89 commenti:

  1. Un bel post da prendere a schiaffi.
    Commenterò tra qualche anno.

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  2. Mi piace la lucidità di questo post. Condivido lo spirito col quale è scritto, l'esigenza di cominciare a interrogarsi “senza rete”, ossia senza “cortine (auto-)protettive”, e senza il ricorso a rassicuranti luoghi comuni, su certi nodi della realtà italiana.
    A qualcuno il post potrà sembrare forse distruttivo nei confronti dell'oggetto di cui parla, come certe “stroncature” dei recensori di una volta (oggi sono più rare...); invece io lo trovo costruttivo. Non contesta la “liceità” di una determinata scelta (la laurea in lettere o forse, più in generale, la laurea “umanistica”) ma invita a capirne seriamente le ragioni.
    Qual è il percorso, l'atteggiamento psicologico e sociale che ci porta a fare quella scelta di studi e, in definitiva, di vita? Secondo me è vero, come dice il post, che la difficoltà di quella scelta la conosciamo a monte, il più delle volte: non possiamo quindi meravigliarci se poi il “destino lavorativo” ci si presenta tutto in salita...
    Però è anche vero che non può essere la competitività l'unico orizzonte possibile; le società, i Paesi che hanno puntato tutto su questo principio, come se fosse l'ultima e più vera religione, oggi cominciano ad accorgersi delle conseguenze piuttosto drammatiche di questo “credo” – quando appunto si trasforma in un valore (o in un codice di valori, orientamenti e comportamenti) supremo e incontrastato, anzi “totalitario”.
    E' forse sbagliato che rimangano territori ideali, presidii culturali sparsi nella società, che rispondono ad altri criteri e che quindi schiudono porte su altri modi di pensare e di intendere la realtà e i rapporti umani e sociali? A mio parere, no. Ma bisogna essere abbastanza forti e determinati da sapere, fin dall'inizio, che difficilmente ti sarà regalato qualcosa lungo il percorso e che, soprattutto in questi campi “umanistici” ormai considerati marginali rispetto al “mondo delle professioni”, conta molto la capacità di orientarsi fra le occasioni di lavoro, e magari di sapersele costruire in relazione alla propria inventiva e al proprio talento.
    Il post fa riferimento, a un certo punto, a professioni come il magistrato, il medico, ecc. Il fatto è che non tutti possiamo/dobbiamo essere magistrati, medici, ingegneri, veterinari, ecc. e che, proprio perché si tratta di professioni richiedenti una preparazione specifica, richiedono talenti particolari, anche sotto il profilo del carattere. Ecco, anche questo è il punto: non tutti possono (saper) fare tutto. L'idea della “flessibilità”, che si va affermando, è negativa anche per questo: presuppone che gli esseri umani siano perfettamente interscambiabili, sicché ciascuno possa – a seconda delle esigenze del totem/mercato del lavoro – essere oggi falegname, domani insegnante e dopodomani guardia forestale. Se diamo per buono questo principio, dobbiamo dimenticare l'idea della vocazione e anche dell'emancipazione, per abbracciare l'idea della lotteria generale, dove solo pochissimi privilegiati restano a fare quello che vogliono, e tutti gli altri, intorno, in una vorticosa rotazione, fanno ciò che devono o ciò che resta loro.
    E infine, approvo la citazione di Machiavelli.

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  3. Parto ringraziandoti per la citazione di Machiavelli: quell'epistola è un capolavoro di filosofia ed etica, tutte le volte che la spiego in classe mi sento davvero una principessa!

    Ho finito ieri gli orali della maturità e ci sono alcuni dei miei (adesso ex) alunni che hanno detto che si iscriveranno a lettere. Ne avevamo già parlato durante l'anno scolastico, e più che scoraggiarli tout court avevo presentato loro il futuro che li attendeva per come lo vedevo io, cioè una dura e lunga lotta per trovare un'occupazione nel loro ramo, lotta quasi di sicuro persa in partenza, per la quale si sarebbero dovuti armare di una buona dose di pazienza, e soprattutto li ho avvisati che dovevano essere pronti ad avere l'umiltà di accettare lavori che non avevano niente a che fare con i loro studi e che potevano sembrare anche umilianti in confronto alla preparazione che si sarebbero procurati sudando sui libri.
    Una delle mie alunne più brillanti mi ha risposto: "Guardi prof che lo sappiamo, ma anche chi fa altre facoltà è costretto a fare lo stesso, non è più come ai suoi tempi (sic) che chi faceva facoltà scientifiche trovava subito lavoro, ora è tutto uguale! Allora perché non studiare almeno qualcosa che ci piace?".
    Cosa rispondere di fronte ad un esame della situazione lucido come questo? Andate avanti, ragazzi, fare quello che si ama a volte paga. Io mi sento ricchissima, anche se i miei scatti di anzianità si allontanano anno dopo anno dopo anno...

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  4. @deb
    io le risponderei che il mondo è cambiato ma proporzionalmente: se prima il lavoro per un ingegnere era immediato ora gli tocca faticare e se prima per uno di lettere era difficile ora è impossibile. Quindi sta buttando via tempo, 3-5 anni senza alcuna meta. Se ti piace studiare lettere fallo a casa la sera, mentre di giorno fai qualcosa che ti permetta di vivere, che si risparmiano anche le quote dell'università. Anche perchè è inutile mentirsi, il professore in una facoltà umanistica è giusto un contorno, non ti dice nulla che non possa essere trovato in un libro.

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  5. @ Ferkin, grazie per aver svalutato così bene il lavoro che faccio con amore!
    Se pensi questo di chi insegna lettere mi sa che hai avuto un cattivo insegnante...

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    1. Chiunque può dedicarsi ad uno studio personale ma non sarà mai la stessa cosa che andare a lezione.

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  6. Grazie Leonardo per aver messo nero su bianco una sacrosanta verità. Però... c'è un però. Credo che aver interiorizzato lo spregio per la volgare "roba" (per dirla alla Verga) ci tornerà assai utile in futuro. Non dico che sarà un mestiere, ma almeno una salvezza.
    Sai cosa faccio? Vado nella stanzetta e ne faccio un post per il blog. (Cos'altro potrei fare, d'altronde? :D)

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  7. Bel post, ma ho un paio di appunti da fare.

    Parto dal piu' stupido: le "scienze inutili" non sono certo limitate a lettere. Per esperienza personale ci aggiungerei quantomeno l'astronomia (studiata passando per fisica). In generale, quasi tutte le scienze "di base" sono eminentemente "inutili", anche (soprattutto?)
    quelle in cui la selezione accademica e' severa.

    Ma soprattutto, non credo che "fatti non foste a viver come bruti" sia l'unico motivo per cui qualcuno sceglie una laurea "inutile".
    Quasi sempre c'e' anche la volonta' di mettersi alla prova: "tutti mi dicono che e' dura.. ma qualcuno ce la fa: perche' non io?". Tutti mi dicevano di iscrivermi a ingegneria od informatica (ripieghi dignitosissimi, viste le mie attitudini), ma per me sarebbe stato come arrendermi senza nemmeno provare a combattere.

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  8. @Emanuele: per avere una laurea in una scienza di base (e lì i 110 e lode non li regalano a tutti) devi aver capito il metodo scientifico e la matematica, che nella vita (e nel lavoro) sono tutt'altro che inutili. Non credo tu possa dire la stessa cosa del gerundivo.

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    1. Ma qualcosa potremo pur dire della lingua e del fatto basilare che le parole sono importanti e il lessico di un popolo ha un significato vitale per la sua Storia.
      Al mercato degli Archi a Catania, dove risiede la vera vita comune e quotidiana per migliaia di persone il massimo della matematica è addizione e sottrazione- roba che non serve manco la quinta elementare-.

      La verità è che un po' tutte le scienze sono inutili, specie se il mercato e lo zeitgeist cambiano opinione sui nostri destini. Oggi va male a Lettere, ma domani un qualche straniero impiega le sue risorse- chi può dire come e chi può negarne l'evenienza?- per mettere veramente al centro del sistema economico l'heritage e costruirci un serio circuito di sfruttamento capitalistico. Tutto è merce e tutta la merce cambia di valore.

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  9. Non lo so. Sono laureato in lettere anch'io (chiaro), e negli anni ho sviluppato alcune idee sul perché la gente, in Italia, si iscrive a lettere, nonostante la vulgata della disoccupazione alle porte (che ormai, però, riguarda tutti: contate i laureati in medicina senza lavoro, e poi ne riparliamo). Temo che queste ragioni siano generalmente miserelle. A lettere si studia poco, e per lo più cose che si sono già fatte alle superiori. Con un minimo di lavoro è trenta e lode assicurato. Poi negli anni miei - i '90 - aveva attecchito una prospettiva secondo me suicida, fomentata da romanzieri gggiovani dell'epoca (ricordo Giuseppe Culicchia), per cui lettere era la facoltà da scegliere se avevi aspirazioni artistiche, mentre quegli altri vendevano l'anima al Sistema. E più di tutto pesa, secondo me, la tradizione umanistica e (peggio) la sua ultima appendice, quella gentiliana: l'ideale, appunto, dell'intellettuale nella sua stanzetta, magari senza legna per il fuoco ma intento a un dialogo con i principi eterni. Ed è questo, sempre secondo me, che avrebbe dovuto essere scardinato, incenerito dalle fondamenta, e mai è stato fatto: l'idea che la letteratura e le humanities in genere nobilitino l'uomo, l'idea dello studio umanistico come connubio fra grandi anime, il culto del bello stile, il mito della ricerca accademica (in ambito umanistico, ça va sans dire) come della professione della Madonna per eccellenza, invece che un mestiere come tanti altri e con le sue rotture di scatole come tanti altri. La cura c'era, la stessa adottata in Francia, Inghilterra, Stati Uniti, Germania: ed era il binomio strutturalismo/decostruzione, abbattere lo storicismo, il culto delle belle lettere, la dittatura Salinari-Sapegno, e spargere il sale sui resti; e spargerlo, soprattutto, su questa tendenza a stare sulla difensiva, sull'ideale carducciano dello studioso umile e frugale (Machiavelli ha scritto quella roba perché l'avevano silurato politicamente, non dimentichiamocene), questa vocazione alla sconfitta come di un blasone. E' drastico, ma è così: interpretare un testo richiede abilità specifiche, e nelle facoltà di lettere si dovrebbero studiare quelle, punto.
    (poi, grazie a Dio, c'è Feltrinelli: non serve una laurea in lettere per entrare, tirarsi giù Balzac o Tolstoj, e leggerseli: è che studiare lettere dovrebbe essere un'altra cosa, capire. E poi magari impegnare queste competenze facendo altri lavori, perché in teoria sarebbero competenze richiestissime - o dovrebbero esserlo, se i datori di lavoro fossero degni di questo nome)

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  10. Caro Leonardo,
    leggo il tuo blog da qualche tempo, lo adoro, l'ho consigliato a più di un amico e tutti hanno iniziato, con più o meno costanza, a seguirti col mio stesso entusiasmo.
    Fino a oggi mi sono tenuta per me il piacere di leggerti, senza avere l'educazione di ringraziarti, cosa che magari ti avrebbe fatto piacere. Solo oggi sento la necessità di commentare; per ringraziarti, sì, ma anche per raccontarti una storia sul tema che hai scelto di trattare; e l’hai trattata così bene che mi sono commossa.

    Mi hai fatto tornare in mente, vivido come se appena passato, il periodo della scelta del corso di laurea, avevo diciannove anni e la testa carica di sogni e di speranze; periodo difficile e pieno di incertezze, combattuta com’ero tra quello che avevo nel cuore, che mi piaceva e che volevo fare, e quello che la razionalità verso la quale la famiglia cercava di sospingermi insinuava che avrei dovuto scegliere per assicurarmi un futuro benestante e dignitoso (dal punto di vista economico, ma anche di prestigio).
    Loro adesso smentiscono di avermi mai costretta a fare alcunché, e in parte hanno ragione. Voglio dire, nessuno in effetti mi minacciò con la sferza, fui io che scelsi, ma all’epoca ero ingenua e anche parecchio sprovveduta, diciannove anni trascorsi in un paese del Sud Italia con la mamma insegnante in una scuola media e il papà piccolo imprenditore, entrambi con l’idea che anch’io avrei dovuto aspirare al posto fisso e/o al lavoro indipendente; e io non avevo visto altro, insomma tutti i miei amici erano come me, provinciali e sempliciotti, tutti col mito del posto fisso e della “villetta suburbana col giardino per il cane e la mansarda per i giochi dei bimbi”, e l’obiettivo di non avere la preoccupazione dei conti e delle bollette e di come riempire il piatto a pranzo e a cena. Io, dalla mia, avevo in più una tenacia e una caparbietà senza pari.
    Insomma, non fui costretta. Diciamo orientata. Che se poi esponi i tuoi dubbi alle uniche persone di cui ti sei sempre fidata, quelle che ti hanno sempre sostenuta cullata protetta nel loro mondo di posti fissi e di soldi da parte, che hanno tenuto da parte per te, per finanziarti gli studi e assicurarti un futuro, e loro ti elencano per l’opzione A tutti i rischi e per l’opzione B tutte le opportunità, diciamo che gran parte della scelta è già fatta.
    E dunque, messo da parte quello che avrei voluto fare davvero, quello che era nelle mie corde e lo è ancora, ma ora è tardi, cioè Lingue e Letterature Straniere, mi iscrissi a Ingegneria.
    Ora, se tu vuoi fare Lingue e ti costringi a fare Ingegneria significa, tanto per cominciare, che devi violentare la tua testa e imparare e applicare giorno dopo giorno un metodo di studio che non è “tuo”, che non c’entra niente con come ragioni tu, con come sei fatto tu.
    L’ostinazione che mi caratterizza mi portò, con una fatica immane, indicibile, a laurearmi in ingegneria. Per me gli anni dell’università sono stati un incubo; un immagazzinare informazioni e nozioni delle quali, in fondo, io lo sapevo, non mi importava niente. Solo per dimostrare a chissà chi che ne ero in grado, solo per rassicurarmi con il radioso orizzonte di un futuro senza pensieri.


    (continua)

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  11. (continua)


    E adesso faccio l’ingegnere, da sei anni. Ho il posto fisso, ho il contratto a tempo determinato, ho uno stipendio che non è da favola ma non è neanche da fame; e ho pure la fortuna di aver fatto da subito proprio quello che avevo studiato, proprio quello che, tra tutte le materie del mio corso di studi (ventinove sudatissimi esami), mi interessava più di altro. E da sei anni, tuttavia, non passa un singolo giorno in cui io non maledica quel momento lontano e sbiadito fermo lì dietro, nel 1997, in cui decisi di soffocare quello che ero per lanciarmi verso quello che avrei potuto avere. Perché questa storia finisce con me, oggi, che odio il mio lavoro, non mi piace nessuna delle cose che faccio, detesto il tipo di persone con le quali entro in contatto tutti i giorni per via del lavoro, rimpiango rimpiango rimpiango, e ho la certezza che se avessi scelto l’altra strada sarei stata molto più brillante e presente, nel lavoro che avrei potuto avere, di quanto lo sia ora nella mia prigione di stabilità. Soprattutto, sarei stata fuori dalla gabbia soffocante in cui trascorro la mia esistenza, e dalla quale non vedo l’uscita se non il giorno in cui andrò in pensione (più o meno nel 2040).
    E se avessi un figlio, probabilmente gli direi di fare quello che si sente, ché tanto oggi siamo tutti sul Titanic, anch’io, nonostante tutti gli sforzi che ho fatto e nonostante il mio inutile e detestato posto fisso nel prestigioso mondo dell’ingegneria, anche tu, che hai fatto Lettere e che ora ti senti realizzato (almeno, più di me), e anche quel laureato in Lettere che stacca biglietti al cinema, e al quale, con lo stesso rimpianto che provo adesso come tutti i giorni, racconterei la mia storia con queste stesse parole (preparandomi poi come te a scappare, perché sputare in faccia a quello che ho e che molti mi invidiano meriterebbe altrettanti schiaffi della tua alterigia).

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  12. Se lo scopo nella vita e' la villetta, allora la storia e' semplice: non si fa Lettere.

    Ma - a diciotto, cosi' come a ventotto, trentotto, ecc anni: la domanda qual'e'?
    Come fare i soldi? Come trovare un lavoro?
    O la domanda e': come essere felici? Come stare meglio?
    I soldi, la villetta, sono solo 2 pezzetti del puzzle. E guarda te - la coperta e' sempre un po' troppo corta. Si tratta di lottare.

    Io come Arianna ero stato messo in guardia. La mia decisione l'ho presa in ritardo - ho lasciato Lettere dopo un anno e ho cominciato a lavorare in informatica. La laurea non ce l'ho nemmeno.
    Faccio fatica come tutti: non con i soldi, ma con l'anima e il cervello.
    Lettere non mi avrebbe salvato. Non mi salvera' certo la villetta.
    Anzi - ho appena comprato un appartamento e il pensiero stesso di fare un mutuo per una villetta suburbana mi ha dato gli incubi e messo addosso una tristezza tremenda.

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  13. Scusate se intervengo ancora (poi sto zitto), ma il problema non sarà magari chiedersi perché fare lettere *piace* (tradotto: perché un/a diciannovenne pensa, anzi è sicuro, che gli/le piacerà), mentre di giurisprudenza, ingegneria, informatica, medicina non ci si pone nemmeno il problema, e anzi si parte dal principio che faranno schifo ma 'sono utili'? Cioè, perché la scelta dev'essere fra piacere e pragmatismo? E perché il piacere solo da una parte?
    Io sospetto sia per un pregiudizio atavico (la mia teoria è che cominci orientativamente col Bembo, ma forse anche prima), e anche per una questione di cattive aspettative: si parte dal principio che a lettere si passeranno quattro o cinque anni a leggere libri, e fine della storia - una prosecuzione del liceo. E invece si studia glottologia, si studia filologia romanza, semiotica, storia della lingua greca, paleografia e diplomatica: cose interessanti, per carità (il sapere è *sempre* affascinante, ma questo vale anche per la struttura delle proteine), ma la differenza con anatomia o scienza dei materiali (in termini di tecnicismo) non la vedo, né vedo perché dovrebbero essere più affascinanti. E, in generale, perché un filologo classico faccia cose più interessanti di un civilista o di un economista.
    Questo è l'unico paese in cui vedo questo, e gratta gratta c'è sotto la stessa scissione fra teoria (bene) e prassi (male) di origine umanistica, pronta a invertirsi nel suo opposto leghista o brunettiano del senso pratico VS masturbazione teorica (che è il criterio per cui gli imprenditori italiani sono restii ad assumere chi viene da facoltà 'teoriche').

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    Risposte
    1. Giustissimo.
      Oggigiorno i ragazzi che devono scegliere non hanno neppure tutto questo piacere nelle Lettere in senso assoluto. Anzi, i ragazzi vivono al di fuori del tempo, spesso e volentieri. Non è neppure un fatto di scelte, ma di difficoltà a partecipare alla vita.
      Insomma, Galimberti e Serra hanno le loro buone ragioni a raccontare le nostre generazioni in questo modo (forse anche esagerando il secondo).

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  14. Avrei voglia di scrivere un altro lungo post sull'argomento, ma risparmio me e i miei pochi lettori: perchè sono stanco, perché tra due giorni parto per un mese e perché forse sarebbe del tutto inutile. Mi tengo alcune idee per settembre, però; e tornerò sull'argomento (su cui si torna sempre, tra l'altro, anno dopo anno).
    Una cosa però ci tengo a dirla qui, subito: io sono da molto tempo (e l'ho scritto già sul mio blog) a favore del numero chiuso (molto chiuso) nella facoltà di Lettere e Filosofia (e facoltà consimili). Credo che un paese abbia bisogno di alcuni bravissimi specialisti di letteratura e di alcuni bravi (e ben preparati) insegnanti di letteratura. Nient'altro. Mi piacerebbe che venisse fatta una selezione rigorosa, sia in entrata sia in itinere, perché penso che sarebbe una delle possibili strade per incentivare coloro che davvero hanno voglia di dedicarsi alla Scienze Inutili, e disincentivare gli altri, che forse farebbero meglio a prendere altre più redditizie strade.
    (Sul "redditizio", piccola parentesi: vivo in un piccolo paese in cui tutti sanno tutto di tutti. Vicino a me abita il primario di cardiologia di uno degli ospedali più importanti della regione; poco più in là abita il fruttivendolo del paese vicino. Il fruttivendolo almeno guadagna dieci volte quello che guadagna il cardiologo primario, per capirci. E lui sì, ha una villa pazzesca con piscina pazzesca, non il cardiologo di chiara fama.)
    Ultima cosa: io insegno lettere in un liceo pensando che i miei alunni saranno ingegneri e medici e quant'altro, e che proprio per questo il mio insegnamento è utile. Spero che saranno ingegneri e medici adulti in grado di scegliere un bel libro, di leggere un bel libro, di distinguere un buon libro da un cattivo libro. Questo vorrei sempre. Quando un alunno viene da me e mi dice che vuole studiare Lettere lo mando via: gli dico di no, lo osservo cambiare idea e perdere entusiasmo. E, se lo perde così facilmente, so che ho fatto bene.

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  15. Sono in condizioni simili a quelle che descrivi. Laureato in lettere classiche, sei anni di sopravvivenza in disp(a/e)ratissimi lavori — non ho staccato biglietti al cinema, ma ho venduto libri e detersivi porta a porta, ho smontato e traslocato scaffalature in metallo e altre amenità del genere —,
    il concorsone mi ha dato accesso alla professione docente, dopo circa dieci anni di ruolo oggi sono in procinto di diventare DOP (Dotazione di Organico Provinciale).

    Anch'io ero stato avvertito che non avrei trovato lavoro, anch'io mi sono adattato e pur avendo raggiunto una posizione apparentemente solida la prospettiva è che tornerò nel precariato.

    Quello che mi è stato sempre chiaro è che non avrei potuto seguire altro percorso; che Arianna ha descritto quello che molti miei amici hanno provato, che io stesso ho provato e che non ho mai potuto negare.

    Anch'io ho le mie stanzette (quella virtuale si chiama Wikisource).

    Mi spiace e mi costa scriverlo, ma a chi è seriamente ma seriamente innamorato di quello che lo ha portato a scegliere lettere piuttosto che altri corsi universitari, in nome di tale amore cinicamente consiglio di cominciare a cercare all'estero più che in Italia: vi sono paesi non troppo lontani dal nostro dove spesso le competenze umanistiche sono più apprezzate e meno coltivate per mancanza di insegnanti competenti... intelligenti pauca.

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  16. Ah, ho dimenticato di rigraziare per le molto generose parole iniziali. E' stanchezza, non è maleducazione. ;)

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  17. Senza offesa: ma non dovremmo essere già oltre?
    Intendo: millenni di civiltà e siamo ancora qua ad aver bisogno della pubblicità contro l'abbandono degli animali, della manifestazione a favore dei matrimoni omosessuali, delle giustificazioni per la scelta di una facoltà umanistica.
    ale

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  18. Se è una questione di soldi, siete in ottima compagnia: io sono un medico e ho vari amici, un ingegnere chimico, 32 anni, che non trova lavoro, un biochimico, 29 anni, che è borsista universitario, mille euro (sta cercando soldi –rimborso spese- per un master a Boston, e non potrà mai permetterselo), un fisico, 41 anni, ex ricercatore negli USA, tornato in Italia per amore, tecnico in un’azienda, 1700 euro mensili (in azienda gode di un orario elastico, nel senso che è più o meno sempre tirato, l’elastico), due enologi giovani, disoccupati (lavoretti), due farmacisti, una dipendente (1400 euro), l’altro informatore scientifico, licenziato a 45 anni (dopo averlo costretto a lavorare fuori regione), e così via. Non siete soli, insomma, voi professori.

    Magra consolazione, ma consolazione.

    La differenza è che siete tanti. Perché? La laurea in lettere non è a numero chiuso, e dovrebbe esserlo: selezione severa, modello ‘Normale’. Ho il sospetto che non sia nemmeno troppo difficile, o particolarmente selettiva, come fisica, matematica o chimica farmaceutica; credo non duri molto, senz’altro molto meno di medicina (10 anni, 6+4, dato l’obbligo di disporre della specialità per poter esercitare).
    Numero chiuso, quindi, corso difficile, lungo e selettivo, e quindi, e forse, paga più equa.

    No?

    Be’, fosse anche così, cioè no, e penso sia così (dello Scorfano e Leonardo mi fido eccome), consolatevi con la cultura, tenetevela stretta, le buone letture saranno sempre il vostro testo di aggiornamento, l’insegnamento sarà il vostro tramite col mondo. E, come dice Leonardo, lo guarderete dall'alto, il mondo. Penso vi possa anche restare un po’ di tempo, per nutrire le amicizie, per crescere i figli, crescerli da vicino, per coltivare passioni poco costose (le migliori), per vivere tra chi, di cultura, nutre sé per regalarla agli altri, tra chi ha strumenti (la mente) i soli capaci a pensare alla felicità. Usateli non per pensare a quanto siete sfortunati, voi, e solo voi. Usateli per chiedere che le prossime generazioni di docenti siano ben selezionate, giustamente retribuite e riconosciute nei loro meriti. E se mai aveste qualche valore aggiunto, un valore robusto, ciò che una volta chiamavano dote, usatelo magari per far soldi, tanti soldi, per comprare una casa più grande rispetto a una casa solo calda e accogliente.

    Buona fortuna.

    Scappo, stanotte sono di guardia (stamani ho iniziato la sala operatoria come anestesista, alle 7, finita alle 15. Monto notte in Rianimazione, 12 ore, durante le quali, se tutto andrà bene, riuscirò a leggere qualche pagina del Manzoni, con le bellissime note di Stella e Repossi, regalo prezioso di due amici altrettanto preziosi, maschio e femmina, fidanzati, felici, insegnanti).

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  19. Io questo post me lo stampo, me lo ripiego ben bene, e me lo tengo sotto il comodino.
    Non si sa mai che, nella notte, mi scordi dove sto andando.

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  20. a me quella mezza giornata per aprirsi gli occhi, di cui parli, capitò nel '99.

    mi volevo iscrivere a Scienze della Comunicazione. Che pinolo. Una sera bevendo vino parlai con una prof di Filosofia che non era la mia prof, ma era la prof di un mio amico. Ci mise in guardia da SdC, ché lei già conosceva tanti in giro a elemosinare contratti. Quella notte non dormii.

    Poi mi iscrissi a Scienze e Tecnologie Agrarie. Dopo due anni, cambiai per Veterinaria. Laureato con il massimo dei voti, ma Med Vet in Italia è una farsa (14 facoltà solo in Italia, in Francia 2 o 3: il 25% dei laureati europei è italiano). Sono emigrato all'estero, lavoro nell'industria farmaceutica e guadagno molto più di quanto avrei immaginato a 4 anni dalla laurea.

    L'amico che era con me quella sera poi si è iscritto, a SdC, e ora è disoccupato da anni.

    Poi conosco laureati letterati che - cazzutissimi - sono riusciti a reinventarsi manager e altro. Conta la persona, non la laurea. Molto violentemente va detto che una persona inutile + laurea = persona inutile.

    Il mondo è fatto per chi fiuta il vento. Chi non è capace di farlo,per forza di cose resta indietro.

    In ogni caso, quello che vende biglietti non mi pare un'assurdità. Il fatto che se ne lamenti, invece, è un po' un'assurdità.

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  21. è commovente, quello che hai scritto. in qualche modo, da qualche parte, parla di me. e mi hai fatto vedere la stanzetta che, ora lo capisco, l'ho costruita anche io, forse diversa dalla tua, forse inutile in modo diversa. ma l'ho costruita anche io.

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  22. della serie: never to judge a book from the cover.

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  23. Rispondo ad alcuni commenti.

    No vi prego, il numero chiuso no. Capisco che per le generazioni passate sia carico di altri significati, ma veramente, vi assicuro che serve solo per far lavorare meno i professori universitari e proteggere le categorie.

    Nella mia esperienza molte delle lauree a numero chiuso hanno una didattica pessima, sevizi osceni, tanto non ti lamenti, sei uno dei pochi che è entrato su migliaia di persone e ti senti fortunato perché avrai un lavoro, quindi stai zitto e tiri dritto, non cambi certo corso di laurea.

    Invece quello che servirebbe è una selezione durissima, come avviene in corsi di laurea con alta richiesta e senza numeri chiusi. Per dire ultimamente le iscrizioni a matematica sono aumentate moltissimo, tanto che al primo anno gli studenti non ci stanno nelle normali aule del dipartimento, vi assicuro che senza bisogno di numeri chiusi l'anno seguente gli studenti rimasti entrano perfettamente nelle aule più piccole. Lo stesso capita a giurisprudenza (tanto per fare un esempio diverso).

    Se a lettere, almeno alla triennale, non si concedesse il 30 e se si facesse una selezione durissima si otterrebbe l'effetto di migliorare la didattica, scoraggiare chi si iscrive perché non sa cosa altro fare e diminuire il numero di laureati. Ma questo richiederebbe di ripensare i corsi di laurea, di rifare i programmi, di costruire percorsi sensati, di seguire per bene gli studenti interessandosi del loro percorso didattico. Tutte cose che la maggior parte dei professori universitari non ha alcuna voglia di fare. Per cui la soluzione diventa numero chiuso, così sono tutti felici tranne gli studenti.

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  24. Ti cerchi i commenti torrenziali, eh. Però interessanti pure quelli. Non li ho letti tutti ma recupererò, mi sembra ne vallga la pena.

    Sto dall'altra parte del confine - laurea tecnica-scientifica e lavoro in tema, anche se in un contesto molto particolare, grazie a quelle competenze e soprattutto grazie all'acquisita abilità di autoformazione continua.

    Da tecnico che ama la cultura umanistica, sottoscriverei l'ultimo paragrafo parola per parola. Forse "voi" letterati non siete principessine di buona famiglia, forse lo siamo un po' tutti (e tutti abbiamo una nostra versione della stanzetta).

    O forse lo sono un po' io, che già avevo il dubbio tra ingegneria e filosofia; forse non lo sei tu - hai un minimo di competenze tecniche, e capacità di affrontare cose normali senza un preventivo corso di formazione, tieni un blog: la maggior parte della popolazione trova già il "fare login" una cosa da ingegneri.
    Forse proprio per quanto dici nell'attacco, perfetta sintesi che condivido appieno (mia moglie dice che -non so come- te l'avrei dettata io).
    Avrei molto d aggiungere sulla diffusa scarsa familiarità con le basi della cultura scientifica e tecnica, sul frequente rifiuto psicologico aprioristico per le novità e gli strumenti fatti apposta per il proprio lavoro, sulle enormi difficoltà che comporta in tantissimi contesti. Ma nche sulle tante persone di talento - speicalizzato ma con competenze multidisciplinari e trasversali.

    Tagliando molto con l'accetta, a volte mi sembra che intelligenza, curiosità e capacità, uno le abbia o non le abbia - e se le ha si vede anche al di fuori della sua specializzazione. Se non le ha, si vede anche nel suo mestiere.
    Mi piace pensare che, in fondo, questa netta separazione tra materie umanistiche e tecnico-scientifiche, e relative "attitudini", sia esagerata - proprio figlia di quell'impostazione scolastica con la centralità del liceo classico. Forse è proprio il 30 assicurato il maggior responsabile dell'inutilità di certe scienze.

    Mettiamo lo scorfano al posto della Gelmini.

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  25. Leonardo, il giorno che ti iscrivesti a lettere ero accanto a te, che mi iscrivevo a Lingue. Cercavo affannosamente portoghese sul piano di studi e non lo trovavo, perché nessuno mi aveva detto che si trovava in un'altra facoltà (magistero). Abbandonai l'idea di studiare spagnolo e portoghese optando last minute per tedesco e russo. Scoprii che a Bologna si insegnava anche cinese, sanscrito e arabo (ma sotto la facoltà di storia) il giorno che entrai per la prima volta al dipartimento di Glottologia. Avevo 18 anni ed ero cresciuta a pane ed europa. Non avrei mai immaginato che la mi aspecializzazione in germanistica sarebbe stata soppiantata in poco più di un decennio dalla recente ascesa dell'impero di Cindia e della lingua araba, come pure dalla vertiginosa estensione al globo intero dei rapporti tra i popoli. Dico questo per suggerire a chiunque voglia studiare Lingue, di specializzarsi in una lingua minoritaria e difficile da apprendere. Anche lì ci saranno ottimi poeti e geniali intellettuali di cui pascersi l'anima, ma quanto meno avrete meno concorrenza e non vi illuderete di potervi tenere una cattedra di liceo per tutta la vita. Sono entrata di ruolo come insegnante di tedesco nella scuola media nel 2000, pensando di passare alle superiori nel giro di qualche anno. Pensavo male, perché oggi il tedesco alla scuola superiore praticamente non si studia più. Per fortuna che le tante lingue (europee) che conosco, e le vaste letture condotte fra liceo e università, mi hanno resa 'saggia' e flessibile. E splendidamente capace di consultare cataloghi bibliorafici e oriantarmi a 360° nel complesso mondo della testualità.

    A 18 anni, io almeno, capivo ben poco e sapevo ben poco del mondo (delle cose, non dei testi). A casa, mia madre mi incoraggiò per Lingue, perché si era più volte scontrata con la propria afasia all'estero, peraltro in circostanze non turistiche. Mio padre provò timidamente a suggerirmi di puntare su statistica, ma: 1) non avevo l'abitudine di ascoltare mio padre, 2)non avevo la minima volgia di pensare a dove mi avrebbe potuto portare una laurea in statistica (da figlia di matematici, peraltro, buttarsi sul versante umanistico era più che fisiologico).

    Tutto questo sbrodolamento biografico per dire che, come laureata in lingue, mi ritengo fortunata, ma se tornassi indietro forse mi specializzerei in tutt'altro. Qualcosa di pratico, di artigianale. E non dico altro.

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  26. Posso dire la mia da studente di ingegneria?
    siete dei pirla...
    Ma si, siete dei pirla perchè continuate a scrivere post come questo, dove parlate della bellezza della letteratura.
    Il resto invece, matematici, fisici, ingegneri ed affini continuano a tenere per se i loro segreti, avete mai sentito un matematico tessere le lodi di eulero? O un fisico parlarvi del momento torcente? O un ingegnere dimostrarvi un campo magnetico rotante?
    Eppure posso assicurarvi che queste tre sole cose, valgono quanto un Alighieri

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  27. OT @ Peppe: "tenere per sé", va con l'accento. Eulero va con la maiuscola. E alla fine della frase ci va il punto fermo.
    Altrimenti, oltre ad apparire maleducato perché chiami "pirla" persone che commentano un post (post che non mi pare tu abbia letto...), fai anche la figura dell'illetterato.
    Un sentito augurio per i tuoi progressi ortografici da parte di una Signorina di buona famiglia che ha studiato Lettere.

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  28. Anonimo, chapeau.
    Peppe, hai letto "Il teorema del Pappagallo"?
    Credo di no. Tanto è vero che sei inciampato nel paradosso dei corvi.
    PS: oltre alle segnalazioni dell'Anonimo, segnalo che anche "sì", l'avverbio, va con l'accento. Essere studente o laureato in ingegneria non autorizza a stuprare la lingua italiana.

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  29. Ribalto scherzosamente un secondo la situazione. Sono all'ultimo anno di studi in una materia che mi piace, e mi piace molto, benchè provenga dal liceo classico: economia. Ecco, il punto è che se questa scelta forse(ma forse..) un giorno mi premierà rispetto a un laureato in studi umanistici, dall'altro devo dire che questi anni sono stati duri. Quasi ogni volta che ho dovuto rispondere alla domanda "cosa studi?" mi sono trovato le facce degli interlocutori letterati (o simili) schifati o gelidi, come per dire "ah, ok. Ti piacciono i soldi/ vuoi fare il commercialista/potrai andare a lavorare in banca/..." e il disocrso virava su altre cose. All'inizio cercavo di spiegare cosa potesse essere bello degli studi economici(credetemi), ora rinuncio, anche se a me continua a picere.
    Ad ognuno la sua frustrazione.
    valerio

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  30. L'unica cosa che non capisco é il fatto che qualsiasi facoltà non umanistica sia automaticamente considerata una scelta pragmatica ma meno interessante o addirittura umile. Io ho studiato ingegneria e mi guadagno bene da vivere; tutto questo mi permette di dedicarmi ad altri "interessi" senza troppi sacrifici. Dal punto di vista umanistico la formazione ricevuta al liceo si é sempre rivelata più che sufficiente per orientare le mie letture. Quando ho scelto la mia laurea ho pensato al tipo di lavoro (responsabilità, viaggi, carriera, stipendio) che avrei voluto avere e ho scelto in funzione di quello ma non ho mai creduto che scegliere una facoltà "tecnica" mi potesse impedire di approfondire interessi più o meno umanistici.

    Insomma credo che la colpa (ma poi perché colpa, ognuno fa le sue scelte in funzione dei propri obiettivi ed interessi) non sia del diciannovenni che s'iscrive qui piuttosto che la ma dell'ide diffusa che conoscere qualcosa di Orazio sia più nobile di saper risolvere l’equazioni di secondo grado. Orazio ed equazioni di secondo grado sono entrambi parte del programma del liceo ma la maggior parte dei laureati si ricorda che Orazio era un poeta latino mentre non sa come risolvere una disequazione.

    Ps per i gramma-nazisti esistono anche persone che hanno fretta, , che scrivono su tastiere straniere senza accenti e che non hanno correttori nel browser. Esistono anche persone disgrafiche cosi per dire. Capisco prendersela con il pirla ma aggredire (stupro e illetterato sono delle aggressioni) qualcuno per un accento mi sembra eccessivo.

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  31. vuoi mettere la soddisfazione di correggere gli errori di ortografia a tronfi dirigenti che prendono tre volte il tuo stipendio??

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  32. Sinceramente mi sfugge come cercare di umiliare qualcuno per qualcosa di totalmente scollerato dal tema del post, come appunto l’accento su “se”, possa far progredire la discussione o dare qualsiasi tipo di soddisfazione. In generale quelle che voleva essere il senso del mio intervento é perché é cosi sconveniente sbagliare un accento mentre è tutto sommato accettabile non saper impostare una proporzione? Esiste veramente una convinzione diffusa (giustificata o meno) che ritiene più “nobili” le professioni letterarie?
    Poi ripeto ciascuno fa le sue scelte prima e dopo la laurea ma il sistema di basi su qui queste decisioni sono prese è, a mio avviso, sfalsato. Insomma il laureato in lettere tipo è un eroe romantico mentre l’alternativa essere un noioso contabile?

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  33. Gatto, hai pienamente ragione, e mi scuso con tutti per aver contribuito ad alzare i toni e ad andare fuori tema, vestendo i panni dell'eroina romantica con la laurea in ingegneria che si erge in difesa dei letterati a cui è stato appioppato l'epiteto dei pirla :) .
    Per rispondere alle tue domande, ritengo che la discriminante non sia l'aver preso un titolo "tecnico" o uno umanistico, ma la passione che ci si mette nel fare le cose. Da questo punto di vista io (e qui parlo solo per me), costretta nei panni dell'ingegnere che ha fatto la scelta sbagliata, mi sento molto "noioso contabile", proprio perché mi manca quella passione. Gli ingegneri bravi, quelli "sul pezzo", riescono a trasmettere la poesia nascosta nel solido di Saint-Venant. Io non ne sono capace.
    Per come la vedo io, non saper impostare una proporzione è altrettanto disdicevole che sbagliare gli accenti (e non occorre aver fatto l'università per saper fare entrambe le cose, è programma di scuola media!). Stai pur certo che mi scaglierò contro chi sbaglia le proporzioni quando i commenti ai post altrui si faranno con le proporzioni! :)

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  34. Credevo che l'ironia sui pirla sarebbe stata capita subito, cerco di spiegarla meglio.
    Davo dei pirla ai letterati perchè si comportano come un alchimista che dopo aver scoperto il modo di tramutare il piombo in oro, lo rivelano a tutti. Continuando a far notare la bellezza della letteratura, svelandone a tutti il segreto, si "inflaziona" la categoria.
    Il resto, capitanato dai matematici, si guarda bene dal rivelare la bellezza dietro tutto questo (vien da dire che molti matematici stessi non l'hanno compresa) riducendo "l'inflazione".
    Un po' tutti nervosetti eh?

    @Arianna, non ho letto il libro in questione, ma è in programma da tempo...Mi sfugge l'applicazione del paradosso dei corvi... Stai cercando di farmi dire che essendo tutti i letterati pirla, il resto sia composto da gran geni?

    @Gatto
    Capisco prendersela CON il pirla ma aggredire (stupro e illetterato sono delle aggressioni) qualcuno per un accento mi sembra eccessivo.
    Stai per caso dandomi del pirla? :D

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  35. Sì, ok, Peppe, sei ironico, ma mi sa che non hai letto il pezzo.

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  36. Che post pieno di idee vecchie. E di realtà vecchie. Laureati a spasso in giurisprudenza e medicina ce n'erano a palate quando mi sono immatricolata a lettere. Laureati in discipline scientifiche sottoutilizzati e sottoinquadrati ce ne sono sempre di più, data l'arretratezza del nostro paese. A Lettere non si studia solo "letteratura" anche storia, per dire, ma certo che c'importa della memoria, magari solo in economia, crisi, cose così? Roba da saccentoni. All'estero (vivo in Francia, al momento), un laureato in lettere ancora in corso di master può vincere a 23 anni un posto di insegnante a tempo indeterminato alle scuole medie (i concorsi ci sono tutti gli anni). A 30 anni sì e no si può essere associati in un'università. E' n o r m a l e, anche se sempre meno facile. Capita che classi intere di Normalisti italiani settore umanistico (selezione durissima, diceva qualcuno) si spostino all'estero dopo la laurea e vivano benone. E noi stiamo ancora a fare i ragionamenti che mi facevano nel mio liceo idealista cattocomunista del dopoguerra per parlare della questione letteratura/vs scienze??? Che grigiore.

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  37. Ecco, io non ho mai commentato su questo blog ma su questo pezzo (bellissimo) volevo condividere la mia opinione: non capisco (forse mi sono perso via leggendo i commenti...) il motivo di questa distinzione tra la cultura "nobile" e il sapere tecnico. Se i letterati possono trattare i grandi personaggi alla pari nella loro stanzetta, non vedo perchè non possano farlo, per esempio, i fisici o i matematici: gente come Archimede, Galileo, Newton, Gauss, Eulero e molti altri. Riprendendo quello che ha detto Peppe, anche nelle scienze può esserci una bellezza nascosta, per chi la sa apprezzare e non cerca solo le applicazioni...
    Siamo diversi, ognuno trova come realizzarsi facendo cose diverse. Per me nella frase "Tu hai fatto Lettere perché è quel corso di studi che dovrebbe farti sentire ricco, ricco dentro, anche se nella vita di tutti i giorni fai il bigliettaio", si potrebbe sostituire "Lettere" con il corso di laurea che ognuno ha scelto, se la scelta è dovuta alla passione
    Paolo

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  38. Premessa: sono biologa, lavoro in un'azienda farmaceutica e mia madre è un insegnante, laureata in lettere. Sinceramente, pur essendo un'amante delle arti in senso lato e pur avendo letto e commentato il brano di Machiavelli al liceo, anche io come Paolo non ho mai capito come mai si dovrebbe sentire "ricco dentro" solo chi studia poesia e letteratura e non chi, magari nella stessa stanzetta, cataloga specie o dimostra teoremi o disegna progetti o scopre la teoria della relatività. Intendo dire che non solo non lo capisco ora, non lo capivo nemmeno a 19 anni e infatti ho scelto una facoltà scientifica per il puro piacere di farla. Conversare con i grandi della scienza e tentare con loro di capire come funziona il mondo in cui viviamo a me è sempre parsa una nobilissima attività. Però riconosco che al liceo (scientifico, peraltro) ero una mosca bianca: tutti, insegnanti ed allievi, erano convinti che qualcuno scegliesse una facoltà scientifica per sistemarsi nella vita, non perchè davvero si sentisse gratificato. Comunque, io e parecchie persone che conoscevo all'università abbiamo studiato biologia, o fisica, o matematica, o ingegneria, o architettura, non per calcolo, ma perchè erano belle, così come può essere bello passare il tempo sui classici. Poi penso che così come io non sono finita a fare il ricercatore come sognavo ma ho un buono stipendio in un'industria, un laureato in lettere possa far fruttare la sua laurea scelta per sentirsi ricco dentro in settori più richiesti dal mercato dal lavoro. I miei amici laureati in lettere non sono disoccupati e non lo sono mai stati: sono impiegati nel marketing o nelle risorse umane e guadagnano anche più di me con la mia laurea scientifica. Senza offesa, non dipende dalla facoltà, dipende dalle persone, dalla voglia di misurarsi con qualcosa che non hai studiato sui libri e, perchè no, da un pizzico di fortuna (o meglio, dalla capacità di vedere e sfruttare le occasioni che capitano per caso).
    Francesca

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  39. Mi associo al primo commento di Arianna.
    Anche io ho salvato il blog di Leonardo da anni nei miei "Preferiti" e lo consiglio agli amici.
    E anche io nel 1997 avrei tanto voluto iscrivermi alla facoltà di "Storia" o "Relazioni Internazionali".
    Ma una madre insegnante di italiano e latino bastò a dissuadermi. Mi gettai sull'altra mia passione, la matematica.
    Oggi sono lureato in ingegneria, ho un contratto a tempo indeterminato e uno stipendio molto superiore ai miei coetanei (che ce l'hanno). La mia laurea mi ha permesso di vivere e lavorare già in 3 paesi (e 2 continenti) diversi per lungo tempo. In altre parole mi ha permesso di coltivare (nel tempo libero) molte delle passioni che a suo tempo mi spingevano verso una facoltà umanistica.

    Questo per dire che la facoltà e, di conseguenza il lavoro, sono solo dei mezzi attraverso cui realizzare i propri obiettivi.

    Kappa

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  40. ps. non intervengo sulla bellezza della matematica o di altre discipline perchè finirei per andare OT. Ma vi assicuro che "capire" un teorema può dare lo stesso piacere che leggere un bel libro.

    Kappa

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  41. Sai, noi abbiamo fatto ingegneria, e anche ingegneria ci fa sentire ricchi dentro. E con due palle grosse così, per di più.

    Peraltro, prima di farla, alcuni di noi hanno fatto il tecnico industriale, subendo la puzza sotto il naso e lo snobismo dei liceali, poi vagli a dire che io ho fatto molta, molta, molta più matematica di un liceo scientifico, eri sempre un inferiore.

    Puzza sotto il naso che oggi è solo attenuata, perché ingegneria non è una facoltà da e per tutti, ma rimane sempre il senso del classicista di fare la bella citazione per metterti in un angolo, mentre se tu ingegnere gli parli per sbaglio di matematica, ma che brutto ma che pizza ma che cosa noiosa ma chi se ne frega.

    In Italia, non solo, è consentito essere un analfabeta della matematica e della scienza, mentre non si può esserlo in letteratura.

    No, voi avete fatto Lettere perché volevate stare con il culo caldo, avete fatto anni di università in cui passavate le giornate sostanzialmente a scopare (beati voi, eh) e preparavate un esame in un mesetto (dimmi di no, adesso), e tutto questo con la puzza sotto il naso, il tono del so tutto io, la convinzione di essere un privilegiato.

    Ecco, ora se pensi che uno legga il tuo dispiacere esistenziale, che contiene al suo interno ancora il germe della superiorità, del vostro essere ricchi dentro: prendetevela, cortesemente, in culo, voi e il vostro essere ricchi dentro. In amicizia, che la stima non viene mai meno.

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  42. Cioè aspetta, a lettere si scopava tutti i giorni e non me l'hanno detto? Maledetti. Ecco perché non c'era mai nessuno al seminario di ecdotica.

    (In amicizia, poi, se alla tua età non hai superato lo shock dei compagnucci liceali che studiavano meno di te e avevano la puzza sotto il naso, c'è un problema. Non si supera con l'ingegneria e nemmeno con le humanae litterae. Si supera mandando a fanculo uno che ha appena scritto che scegliere Lettere significa firmare il proprio fallimento a diciott'anni? Se vedi germi di superiorità, se vedi germi in generale, è un tuo problema. Il mio problema è che non guadagno tanto. Farei anche cambio, guarda).

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  43. Un'altra cosa che non si capisce è perché uno dovrebbe aver bisogno di una LAUREA in Lettere per amare le Lettere, o per capirle.

    Come dire che a leggersi da soli un'opera letteraria, non si è capaci di capirla. Che a leggere un commento di critica letteraria, non si è capaci di capirla a fondo A MENO CHE tu non abbia scaldato le panche di un'aula per un semestre, A MENO CHE non sia stato tutto certificato da un voto sul libretto.

    Esistono proprio degli step non necessari: il voto sul libretto, la pergamena di Laurea. Questi passaggi non servono, se vuoi amare le Lettere per i fatti tuoi. Sono funzionali solo al (piccolo) valore legale che una Laurea ancora possiede.

    quello che ti manca al massimo sono le nozioni accademiche: per esempio fare citazioni incrociate (eh, la poetica di Tizio, al contrario di Caio, si concentra su questo argomento, in linea con la corrente dell'epoca etc etc etc)

    Ma di fatto molti argomenti sono orizzontali: possono essere compresi a prescindere da nozioni precedenti. Al contrario, non potrai capire una Terapia se prima non hai capito la Patologia, e prima ancora la Fisiologia, e prima ancora l'Anatomia, e prima ancora la Biologia.

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  44. Leonardo, non è che confondi Niccolò Machiavelli con Emma Bovary? L'hai presa molto larga ma sempre lì si arriva: al tempo libero alienato, al consumismo culturale, al bazar del sacro letterario. Le "signorine di buona famiglia", che noi siamo, hanno studiato Lettere perché altre Emma Bovary hanno fatto loro credere che lo svago culturale (leggere, scrivere, suonare, filosofare, ecc.) fosse qualcosa di nobile cui dedicare l'intera esistenza. Ma è la metafora della stanzetta, sostanzialmente bovaristica, a essere perniciosa. Proprio questo distingue Emma e Niccolò: lui nella stanzetta ci è stato il meno possibile, e ha usato le sue letture e il suo talento per agire concretamente. Non sono le Lettere a essere inutili, ma una certa loro concezione stanzettistica...

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  45. lascio un commento che nessuno leggerà solo perché me lo merito: ho letto il post e tutti i commenti (ochei, quasi tutti).
    per me leonardo ha scritto un bel post. riguarda lui, le sue scelte e ha generalizzato un pochino. quel tanto per capire. e poi c'è un fondo ironico.
    oltretutto è scritto bene.
    poi certo se poi si commenta generalizzando a cazzo (ops...) si va alle tifoserie contrapposte e non serve a molto.
    personalmente sono semianalfabeta e ho cominciato a lavorare a 17 anni. però ho sempre fatto il lavoro che mi piace. attualmente mi pagano per trafficare tutto il giorno con photoshop & c. pensa che durante il giorno, talvolta mi dico: ma sono proprio un cazzo di genietto! certo, quando mi riesce qualcosa di particolarmente complicato & bello. il mio lavoro è abbastanza creativo e divertente e apprezzato.
    rifarei i miei non-studi nello stesso modo? boh.
    certe settimane penso di sì e altre il contrario.
    anzi, leona', facciamo ìna cosa: ripubblica questo post fra due-tre anni e vediamo le risposte

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  46. D'accordo con l'ultimo commento.

    In quanto a "Le Scienze Inutili": il grado di misura di quanto inutile sia una scienza secondo me sono i subprodotti che genera. Per esempio, l'Astronomia sarà inutile in se, ma per misurare certe cose bisogna avere degli strumenti e costruirli; una volta che si ha quella tecnologia è possibile applicarla ad un'altra cosa...
    Dunque, valutate (io non ne so niente del mondo letterario) quali sono i subprodotti. Se non ce ne sono tanti, entriamo nella questione "l'università e scuola pubblica deve mantenere un sistema che non genera ricchezza?" Ma bisogna misurare bene quei subprodotti...

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  47. Che poi io non sono per niente d'accordo sull'inutilità delle scienze umane. Il mondo contemporaneo non é fatto solo di dottori, ingegneri e avvocati, ma soprattutto di impiegati, quadri e amministratori. Non vedo perché gli studi umanistici sarebbero meno adeguati degli studi di economia e commercio per svolgere queste mansioni. Parlare di scienze utili e di scienze inutili non vuole dire niente in un mercato del lavoro il cui unico scopo e posizionare dei burocrati (del pubblico o del privato) adatti a fare circolare l'informazione e ottimizzare la produzione. Il problema non é che tutti vogliamo una laurea in Lettere, ma che tutti vogliamo una laurea. E che un pugno di schiavi immigrati non é in grado di mantenerci tutti.

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  48. Mi sembra manchi un dettaglio in molti commenti: lavorare vuol dire dare qualcosa agli altri, non solo prendere qualcosa per sè. Io, come, quasi tutti avevo più di una passione quando decisi che cosa fare all'università. Scelsi qualcosa che mi portasse a un mestiere che fosse un modo per contribuire alla società. Mi pare che invece tanti si aspettino di essere pagati per coltivare solo ed esclusivamente le proprie passioni. Beh... allora appassionatevi a qualcosa di utile per gli altri, per la società là fuori, di modo che abbia un motivo per darvi qualcosa in cambio.

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  49. @Paolo premesso che ho fatto ingegneria come te e che condivido il discorso della puzza sotto il naso che molti umanisti hanno direi che hai toppato alla grande...

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  50. Per me, la cosa migliore che hai scritto quest'anno. Ma sono di parte. Da stampare e farci dei poster da appendere in tutte le camerette, le scuole, le librerie feltrinelli del regno.
    (La discussione che è venuta fuori nei commenti invece, mi ricorda tanto la famigerata superiorità morale della sinistra)

    Hervé

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  51. @Hervé
    Ma no, perché? Mi sembrano interessanti i commenti - segno che leonardo ha toccato punti sensibili - e le esperienze personali come quelle di Arianna mi pare arricchiscano molto; poi, de gustibus.. (ah, no, scusate, non sono n letterato.. "a ognuno le sue opinioni", va meglio)

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  52. @Tomassetti trovo questa affermazione ingenua. Vivere, in sé, dovrebbe essere anche dare qualcosa agli altri, mentre si studia, mentre si cresce, mentre si cammina per strada senza buttare la carta per terra, tipo. A parte il fatto che fare qualcosa con passione significa sempre farlo meglio che facendolo controvoglia, e di conseguenza avere molto di più "da dare", comunque, se tutti i manager, gli avvocati, i chimici, gli ingegneri che forse, ipotizzo, rientrerebbero nella tua categoria di chi "dà qualcosa agli altri" facessero questo, il mondo sarebbe un paradiso di filantropia... L'idraulico è senz'altro mestiere di assoluta utilità per gli altri, ma secondo te son tutti mossi dall'interesse per la salute dell'umanità? (senza offesa per gli idraulici, ovviamente). Tutti fanno qualcosa per gli altri, ma quali altri? L'interesse della propria azienda o del proprio cliente è davvero perciostesso quello "degli altri"? Qualche dubbio ce l'avrei, sinceramente.

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  53. Io penso che tutto dovrebbe avere come orizzonte la proprio "Vocazione", quello che ci sentiamo di dover fare e dare in questo mondo.

    Non mi piace l'idea della stanzetta per i miei piaceri ed il mondo che può aspettare... Se si fossero tutti rinchiusi a fare i bigliettai non avremmo avuto neanche i letterati.. ma finché c'è papa stato a pagare i nostri sollazzi tutto e lecito (anche cambiare Papà e andare a vivere in Francia!).

    Io penso che la sfida di oggi, stia nell'avere Dostoevskij pur essendo ingegnere e non nell'essere tra "quelli che hanno una cattedra" perché sono stati più bravi o fortunati degli altri.

    Questa mi sembra una resa al "Principio di Realtà". Io sono per una sintesi faticosa che permetta di dare un contributo non solo da cicala ma anche da formica!

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  54. Per quanto si possa divenire felicemente consapevoli che la stanzetta è un privilegiato punto di osservazione della melma in cui nuotano giovani e arroganti medici e avvocati da prendere a schiaffi, rimane il fatto che senza soldi non puoi nemmeno comprarti i libri. O girare il mondo. O quel che è peggio, mangiare.

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  55. Io ho sempre contato molto sulle biblioteche.

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  56. Le quali biblioteche, a loro volta, in virtù di questo discorso stanzettistico, esistono per grazia divina oppure sono cadute dal cielo, insieme a noi che ci stiamo dentro (e meno male che siamo riunchiusi nella botte, anche se la lanterna si sta spegnendo - su questo sono d'accordo con te, come non esserlo?).

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  57. un post divertente ma per nulla attendibile.

    1) Marchionne è laureato in Lettere. E conosco centinaia di posti di responsabilità coperti da laureati in lettere o filosofia.

    2) Inoltre il posto fa riferimento a una idea antiquata della letteratura. oggi nelle facoltà di Lettere si tudia il sistema letterario, l'analisi della ricezione, la semiotica, la psicologia cognitiva.

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  58. Coi bei risultati che sono davanti a tutti. Comunque il piano di studi di Bologna non è cambiato molto da quando ci studiavo io (http://www.lettere.unibo.it/Lettere/Didattica/Lauree/manifesto.htm?AnnoAccademico=2011&CodCorso=0958&Indirizzo=356&Orientamento=000&Progressivo=0)

    Riguardo al punto (1), forse è il caso che vai a correggere la sua pagina wiki: "In Canada Sergio Marchionne si laurea in legge alla Osgoode Hall Law School of York University e consegue presso la University of Windsor un Master in Business Administration (MBA). Presso l'Università di Toronto completa invece i suoi primi studi universitari in filosofia. Esercita quindi come commercialista, procuratore legale, avvocato ed esperto contabile diplomato".

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  59. Consolazione: sono geologo (si, ho persino perso tempo con l'esame di stato) e ho dovuto ripiegare su un lavoro da impiegato, nell'università, che ogni tanto mi permette anche di fare cose per le quali posso dire la mia. Secondo me non dobbiamo dimenticare che queste porcherie sono endemiche in Italia; abbiamo soppresso il lavoro in senso lato per chi ha meno di quaranta anni. E da li a cascata nasce la rovina italica. Figurarsi, tassiamo il lavoro più di qualsiasi altra cosa. Alla faccia dell'articolo uno.

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  60. Aho' nessuno che voglia fare l'elettricista, il muratore, l'agricoltore, il meccanico?

    Nooooo, lorsignori devono parlare con Dostovjesky (si scrive così? chissenefrega) che tanto i lustri che passate a Lettere li pagano i contribuenti e quei santi dei vostri genitori.

    Numero chiuso? Noooooo, mica vorremo stroncare le aspirazioni di centinaia di migliaia di persone, che, è inutile negarlo, negli ultimi 50 anni hanno imposto al mondo la superiorità della cultura italiana.

    Bigliettaio al cinema? Noooooooo, come si permettono queste aziende, questi giornali, queste case editrici, ma soprattutto questo Stato di rifiutare il mio indispensabile apporto a questa società?

    Se sono laureato? Si, e faccio pure un lavoro che non c'entra nulla, noioso, pagato poco, ma ringrazio cento volte il Signore d'averlo, e soprattutto non mi lamento.

    Voi godete pure nelle vostre stanzette, o a correggere gli errori di ortografia di chi non ha voglia e/o tempo di scrivere un post ineccepibile grammaticalmente, o a manifestare le motivazioni che vi hanno portato ad una scelta praticamente senza senso.

    Quello del lavoro, ve lo dico dato che a Lettere non ve lo insegnano, è un mercato, e se voi non riuscite a vendere il vostro, dovete prendervela solo con voi stessi, non con lo Stato, la corruzione, la società ecc..

    Non è che se le mele del fruttivendolo sono marce, quest'ultimo si lamenta del fatto che quel sapore leggermente amarognolo non viene apprezzato dalla società, semplicemente quella sera sta a pancia vuota, ed il giorno dopo probabilmente vende quelle buone.

    Andate a zappare.

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  61. Credo che i licei servano...servano a creare un equilibrio: se ci fossero solo istituti tecnici e professionali ci sarebbe una disoccupazione molto più elevata perché congestionata dall'alta offerta di lavoratori (o comunque di ragazzi e ragazze che possono muovere i primi passi nel mondo del lavoro). La cultura ci vuole, sempre. Io ho frequentato un centro di formazione professionale e poi un istituto tecnico per le arti grafiche. Ecco, sono sincero: non rimpiango per nulla la mia scelta, anzi!Però con altrettanta sincerità dico che un po' di cultura in più la vorrei! Mi piacerebbe parlare molto meglio l'italiano stesso, l'inglese, un'altra lingua straniera e perché no..anche un po' di latino. Obiettivamente per il lavoro che faccio adesso e per l'università che ho scelto forse non mi servirebbe, ma sai, giusto per sapere qualcosa in più, o semplicemente capire una scritta incisa in un monumento. La "rabbia" mia non è verso i disoccupati laureati in lettere, ma di chi sceglie un liceo per amicizie, comodità (ubicazione) o per far contenti i genitori e poi: a metà molla, cambia e va a scaldare il banco in istituti tecnici di cui non conosce nulla e non vuole capire altrettanto (forse esagero, però ho visto anche questo) oppure dopo la maturità si lamenta del fatto che DEVE andare all'università (spesso che non coincidono minimamente con il piano di studi superiori). Ormai l'imprenditore medio richiede al colloquio di lavoro almeno la laurea triennale, tanto che anch'io mi sono iscritto all'università (ben inerente agli studi fatti in precedenza) oppure in mancanza di questa il lavoratore sa che potrà avere meno diritti e potrà puntura ad una piccola scalata nei quadri aziendali. CONITNUA POI

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  62. CONTINUA QUI

    Questo però non giustifica il neolaureato a snobbare alcuni lavori e/o contratti solo perché un pezzo di carta, perché sinceramente, io a 19 anni con: una qualifica, un diploma, 1 mese e mezzo di stage in azienda (durante il 2° e il 3° professionale) un progetto per la regione portato a termine durante il 2° anno dell'istituto tecnico (IV^ superiore) e alcune esperienze di lavoro (purtroppo in nero) durante le varie estati di questi ultimi 6 anni di superiori (3cfp + 3Iti) so adattarmi meglio e rendere di più di mio fratello 23enne laureato a giugno in lingue. I tipi di scuole sono diverse: secondo me il liceo ti aiuta ad imparare a studiare e comprendere, mentre l'istituto tecnico e il centro di formazione professionale ti insegno un lavoro, ma anche la capacità di essere flessibile e cosa voglia dire il sacrificio sotto il punto di vista fisico (un liceo ti porta magari a capire e sacrificare del tempo per stare sui libri). Sicuramente in questo piccolo pezzo vedrai che culturalmente sono un passo indietro (anche di più) però è troppo facile generalizzare come con la classica frase: NON C'E' LAVORO. A maggio mi preparavo per gli esami e avevo già avuto una proposta di lavoro e 2 compagni di classe avevano già il contratto firmato. Metà luglio mi chiamano a casa per un altro colloquio di lavoro. Due proposte così. Il lavoro c'è, basta accontentarsi e vivere sereni (anche se immagino sia difficile da dire a un 40enne in cassa integrazione). saluti GIO

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  63. Quanta acidità in questo scritto, e rimorso e senso di fallimento.
    Forse, il primo a non aver capito il motivo della sua scelta (la facoltà di lettere) sei proprio tu, Leonardo.
    Lettere non è una scelta universitaria, è una vocazione. I 30 si regalano perché sono inutili all'atto pratico, perché non vi sarà alcuna differenza nel mondo lavorativo tra coloro che li hanno conseguiti o no. Lettere - e qui sono daccordo con te quando affermi che i "letterandi" sono gente "di buona famiglia" - è la scelta di rifiutare consapevolmente un mondo basato sulla logica economica di nascere, studiare, lavorare, riprodursi e morire. Sì, morire. Dici che il tuo stipendio ti avrebbe salvato dalla miseria e dalla morte; perchè, il ricco avvocato/medico/ingegnere non muore?
    Vergognati di atteggiarti a maestro di vita, da uomo che ha conseguito l'obiettivo e ora si permette di denigrarlo. Se meritassi davvero di essere un letterato - e non, bada, un semplice laureato in lettere - non riusciresti nemmeno a concepire un articolo del genere senza avvederti di quanti buchi abbia questa tua filosofia. E quanta acqua vi entri.

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  64. Seguire i propri sogni o adeguarsi alle necessità materiali?
    La stessa domanda mette in crisi l'idea di "lottare sempre per i propri sogni", la stessa domanda rivela la progressiva riduzione della libertà di scelta. Il passo successivo sarà: adeguarsi alle necessità materiali. Affermazione. Imperativo. Dovere. Il punto interrogativo rappresenta i limiti dell'italiano in scelta.

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  65. Ho 21 anni e sono iscritta a lettere moderne a Bologna (dopo aver fatto un anno a filosofia). Sono figlia di operaio (in cassa integrazione dal 2008) e non sono particolarmente interessata alla villetta suburbana con il giardino per il cane e la mansarda con i giochi dei bambini: non mi piacciono né i cani né i bambini. Dalle esperienze di vita che ho avuto finora ho imparato che il riscatto sociale non si identifica con gli zeri che uno si ritrova in busta paga.
    Nonostante sia dall'epoca delle scuole medie che mi frulla in testa l'idea di iscrivermi a lettere moderne, non ho alcun genere di stanzetta (reale o virtuale) e non c'è una sola cosa che io condivida di questo articolo. Penso che anche io mi stamperò la pagina e che la metterò da qualche parte in modo da non dimenticarmi mai chi sono, cosa voglio, in che cosa credo e dove vorrei andare. Hai l'atteggiamento di una persona che è a tanto così dallo sputare su tutto ciò in cui ha creduto (so benissimo che comunque non lo sei) e prenderti a schiaffi mi sembra davvero il minimo.
    Non possiamo fare altro che riparlarne fra una decina d'anni. Magari avrò la fortuna sfacciata di trovare un qualsiasi lavoro nel mio settore, per poi scoprire che la mia vita fa schifo. Oppure mi ritroverò a raccogliere l'immondizia, per poi tornare a casa la sera e scoprirmi la persona più felice del mondo. Mi andrebbero bene entrambe le opzioni.

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  66. Personalmente, mi trovo molto più d'accordo con la maggior parte dei commenti a questo post, che con il post stesso.
    Vorrei aggiungere solo un cosa che (mi pare) non è stata ancora affermata da qualche iscritto a Lettere: io ho scelto la mia Facoltà per lavorare nel settore che più mi appassiona, altro che stanzetta! Inoltre, almeno nella cerchia delle mie conoscenze, i miei colleghi sono tutti perfettamente consapevoli di ciò a cui vanno incontro, e la loro scelta è stata il risultato di ben più di un esame di coscienza. In particolare, per quanto mi riguarda, alla prospettiva di rinchiudermi in una Facoltà prima, e di un lavoro poi, per cui probabilmente sarei arrivata a provare il più genuino disgusto, ho preferito darmi almeno l'ipotetica possibilità di svolgere un'attività che mi rendesse felice (o che, almeno, fosse per me sopportabile). Sto parlando, non mi stancherò di ripeterlo, di un LAVORO vero, non di una astratta ricchezza interiore (che non vedo perché non potrebbe avere chiunque, pur senza laurea in Lettere) o di cultura personale (visto che, come già molti hanno detto, "cultura" non è solo conoscere Ariosto o Platone, bensì tutto lo scibile).
    Un'utopia? Forse, di certo non sarà una passeggiata trovare un'occupazione, per me e i miei compagni di corso, in particolare per chi punta all'insegnamento. Ma, almeno, voglio provarci, con ogni mia, seppur minima, capacità.
    Oh, e alla villetta a schiera tendo a preferire un appartamento ben tenuto: lo trovo più comodo, meno impegnativo, ma non per questo meno accogliente.

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  67. << La stanzetta non è che te la regalavano: dovevi studiare sodo, e io credo di averlo fatto. Ma non quanto deve studiare un veterinario o un architetto. Tanto non dovrò mai curare un cavallo, né disegnare un edificio che resti in piedi. >>

    Non è giusto, non è giusto, non è giusto.

    Io che studio Lettere classiche VOGLIO E SO LAVORARE SODO quanto e più di qualsiasi architetto-veterinario-medico-ingegnere-giurista del cavolo, con la loro boria da Grandi Professionisti,

    e voglio che nelle facoltà di Lettere e Filosofia si adotti il numero chiuso, anzi, chiusissimo, così gli studenti futuri saranno pochi e orgogliosi di essersi meritati il proprio corso di studi,

    e voglio che ci sia un obiettivo al di là di quella pergamena che tanto adesso è inutile ritirare, perché serve un obiettivo e una buona dose di orgoglio per riuscire a studiare quanto e più di tutti quei "medici".

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  68. Studio Lettere Classiche. Ho 21 anni. Sono il tutore(questo termine mi fa pensare al Parini, ai bibliotecari d'Alessandria) di due ragazze e, nonostante questo, sono - quasi, sigh - alla fine del mio percorso triennale, in corso con il mio curriculum di studi.
    Adoro quello che faccio, seguo un corso di papirologia che riscalda il cuore. Se avessi potuto scegliere, avrei studiato Fisica. Nulla di più bello che provare a comprendere il mondo.
    Ora provo a comprendere gli uomini e me stesso, ma sono contento.
    So che sarà dura combattere con gli inverni, con i figli e i formicolii dello stomaco, ma so che posso e voglio. So che posso rendermi utile, non solo salvando un uomo dai suoi malanni ma pure salvando il valore storico dei fatti del passato. Forse è davvero troppo presto perché io possa esprimermi, però, se proprio devo dire, oggi sono contento. E non perché io sia migliore di un laureato in Ingegneria piuttosto che in Economia, ma perché ho l'opportunità di studiare quel che mi piace rendendo un servizio al consorzio umano.

    Premetto che io il "numero" lo aprirei dovunque, forse in controtendenza rispetto ai pareri espressi. Ingegneria è, tutto sommato, a numero aperto, ma pochi arrivano alla fine. Ma, diamine, carissimi docenti fateci sudare e soffrire sui libri, fateci perdere la vista e la forza, ma fateci essere orgogliosi di quel che facciamo. Lettere classiche non può essere un modo come un altro di perdere il tempo: è degna così come - quasi - tutti i corsi di laurea. Valete.

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  69. Inizio col dire che mentre leggevo questo post provavo una particolare sensazione di piacere, quel piacere che avverti quando qualcuno si prende l’onere, lo sforzo di provare a spiegare qualcosa al posto tuo, riuscendoci ma soprattutto facendo quello che tu non sei in grado di fare ovvero mettere in piedi un discorso lucido e razionale su qualcosa che invece sei sempre abituato ad avvertire come “troppo intimo per essere spiegato”.Per questo motivo a fine lettura avevo il sorriso sulla bocca ed un'aria particolarmente soddisfatta e compiaciuta.
    Prima di iniziare a leggere tutti i commenti anche io ero sola nella mia piccola (reale) stanza, sola in quella solitudine che per riconoscersi ha bisogno di raccontarsi al resto del mondo. La sensazione dopo aver finito di leggere era come se qualcuno mi avesse presa sul palmo di una mano e sollevata in una dimensione diversa da quella terrena dove tutti viviamo, in un posto privilegiato perché “bello”, “ben descritto”, “pulito” …una stanzetta, una principessa, personaggi della letteratura che apparivano qua e là nel post, un testo ben scritto che scorre come l’acqua fresca quando fa caldo, il compiacimento di chi legge qualcosa e si riconosce, la sicurezza dell’incontro con ciò che riconosce come simile…
    I commenti al post, invece, mi hanno riportato di colpo sulla terra e la mia stanzetta, stavolta quella immaginaria si è dissolta velocemente ed è rimasta la mia piccola stanza reale con i libri dell’università di una studentessa che studia lettere appoggiati sulla scrivania. Alla principessa, che forse in fondo in fondo ritengo di essere è stato tolto il trono mentre era seduta sopra ed è caduta con il sedere per terra.
    Vi spiego tutte queste metafore letterarie parlandovi della mia famiglia, perché le piccole storie a volte dicono molto di più della grande Storia: mio padre è insegnante di arte ed educazione tecnica, laurea in architettura (si lavora poco nel settore se non ti sporchi le mani) quindi lavora nelle scuole medie (ma non per quello che vi ho appena detto lo dovete etichettare come un insegnante per ripiego) e mia madre è infermiera. Mi sono sempre considerata una loro figlia. Voi vi chiederete in che senso… No non sono stata adottata, sono semplicemente loro figlia nella più scientifica delle accezioni, ovvero ho ereditato da loro un 50 per cento di propensione artistico-letteraria e un 50 per cento di attrazione verso il campo socio-sanitario con in più una forte attrazione verso il lavoro manuale.
    Ed eccomi quindi nella fatidica età delle scelte responsabili . Mi ritrovo, per spiegarmi, come divisa in due parti che si fanno la lotta quotidianamente. La mia scelta ondeggia tra il sentirmi infermiera, poi medico, poi erborista, poi decoratrice di ceramiche, poi restauratrice di opere d’arte, e il sentirmi una che per qualche non ben identificata motivazione sentiva di dover studiare le lettere. E badate bene che ho volutamente usato il termine “sentirsi”.
    Mi direte che sono di parte perché sono iscritta a Lettere ma il punto è proprio questo, non sono quella che voi definireste la classica studentessa di lettere. Non mi sono mai sentita a mio agio con le etichette tanto meno per una cosa come questa dove già la varietà stessa dei miei interessi non mi permette di limitarmi ad una singola categoria di studi che automaticamente diventa motivo di appartenenza ad un tipo di persona piuttosto che ad un altro.
    Innanzitutto penso che il problema fondamentale sia che al giorno d’oggi vada molto di moda fare l’università. Questa affermazione non vuole essere una critica al diritto di studio per tutti ma piuttosto al rapporto tra quantità e qualità di coloro che iniziano un percorso del genere. Dice qualcuno “nessuno che voglia fare l'elettricista, il muratore, l'agricoltore, il meccanico?” beh pochi è vero. Perché questi sono i lavori dei nostri padri e dei nostri nonni e quindi noi li rifiutiamo in quanto siamo i giovani che devono fare carriera a tutti i costi. È questo forse il problema della mia generazione?
    CONTINUA

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  70. Ma il problema non è che c’è qualcuno che può e qualcun altro che non può, qualcuno che ha voglia e qualcun’altro che non ha voglia. È che nessuno ha più voglia di imparare niente sul serio. Perché quando vedo qualcuno fare bene il proprio mestiere come quello del meccanico o dell’elettricista, della fioraia o del pasticciere mi viene voglia di fare quello cha fanno loro?. Perché? Perché è ben fatto. Perché te lo fanno amare senza che perciò mostrare uno spirito filantropico, senza essere convinti di fare qualcosa per la società ma piuttosto perché semplicemente stanno facendo bene ciò che a loro compete. Stanno facendo il loro lavoro. Stanno facendo il giusto, né più né meno. E tutti possono dare anzi devono dare il giusto.
    Il secondo problema è la concezione dell’università. E questo discorso vale forse più per chi decide di intraprendere un percorso di studi umanistici, una facoltà come quella di lettere per esempio. L’ università non è il posto in cui “farsi una cultura”, la cultura per come io la intendo te la fai con le esperienza di vita, conoscendo le persone, ascoltando, cercando di essere sempre pronti a recepire ogni tipo di stimolo, leggendo i libri che, come qualcuno commentava, si possono leggere anche senza scegliere di studiare lettere. Certo la scuola, la cultura scolastica ti aiuta ad ordinare, a catalogare, a filtrare e a volte ad eliminare determinate conoscenze che puoi acquisire nell’arco di una vita ma non è comunque ciò che farà di te una persona “profonda”. L’università è il luogo che ti dà gli strumenti per poter costruire qualcosa. È il mezzo non il fine. Invece oggi l’unico obiettivo dei miei coetanei è prendersi la laurea, come se questa fosse il traguardo della vita, come se potesse poi preservarli o peggio giustificarli in un mondo che non è alla loro portata e misura, che non dà loro un lavoro stabile, gli strumenti per costruirsi una propria vita. E di conseguenza chi non ha la laurea è un fallito.
    Ecco perché poi si fanno ragionamenti assurdi come quando si dice che è inutile iscriversi a lettere in quanto chiunque può leggere e comprendere Pasolini o Leopardi perfettamente da solo senza l’aiuto del prof, che quindi diventa il “contorno”. L’università infatti non ti dà o almeno non ti dovrebbe dare un elenco di testi, romanzi, saggi da leggere a casa per poi durante l’esame fare in modo che la tua unica preoccupazione sia quella di essere pronta a spiegare al prof di aver capito ciò che hai letto. E anche il prof non deve essere un contorno.. deve essere il maestro, colui che ti prende per mano e che ti accompagna praticamente nella conoscenza, come farebbe un tecnico di laboratorio in un esperimento di chimica ad uno studente di biologia.
    E questa vuole essere anche una critica al nostro sistema universitario che non richiede quel “più” che forse servirebbe più di un numero chiuso nelle facoltà umanistiche. Ovvero far togliere ai professori la polvere sulle giacche di velluto e farli scendere dalle alte cattedre e allo stesso tempo richiedere agli studenti la capacità di analisi, di comprensione profonda del testo, di creare collegamenti, di costruire relazioni, di inventare relazioni, tutte cose che dovrebbe essere pane quotidiano per chi decide di studiare lettere, fare ciò che infatti è tipico di un intelligenza artistica ovvero di un tipo di intelligenza che crea percorsi differenti da un intelligenza ad esempio matematica o più in generale scientifica. Non crea quindi ne percorsi migliori ne peggiori. Semplicemente diversi. CONTINUA

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  71. Questi percorsi della mente sono anche percorsi di vita. Sono strade diverse e se uno impara ad ascoltare se stesso, se impara a fidarsi delle proprie attitudini, ascoltare le proprie propensioni naturali verso qualcosa riesce a scegliere il proprio percorso di studi/lavoro/ vita con tutte le difficolta che la singola scelta si porta dietro. Forti capacità manuali? capacità di assemblare elementi in un tempo breve? capacità di astrarre piuttosto che concretizzare e costruire con le proprio mani? strade diverse, intelligenze diverse, tutte utili allo stesso modo.
    E per quanto riguarda lettere. Scendiamo da quel famoso comodo trono consolatorio, usciamo da quella stanzetta che ci protegge anche dalle responsabilità, accettiamo, comprendiamo e facciamo capire agli altri la potenza di una parola, di una poesia, di un libro. Perché non siamo fatti male, siamo solo fatti in maniera differente senza nessun privilegio in più o difetto in meno …
    Anche la letteratura deve diventare lo strumento nelle mani del professionista che l’ha studiata, alla stregua di un ferro nella mani di un chirurgo, della costituzione nella mani di un giudice. Si possono salvare delle vite (in tutti i sensi) con la letteratura così come si può uccidere con gentilezza (così come dice Bob Dylan)
    Bisognerebbe essere semplicemente più onesti con noi stessi e con ciò che il nostro destino ci urla dal profondo. Trovare la strada giusta non è solo giusto e gratificante per noi stessi ma è anche una specie di dovere nei confronti del mondo in cui viviamo che per quanto ci faccia schifo è l’unico che abbiamo.
    Che la famosa stanzetta possa diventare patrimonio di tutte le persone e non solo di chi dichiara amore pubblicamente verso le “scienze inutili”. Anzi che siano proprio queste scienze inutili a prendersi l’impegno e la responsabilità di costruire questi piccoli rifugi nelle vite di tutte le persone, facendo ben attenzione che bisogna essere più di normali architetti… in questo caso il cemento e le fondamenta con cui si costruisce hanno a che fare con l’anima delle persone….

    Anastasia

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  72. scusate la lunghezza del mio intervento...spero di non essere uscita da nessun tipo di limite..in caso contrario è la prima volta che scrivo in un blog e mi piacerebbe ritenermi giustificata per questa volta...grazie!

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  73. Figurati Anastasia, tanto dubito che qualcuno abbia letto quel wall of text :D

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  74. Il punto è che sono anche d'accordo sul fatto che una laurea umanistica ti da un'ottima formazione culturale. Insomma, ti rende, come dice l'autore, ricco dentro.
    Ma quanto ci si può godere la ricchezza interiore se poi manca il pane in tavola?
    Un saluto

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  75. Ironia, ragazzi. E' il sale della vita. Io ho 29 anni, ho studiato Filosofia ed a 25 anni avevo già terminato il percorso di studi. Sapete cosa mi diceva mio zio? "Prendila con Filosofia". E' quello che sto cercando di fare perché, sapete.. ecco, io ho studiato Filosofia perché volevo fare l'insegnante di Storia e Filosofia. Al momento, non ci sono ancora riuscito. Ma ho accumulato esperienza lavorativa in Polonia e Spagna, ho lavorato come redattore, traduttore, blogger per agenzie pubblicitarie, Project Administrator per una multinazionale, cameriere, magazziniere. Diciamo che ho costruito un numero considerevole di flessibili identità temporanee. E non ho la puzza sotto il naso: me la sono sempre cavata con le materie scientifiche, e sono figlio di due laureati in Fisica. Provo la stessa frustrazione che provano tutti i laureati in materie umanistiche (anche Leonardo, di certo, l'ha provata). E questo post mi ha fatto ridere. Quando mi chiudo nella mia stanzetta, mi confronto con Miller, Kafka, Joyce, Marcuse. Dopo 5 minuti mi sento un pirla, magari. Ma l'ho scelto io. Sapete che c'è? che l'uomo è l'animale delle lamentele. Dobbiamo imparare a farlo almeno con un po' di ironia. E a te, Leonardo, dico solo una cosa: sapere che hai una cattedra mi fa girare i coglioni, ma il tuo post mi ha fatto sorridere.

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  76. Lei è veramente una mente geniale. Da aspirante studentessa e professoressa di lettere che mai potrà intraprendere l' iter tanto sognato in quanto cosciente dell' impossibilità di ottenere una cattedra un domani, mi conforta tanto leggere le sue parole. Parole che mi fanno capire, riflettere e sperare di potermi ritagliare SEMPRE, sebbene non laureata in lettere, un angolo in una stanzetta in cui apprezzare i classici, magari dopo aver studiato un manuale di scienze infermieristiche con la disillusione, forse esagerata per una ragazza di 20 anni, di chi ha capito che il suo sogno non potrà mai realizzarsi, una stanzetta in cui poter essere quella 'signorina perbene' che nessuno vuole! Grazie, grazie di cuore.

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  77. Sono tanto interessanti le parole di questo articolo sotto molteplici punti di vista. Le difficoltà oggettive degli studenti di lettere sono ormai note a tutti, alcuni le ignorano altri le deridono. Ma ciò che vale la pena dire a mio avviso è che il nostro è un paese vecchio che non ha fatto i conti con la realtà e con i tempi moderni sotto ogni aspetto. Le discipline letterarie vengono insegnate così come se ci trovasse ancora nel 700. Il numero chiuso è l'unica salvezza dei saperi umanistici e lo dico da studente di lettere che soffre per la dura realtà e che sta pensando di cambiare strada. Le facoltà di lettere così come oggi le intendiamo sono fuori dal tempo. E non si può vivere fuori dal tempo pensando di essere accettati da una società competitiva come la nostra. La soluzione è rendere le facoltà umanistiche il luogo di pochi individui motivati che combattano contro la subordinazione dei saperi umnistici. Questo può avvenire soltanto con l'introduzione di criteri selettivi ponderati che valutino l'interesse e la motivazione e le capacità degli aspiranti. Molti indecisi e perdigiorno a quel punto farebbero altro. I tempi dei parcheggi universitari sono finiti. Che lo si voglia o no tutto ormai dipende da parametri economici. A meno che si voglia continuare a creare generazioni di frustrati bisogna correre al riparo. Ne vale la sopravvivenza delle facoltà umanistiche in tempi di spread. Chi vuole che tutto rimanga così? Non c'è più tempo, non ci sono più le condizioni per cui certe università diventino il punto di ritrovo di persone che utilizzano l'università come un modo per passare il tempo.

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    1. sono perfettamente d'accordo. Lettere viene snobbata quando penso che sia la facoltà più ricca dal punto di vista intellettivo di tutte. Dovrebbero inserire i test d'ngresso, verrebbe sicuramente rivalutata..
      ps: ho 19 anni faccio economia e non descrivo come mi sento.

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  78. A lei piace parlar tanto di fallimento a diciannove anni perchè non sa qual è il vero fallimento a diciannove anni. Il vero fallimento a 19 anni è iscriversi commercio estero alla ca'foscari, solo perchè è una delle lauree più richieste, è obbligatorio lo stage all'estero e hai il lavoro assicurato ancora prima di laurearti. Ebbene, una stupida ragazzina di 19 anni, quale sono io, ha deciso di iscriversi a commercio estero e perchè? Perchè parenti, famigliari, insegnanti suggerivano così, pechè aveva un padre che era così fiero della sua scelta, perchè era circondata da gente che non avrebbe mai saputo lodarla se non per il suo grande futuro. Arrivi alla facoltà di economia da amante di Saffo, di Alceo, di Euripide e di Platone e ti trovi in mezzo ad una marea di studenti che ti umiliano per quanto sono più portati di te in quelle materie. Poi attacchi qualche discorso e scopri che Seneca non sanno nemmeno chi sia perchè quando hanno imparato il grafico di domanda e offerta la lezione del mondo per loro è finita lì. è lì che ti senti disperso, annegato ma soprattutto fallito, perchè non puoi essere più fallito di così se la tua mente va' oltre i grafici e gli indici di equilibrio reddittuale. In conclusione le rispondo che io non posso giudicare la sua esperienza perchè non l'ho provata sulla pelle, ma lei come fa a dire che una persona che si iscrive a commercio estero, anche se non è la sua aspirazione, è una persona razionale e avveduta? Le assicuro che la mia scelta è stata tutto tranne che razionale, perchè se si vuole essere morti a 19 anni bisogna fare esattamente la scelta che ho fatto io.

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  79. Parlare di scelte è problematico, immaginiamo compierle! Le possibilità possono spaventare o quantomeno dare un certo senso di disagio ad una persona formatasi in un contesto culturale che orienta il suo sguardo alle certezze (della più diversa natura), da qui il tentativo di ponderare, calcolare, confrontare seguendo criteri il più obiettivi possibile (ma anche conformi al nostro sentire) oppure (ahinoi) superare i problemi lasciando le decisioni ad altre persone o a pensieri che, in fondo, non si sentono completamente propri...certe realtà problematiche sono spesso vittime di discussioni e rappresentazioni assai riduzionistiche (abbiamo tutti bisogno di certezze); è allora certo è un bene stare in ascolto purché non lo si faccia passivamente e acriticamente visto che gli effetti della scelta ricadono su chi sceglie e nessun altro, specialmente se si tratta di percorsi di formazione universitaria. La natura problematica di certe scelte chiamate a definire il nostro ruolo nel mondo è irriducibile e non può che essere accolta con la consapevolezza che esiste la possibilità di commettere errori, avere ripensamenti, invertire la rotta...l'importante è cercare di comprendere che i problemi sono naturali e che saperli accettare può aiutarci a vedere le cose sotto una nuova prospettiva, dipende solo da noi.

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  80. Sono una ragazza di 19 anni e mi stavo chiedendo se iscrivermi o no a lettere classiche, con grande amarezza e paura ovviamente, paura che le dicerie comuni che poi un giorno i soldi mi serviranno per vivere siano vere. Ma adesso non riesco a crederci, perchè prima di sentire queste parole ho respirato per 13 anni di scuola la passione degli insegnanti e le loro idee per la serie: la cultura vince su tutto, la cultura nobilita. Io che sono orgogliosa e introversa ho subito colto l'occasione per poter osservare gli altri e il mondo da un piedistallo. E così adesso voglio fare lettere classiche. Il suo articolo è stato illuminante, mi chiedo sempre se facendo altro potrò poi dedicarmi appieno a quella stanzetta....la coscienza ben indottrinata da 13 anni di scuola dice no e mi fissa addolorata....che fare?!?!? Grazie per ciò che ha scritto, mi sento già più elastica!

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