mercoledì 30 luglio 2014

Lunga vita all'Unità

(Avevo una teoria). 

Desidero esprimere la mia solidarietà ai redattori dell'Unità, che a quanto pare chiude domani, e in particolare a quelli della redazione on line, che per quattro anni mi hanno lasciato libero di scrivere tante - troppe - cose. Mi dispiace che dopo mesi di sacrifici si ritrovino a pagare per colpe non loro; mi dispiace anche perché credo che in Italia non sia affatto venuto a mancare lo spazio per un prodotto editoriale chiamato "l'Unità". Forse non ha più senso che sia un quotidiano, o che sia di carta; ma il suo pubblico l'Unità ce l'avrebbe, e spero che lo ritrovi in fretta.

In particolare la scelta di chiudere la redazione del sito - se ho capito bene - la trovo abbastanza inspiegabile. Ma probabilmente non sono in grado di parlare dell'Unità con la distanza necessaria, e ci sono troppe cose che non so. Negli ultimi mesi, mentre la situazione si faceva sempre più difficile - e i redattori andavano avanti senza stipendio - avrò sentito ripetere centinaia di volte in giro che un quotidiano dovrebbe "stare sul mercato". Come se in Italia ci fossero quotidiani in grado di starci, su quel mercato; come se il Corriere della Sera, poniamo, stesse sul mercato in virtù delle copie che vende e non degli interessi che rappresenta. Poi naturalmente un mercato esiste, ma è un po' più complesso dei disegnini che vedo tracciati in giro.

Proprio la travagliata storia dell'Unità dovrebbe aiutarci a capire che le cose sono più complicate: da una certa distanza, perlomeno, viene il sospetto che i veri guai siano nati ogni volta che qualche direttore o proprietario visionario provava a starci, nel 'mercato': sin dalle famose e famigerate videocassette e figurine di Veltroni, che all'inizio funzionarono ma a un certo a punto colarono a picco. Un episodio più recente è la gestione Colombo-Padellaro, che è probabilmente il modello che ancora oggi somiglia più all'Unità come la vorrebbero i suoi lettori ed ex lettori. Era un giornale che funzionava, faceva parlare di sé, aveva un'identità forte - però faceva debiti. Più di recente anche la De Gregorio provò a fare qualcosa di diverso e interessante - ma c'erano già i debiti pregressi. Cruciale è stato poi il ruolo di un imprenditore, Renato Soru, che fino a un certo punto aveva interesse a investire sull'Unità, e a un certo punto questo interesse lo perse. Legittimamente: il mercato è fatto così. Ci sono eccezioni interessanti (Il Fatto, il Manifesto) che meriterebbero un discorso a parte, ma temo non siano modelli esportabili: il Fatto ha cavalcato un'onda che potrebbe anche infrangersi; il Manifesto ha lettori eroici disposti a sacrifici che secondo me non è giusto pretendere.

Più in generale, chi parla di "mercato" molto spesso sta solo dando una veloce verniciata liberista alla legge della jungla - jungla peraltro mai visitata dal vivo. Sapete chi è che riesce a stare sul mercato, vendendo soltanto, ehm, 'notizie' e 'opinioni'? Beppe Grillo. Niente carta, redazione minuscola, pochissime spese, tanta pubblicità. Il sito fa grancassa, i libri e i dvd fanno probabilmente il grosso delle entrate - e in questo momento in homepage c'è BRUNO VESPA "ECCITATO" DALLA BOSCHI. Il mercato, se proprio ci tenete, è quello lì. Ma magari non è il posto dove vi piacerebbe discutere. Perché poi il problema è sempre lì: quanto sareste disposti a pagare per avere un luogo, una piattaforma, un sito dove vi piacerebbe discutere in calce a notizie fresche e contributi interessanti? Molto poco. E quindi, a norma di "mercato", un siffatto luogo di discussioni non dovrebbe sussistere. Possibile?

Una volta c'erano i partiti. Erano qualcosa di più di cartelli elettorali. Qualcuno li definiva "intellettuali collettivi". Ci si aspettava da loro qualcosa di un po' più interessante di una lotta per il potere: avrebbero dovuto elaborare progetti, modificare la società. Gli organi di partito erano i luoghi dove elaborare questi progetti. Ci scrivevano intellettuali 'organici' e indipendenti, cercando di dare anche voce alla base dei lettori (nulla rispetto alle procedure di condivisione dal basso a cui oggi siamo abituati su internet). Ci scrivevano funzionari che avevano l'obiettivo di dare la versione dei fatti del partito, sconfinando spesso nella propaganda. Nessuno si aspettava che facessero cassa, così come nessuno si aspetta che la gente paghi il biglietto per ascoltare la versione dei fatti di qualcun altro, o per partecipare a dibattiti e conferenze, o semplicemente per chiacchierare. Non è mai esistito un "mercato" del genere, e giustamente. Solo Beppe Grillo ti fa pagare il biglietto, ma lui è un comico, e magari ti racconta la barzelletta di Vespa "eccitato" dalla Boschi.

Il fatto che questi organi fossero finanziati dai partiti, e che questi partiti a loro volta ottenessero finanziamenti dallo Stato, è oggi visto come uno scandalo senza pari. In effetti è un modello ormai tramontato, al punto che gli organi di partito oggi occultano, per quanto possibile, la loro affiliazione politica: come se fosse una vergogna rappresentare gruppi organizzati di cittadini e non concentrazioni di interessi economici. Evidentemente sì, è una vergogna. Vien quasi il sospetto che la redazione dell'Unità sia stata sacrificata a questo sentimento popolare. L'Unità è un bel brand, ma deve essere purificato: si pretende che continui a evocare i feticci di Berlinguer e Gramsci, senza più suggerire un'intelligenza con la casta dei politici.

Nel frattempo i politici danno l'impressione di voler saltare le intermediazioni: si presentano come gente alla mano, scravattati e sbottonati anche quando fuori non fa così caldo; hanno tante belle idee e progetti che hanno elaborato più o meno da soli, tra loro; ci "mettono la faccia" e si aspettano che i cittadini puntino su di loro, prendere o lasciare. Se hanno qualcosa da dire la twittano a costo zero, che bisogno c'è di una redazione? Ma a ben vedere non c'è bisogno nemmeno di un partito.

Io mi chiamo Leonardo, scrivo tante cose perché mi diverto. Cerco di scriverle più interessanti possibile, e quando riesco a farmi persino pagare è una gioia. Ma non ho mai pensato di dover stare su "un mercato" con questa roba. Guadagnare è un effetto collaterale, per così dire, un modo per farmi parzialmente una ragione del tempo sottratto ad altri divertimenti. L'obiettivo primario è un altro: capire me stesso, capire quello che mi succede intorno, cercare per quanto posso di contribuire a modificarlo. Non sono un intellettuale collettivo. Non sono nemmeno un intellettuale, probabilmente. Ma sono abbastanza libero. Anche sull'Unità, che qui ringrazio una volta in più.

16 commenti:

  1. Risposte
    1. dai ragazzi non dobbiamo disperare che arriva la danielona a salvare la baracca...

      Elimina
    2. @Anonimo delle15:08
      Vedo che anche stavolta c'è chi commenta senza leggere né informarsi. A proposito della Danielona cito questo estratto dall'annuncio di chiusura

      " Il cdr rivendica di aver mantenuta alta la bandiera del giornale, anche quando il suo destino sembrava impantanarsi nelle sabbie mobili di una gestione scellerata, che ha aperto le porte del capitale ad azionisti incompatibili con la storia del giornale. Proprio quegli azionisti che ieri hanno contribuito ad affossare la testata. Non abbiamo perso la nostra bussola neanche quando tra le diverse offerte per rilevare la testata è spuntata quella dell’onorevole Santanchè. Anche a lei abbiamo detto: no, grazie. Sapevamo che altre ipotesi erano percorribili, e anche che il Pd si stava occupando della vicenda. Lo sapevamo e lo speravamo. Evidentemente ci siamo sbagliati. E a pagare oggi siamo innanzitutto noi. "

      Testo originale qui http://www.unita.it/italia/unita-cessazione-pubblicazione-liquidazione-fago-nie-mian-ioannuzzi-pd-renzi-bonifazi-1.583242

      Elimina
  2. leonardo e l'alternativa al mercato quale sarebbe? Fondi pubblici e/o mecenatismo?
    Rispetto invece alla chiusura anche della piattaforma online credo che in italia non esista ancora una vera cultura del giornale online (anche se ci sono piacevoli eccezioni) basti pensare all'huffpost che in Italia è diventato uguale ad un qualsiasi giornale con pagine e pagine di politici e retroscena.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Non c'è un'alternativa al mercato: esiste il mercato ed esiste la politica. L'Unità non chiude perché "non sta sul mercato", ma perché non ha più committenti politici. Anche se il brand continua a interessare, credo.

      Elimina
    2. Non voglio infierire in una vicenda che in ogni caso mi rattrista, pur non essendo un lettore del giornale, però se il brand continua ad interessare ma il giornale chiude, vuol dire che chi lo gestisce sta sbagliando qualcosa.

      Elimina
    3. "L'Unita [chiude ] perché non ha più committenti politici"
      Stessa tesi espressa (in toni assai più impietosi) da Malvino http://malvinodue.blogspot.it/2014/07/ricordano-che-fu-fondata-da-gramsci.html

      Elimina
  3. Qualcuno sa se chi ha fatto l'abbonamento ha diritto al rimborso per i mesi già pagati?

    RispondiElimina
  4. Non era di qua ne di là. Questa crisi servirà a farla decidere forse, ma forse non potrà risollevarsi più, in quanto qualunque scelta faccia tradirà qualche aspetto fondamentale del suo passato.

    Non può essere un organo di partito (anche perchè il partito non c'è più) e come si è detto non è nemmeno più di moda essere organi di partito e anche se si decidesse in tal proposito sarebbe un suicidio, chi leggerebbe un foglio (praticamente) filo governativo una volta strumento di lotta operaia.
    Non può essere davvero commerciale, perchè la sua mission è appunto cambiare la società, non arricchirsi o arricchirsi cambiando la società.
    Non può essere nemmeno puramente intellettuale e indipendente (tipo manifesto, micromega ecc), perchè la sua vocazione è comunque popolare e indirizzata alla lotta politica.
    .....

    Il sito ha, aveva grossi errori a mio parere, roba da brividi a livello di marketing per un giornale in crisi. pochissimo spazio alle immagini negli articoli, zero ai video, zero creatività multimediale, difficoltà di commento e poi questa cosa che non potevi leggere molti articoli se non pagavi l'abbonamento, i più interessanti.
    ___________

    Ci vorrebbe qualcosa di radicalmente nuovo secondo me, che parta da una reinterpretazione della mission e da un team di direzione in grado di incarnare questa nuova vocazione. Tra tutti i tradimenti che può agire quello di languire in una terra indefinità e sempre più piccola è il peggiore. Il Brand vero dell'Unità è la sua mission di cambiamento della società in senso progressivo e inclusivo e può essere vista in chiave di rottura degli schemi.

    Taglio netto del cordone ombelicale del partito, apparire ed essere un giornale libero, non solo economicamente, ma soprattutto intellettualmente. Taglio netto con il moralismo in tutte le sue forme. Taglio con ogni sudditanza politica. Se deve esserci un appoggio ad un partito deve essere un atto volontario, non un obbligo. Taglio netto con la tristezza e la nostalgia.

    Bene il coinvolgimento di grosse firme di intellettuali e scrittori disposti a metterci la faccia in un progetto fresco MOLTO accattivante, ma anche la presenza di firme di politici stessi ancora capaci di analisi (barca, bersani) di personaggi famosi dello spettacolo (una guzzanti, un celestini, un paolini, una mannoia...) ce ne sono molti che potrebbero essere contenti di partecipare a qualcosa di moralmente bello e che smetterebbero pure di scrivere su un giornale come il Fatto dalle derive grillino-bavose.

    Oppure, se deve rappresentare la visione del mondo del PD nella sua pluralità mediata, allora che lo finanzi in toto il PD e contenti come prima, con il danno anche di immagine che ne consegue.

    RispondiElimina
  5. Il punto secondo me è: cosa mi spingerebbe a comprare l'Unità al posto della Repubblica o dell'Espresso, i giornali di riferimento dell'area "progressista" oppure assieme ad essi?

    La possibilità di leggere idee più interessanti, scritte in modo più avvincente, sintetico, ma allo stesso tempo non superficiale? di condividere un modo di essere e di pensare non convenzionale, innovativo, che dia entusiasmo, che stimoli l'azione e il pensiero come direbbe Gramsci e si potrebbe aggiungere anche l'emozione...?

    A me personalmente piacerebbe più un giornale d'opinione, di pensiero teoretico e più provocatorio, ma sono gusti...

    Facciamo l'elenco e mandiamoglielo alla direzione dai !!! a questa direzione o a chi???

    RispondiElimina
    Risposte
    1. ...Ale, dispiace perché dispiace...ma è meglio se ce ne facciamo una ragione

      Elimina
    2. Le riflessioni di Alessandro sono interessanti e Alessandro non sembra essere il solo a farle. Il gruppo di Fago ha intenzione di rilanciare la propria offerta, ma stavolta non c'è più la clausola del 91% pertanto è possibile che alla fine la spunti e fra alcuni mesi il giornale ritorni in edicola. Possibile, non certo.

      Dettagli qui http://www.unita.it/italia/unita-liquidazione-chiusura-fago-pd-renzi-commissario-liquidatori-proposte-gramsci-edicola-rilancio--1.583425?page=1

      Elimina
  6. Belle le riflessioni di Alessandro.
    Belle e possibili!
    Se non si realizzano, siamo messi proprio male.
    Un grazie a Leonardo e un arrivederci all'Unità

    RispondiElimina
  7. Bene che chiuda, quel giornale di merda tenuto su a fon di pubblici.

    RispondiElimina

Puoi scrivere quello che vuoi, ma se è una sciocchezza magari la cancello.

Dimmi.

Offrimi un caffè

(se proprio insisti).