giovedì 24 luglio 2014

Un poco di zucchero (ci seppellirà)


Saving Mr. Banks (John Lee Hancock Jr, 2013)

Disney e la Travers alla première di
Mary Poppins (no, lui non l'aveva neanche
invitata).
Poi, dopo settimane passate a cercare invano un titolo decente, dribblando robottoni e commedie in saldo di fine stagione, ti imbatti in un film che è bello davvero, con un cast ottimo e abbondante, una storia complessa e commovente, personaggi memorabili e riflessioni intelligenti sull'arte e sulla vita, e come ti senti? Preso in giro. Mentre si accendono le luci e ti asciughi le lacrime. Walt Disney ha colpito ancora.

Qualcuno stava cercando di fare un film su di lui, lui che ha fatto? Se l'è comprato. Avrebbe potuto mai esistere un film in cui Walt Disney non sia meno che geniale, amabile, visionario, gioviale? Un film in cui per esempio sia il cattivo che acquista i diritti di un personaggio letterario e se ne impossessa, caramellandolo per sempre e consegnando alle future generazioni una Mary Poppins  assai più stucchevole di quella immaginata dell'autrice? Le cose, in effetti, andarono così, ma non si può mostrare. Un film del genere stava forse per realizzarlo la BBC, ma appena l'ha saputo la Walt Disney se l'è comprato, e adesso è il film in cui un Tom Hanks perfettamente a suo agio nei panni di Walt spiega all'autrice che stravolgere Mary Poppins è doveroso e necessario, la cosa giusta da fare, per pietà filiale e per l'amore e il rispetto che si deve al proprio pubblico.


A quel punto è previsto che persino la lignea P. L. Travers si sciolga, acconsentendo più o meno a tutte le manovre che trasformarono la sua tata volante in un classico personaggio disneyano. Il risultato non le piacerà del tutto, ma il riscatto dell'arcigno Mr Banks - una proiezione del padre fallito e alcolizzato - la riempirà di lacrime, così come le sta riempiendo a noi. Toccante, ben scritto, e tuttavia le testimonianze in nostro possesso ci dicono che alla prima la Travers stesse piangendo, sì, ma di rabbia. Se si considera che non le piacevano né i musical né i cartoni animati, non è poi così strano. Nei fatti, non concesse più i diritti degli altri volumi (la saga di Mary Poppins consta in otto romanzi, scritti in un arco di cinquant'anni). Quando le fu proposta una riduzione teatrale, mise per iscritto che voleva soltanto maestranze britanniche - un bell'affronto ai fratelli Sherman, gli inventori di Supercalifragiliecc., Spazzacamin, Basta un poco di zucchero e tutte le altre.


L'inganno è tanto più insopportabile quanto è ben confezionato. La Hollywood degli anni Sessanta è ricostruita con la solita stucchevole precisione filologica (persino i pupazzi di Topolino hanno il design preciso del periodo, quel pelo folto oggi inconsueto). Il plot ha ambizioni da thriller psicologico, per niente campate in aria. Gli attori danno tutti il meglio di sé, anche quelli con pochi secondi a disposizione. La piccola Annie Rose Buckley è meravigliosa, Colin Farrell ovviamente credibilissimo nel ruolo del cialtrone alcolizzato ma di fiere origini celtiche: ma su tutti trionfa Emma Thompson, che riesce a farci amare una persona insopportabile (il film merita una visione in lingua originale anche solo perché si possa apprezzare lo scontro tra l'accento californiano di Tom Hanks e il secco british english della comprimaria).

E così, ancora una volta, Walt Disney ha vinto. Non gli bastava essersi comprato la tata volante. Doveva mangiarsi anche l'anima dell'autrice. Assorbirla, purgandola di tutti gli aspetti francamente non disneyabili. L'ossessione per l'esoterismo si riduce a un buddha portatile su un comodino; i sospetti di bisessualità sono completamente eliminati - anzi per andare sul sicuro è stata eliminata la sessualità tout court. Persino la maternità. La Travers del film proclama di non avere mai voluto figli; quella vera ne desiderava talmente da andarsene a prendere uno in Irlanda. Dev'essere stato difficile rinunciare a una vicenda come quella di Camillus Travers, che a diciassette anni incontra all'improvviso un tizio che sostiene di essere il suo gemello, e scopre che è vero: sua madre aveva deciso di adottarne uno solo, su consiglio di un astrologo. Un episodio così cinematografico che soltanto la Disney avrebbe potuto ignorare. D'altro canto, dovremmo ammirare il coraggio di un film in cui per mezzo secondo Walt fuma (di nascosto, vergognandosi, e senza inalare). Un film in cui la Travers alla fine svela di preferire un goccio di whisky allo spoonful of sugar...

Quello di Saving Mr Banks non è un semplice lieto fine: è il manifesto del Lieto Fine. L'esercizio manieristico di The English Teacher qui viene preso sul serio e messo in atto con abilità e precisione. Mentre piangiamo, un'incarnazione del più grande impresario del Lieto Fine viene a sussurrarci che piangere è giusto, e modificare i propri ricordi lo è altrettanto. Rimuovere i traumi, trasformare papà sadici e crudeli in deliziosi amiconi pronti a ripararci aquiloni in eterno. Il pubblico ha diritto di sognare, di piangere, di farsela cantare, eccetera. Qualcuno non è d'accordo? Si faccia avanti, dica il suo prezzo, compreremo anche lui. Tra vent'anni magari ci faremo un film in cui all'inizio non è d'accordo ma poi si commuove e vola via contento. Saving Mr. Banks è al Multilanghe di Dogliani giovedì 24 luglio alle 21:30.

1 commento:

  1. Già "Mary Poppins" era una pietra miliare della mia filmografia infantile, e dopo "Saving Mr. Banks" non posso nemmeno rivedere i filmati su youtube senza piangere sapendo cosa c'è dietro. Non sarà la verità, ma è così struggente!

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