martedì 27 febbraio 2018

Il Classico è uno status dell'anima


Roberto Vecchioni

In questi giorni potreste aver sentito parlare di un boom delle iscrizioni al liceo classico – indovinate un po’: non esiste. A crescere (ma appena dell’1%) sono le iscrizioni al liceo in generale: da settembre lo frequenteranno 54 nuovi iscritti su 100. Tra questi, 24 sceglieranno lo scientifico e nove il linguistico. Soltanto in sei andranno al ginnasio: un dato in linea con quello del 2017. Eppure si insiste sul “boom”, soprattutto sulla stampa locale: il Secolo XIX saluta il “ritorno della classicità” perché a Savona ci sono “quasi una decina di iscritti in più”. Il Tirreno invece parla di un “Rinascimento del liceo classico” perché al Machiavelli di Lucca le iscrizioni sono aumentate di ben tre unità. Nel frattempo il Corriere della Sera scomoda l’ex prof. Roberto Vecchioni per domandargli perché gli studenti “tornano oggi a desiderare una formazione classica”: lui non si fa cogliere impreparato e spiega che si tratta della reazione a un “vuoto di valori”, vecchio asso pigliatutto che la persona colta sa giocare davanti a qualsiasi fenomeno sociologico, esistente o no. Perché aumentano gli scippi / i tossicodipendenti / i bitcoin / gli iscritti al ginnasio? Vuoto di valori. Funziona così bene che Vecchioni la usa sia quando i licei perdono gli iscritti, sia quando ne guadagnano.


Il fatto è che quando si parla del Classico sembra impossibile restare calmi. Il tono dev’essere sempre o tragico o trionfale. Qualcuno fa una critica? “Il liceo classico è sotto assedio”. Qualcuno lo trova tutto sommato un percorso formativo interessante? Non basta: come minimo bisogna scrivere che è “una scuola modello per l’occidente“, oppure “il meglio dell’Italia e della sua memoria, la nostra eccellenza, il modello nazionale per il quale ancora, ogni tanto, ci distinguiamo nel mondo“. Nei periodi in cui le iscrizioni calano (e fino a qualche anno fa il calo era sensibile) si paventa la fine della civiltà come la conosciamo: invasioni barbariche, cavallette e sale sulle rovine; per poi riscuotersi e inneggiare a un nuovo umanesimo appena la tendenza si inverte, come è logico che sia. Gli economisti parlano di dead cat bounce: anche un gatto morto rimbalza se cade da molto in alto. Un liceo che quest’anno dichiara il tutto esaurito può essere lo stesso che qualche anno fa ha chiuso una classe intera e ora non avrebbe più risorse per riaprirla. Non importa: nel frattempo gli articoli entusiasti vengono condivisi sui social, dove la prosecuzione telematica degli sfottò tra maturandi classici e scientifici degenera spesso in una specie di assedio: ex ginnasiali contro il resto del mondo.
Perché in effetti, nella stragrande maggioranza dei casi, chi afferma l’importanza dell’istruzione classica l’ha a sua volta ricevuta. È un’osservazione banale (solo chi ha studiato Tucidide in lingua originale può rendersi conto se l’esperienza gli è stata utile o no): chi difende il Classico sta difendendo il proprio percorso di crescita. Molto spesso si tratta di una persona che nella vita ha avuto successo, il che non lo mette al riparo da quella distorsione cognitiva che in inglese si chiama survivorship bias, la tendenza a leggere la Storia nella versione tramandata dai vincitori. Con gli anni, chi è soddisfatto di sé tende a ricordare con riconoscenza gli insegnanti che lo hanno formato, e le esperienze che ha fatto (comprese le versioncine di Velleio Patercolo: col tempo rivaluti le cose più ridicole). Magari avrebbe ottenuto gli stessi risultati anche in un’altra scuola, con altri insegnanti, e anche se invece di tradurre Velleio si fosse cimentato col calcolo integrale, o con la grammatica tedesca. Ma non può saperlo. Se gli chiedono un parere sul liceo, lui offrirà un parere sulla sua esperienza. Magari ribadirà la vecchia idea del Classico che “apre la mente”, anche se non offre competenze immediatamente spendibili, anzi proprio per questo: un luogo comune contro-intuitivo che però è strenuamente difeso da esperti che molto spesso nei classici per coincidenza ci lavorano. Nessuno sembra voler ricordare che il liceo classico, oltre a essere quella famosa fucina di intelligenze eclettiche che il mondo ci invidierebbe, è stato sempre per anni uno status symbol: ancora adesso ci vanno i rampolli delle buone famiglie, non necessariamente i più dotati o motivati. Gli stessi poi proseguivano attraverso l’università, approdando a un buon posto di lavoro a cui erano destinati, spesso non per i meriti maturati studiando i classici.

La morte di Cesare di Vincenzo Camuccini (1793-98) Dai racconti di Velleio


La morte di Cesare di Jean-Léon Gérôme (1859) Dai racconti di Velleio

Questo potrebbe spiegare l’unico vero dato eccezionale delle nuove iscrizioni (non proprio un “boom”, ma quasi): il caso di Milano (continua su TheVision)

2 commenti:

  1. Condivido praticamente tutto, poi figurati io ho fatto lo Scientifico, però... in questo momento della storia della scuola, almeno nella città di provincia nella quale risiedo, la differenza è data da un fattore che tu hai evidenziato, seppure almeno parzialmente e giustamente negativizzandolo: ci vanno i rampolli di buone famiglie. Ecco, questa cosa, che ha molti aspetti negativi e reintroduce anche la questione della lotta di classe, tuttavia ha anche un ulteriore portato con sé: rende il Classico il liceo più selettivo e non solo socialmente. Nell'esperienza locale, ripeto, realtà di provincia, il Classico è il luogo di "quelli che vogliono studiare". Ci vanno i rampolli di famiglie bene, certo, ma anche quelli che vengono da famiglie "normali" che vogliono emergere, che hanno spinta e vogliono spingere, studiano, alle volte competono (e non sempre è bene, ma non sempre è male) e si danno da fare per 5 anni, mentre nelle "altre scuole" i docenti si devono quasi sempre dannare l'anima per mettere su un interrogazione decente. La questione non è Velleio Patercolo quindi, ma la motivazione del materiale umano, chi si iscrive al Classico è psicologicamente portato alla fatica dello studio, ha voglia di emergere (certo, con le dovute eccezioni) e ciò fa la differenza. Si potrebbe fare lo stesso con gli integrali e con la grammatica tedesca, non c'è dubbio, ma in mancanza di meglio accontentati di Velleio Patercolo.

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  2. Concordo in pieno con Mauro (e con gran parte delle cose che dici), anche se il mio approccio è meno "sociologico": il greco ed il latino non sono migliori di qualunque altra materia, ma fanno da implicita selezione in ingresso. Selezione che fanno tutti: noi insegnanti (lavoro anch'io in una scuola media, anche se insegno matematica) con i "consigli orientativi" (che quasi sempre rispecchiano uno schema del tipo 6=professionale; 7=tecnico; 8=tecnico o scienze umane o artistico; 9=linguistico, scientifico, classico), i genitori (per ogni genitore "esaltato" che vuol mandare al classico un figlio non all'altezza ce ne sono 10 che temono di non poter sostenere il figlio nello studio e lo invitano a "volare basso"), i ragazzi (penso a certi miei allievi con medie del 9 che si sono voluti iscrivere a un tecnico "per non fare troppa fatica").
    Con queste premesse, i buoni risultati ci dovrebbero essere a prescindere dal curriculum del classico (la mia parte più maligna vorrebbe scrivere "nonostante il curriculum del classico".. ma ho fatto lo scientifico e forse la mia è solo invidia).
    Emanuele Ripamonti

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