Il mistero di Lost - beh, ma è presto detto. No, non è senz'altro una botola o una sequenza di cifre. Il vero mistero di Lost, ma non si è ancora capito? siamo noi. La nostra resistenza pluriennale di spettatori, vincitrice su ogni logica e verosimiglianza. Abbiamo visto isole che scompaiono, morti che tornano in vita, un fumo che afferra le persone e le uccide sbattendole contro gli alberi, e non abbiamo cambiato canale: se non è un mistero questo. Speravamo che trovassero una via per uscire dall’isola, e quelli hanno trovato un sistema per tornarci. È da un bel pezzo che non sappiamo più chi siano i buoni o i cattivi, probabilmente la cosa nemmeno ci interessa. Cosa ci aspettiamo, ancora? Mistero. Anche se forse io ho capito... (Fffffffroscccccccccc)
Il redesign dei Klingon
Dicevamo che ogni storia nasce come un mito: un personaggio esce dall’oscurità, combina qualcosa e scompare al momento giusto. Tanto basterebbe, se restassimo bambini. Ma cresciamo, sviluppando curiosità morbose e inutili (almeno finché continuiamo a esercitarle sulle fiabe dei bambini). Avrei centinaia di esempi, ma prendiamo Star Trek. La serie storica, intendo. Ogni puntata è un mito. Un’astronave arriva su un pianeta diverso. Ma da dove arriva? non è chiaro, non si sa (da dove viene Zeus? E Cappuccetto Rosso?) Da qualche parte c’è una Federazione, sull’Enterprise in effetti c’è scritto U.S.S. che qualcosa vorrà dire – ma in realtà l’Enteprise proviene dalle tenebre: atterra su un pianeta e fa partire la storia. Quando la storia finisce l’astronave bianca ritorna alle tenebre. I miti (le storie primigenie, autoconclusive), funzionano così.
Trent’anni dopo intorno all’Enterprise non c’è più un solo centimetro di ombra, ma un garbuglio inestricabile di informazioni che farebbe impallidire la ruota di Tiberio. Sappiamo tutto sulla Federazione, sui suoi alleati e sui suoi nemici – l’Universo non è più una frontiera, è un suk di popoli che litigano o fanno affari, e se abbiamo pazienza possiamo guardare le puntate che ci spiegano il perché. Possiamo prendere appunti, perché in vent’anni la storia si è complicata parecchio. Oppure possiamo crescere ulteriormente e mandare a quel paese l’intera franchise (come molti fecero al penultimo episodio). Ma non è colpa degli autori se l’universo misterioso e pieno di promesse della prima serie era diventato una struttura iperdefinita dove tutto era intrecciato in complicati rapporti di causa ed effetto. Siamo noi che lo abbiamo voluto così, crescendo con la Saga. A un certo punto le favole dei bambini non ci sono bastate più, abbiamo voluto sapere chi fossero i romulani e perché, i vulcaniani e perché, perché, perché, maledetti perché puberali. Non potevamo più berci le favolette del capitano Kirk, ma avevamo ancora paura a spegnere la televisione e farci una vita complicata nel mondo vero. Pretendevamo che la vita complicata se la facessero i discendenti del capitano Kirk.
Prendi i Klingon. La prima volta che appaiono, nella serie classica, sono una manciata di alieni brutti, cattivi e di colore. Un cerone bronzeo, vestiti e costumi medievali, barbette e tratti somatici orientali, perché i giapponesi erano ancora il Pericolo Giallo dell’insonscio collettivo americano. Le loro astronavi erano invisibili più per limiti di budget che per altro. È chiaro che la storia, a raccontarla così, non può reggere i limiti dell’infanzia. E quindi lentamente i Klingon si evolvono. Gli sceneggiatori si improvvisano etnologi e cominciano a spiegarci che dietro la loro presunta cattiveria ci sono nobili tradizioni… insomma è vero che mangiano animali vivi, ma vanno capiti, è la loro cultura… tutto un corso di relativismo culturale applicato a un popolo inesistente. Quando crolla il muro di Berlino se ne accorgono anche i Klingon, che diventano alleati della Federazione più o meno quando i polacchi chiedono di entrare nella Nato. Nel frattempo sono diventati un fenomeno di costume, sugli scaffali delle librerie trovi i dizionari klingon, qualcuno traduce Shakespeare in klingon, qualcun altro apre la wikipedia in klingoniano, eccetera. Siamo in piena fase mitologica: al nerd non basta la storia, vuole un mondo organizzato e coerente. Fino al punto di litigare con gli autori della storia, perché c’è sempre qualcosa che non torna.
Qui arriviamo all'annoso problema della cresta dei Klingon. Nella serie storica non c’era. I Klingon hanno cominciato a portare la cresta solo vent’anni dopo. Questa cosa inquieta il nerd, che vuole sapere il perché (According to the official Star Trek web site, the Klingons' varying appearance is "probably the single most popular topic of conversation among Star Trek fans”). Il perché sarebbe presto detto: negli anni Sessanta il Klingon era il cattivo asiatico in un telefilm a basso costo; trent’anni dopo è un fenomeno culturale in una franchise miliardaria, il minimo che si potesse fare era truccarlo meglio, farlo meno umano e più alieno… questa spiegazione non può soddisfare il nerd, perché esce dall’universo chiuso e mitologico di Star Trek e si ricollega al mondo reale, a problemi prosaici come il budget. No, il nerd vuole una spiegazione mitologica che risolva la contraddizione per cui i cattivi del capitano Picard hanno la cresta e i loro nonni no. Vengono quindi elaborate numerose teorie: clonazioni? Mutazioni genetiche causate da incidenti nucleari? E perché non chirurgia estetica? Finché finalmente gli autori non acconsentono a spendere un paio di puntate per fornire ai nerd una spiegazione canonica. Quella discrepanza, quel segno di discontinuità, minacciava l’autocoerenza della mitologia di Star Trek. Era una fessura verso il mondo reale e le sue brutte incoerenze. Doveva essere risolta, spiegata, illuminata. La mitologia uccide il mito inondandolo di luce, e chiudendo i portali oscuri che lo riconducevano alla realtà. Una mitologia perfetta si racconta da sola: intricata, ma ormai slegata dal mondo, può interessare ancora soltanto chi è cresciuto sentendola raccontare. Chi viene da fuori si tiene istintivamente a distanza. Le ragazze specialmente (invece voi maschietti non perdetevi la prossima puntata, in cui sarà finalmente rivelato il mistero di Lost!)
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giovedì 11 febbraio 2010
mercoledì 10 febbraio 2010
La ruota di Rodi
Il mistero di Lost
Non è più la botola, vero? da un pezzo. Non è più l’orso bianco. I numeri da digitare. Il mistero di Lost non è più la Dharma, non sono più gli Altri. Il mistero di Lost. Non è più la questione se Locke sia tetraplegico o no (a proposito, è vivo?) Il mistero di Lost. La sfinge? Il fumo nero? Il mistero. Forse ho capito.
(Immaginatevi un bel rumore di fondo mentre mi metto a parlare di tutt’altro).
Siamo su un’isola, ma questa almeno sta sulle cartine: Rodi. Sappiamo anche in che anno siamo (più o meno): il quattro prima o dopo Cristo. Da qualche tempo qui abita un personaggio d’eccezione, in una fase molto particolare della sua vita. È stato un Claudio Nerone, ora si chiama Giulio Cesare, ma è un po’ come se un nome valesse l’altro. Già grande condottiero, uomo di potere e assai influente, ma ora non comanda più nessuno: anzi, forse si nasconde alle cure di chi lo vuole morto. Un giorno quest’uomo tornerà ad essere qualcuno molto importante, e sarà ricordato col nome di Tiberio Augusto, secondo imperatore di Roma. Ma per adesso, in effetti, non è più un generale e non è ancora un Augusto: non è niente. E ha molto tempo a disposizione. Come lo impiega? Ci sono diverse teorie. Sappiamo che scriveva poesie – probabilmente niente di speciale. E che aveva una curiosità morbosa per i miti degli antichi. Secondo Robert Graves “aveva ideato e composto un’enorme carta genealogica, di forma circolare, in cui le ramificazioni raggiavano dal centro, occupato dal Caos, primissimo antenato della razza umana, padre del Padre Tempo, verso una confusa periferia fittamente cosparsa di ninfe, di re, di eroi”. Ecco dunque cosa faceva Tiberio in vacanza da sé stesso: il mitologo.
Una contraddizione in termini, dicono (Sì, Jesi non sarebbe stato d’accordo, ma non facciamola troppo complicata). Il mito è un racconto di misteri, il logos un discorso razionale. Cosa vogliono quindi questi mito-logi: portare logos dove non ce n’è? Svelare il nulla dietro le favole dei popoli bambini? Sicuri che non siano invece spie, emissari del mito, venuti a contrabbandare l’irrazionale nella cittadella del logos? Qual era il vero disegno dell’uomo di Rodi? Quando diventerà imperatore, amerà terrorizzare i suoi consulenti con domande velenose: chi era la madre di Ecuba? Che nome assunse Achille quando si travestì da fanciulla? Forse l’imperatore mito-logo voleva semplicemente mostrare che colossale perdita di tempo sia, la mitologia. Il passatempo degli uomini soli che non hanno più una posizione nella vita e nell’Impero. Che senso ha voler mettere ordine in un guazzabuglio di storie che si contraddicono? secondo alcuni Cerbero è figlio di Tifeo, secondo altri è suo nipote, chi ha ragione? Ma soprattutto, a chi importa? Certe cose semplicemente non le sappiamo, perché il Mito non dice tutto. Non sarebbe Mito altrimenti. È una parola misteriosa, che nasce dalle tenebre e ci torna immediatamente, lasciando solo un lampo di luce: un arcaico tentativo di spiegare questo o quel fenomeno naturale, magari ciò che resta di un antica risposta data a un bambino: Papà, cos’è quel fulmine? Sarà la rabbia di un uomo potente. Ha la barba? Boh, sì. Con chi se la sta prendendo? Coi bambini cattivi che fanno troppe domande. Probabilmente Zeus è nato così, ma è difficile pensare che un Tiberio del primo secolo avanti/dopo Cristo ci creda ancora. Se cerca di mettere nero su bianco la genealogia di Zeus e compagni, è (a) perché ha molto tempo da perdere; (b) vuole svelare le contraddizioni della cosiddetta sapienza tradizionale, magari (c) divertendosi alle spalle dei creduloni; ma non si può escludere che (d) tutte queste storie non più credibili lo affascinino ancora. Metterle in ordine forse è l’unico modo per potersele ancora raccontare. Non è più un bambino che può credere alle fate e ai fauni, ma non è ancora un adulto. È in una fase intermedia, in cui applica alle storie dell’infanzia gli schemi razionali della vita adulta: bilanciando col rigore scientifico la futilità della ricerca. Né bambino, né uomo: è un nerd.
Il bambino vuole sempre la stessa Storia: lo stesso buio, lo stesso lampo, lo stesso finale. Le tenebre tutto intorno non lo interessano, non ha la minima intenzione di rischiarare l’oscurità tra una storia e l’altra. Non c’è continuity tra Cappuccetto Rosso e Cenerentola; ognuna va per la sua strada, e quando arriva il Principe Azzurro la fiaba finisce senza discussioni. L’età mitica finisce quando nascono alcune domande: quanti figli avranno avuto? Saranno stati davvero felici? Ma parliamo dello stesso Principe di Biancaneve, aveva divorziato? E quale delle due ha incontrato per prima? Questo non è più mito, è mitologia. Roba da adolescenti. Vogliono sapere tutto, e con chi si è messo quello, e perché non è rimasto con quell’altro… fine dei lampi nella notte, ora viviamo alla luce diffusa e biancastra di una sala d’aspetto, tutt’intorno a noi un chiacchiericcio diffuso, un intreccio di relazioni complicato come la ruota di Tiberio, e più nessun autentico mistero. Zeus perde gli attributi terribili del Dio del tuono e si trasforma lentamente in un signorotto di campagna che si accoppia con chiunque gli capiti a tiro... (non perdetevi la prossima puntata, dove senz’altro sarà svelato il mistero di Lost).
Non è più la botola, vero? da un pezzo. Non è più l’orso bianco. I numeri da digitare. Il mistero di Lost non è più la Dharma, non sono più gli Altri. Il mistero di Lost. Non è più la questione se Locke sia tetraplegico o no (a proposito, è vivo?) Il mistero di Lost. La sfinge? Il fumo nero? Il mistero. Forse ho capito.
(Immaginatevi un bel rumore di fondo mentre mi metto a parlare di tutt’altro).
Siamo su un’isola, ma questa almeno sta sulle cartine: Rodi. Sappiamo anche in che anno siamo (più o meno): il quattro prima o dopo Cristo. Da qualche tempo qui abita un personaggio d’eccezione, in una fase molto particolare della sua vita. È stato un Claudio Nerone, ora si chiama Giulio Cesare, ma è un po’ come se un nome valesse l’altro. Già grande condottiero, uomo di potere e assai influente, ma ora non comanda più nessuno: anzi, forse si nasconde alle cure di chi lo vuole morto. Un giorno quest’uomo tornerà ad essere qualcuno molto importante, e sarà ricordato col nome di Tiberio Augusto, secondo imperatore di Roma. Ma per adesso, in effetti, non è più un generale e non è ancora un Augusto: non è niente. E ha molto tempo a disposizione. Come lo impiega? Ci sono diverse teorie. Sappiamo che scriveva poesie – probabilmente niente di speciale. E che aveva una curiosità morbosa per i miti degli antichi. Secondo Robert Graves “aveva ideato e composto un’enorme carta genealogica, di forma circolare, in cui le ramificazioni raggiavano dal centro, occupato dal Caos, primissimo antenato della razza umana, padre del Padre Tempo, verso una confusa periferia fittamente cosparsa di ninfe, di re, di eroi”. Ecco dunque cosa faceva Tiberio in vacanza da sé stesso: il mitologo.
Una contraddizione in termini, dicono (Sì, Jesi non sarebbe stato d’accordo, ma non facciamola troppo complicata). Il mito è un racconto di misteri, il logos un discorso razionale. Cosa vogliono quindi questi mito-logi: portare logos dove non ce n’è? Svelare il nulla dietro le favole dei popoli bambini? Sicuri che non siano invece spie, emissari del mito, venuti a contrabbandare l’irrazionale nella cittadella del logos? Qual era il vero disegno dell’uomo di Rodi? Quando diventerà imperatore, amerà terrorizzare i suoi consulenti con domande velenose: chi era la madre di Ecuba? Che nome assunse Achille quando si travestì da fanciulla? Forse l’imperatore mito-logo voleva semplicemente mostrare che colossale perdita di tempo sia, la mitologia. Il passatempo degli uomini soli che non hanno più una posizione nella vita e nell’Impero. Che senso ha voler mettere ordine in un guazzabuglio di storie che si contraddicono? secondo alcuni Cerbero è figlio di Tifeo, secondo altri è suo nipote, chi ha ragione? Ma soprattutto, a chi importa? Certe cose semplicemente non le sappiamo, perché il Mito non dice tutto. Non sarebbe Mito altrimenti. È una parola misteriosa, che nasce dalle tenebre e ci torna immediatamente, lasciando solo un lampo di luce: un arcaico tentativo di spiegare questo o quel fenomeno naturale, magari ciò che resta di un antica risposta data a un bambino: Papà, cos’è quel fulmine? Sarà la rabbia di un uomo potente. Ha la barba? Boh, sì. Con chi se la sta prendendo? Coi bambini cattivi che fanno troppe domande. Probabilmente Zeus è nato così, ma è difficile pensare che un Tiberio del primo secolo avanti/dopo Cristo ci creda ancora. Se cerca di mettere nero su bianco la genealogia di Zeus e compagni, è (a) perché ha molto tempo da perdere; (b) vuole svelare le contraddizioni della cosiddetta sapienza tradizionale, magari (c) divertendosi alle spalle dei creduloni; ma non si può escludere che (d) tutte queste storie non più credibili lo affascinino ancora. Metterle in ordine forse è l’unico modo per potersele ancora raccontare. Non è più un bambino che può credere alle fate e ai fauni, ma non è ancora un adulto. È in una fase intermedia, in cui applica alle storie dell’infanzia gli schemi razionali della vita adulta: bilanciando col rigore scientifico la futilità della ricerca. Né bambino, né uomo: è un nerd.
Il bambino vuole sempre la stessa Storia: lo stesso buio, lo stesso lampo, lo stesso finale. Le tenebre tutto intorno non lo interessano, non ha la minima intenzione di rischiarare l’oscurità tra una storia e l’altra. Non c’è continuity tra Cappuccetto Rosso e Cenerentola; ognuna va per la sua strada, e quando arriva il Principe Azzurro la fiaba finisce senza discussioni. L’età mitica finisce quando nascono alcune domande: quanti figli avranno avuto? Saranno stati davvero felici? Ma parliamo dello stesso Principe di Biancaneve, aveva divorziato? E quale delle due ha incontrato per prima? Questo non è più mito, è mitologia. Roba da adolescenti. Vogliono sapere tutto, e con chi si è messo quello, e perché non è rimasto con quell’altro… fine dei lampi nella notte, ora viviamo alla luce diffusa e biancastra di una sala d’aspetto, tutt’intorno a noi un chiacchiericcio diffuso, un intreccio di relazioni complicato come la ruota di Tiberio, e più nessun autentico mistero. Zeus perde gli attributi terribili del Dio del tuono e si trasforma lentamente in un signorotto di campagna che si accoppia con chiunque gli capiti a tiro... (non perdetevi la prossima puntata, dove senz’altro sarà svelato il mistero di Lost).
lunedì 8 febbraio 2010
I tre futuri di Avatar
(Sempre sull'Unita.it) (dove si dovrebbe poter commentare).
Non importa avere l’esercito più potente della galassia, con le armi più distruttive dell’universo, se nella cabina di comando c’è ancora un uomo. Al culmine della tua potenza di fuoco, sarà proprio l’uomo a tradirti. Non importa avere l’industria dei sogni più ricca e pervasiva del mondo: alla fine tutta la tua potenza di fuoco ti si rivolgerà contro, se in cabina di regia avrai commesso l’imprudenza di lasciare un canadese affezionato ai sensi di colpa dei conquistatori del Nuovo Mondo. Così avrai speso miliardi di dollari per produrre un film che predica alle masse la bellezza di un impossibile ritorno alla natura e alla comunione con tutti gli esseri viventi. Avatar è una contraddizione in termini, lo hanno già scritto in tanti: un blockbuster industriale che sogna la fine (violenta) dell’industria, perfettamente incarnato nel marine Jack Sully che tradisce il suo colonnello. Qualcuno l’ha anche accusato di essere una mera rivisitazione digitale di storie già raccontate: la vicenda di Pocahontas, e in generale un ripasso delle pagine più buie della Storia americana, dallo sterminio dei nativi americani alla guerra del Vietnam. Ma faremmo un torto a Cameron se non gli volessimo riconoscere un talento visionario che non si è limitato a ricombinare frammenti di passato. In Avatar il futuro c’è, anzi (secondo una mia teoria) ce ne sono almeno tre.
Il primo futuro è quello prospettato all’inizio del film: una razza umana in fuga infinita dalla terra esaurita e intossicata. L’umanità è un parassita tecnologico che brucia e avvelena tutti i mondi su cui mette piede. Questo i Na’vi, le creature blu di Pandora, lo intuiscono: ma forse non ne trarrebbero le dovute conseguenze se non arrivasse tra loro il marine Jack, un vero e proprio anticorpo dell’umanità inoculato nel corpo di un indigeno: è proprio la sua irruenza, sconosciuta ai nativi, a guidare il popolo blu verso la lotta contro l’invasore. E c’è comunque qualcosa di potente in un film che ti spinge a stare dalla parte degli alieni contro gli umani. In un mondo sempre più ossessionato dall’identità, dalla cultura, dalle radici, un film popolare che ti propone di cambiare corpo e di passare dalla parte dell’altro-da-te è qualcosa da salvare.
Il secondo futuro è molto più vicino a noi. Che probabilmente non fuggiremo mai tra le stelle: resteremo su questo pianeta sempre più sporco, cercando di venire a patti coi suoi limiti e coi nostri. Saremo sempre di più e dovremo razionare le risorse. Di fronte a questa deprimente prospettiva, il film di Cameron ci suggerisce una valvola di sfogo: avremo sempre la possibilità di fuggire nei paradisi artificiali della fantasia digitalizzata. È stata sufficiente la riscoperta di una tecnologia tutto sommato ‘vecchia’ come il 3d, per trasformare un’antica abitudine come il cinema in un viaggio psichedelico: non c’è motivo di dubitare che i divertimentifici del futuro insisteranno sempre di più su questa immersione dello spettatore in un mondo nuovo. Dopo gli occhialini verranno i caschi, le tute, le capsule di sospensione. Saremo tutti, nel futuro, condannati come Jack Sully a una vita frustrante e immobile (la sedia a rotelle è una metafora tanto sfacciata quanto azzeccata): ma avremo tutti la possibilità di immergerci, di tanto in tanto, in un universo variopinto e tridimensionale, dove un popolo immaginario ci acclamerà come eroi. Pandora non è un pianeta lontano, Pandora è il futuro della settima arte. A Cameron è mancata l’onestà per girare il ‘vero finale’ del film: Jack Sully riapre gli occhi e si ritrova di nuovo in una capsula umana. Qualcuno apre il portello: è il bigliettaio che lo informa che il film è finito.
Il terzo futuro è una variante estrema del secondo. L’industria dei sogni non è che l’avanguardia dell’industria vera: se Cameron ha potuto immaginare Pandora, qualcuno prima o poi riuscirà a realizzarla. Perché no? Il pianeta pensante che trattiene i pensieri delle creature in fondo cos’è, se non una enorme rete di condivisione delle informazioni? Gli esseri viventi che lo popolano, umanoidi, equini, grifoni, non sono che pezzi di hardware, con tanto di presa di connessione universale. Pandora insomma ha tutta l’aria di essere l’internet 9.0. In fondo, prima o poi anche l’esperienza degli utenti diventerà tridimensionale. A quel punto il mondo virtuale che condividiamo con gli altri utenti prenderà una forma che sarà modellata sui nostri ricordi e sui nostri sogni. Conterrà i nostri sensi di colpa di ex conquistatori pentiti, ma anche il vago misticismo di cui non abbiamo saputo liberarci, la nostalgia per l’equilibrio della natura, e così via. Il risultato non dovrebbe essere molto diverso da Pandora. I Na’vi non vivono su un pianeta lontano, ma sono i nostri avatar del futuro. Un futuro in cui spenderemo qualsiasi cifra per proiettarci in un mondo variopinto e incontaminato (e se per realizzarlo occorrono risorse difficili da reperire, localizzate nei luoghi sacri di un popolo antico e sottosviluppato, chissà se ci faremo qualche scrupolo a mettere in atto le solite pratiche di sterminio. Si fa qualsiasi cosa per i sogni).
venerdì 5 febbraio 2010
Nella polvere ci ritroveremo
In questo pezzo vorrei approfittare della presentazione dell'ultima Cosa Meravigliosa di Steve Jobs per spiegare perché non sono un Mac.
Cos'è questo boato?
Ma sì, è chiaro che non sono un mac, lo si vede da lontano. Puoi dirlo da come mi vesto, da come cammino - a certe persone l'eleganza semplicemente non calza, puoi vestirli di tutto punto e sembreranno dei pinguini. Io per esempio sono una persona maldestra e apprensiva. Rompo molti oggetti, perché li maneggio male. Ho le dita tozze, riflessi scarsi, e malgrado questo mantengo una certa manualità spavalda, che mi spinge a sperimentare, a spingere le cose al limite, a sfidare quotidianamente il dio dei piccoli incidenti domestici. Poi le cose si rompono, e io ne soffro. Ne soffro molto, con un'intensità che alla mia età è imbarazzante, voglio dire, sono solo... cose. Ma costano, e mi fanno sentire piccoloborghesemente colpevole in misura proporzionale al prezzo. Questo mi tiene istintivamente lontano dai prodotti di gamma medio-alta: io non sono Mac perché se fossi Mac, e mi facessi male, ne soffrirei troppo. Lo so qual è la vostra obiezione.
E questo ci porta al secondo problema. Io non sono un Mac, ma coi Mac ci ho lavorato. E so che non è vero quel che dite, insomma, è un'impostura. I Mac si guastano. Si surriscaldano. Cadono, come tutti i gravi di questo mondo, e spesso dal lato imburrato. Il software si pianta. Per esempio c'è stato un periodo nel 2004 in cui questo blog piantava i Mac, di sasso. Neanche una schermata blu, niente: il vecchio orologino cominciava a girare e continuava in eterno, bisognava staccare la spina (ok, succedeva solo con explorer, e Bill Gates ne era senz'altro più colpevole di Jobs, ma succedeva. I Mac si piantano, è nel novero delle cose possibili). La Apple ha dei centri di assistenza come tutte le aziende di questo mondo, e fanno incazzare i loro utenti come tutte le aziende di questo mondo. Può darsi che si rompano di meno: è il minimo, coi prezzi che fanno. Ma questa storia dell'immortalità dei Mac è pura superstizione. E non mi piace.
Non è che siano tutti così, gli utenti Mac. Ne conosco tanti che sono normalissime persone, magari un po' più eleganti della media, che comprano prodotti di gamma medio-alta per lo stesso motivo per cui io li scanso, e che quando si guastano se ne lamentano. Però ci sono anche quelli che a un certo punto della conversazione tirano fuori l'argomento: “non dà mai problemi”. Dimmi che sono meno vulnerabili. Dimmi che hanno un customer care migliore (sarebbe una bugia, ma accettabile). Ma non dirmi che i software e gli hardware di Jobs non hanno mai mai mai mai problemi, perché io davanti a dei mac impallati ci ho passato delle ore di vita, e di lavoro, e mi pagavano pure a progetto, maledizione.
Cosa porta gli utenti Mac (non tutti, ma comunque troppi) a santificare i prodotti che comprano, arrivando a negare che possano avere difetti o problemi?
a) Alcuni sono i ricchi. I ricchi certe volte semplicemente non fanno in tempo a rendersi conto. Cambiano laptop ogni diciotto mesi, e quindi non sanno cos'è l'usura. Hanno sempre gadget belli puliti e veloci e credono sia merito della tecnologia di Jobs, e non dei loro fottuti soldi. Però li posso capire, hanno un'esperienza limitata delle cose.
b) Alcuni sono in cattiva fede. Di notte, quando nessuno li vede, bestemmiano i numeri verdi come gli altri poveri mortali. Però ormai al bar si sono fatti conoscere come quelli che Pensano L'Impossibile e altre menate di marketing, e devono reggere il personaggio. Quindi vanno in giro a parlare di quanto siano indistruttibili i mac e di come tutti ce l'abbiano con loro perché sono invidiosi eccetera eccetera. Li posso capire, hanno un personaggio da reggere.
c) Poi ci sono quelli che ci credono davvero. Ecco. Questi sono quelli che mi spaventano sul serio. Io lo so che ogni fideizzazione è un atto di Fede: lo dice la parola. Ma i clienti fideizzati, poniamo, della Mercedes, non arrivano a negare che la loro macchina possa avere avuto anche problemi, per esempio al radiatore. O lo fanno? In tal caso mi spaventa anche la Mercedes.
Io non sono (a), ma mi piacerebbe ogni tanto esserlo. Non sono (b), ma in tante cose ci somiglio. Quello che veramente non voglio essere, quello che non sarò mai, è Mr (c). Io non voglio essere Mac perché la Apple mi spaventa come concetto. Io non sopporto i clienti Mac perché fanno propri gli slogan pubblicitari della loro ditta preferita, una cosa che mi sgomenta: credono alla pubblicità. Io non credo alla pubblicità, da quando avevo cinque anni e mi spiegarono che non è vero che chi non mangia la Golia o è un ladro o una spia. È un punto fermo della mia educazione: gli slogan mentono. Se uno mi dice “Less Is More” non penso “wow, che profonda verità metafisica”, penso “cosa vorrà fottermi questo coniatore di slogan? Uhm, diffidiamo”. Io ho paura quando sento o vedo o leggo tutti i clienti Mac che parlano bene del loro prodotto. È una cosa che mi terrorizza, come l'invasione degli ultracorpi. Tra l'altro è una cosa per niente italiana.
Io sono un italiano maldestro e apprensivo, che trova consolazione nel poter maledire, a qualsiasi ora, tutti i grandi marchi dai quali dipende la sua vita: telecom, vodafone, enel, autostrade, trenitalia, eni, microsoft, samsung, nokia, acer, HP, ministero della pubblica istruzione: non posso vivere senza di loro, ma mi consolo odiandoli con tutto il mio cuore, con tutta la mia anima. Come un abitante dell'inferno di Dante (altro luogo assai italiano), consolo le mie sofferenze prospettando pene ancora più atroci per gli amministratori delegati che per avermi succhiato sangue lacrime ed ore di callcenter mi raggiungeranno presto, precipitando verso luoghi più profondi. Questa è l'unica consolazione del consumatore moderno, secondo me. Invece il cliente Apple è un tale che sembra appena sceso malvolentieri dal Nirvana, dove ha fatto quattro chiacchiere con Shiva, Maometto e la new entry Steve Jobs, per informarci del nuovo celestiale gadget. Il gadget sarà celestiale quanto vuoi, ma fratello, ripigliati. Nessuno s'innamora del suo spacciatore, non è sano. Quelli che ti vendono i prodotti sono i tuoi nemici. Tu hai bisogno di loro, non puoi più vivere senza di loro, ma non importa: sono tuoi nemici lo stesso. Li devi maledire, li devi odiare, devi andare alle presentazioni e urlare maledizione, Steve, è tutto qua? Un tablet senza presa usb, per chi cazzo ci hai preso? Per dei bambini di cinque anni che hanno bisogno della versione Elettronica del Gioco dell'Oca così la tata filippina non accuserà più il colpo della strega cercando i dadi sotto il divano stile impero? Puoi fare meglio di così! Devi fare di meglio! Altrimenti passo a... boh, all'Asus.
Questa è la mentalità PC. Nessuno è PC perché ama Bill Gates o l'orda dei suoi leccaculo. Più di ogni Mac, il PC odia il PC, e se ha deciso di restare PC è proprio per potersi odiare tutti i giorni. Si decide di essere PC perché l'odio per il proprio fornitore di hardware/software è una cosa sostanzialmente sana, una valvola di sfogo, e forse anche un modo per spingere il mercato a fare di meglio. E a volte ha funzionato, perfino con la Microsoft. Di sicuro ha funzionato con la Apple. Voglio dire che il vero patrimonio della Apple non sono i fanboy pronti a comprare e adorare ogni prodotto rivoluzionario a scatola chiusa. Sono gli utenti brontoloni, quelli che piantarono una grana perché il primo Iphone non aveva il copia incolla, e oggi protestano perché la nuova Cosa Meravigliosa non è multitasking. Si impara dalle critiche, non dall'ammirazione.
Io sono PC. Sono scadente e maldestro, ma del resto anche l'universo lo è. È pieno di oggetti imperfetti che si rompono. Molta gente ha bisogno di vedere il Sacro Graal, o il Gadget Perfetto ogni sei mesi, ma io no. Anche se mi regalaste il Graal, mi cadrebbe di mano, lo scheggerei, maledirei i numi. Sono fatto così, ma il punto è che siete fatti così anche voi. Regalatevi pure il nuovo oggettino, ma ricordate: l'universo è graffi, cadute, crash di sistema, bug, surriscaldamenti, entropia, e polvere soprattutto, tantissima polvere. Particelle dei gadget dei nostri antenati.
Cos'è questo boato?
Ma sì, è chiaro che non sono un mac, lo si vede da lontano. Puoi dirlo da come mi vesto, da come cammino - a certe persone l'eleganza semplicemente non calza, puoi vestirli di tutto punto e sembreranno dei pinguini. Io per esempio sono una persona maldestra e apprensiva. Rompo molti oggetti, perché li maneggio male. Ho le dita tozze, riflessi scarsi, e malgrado questo mantengo una certa manualità spavalda, che mi spinge a sperimentare, a spingere le cose al limite, a sfidare quotidianamente il dio dei piccoli incidenti domestici. Poi le cose si rompono, e io ne soffro. Ne soffro molto, con un'intensità che alla mia età è imbarazzante, voglio dire, sono solo... cose. Ma costano, e mi fanno sentire piccoloborghesemente colpevole in misura proporzionale al prezzo. Questo mi tiene istintivamente lontano dai prodotti di gamma medio-alta: io non sono Mac perché se fossi Mac, e mi facessi male, ne soffrirei troppo. Lo so qual è la vostra obiezione.
I Mac non si rompono.
Le batterie non si surriscaldano. I ventilatori non si impregnano di polvere – la polvere nei Mac non ci entra proprio, c'è una specie di karma elettrostatico che glielo proibisce. I Mac non cadono dal tavolino, ma se dovesse succedere probabilmente cadono in piedi, da bravi felini. Il software dei Mac è il migliore dell'universo e non grippa mai. E questo ci porta al secondo problema. Io non sono un Mac, ma coi Mac ci ho lavorato. E so che non è vero quel che dite, insomma, è un'impostura. I Mac si guastano. Si surriscaldano. Cadono, come tutti i gravi di questo mondo, e spesso dal lato imburrato. Il software si pianta. Per esempio c'è stato un periodo nel 2004 in cui questo blog piantava i Mac, di sasso. Neanche una schermata blu, niente: il vecchio orologino cominciava a girare e continuava in eterno, bisognava staccare la spina (ok, succedeva solo con explorer, e Bill Gates ne era senz'altro più colpevole di Jobs, ma succedeva. I Mac si piantano, è nel novero delle cose possibili). La Apple ha dei centri di assistenza come tutte le aziende di questo mondo, e fanno incazzare i loro utenti come tutte le aziende di questo mondo. Può darsi che si rompano di meno: è il minimo, coi prezzi che fanno. Ma questa storia dell'immortalità dei Mac è pura superstizione. E non mi piace.
Non è che siano tutti così, gli utenti Mac. Ne conosco tanti che sono normalissime persone, magari un po' più eleganti della media, che comprano prodotti di gamma medio-alta per lo stesso motivo per cui io li scanso, e che quando si guastano se ne lamentano. Però ci sono anche quelli che a un certo punto della conversazione tirano fuori l'argomento: “non dà mai problemi”. Dimmi che sono meno vulnerabili. Dimmi che hanno un customer care migliore (sarebbe una bugia, ma accettabile). Ma non dirmi che i software e gli hardware di Jobs non hanno mai mai mai mai problemi, perché io davanti a dei mac impallati ci ho passato delle ore di vita, e di lavoro, e mi pagavano pure a progetto, maledizione.
Cosa porta gli utenti Mac (non tutti, ma comunque troppi) a santificare i prodotti che comprano, arrivando a negare che possano avere difetti o problemi?
a) Alcuni sono i ricchi. I ricchi certe volte semplicemente non fanno in tempo a rendersi conto. Cambiano laptop ogni diciotto mesi, e quindi non sanno cos'è l'usura. Hanno sempre gadget belli puliti e veloci e credono sia merito della tecnologia di Jobs, e non dei loro fottuti soldi. Però li posso capire, hanno un'esperienza limitata delle cose.
b) Alcuni sono in cattiva fede. Di notte, quando nessuno li vede, bestemmiano i numeri verdi come gli altri poveri mortali. Però ormai al bar si sono fatti conoscere come quelli che Pensano L'Impossibile e altre menate di marketing, e devono reggere il personaggio. Quindi vanno in giro a parlare di quanto siano indistruttibili i mac e di come tutti ce l'abbiano con loro perché sono invidiosi eccetera eccetera. Li posso capire, hanno un personaggio da reggere.
c) Poi ci sono quelli che ci credono davvero. Ecco. Questi sono quelli che mi spaventano sul serio. Io lo so che ogni fideizzazione è un atto di Fede: lo dice la parola. Ma i clienti fideizzati, poniamo, della Mercedes, non arrivano a negare che la loro macchina possa avere avuto anche problemi, per esempio al radiatore. O lo fanno? In tal caso mi spaventa anche la Mercedes.
Io non sono (a), ma mi piacerebbe ogni tanto esserlo. Non sono (b), ma in tante cose ci somiglio. Quello che veramente non voglio essere, quello che non sarò mai, è Mr (c). Io non voglio essere Mac perché la Apple mi spaventa come concetto. Io non sopporto i clienti Mac perché fanno propri gli slogan pubblicitari della loro ditta preferita, una cosa che mi sgomenta: credono alla pubblicità. Io non credo alla pubblicità, da quando avevo cinque anni e mi spiegarono che non è vero che chi non mangia la Golia o è un ladro o una spia. È un punto fermo della mia educazione: gli slogan mentono. Se uno mi dice “Less Is More” non penso “wow, che profonda verità metafisica”, penso “cosa vorrà fottermi questo coniatore di slogan? Uhm, diffidiamo”. Io ho paura quando sento o vedo o leggo tutti i clienti Mac che parlano bene del loro prodotto. È una cosa che mi terrorizza, come l'invasione degli ultracorpi. Tra l'altro è una cosa per niente italiana.
Io sono un italiano maldestro e apprensivo, che trova consolazione nel poter maledire, a qualsiasi ora, tutti i grandi marchi dai quali dipende la sua vita: telecom, vodafone, enel, autostrade, trenitalia, eni, microsoft, samsung, nokia, acer, HP, ministero della pubblica istruzione: non posso vivere senza di loro, ma mi consolo odiandoli con tutto il mio cuore, con tutta la mia anima. Come un abitante dell'inferno di Dante (altro luogo assai italiano), consolo le mie sofferenze prospettando pene ancora più atroci per gli amministratori delegati che per avermi succhiato sangue lacrime ed ore di callcenter mi raggiungeranno presto, precipitando verso luoghi più profondi. Questa è l'unica consolazione del consumatore moderno, secondo me. Invece il cliente Apple è un tale che sembra appena sceso malvolentieri dal Nirvana, dove ha fatto quattro chiacchiere con Shiva, Maometto e la new entry Steve Jobs, per informarci del nuovo celestiale gadget. Il gadget sarà celestiale quanto vuoi, ma fratello, ripigliati. Nessuno s'innamora del suo spacciatore, non è sano. Quelli che ti vendono i prodotti sono i tuoi nemici. Tu hai bisogno di loro, non puoi più vivere senza di loro, ma non importa: sono tuoi nemici lo stesso. Li devi maledire, li devi odiare, devi andare alle presentazioni e urlare maledizione, Steve, è tutto qua? Un tablet senza presa usb, per chi cazzo ci hai preso? Per dei bambini di cinque anni che hanno bisogno della versione Elettronica del Gioco dell'Oca così la tata filippina non accuserà più il colpo della strega cercando i dadi sotto il divano stile impero? Puoi fare meglio di così! Devi fare di meglio! Altrimenti passo a... boh, all'Asus.
Questa è la mentalità PC. Nessuno è PC perché ama Bill Gates o l'orda dei suoi leccaculo. Più di ogni Mac, il PC odia il PC, e se ha deciso di restare PC è proprio per potersi odiare tutti i giorni. Si decide di essere PC perché l'odio per il proprio fornitore di hardware/software è una cosa sostanzialmente sana, una valvola di sfogo, e forse anche un modo per spingere il mercato a fare di meglio. E a volte ha funzionato, perfino con la Microsoft. Di sicuro ha funzionato con la Apple. Voglio dire che il vero patrimonio della Apple non sono i fanboy pronti a comprare e adorare ogni prodotto rivoluzionario a scatola chiusa. Sono gli utenti brontoloni, quelli che piantarono una grana perché il primo Iphone non aveva il copia incolla, e oggi protestano perché la nuova Cosa Meravigliosa non è multitasking. Si impara dalle critiche, non dall'ammirazione.
Io sono PC. Sono scadente e maldestro, ma del resto anche l'universo lo è. È pieno di oggetti imperfetti che si rompono. Molta gente ha bisogno di vedere il Sacro Graal, o il Gadget Perfetto ogni sei mesi, ma io no. Anche se mi regalaste il Graal, mi cadrebbe di mano, lo scheggerei, maledirei i numi. Sono fatto così, ma il punto è che siete fatti così anche voi. Regalatevi pure il nuovo oggettino, ma ricordate: l'universo è graffi, cadute, crash di sistema, bug, surriscaldamenti, entropia, e polvere soprattutto, tantissima polvere. Particelle dei gadget dei nostri antenati.
martedì 2 febbraio 2010
Ippopotami italiani
Berciami ancora(*)
In questa immagine potete vedere un vaso. Oppure due volti di profilo. O ancora l'ultimo film di Muccino, che per buona metà è impaginato così: faccia a sinistra, faccia a destra, e in mezzo una coppa nera di frustrazione che può comunque sparire da un momento all'altro stritolata in un bacio che non è mai, accidenti, l'ultimo.
Ma il più delle volte le bocche sono spalancate, i volti sono rossi, e tutti si stanno urlando addosso. Nei minimi termini il film è questo: un rosario di scene madri tra due personaggi che dopo un po' si gridano in faccia le peggio cose. Che i personaggi dei film italiani contemporanei tendessero al melodramma urlato si sapeva, ma qui sembra veramente che non ci siano alternative: ogni dialogo è uno scontro, e gli scontri si risolvono così: faccia contro faccia, chi urla più forte vince (analogie tra gli italiani e gli ippopotami del Kenya). Qualcuno dirà che è liberatorio. Secondo me no. Secondo me il mimetismo vince su tutto, secondo me il 40% di chi è andato a vederlo ha sentito l'esigenza di mangiare la faccia del partner nel tragitto verso casa.
“Non vedo l'ora di mettermi a letto”.
“Io invece mi scongelo una pizza”.
“Certo, così mi sporchi tutta la cucina”.
“Senti, ma se ho fame... e poi PERCHE' MI DEVI PRENDERE COME UN IDIOTA MALEDETTA STRONZA TI AMMAZZO! TI AMMAAAAAZZZZOOOOOOOO!”
Metà del film così. L'altra metà propone la variante: invece di fissarsi come ippopotami allupati, i due volti guardano in camera, grazie all'invenzione più importante dell'ultimo secolo: l'Automobile. Essa ha rivoluzionato i nostri costumi e forse sì, vabbè, può aver contribuito a intossicare l'atmosfera, ma in compenso ha permesso ai nostri valenti film-maker qualcosa che altrimenti sarebbe irrealistico: far discutere i personaggi mentre guardano dritto verso di noi. Si capisce la convenienza, perché nelle scene di profilo butti via un 50% di faccia che comunque devi pagare lo stesso intera (e con quel che può costare al giorno d'oggi la faccia di un Accorsi o di un Favino...) E soprattutto, l'avrete sperimentato nella vostra realtà vera, certe scenate si possono fare solo in una macchina pressurizzata ai cento all'ora – a casa no, c'è rischio che i vicini s'appassionino.
Lo so cosa state pensando. Stronca Muccino, che coraggio, domani mitraglierà la croce rossa... no. Sette anni fa, quando stroncare GM era già sport nazionale, io resistevo. Una possibilità a GM l'ho sempre voluta dare, perché fra tutti i registi di film bruttini gli riconoscevo almeno una cosa che faceva la differenza: il ritmo. Per quanto potesse apparire simile a tutti quei registi romani persuasi di ritrarre una generazione attraverso i complementi d'arredo dei salotti, Muccino aveva qualcosa che parzialmente lo riscattava, ed era proprio la spudoratezza: i salotti rimanevano salotti, ma vuoi mettere, col carrello circolare! La grammatica dell'action movie applicata agli amorazzi dei trentenni, l'handycam che ti segue nel corridoio stretto verso il bagno in fondo a destra. Le isteriche che piangono hanno fatto il loro tempo? Ok, proviamo con le isteriche che urlano in mezzo alla strada! Le isteriche sotto la pioggia! E se dobbiamo ritrarre borghesi inutili, almeno ficchiamocene dentro un centinaio in due ore: sovraccarichiamo il sistema finché non si rompe qualcosa.
Qualcosa si ruppe davvero. L'ultimo bacio e Ricordami di me sono stati l'esplosione, in tutti i sensi, di un genere di cui Ozpetek e colleghi hanno faticosamente raccattato i pezzi per ribollirci il solito passato sciapo di buoni sentimenti. Ma il Muccino di dieci anni fa se li friggeva, i buoni sentimenti. Non aveva pietà di nonne o di ragazzini, disprezzava tutti e non lo mandava a dire. Probabilmente quei due sono gli unici film-italiani-bruttini che reggono ancora la prova televisiva in seconda serata. Vanno giù come piloti di serie americane, ed è il complimento migliore che si possa fare a GM. Il quale, scheggia impazzita detonata coi suoi film, si era ritrovato catapultato ad Hollywood. Tifavo per lui. La tecnica l'aveva, il coraggio pure: quello che gli mancava erano le storie originali, proprio quelle che gli americani sanno trovare. Hollywood gli avrebbe tolto di mano i soliti triti canovacci generazional-amorosi, gli avrebbe presentato qualche soggettista degno di questo nome e... un film in effetti funzionò, l'altro meno, così l'avventura sembra già finita. Però almeno hai avuto un'avventura, Gabriele Muccino. Hai fatto film con Will Smith, sei stato per due stagioni alla catena nell'autentica fabbrica dei sogni. Adesso non è che puoi tornare a rifriggere le solite storielline amorose per il pubblico bue italiano. Sarebbe come dire che hai perso l'unica cosa buona che avevi, il coraggio. E un Muccino senza coraggio cosa mi diventa. Un Ozpetek eterosessuale, un soprammobile inutile e per giunta in serie, ce l'hanno uguale i vicini, buttare via.
Baciami ancora non è nemmeno un film generazionale: non sappiamo niente sulla vita dei personaggi, sui loro gusti o le loro idee (ce n'è uno che vota Fini, il che può voler dire qualsiasi cosa ormai). Fanno cose che avrebbero potuto fare dieci o vent'anni fa: i grandi spot pubblicitari, i bambini disegni di dinosauri. E tutti corrono nel grano. Dire qualcosa sugli anni Zero era troppo rischioso: facciamoli piuttosto reinnamorare disperatamente, che funziona sempre. Magari in questi dieci anni hanno avuto una vita interessante (droga, pazzia, carcere), ma appena torna Muccino col suo teleobiettivo tutto sprofonda di nuovo nell'ossessività dei rapporti amorosi banali, fedeli alla regola per cui la vita dei personaggi del cinema italiano bruttino dev'essere meno interessante di quella della media degli spettatori (sul serio, io ho giornate molto più interessanti di quelle dei personaggi di Muccino).
Baciami ancora è un chiodo sulla bara dell'industria cinematografica italiana, gestita da personaggi che sembrano terrorizzati dall'idea di poter dire qualcosa di nuovo, qualcosa d'intelligente, o persino di stupido, insomma qualcosa. Ma L'ultimo bacio qualcosa lo diceva. Era un film che si permetteva del cinismo, aveva un finale spiazzante che è rimasto in testa a tutti. Il sequel si guarda bene da spiazzare alcunché. Se c'è un suicidio non preoccupatevi, ve lo facciamo capire un'ora prima. Nel derby della scena-madre-in-camera-ardente Muccino le prende persino dall'Ozpetek di Saturno contro, come dire perdere con l'Albinoleffe in casa, rivogliamo il prezzo del biglietto. Quando dopo un paio d'ore risenti la voce fuori campo di Accorsi, capisci che è la classica voce off che tira le somme, e ti rendi conto di quanto poco ha voluto dirti questo film: Dicono che i quarant'anni siano l'età della maturità. Ma forse la vita comincia a cinquant'anni. O a Sessanta. O chi lo sa. Buio in sala, Giro di do jovannottesco, titoli. Due ore e venti per sentirsi dire che la vita va vissuta... Nostalgia dei carrelli circolari. Non che dicessero nulla di più, ma almeno ti facevi un giro in giostra. Muccino sembra aver paura di dire persino: ehi, sono sempre io, Muccino. Un regista con un determinato stile. Ma se poi ti scambiano per un Autore, di quelli che fanno i film d'Autore? C'è il rischio che il pubblico dei cinepanettoni non ti caghi più! Poi si accendono le luci, e il pubblico dei cinepanettoni corre a casa a guardarsi una puntata di Desperate Housewives che con personaggi da fumetto e una trama totalmente surreale ti dice più cose della tua vita che due ore di quarantenni che si urlano in faccia. Prima o poi a Roma bisogna che si mettano in testa una semplice cosa.
Non è che al cinema ci si va per specchiarsi – oddio, sì, può capitare anche di specchiarsi in qualcuno, ma è sempre qualcuno migliore di noi. Come minimo è più bello. Probabilmente veste meglio, ha la risposta pronta che a noi verrebbe in mente mezz'ora dopo. Perché al cinema ci si va per cercare dei modelli. Nessuno sano di mente crede di specchiarsi in George Clooney. Le persone vanno a vedere George Clooney perché vorrebbero diventare un po' come lui, risolvere un problema come lo risolve lui alla fine del film. Migliorare, perché persino lui ci prova. Questo è il segreto del cinema americano: modelli, non specchi. Strategie per risolvere un problema, non persone che si urlano in faccia i loro problemi irrisolti e magari uguali ai tuoi. A me non interessa se i quarantenni romani passano le giornate a gridarsi Ti-Amo-Ancora-Non-Ti-Amo-Più. Se davvero fanno così, bisogna convincerli a cambiare, a migliorare un po'. A coltivare altri interessi che non siano quelli di portarsi a letto qualcuno, restare incinta di qualcuno, riconquistare qualcuno. A gestire gli scazzi in un modo meno mediterraneo, perché sul serio, non possiamo continuare a urlare tutti quanti così. Dopo due ore ti ritrovi l'Impacciatore sul tombino che sembra una prefica del Seicento, stiamo regredendo a vista d'occhio. Ci sono altri modi di discutere che non prevedono necessariamente l'Urlo Preventivo, la Minaccia di Morte (“Giuro che t'ammazzoooooo!”), lo Specchio Riflesso (“Fottiti!” “Fottiti te!”. Era la clip che hanno portato domenica da Baudo). Non stupisce che dopo un po' comincino a urlare anche i bambini. Di colpo, dallo stand-by silenzioso (“Vuoi che ti presentiamo tuo padre?” “...”) allo stadio isterico (“Dai, se vuoi ti presentiamo tuo p...” “Ho detto di NO MALEDETTI STRONZIIIIIII!”)
Anche qui, guarda gli americani. Dialogano anche loro, di amore e di altre cose. Eppure non urlano, o magari sì, ma una volta su dieci. Hanno altri sistemi per scambiarsi i pareri: per esempio, l'ironia. Nell'ultimo bacio ce n'era un po', di ironia. Qui no, niente, il pubblico potrebbe non capire. Per ridacchiare dobbiamo aspettare che Favino incocci un muro: comicità fisica, perché chi ha rivisto la sceneggiatura temeva che una battuta di troppo possa essere fraintesa dallo spettatore di Neri Parenti. Poi lo spettatore di Neri Parenti torna a casa e si guarda le repliche del dottor House che fa ironia con le proteine e le malattie infettive.
Questo è un cinema sbagliato. Un cinema che col pretesto del realismo peggiora la realtà, ci ruba due ore e venti e ci lascia tramortiti come un vecchio amico che non senti da dieci anni e poi ti tiene un pomeriggio al telefono, urlando i suoi problemi senza che tu possa offrirgli una soluzione. Se si calma, alla fine, è per stanchezza: quella che prende tutti quanti alla fine del film. I due tizi si rimetteranno assieme, continueranno a scambiarsi baci e soprattutto urla, perché non sono mai cresciuti, la vita di coppia per loro è ancora quella di due quindicenni isterici, e non ci sono alternative: la vita è così. No, maledizione, noi possiamo essere migliori di così. A nessuno piace essere sé stesso, neanche al dottor House. Vogliamo tutti avere una chance di migliorare, e abbiamo bisogno di scrittori, di registi che ce la mostrino. Di attori che ce la impersonino. E di critici che ti mandino seriamente a quel Paese, GM: torna in America, fatti restituire quel coraggio e quel cinismo che erano le uniche cose interessanti che avevi.
* Il titolo l'ho scopiazzato da qui, grazie a M. Elena.
In questa immagine potete vedere un vaso. Oppure due volti di profilo. O ancora l'ultimo film di Muccino, che per buona metà è impaginato così: faccia a sinistra, faccia a destra, e in mezzo una coppa nera di frustrazione che può comunque sparire da un momento all'altro stritolata in un bacio che non è mai, accidenti, l'ultimo.
Ma il più delle volte le bocche sono spalancate, i volti sono rossi, e tutti si stanno urlando addosso. Nei minimi termini il film è questo: un rosario di scene madri tra due personaggi che dopo un po' si gridano in faccia le peggio cose. Che i personaggi dei film italiani contemporanei tendessero al melodramma urlato si sapeva, ma qui sembra veramente che non ci siano alternative: ogni dialogo è uno scontro, e gli scontri si risolvono così: faccia contro faccia, chi urla più forte vince (analogie tra gli italiani e gli ippopotami del Kenya). Qualcuno dirà che è liberatorio. Secondo me no. Secondo me il mimetismo vince su tutto, secondo me il 40% di chi è andato a vederlo ha sentito l'esigenza di mangiare la faccia del partner nel tragitto verso casa.
“Non vedo l'ora di mettermi a letto”.
“Io invece mi scongelo una pizza”.
“Certo, così mi sporchi tutta la cucina”.
“Senti, ma se ho fame... e poi PERCHE' MI DEVI PRENDERE COME UN IDIOTA MALEDETTA STRONZA TI AMMAZZO! TI AMMAAAAAZZZZOOOOOOOO!”
Metà del film così. L'altra metà propone la variante: invece di fissarsi come ippopotami allupati, i due volti guardano in camera, grazie all'invenzione più importante dell'ultimo secolo: l'Automobile. Essa ha rivoluzionato i nostri costumi e forse sì, vabbè, può aver contribuito a intossicare l'atmosfera, ma in compenso ha permesso ai nostri valenti film-maker qualcosa che altrimenti sarebbe irrealistico: far discutere i personaggi mentre guardano dritto verso di noi. Si capisce la convenienza, perché nelle scene di profilo butti via un 50% di faccia che comunque devi pagare lo stesso intera (e con quel che può costare al giorno d'oggi la faccia di un Accorsi o di un Favino...) E soprattutto, l'avrete sperimentato nella vostra realtà vera, certe scenate si possono fare solo in una macchina pressurizzata ai cento all'ora – a casa no, c'è rischio che i vicini s'appassionino.
Lo so cosa state pensando. Stronca Muccino, che coraggio, domani mitraglierà la croce rossa... no. Sette anni fa, quando stroncare GM era già sport nazionale, io resistevo. Una possibilità a GM l'ho sempre voluta dare, perché fra tutti i registi di film bruttini gli riconoscevo almeno una cosa che faceva la differenza: il ritmo. Per quanto potesse apparire simile a tutti quei registi romani persuasi di ritrarre una generazione attraverso i complementi d'arredo dei salotti, Muccino aveva qualcosa che parzialmente lo riscattava, ed era proprio la spudoratezza: i salotti rimanevano salotti, ma vuoi mettere, col carrello circolare! La grammatica dell'action movie applicata agli amorazzi dei trentenni, l'handycam che ti segue nel corridoio stretto verso il bagno in fondo a destra. Le isteriche che piangono hanno fatto il loro tempo? Ok, proviamo con le isteriche che urlano in mezzo alla strada! Le isteriche sotto la pioggia! E se dobbiamo ritrarre borghesi inutili, almeno ficchiamocene dentro un centinaio in due ore: sovraccarichiamo il sistema finché non si rompe qualcosa.
Qualcosa si ruppe davvero. L'ultimo bacio e Ricordami di me sono stati l'esplosione, in tutti i sensi, di un genere di cui Ozpetek e colleghi hanno faticosamente raccattato i pezzi per ribollirci il solito passato sciapo di buoni sentimenti. Ma il Muccino di dieci anni fa se li friggeva, i buoni sentimenti. Non aveva pietà di nonne o di ragazzini, disprezzava tutti e non lo mandava a dire. Probabilmente quei due sono gli unici film-italiani-bruttini che reggono ancora la prova televisiva in seconda serata. Vanno giù come piloti di serie americane, ed è il complimento migliore che si possa fare a GM. Il quale, scheggia impazzita detonata coi suoi film, si era ritrovato catapultato ad Hollywood. Tifavo per lui. La tecnica l'aveva, il coraggio pure: quello che gli mancava erano le storie originali, proprio quelle che gli americani sanno trovare. Hollywood gli avrebbe tolto di mano i soliti triti canovacci generazional-amorosi, gli avrebbe presentato qualche soggettista degno di questo nome e... un film in effetti funzionò, l'altro meno, così l'avventura sembra già finita. Però almeno hai avuto un'avventura, Gabriele Muccino. Hai fatto film con Will Smith, sei stato per due stagioni alla catena nell'autentica fabbrica dei sogni. Adesso non è che puoi tornare a rifriggere le solite storielline amorose per il pubblico bue italiano. Sarebbe come dire che hai perso l'unica cosa buona che avevi, il coraggio. E un Muccino senza coraggio cosa mi diventa. Un Ozpetek eterosessuale, un soprammobile inutile e per giunta in serie, ce l'hanno uguale i vicini, buttare via.
Baciami ancora non è nemmeno un film generazionale: non sappiamo niente sulla vita dei personaggi, sui loro gusti o le loro idee (ce n'è uno che vota Fini, il che può voler dire qualsiasi cosa ormai). Fanno cose che avrebbero potuto fare dieci o vent'anni fa: i grandi spot pubblicitari, i bambini disegni di dinosauri. E tutti corrono nel grano. Dire qualcosa sugli anni Zero era troppo rischioso: facciamoli piuttosto reinnamorare disperatamente, che funziona sempre. Magari in questi dieci anni hanno avuto una vita interessante (droga, pazzia, carcere), ma appena torna Muccino col suo teleobiettivo tutto sprofonda di nuovo nell'ossessività dei rapporti amorosi banali, fedeli alla regola per cui la vita dei personaggi del cinema italiano bruttino dev'essere meno interessante di quella della media degli spettatori (sul serio, io ho giornate molto più interessanti di quelle dei personaggi di Muccino).
Baciami ancora è un chiodo sulla bara dell'industria cinematografica italiana, gestita da personaggi che sembrano terrorizzati dall'idea di poter dire qualcosa di nuovo, qualcosa d'intelligente, o persino di stupido, insomma qualcosa. Ma L'ultimo bacio qualcosa lo diceva. Era un film che si permetteva del cinismo, aveva un finale spiazzante che è rimasto in testa a tutti. Il sequel si guarda bene da spiazzare alcunché. Se c'è un suicidio non preoccupatevi, ve lo facciamo capire un'ora prima. Nel derby della scena-madre-in-camera-ardente Muccino le prende persino dall'Ozpetek di Saturno contro, come dire perdere con l'Albinoleffe in casa, rivogliamo il prezzo del biglietto. Quando dopo un paio d'ore risenti la voce fuori campo di Accorsi, capisci che è la classica voce off che tira le somme, e ti rendi conto di quanto poco ha voluto dirti questo film: Dicono che i quarant'anni siano l'età della maturità. Ma forse la vita comincia a cinquant'anni. O a Sessanta. O chi lo sa. Buio in sala, Giro di do jovannottesco, titoli. Due ore e venti per sentirsi dire che la vita va vissuta... Nostalgia dei carrelli circolari. Non che dicessero nulla di più, ma almeno ti facevi un giro in giostra. Muccino sembra aver paura di dire persino: ehi, sono sempre io, Muccino. Un regista con un determinato stile. Ma se poi ti scambiano per un Autore, di quelli che fanno i film d'Autore? C'è il rischio che il pubblico dei cinepanettoni non ti caghi più! Poi si accendono le luci, e il pubblico dei cinepanettoni corre a casa a guardarsi una puntata di Desperate Housewives che con personaggi da fumetto e una trama totalmente surreale ti dice più cose della tua vita che due ore di quarantenni che si urlano in faccia. Prima o poi a Roma bisogna che si mettano in testa una semplice cosa.
Non è che al cinema ci si va per specchiarsi – oddio, sì, può capitare anche di specchiarsi in qualcuno, ma è sempre qualcuno migliore di noi. Come minimo è più bello. Probabilmente veste meglio, ha la risposta pronta che a noi verrebbe in mente mezz'ora dopo. Perché al cinema ci si va per cercare dei modelli. Nessuno sano di mente crede di specchiarsi in George Clooney. Le persone vanno a vedere George Clooney perché vorrebbero diventare un po' come lui, risolvere un problema come lo risolve lui alla fine del film. Migliorare, perché persino lui ci prova. Questo è il segreto del cinema americano: modelli, non specchi. Strategie per risolvere un problema, non persone che si urlano in faccia i loro problemi irrisolti e magari uguali ai tuoi. A me non interessa se i quarantenni romani passano le giornate a gridarsi Ti-Amo-Ancora-Non-Ti-Amo-Più. Se davvero fanno così, bisogna convincerli a cambiare, a migliorare un po'. A coltivare altri interessi che non siano quelli di portarsi a letto qualcuno, restare incinta di qualcuno, riconquistare qualcuno. A gestire gli scazzi in un modo meno mediterraneo, perché sul serio, non possiamo continuare a urlare tutti quanti così. Dopo due ore ti ritrovi l'Impacciatore sul tombino che sembra una prefica del Seicento, stiamo regredendo a vista d'occhio. Ci sono altri modi di discutere che non prevedono necessariamente l'Urlo Preventivo, la Minaccia di Morte (“Giuro che t'ammazzoooooo!”), lo Specchio Riflesso (“Fottiti!” “Fottiti te!”. Era la clip che hanno portato domenica da Baudo). Non stupisce che dopo un po' comincino a urlare anche i bambini. Di colpo, dallo stand-by silenzioso (“Vuoi che ti presentiamo tuo padre?” “...”) allo stadio isterico (“Dai, se vuoi ti presentiamo tuo p...” “Ho detto di NO MALEDETTI STRONZIIIIIII!”)
Anche qui, guarda gli americani. Dialogano anche loro, di amore e di altre cose. Eppure non urlano, o magari sì, ma una volta su dieci. Hanno altri sistemi per scambiarsi i pareri: per esempio, l'ironia. Nell'ultimo bacio ce n'era un po', di ironia. Qui no, niente, il pubblico potrebbe non capire. Per ridacchiare dobbiamo aspettare che Favino incocci un muro: comicità fisica, perché chi ha rivisto la sceneggiatura temeva che una battuta di troppo possa essere fraintesa dallo spettatore di Neri Parenti. Poi lo spettatore di Neri Parenti torna a casa e si guarda le repliche del dottor House che fa ironia con le proteine e le malattie infettive.
Questo è un cinema sbagliato. Un cinema che col pretesto del realismo peggiora la realtà, ci ruba due ore e venti e ci lascia tramortiti come un vecchio amico che non senti da dieci anni e poi ti tiene un pomeriggio al telefono, urlando i suoi problemi senza che tu possa offrirgli una soluzione. Se si calma, alla fine, è per stanchezza: quella che prende tutti quanti alla fine del film. I due tizi si rimetteranno assieme, continueranno a scambiarsi baci e soprattutto urla, perché non sono mai cresciuti, la vita di coppia per loro è ancora quella di due quindicenni isterici, e non ci sono alternative: la vita è così. No, maledizione, noi possiamo essere migliori di così. A nessuno piace essere sé stesso, neanche al dottor House. Vogliamo tutti avere una chance di migliorare, e abbiamo bisogno di scrittori, di registi che ce la mostrino. Di attori che ce la impersonino. E di critici che ti mandino seriamente a quel Paese, GM: torna in America, fatti restituire quel coraggio e quel cinismo che erano le uniche cose interessanti che avevi.
* Il titolo l'ho scopiazzato da qui, grazie a M. Elena.
lunedì 1 febbraio 2010
La diabolica e-mail
Copia l'Olocausto e spediscilo a 10 tuoi amici
Magari è arrivato anche a voi: il Male Assoluto via e-mail. È un allegato che vi ha spedito un vostro amico, o un collega (ma può anche trattarsi di un perfetto sconosciuto). Un clic, e ve lo trovate davanti (continua sull'Unità online; si può commentare lì).
(La foto è presa da qui).
Può darsi che sia arrivato anche a voi: il Male Assoluto via e-mail. È un allegato che vi ha spedito un vostro amico, o un collega (ma può anche trattarsi di un perfetto sconosciuto). Un clic, e ve lo trovate davanti. Certo, è un orrore ‘già visto’: le foto in bianco e nero dei prigionieri dei campi di sterminio tedeschi. Eppure, dopo tanti anni (e dieci Giornate della Memoria) le foto restano spaventose. Ce n’è una che mostra una fossa comune, un’altra che ritrae un gruppo di bambini, nudi e scheletrici – qualcosa non va. Non si dovrebbero inviare foto di cadaveri o di bambini nudi e torturati per e-mail. Potrebbe perfino essere illegale. Eppure la persona che vi ha spedito il messaggio era in buona fede: il pensiero di commettere un reato non deve averlo sfiorato nemmeno. Lo ha fatto a fin di bene: voleva aiutarvi a ricordare.
Ma soprattutto voleva mettervi in guardia da chi la Shoah fa di tutto per dimenticarla: i cosiddetti negazionisti. Pare che siano dappertutto, e che malgrado tutti i nostri sforzi aumentino sempre di più. Com’è possibile? Nel testo che accompagna le foto spaventose si legge: Recentemente, il Regno Unito, ha rimosso l’Olocausto dai suoi programmi scolastici perché “offensivo” nei confronti della popolazione mussulmana che afferma che l’Olocausto non è esistito…
Ecco risolto l’arcano: i negazionisti sono i musulmani. La “popolazione musulmana” addirittura “afferma che l’Olocausto non è mai esistito”. E siccome i musulmani sono un blocco compatto, probabilmente la penseranno così anche quelli che abitano tra noi. Non solo, ma sono tutti terribilmente suscettibili: appena provi a parlare di Shoah nelle scuole, si offendono a morte, e quindi gli insegnanti del Regno Unito avrebbero deciso di non parlarne più. Non è una vergogna? Non vale la pena di contrastarla in tutti i modi, anche inviando foto di cadaveri ad amici e conoscenti?
È una vergogna, sì, perché è una bugia. Una bufala. Non è vero che il Regno Unito abbia “rimosso l’Olocausto” dai programmi scolastici. La “popolazione musulmana” della Gran Bretagna non ha mai fatto pesare questa sua supposta suscettibilità. Senz’altro il negazionismo si è diffuso anche tra i musulmani, ma questo non significa che la maggioranza di loro non creda alla Shoah. I loro figli, comunque, a scuola la imparano. Lo spiegava già due anni fa Paolo Attivissimo, nel suo prezioso blog anti-bufale: “L'equivoco è nato probabilmente perché qualcuno ha interpretato male la segnalazione sul Guardian che un singolo dipartimento di storia di una singola scuola aveva tolto l'Olocausto dal proprio programma”. La bufala gira per la rete sotto forma di catena informatica forse già dal 2005. Probabilmente è nata in inglese, ma è stata più volte tradotta in italiano da persone volonterose che hanno accolto l’invito finale (“Aiuta ad inviare l’e-mail in tutto il mondo. Traducila in altre lingue se necessario”).
Da un anello all’altro la catena ha accumulato diversi errori: a un certo punto ai “sei milioni di ebrei” sono stati aggiunte le cifre fantasiose di “20 milioni di russi”, “10 milioni di cristiani” e “1900 preti cattolici” (viceversa nessuno ha sentito la necessità di aggiungere i dati sullo sterminio di altre minoranze, come zingari, omosessuali o testimoni di Geova). Il fulcro del messaggio comunque è rimasto lo stesso: gli orrori compiuti dai nazisti rischierebbero di scomparire dalla nostra memoria collettiva a causa… dei musulmani suscettibili. Ma questa cos’è, se non una diceria che scredita una minoranza, in modo non molto diverso diverso da quelle che circolavano sulle minoranze ebree negli anni Trenta del secolo scorso? E perché non ce ne siamo accorti subito? Probabilmente eravamo distratti dai cadaveri, dai bambini, dalle immagini dell’orrore che non ammettono discussioni. L’orrore dello sterminio degli ebrei è stato usato per contrabbandare una diceria razzista su un’altra minoranza: difficile immaginare qualcosa di così diabolico. Eppure è lì, nella nostra casella della posta.
Ho una teoria: contro l’odio e il razzismo l’esercizio della memoria non basta. La memoria dei crimini del passato può aiutarci a non ripeterli, ma anche ispirarci a commetterli. Chi per primo ha scritto quella mail ha saputo usare le parole giuste e scegliere le immagini più adatte a ricattare la nostra coscienza. Il suo obiettivo non era salvare la memoria di uno sterminio, ma creare le premesse per il prossimo. Contro un odio così astuto, il ripasso fotografico degli orrori del passato non sarà mai sufficiente. Se davvero vogliamo contrastarlo dovremmo doppiarlo in astuzia: diffondere dubbi e senso critico dove altri seminano ignoranza e dicerie. Meglio cominciare subito.
Magari è arrivato anche a voi: il Male Assoluto via e-mail. È un allegato che vi ha spedito un vostro amico, o un collega (ma può anche trattarsi di un perfetto sconosciuto). Un clic, e ve lo trovate davanti (continua sull'Unità online; si può commentare lì).
(La foto è presa da qui).
Può darsi che sia arrivato anche a voi: il Male Assoluto via e-mail. È un allegato che vi ha spedito un vostro amico, o un collega (ma può anche trattarsi di un perfetto sconosciuto). Un clic, e ve lo trovate davanti. Certo, è un orrore ‘già visto’: le foto in bianco e nero dei prigionieri dei campi di sterminio tedeschi. Eppure, dopo tanti anni (e dieci Giornate della Memoria) le foto restano spaventose. Ce n’è una che mostra una fossa comune, un’altra che ritrae un gruppo di bambini, nudi e scheletrici – qualcosa non va. Non si dovrebbero inviare foto di cadaveri o di bambini nudi e torturati per e-mail. Potrebbe perfino essere illegale. Eppure la persona che vi ha spedito il messaggio era in buona fede: il pensiero di commettere un reato non deve averlo sfiorato nemmeno. Lo ha fatto a fin di bene: voleva aiutarvi a ricordare.
Ma soprattutto voleva mettervi in guardia da chi la Shoah fa di tutto per dimenticarla: i cosiddetti negazionisti. Pare che siano dappertutto, e che malgrado tutti i nostri sforzi aumentino sempre di più. Com’è possibile? Nel testo che accompagna le foto spaventose si legge: Recentemente, il Regno Unito, ha rimosso l’Olocausto dai suoi programmi scolastici perché “offensivo” nei confronti della popolazione mussulmana che afferma che l’Olocausto non è esistito…
Ecco risolto l’arcano: i negazionisti sono i musulmani. La “popolazione musulmana” addirittura “afferma che l’Olocausto non è mai esistito”. E siccome i musulmani sono un blocco compatto, probabilmente la penseranno così anche quelli che abitano tra noi. Non solo, ma sono tutti terribilmente suscettibili: appena provi a parlare di Shoah nelle scuole, si offendono a morte, e quindi gli insegnanti del Regno Unito avrebbero deciso di non parlarne più. Non è una vergogna? Non vale la pena di contrastarla in tutti i modi, anche inviando foto di cadaveri ad amici e conoscenti?
È una vergogna, sì, perché è una bugia. Una bufala. Non è vero che il Regno Unito abbia “rimosso l’Olocausto” dai programmi scolastici. La “popolazione musulmana” della Gran Bretagna non ha mai fatto pesare questa sua supposta suscettibilità. Senz’altro il negazionismo si è diffuso anche tra i musulmani, ma questo non significa che la maggioranza di loro non creda alla Shoah. I loro figli, comunque, a scuola la imparano. Lo spiegava già due anni fa Paolo Attivissimo, nel suo prezioso blog anti-bufale: “L'equivoco è nato probabilmente perché qualcuno ha interpretato male la segnalazione sul Guardian che un singolo dipartimento di storia di una singola scuola aveva tolto l'Olocausto dal proprio programma”. La bufala gira per la rete sotto forma di catena informatica forse già dal 2005. Probabilmente è nata in inglese, ma è stata più volte tradotta in italiano da persone volonterose che hanno accolto l’invito finale (“Aiuta ad inviare l’e-mail in tutto il mondo. Traducila in altre lingue se necessario”).
Da un anello all’altro la catena ha accumulato diversi errori: a un certo punto ai “sei milioni di ebrei” sono stati aggiunte le cifre fantasiose di “20 milioni di russi”, “10 milioni di cristiani” e “1900 preti cattolici” (viceversa nessuno ha sentito la necessità di aggiungere i dati sullo sterminio di altre minoranze, come zingari, omosessuali o testimoni di Geova). Il fulcro del messaggio comunque è rimasto lo stesso: gli orrori compiuti dai nazisti rischierebbero di scomparire dalla nostra memoria collettiva a causa… dei musulmani suscettibili. Ma questa cos’è, se non una diceria che scredita una minoranza, in modo non molto diverso diverso da quelle che circolavano sulle minoranze ebree negli anni Trenta del secolo scorso? E perché non ce ne siamo accorti subito? Probabilmente eravamo distratti dai cadaveri, dai bambini, dalle immagini dell’orrore che non ammettono discussioni. L’orrore dello sterminio degli ebrei è stato usato per contrabbandare una diceria razzista su un’altra minoranza: difficile immaginare qualcosa di così diabolico. Eppure è lì, nella nostra casella della posta.
Ho una teoria: contro l’odio e il razzismo l’esercizio della memoria non basta. La memoria dei crimini del passato può aiutarci a non ripeterli, ma anche ispirarci a commetterli. Chi per primo ha scritto quella mail ha saputo usare le parole giuste e scegliere le immagini più adatte a ricattare la nostra coscienza. Il suo obiettivo non era salvare la memoria di uno sterminio, ma creare le premesse per il prossimo. Contro un odio così astuto, il ripasso fotografico degli orrori del passato non sarà mai sufficiente. Se davvero vogliamo contrastarlo dovremmo doppiarlo in astuzia: diffondere dubbi e senso critico dove altri seminano ignoranza e dicerie. Meglio cominciare subito.
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