Il governo italiano ha sospeso gli aiuti ai palestinesi

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martedì 16 luglio 2019

L'arcivescovo in guêpière

16 luglio – San Vitaliano di Capua (VII sec.), un vescovo molto distratto.

Che patrono del cacchio
A San Vitaliano capitò, verso la fine del settimo secolo, di svegliarsi molto presto, come tutti i giorni, per il servizio mattutino; di intonare i salmi in cattedrale con gli occhi probabilmente ancora incispati di sonno; e di cominciare a udire, negli intervalli tra inno e responsorio, qualche risolino sempre meno imbarazzato, finché non capì che stava succedendo qualcosa di veramente terribile; e solo in quel momento aprì gli occhi davvero; e solo in quel momento si accorse che era vestito da donna.

Da donna come?

La leggenda non lo dice! e quindi siamo liberi di sfrenarci: reggicalze, guêpière, eccetera. Anche se più probabilmente era un semplice sottanone, neanche troppo diverso da quelli che veste un prete: ma siamo nel settimo secolo, quasi ottavo, qualsiasi indumento femminile in quella situazione sarebbe risultato piuttosto conturbante.

Bisogna anche dire che il mattutino si cantava molto presto: prima dell’alba. Con tutto questo, per arrivare vestiti da donna in cattedrale ci vuole una certa disattenzione. Vale la pena di ricordare ancora una volta che il travestitismo fu ritenuto per tutto il medioevo un peccato gravissimo (carnevale a parte), e che l'unica prova veramente trovata per bruciare Giovanna d’Arco come strega fu il fatto che si era messa in pantaloni. In seguito Vitaliano riuscì a dimostrare che si era vestito così a sua insaputa: alcuni suoi nemici, preti invidiosi che mal digerivano la sua popolarità presso i fedeli capuani, gli avrebbero sostituito nottetempo i paramenti sacri con abiti femminei; Vitaliano poi era uno di quelli che al mattino si vestono alla cieca, senza neanche accendere il lume, e così… in fondo sempre gonne sono, no? Devo dire che non è così implausibile. Meno di un vescovo col fetish degli indumenti femminili? Non saprei.

Fieni pure a noi, Fitaliano, noi capiamo le extrafakantze tegli uomini ti fede.
Fieni pure a noi, Fitaliano:
noi capiamo le extrafakantze tegli uomini ti fede.
La prima reazione di Vitaliano fu darsela a gambe in direzione Roma, dove il Papa lo avrebbe senz’altro capito e sostenuto. Ma i preti invidiosi lo inseguivano e lo catturarono all’altezza di Mondragone: lo ficcarono in un sacco e lo buttarono a mare, incuranti delle mille altre leggende in cui i santi insaccati e affogati la fanno franca. E infatti, mentre Vitaliano approdava senza grosse difficoltà a Ostia e decideva di trascorrerci le vacanze, a Capua cominciarono a infuriare carestie e pestilenze. La gente mormorava: rivogliamo Vitaliano, anche in tacchi e reggipetto. Torna Vitaliano! Ti capiamo! Chi non ha mai infilato una giarrettiera anche solo per l’effetto che fa, scagli il primo tacco dodici. No.

Mi sto inventando.
È estate, dai.

Ma insomma rivolevano tutti ardentemente Vitaliano, e Vitaliano… non tornò. Cioè, sì, ma appena per un’ospitata di una sera – più che sufficiente a far piovere e ad allontanare il morbo. Ma non si fermò, si vede che non si sentiva più a suo agio; e forse presagiva la fine. Si ritirò in eremitaggio presso due o tre cime diverse – c’è sempre un po’ di concorrenza – nei pressi di Caserta o forse più verso Avellino, dove il Monte Virgiliano fu ribattezzato, in suo onore, Montevergine. E dove poteva anche infilare un paio di mutandine di pizzo sotto il cilicio senza che nessuno avesse niente da dire.
In occasione della sua festa, gli abitanti di Capua si vestono tutti da donne comprese le donne, e poi si abbracciano e si baciano fino al mattutino e anche oltre. No.

Mi sto inventando.

Ma sarebbe divertente, insolito, e credo che gioverebbe anche al turismo, insomma io se fossi nella pro loco ci farei un pensiero. Vitaliano è patrono di tutti gli uomini molto sbadati o che fanno finta, e che si vestono al buio e certe volte arrivano a lavorare con delle mises che ma ti sei visto? Eh, no, scusa, ancora no…. Mado’ che vergogna… San Vitaliano proteggimi.

martedì 9 luglio 2019

Tradurre in cattività: il caso Neon Genesis Evangelion



E così ci siamo arrivati. Un’emittente televisiva (Netflix lo è, a modo suo) ha ritirato il doppiaggio in italiano di una serie a causa delle proteste degli utenti. Prima o poi sarebbe successo, ma probabilmente non è un caso che sia successo con un anime, e in particolare con l’ambizioso Neon Genesis Evangelion. Così come non è un caso che a trovarsi nel mirino ci sia, per l’ennesima volta, l’adattatore Gualtiero Cannarsi, già molto criticato per le sue versioni dei film dello Studio Ghibli. Cannarsi è indifendibile: i dialoghi che ha imposto ai doppiatori di Neon sono ridicoli. Ma chi ora grida al bullismo nei suoi confronti non ha tutti i torti. È vero, il suo italo-giapponese è esilarante, specie se sovrapposto a un prodotto serioso come NGE. Ma per quanto naive risulti la sua personale teoria della traduzione, maturata lontano dalle accademie, bisogna almeno evitare di farne un agnello sacrificale.

Non è responsabilità di Gualtiero Cannarsi se, fino a qualche giorno fa, i personaggi di Neon dicevano cose come “È col tentare di abbatterlo in fretta che la cosa si è fatta dura”, o “L’autoespulsione è entrata in attività”. Non è responsabilità sua se i doppiatori sono stati costretti a recitare battute che non capivano. Se a Cannarsi è stata data sempre più fiducia, malgrado i problemi fossero evidenti (e il pubblico non mancasse di notarli), la responsabilità è di chi questa fiducia per tutto questo tempo l’ha concessa. Ora Cannarsi pagherà anche per loro, ma quel che è successo è che un sincero cultore della materia è stato lasciato solo, per anni, al tavolo di lavoro, da committenti la cui negligenza a un certo punto deve aver interpretato come un attestato di fiducia. Magari sarebbe bastato poco: un editore, un distributore, un collaboratore che in tutti questi anni gli stesse accanto, gli rileggesse a voce alta le frasi che scriveva, lo aiutasse a non allontanarsi dall’italiano parlato e scritto. Qualcuno che smorzasse sul nascere certe velleità ermeneutiche che sono il tipico mostro che nasce dal sonno breve e agitato dei traduttori quando la scadenza comincia a essere troppo vicina (e la scadenza è sempre troppo vicina). Cannarsi invece è stato lasciato solo, e ha fatto quel che facciamo tutti quando siamo soli: ha iniziato a parlare con sé stesso, in una lingua tutta sua.

Tradurre è molto difficile. Bisogna avere due lingue in testa, e non è detto che nella nostra ci stiano davvero. Nelle orecchie, soprattutto, perché a volte è come ascoltare due musiche contemporaneamente. Magari non è impossibile, ma senz’altro non è una passeggiata, e il traduttore non fa altro tutto il giorno. Eppure ci basta leggere due o tre pagine in un’altra lingua, o anche solo ascoltare due o tre episodi in versione sottotitolata, per ritrovarci già in bocca qualche espressione che in italiano non esiste, qualche calco che un buon traduttore dovrebbe sempre saper aggirare, con leggerezza, mentre saltabecca da una lingua all’altra. Questo dovrebbe fare il traduttore ideale. 

Quello reale il più delle volte sbanda, incespica, cade, e pur di rispettare una scadenza finisce per consegnare un ibrido italo-qualcosa che un editor (o più d’uno) faticosamente convertiranno in italiano. Non sempre riuscendoci, come chiunque può verificare aprendo un libro qualsiasi. Il traduttore è un traditore, dicevano, ma temo non renda l’idea. Un maledetto assassino, ecco cos’è un traduttore: anzi una spia, inviata a uccidere un testo che a volte conosce molto bene, al quale magari è affettivamente legato: proprio per questo si rende quasi sempre necessaria l’assistenza di professionisti in grado di mettere da parte gli affetti, ammesso che ne abbiano mai avuti: gente con la mano ferma quando c’è da impugnare il bisturi, la sega e gli altri attrezzi. Tradurre è un lavoro sporco, è la fine dell’innocenza: devi interiorizzare il concetto per cui il tuo rispetto per l’opera va subordinato al rispetto per un lettore italiano distratto che si stanca alla prima frase non scorrevole. Non lo accetti? Allora hai bisogno che qualcuno molto vicino a te non smetta di ricordartelo, a ogni capitolo, ogni pagina, ogni capoverso. Se Cannarsi non ha mai avuto qualcuno tanto vicino, non è colpa sua.


È una vittima designata, in un certo senso. L’uomo giusto nel momento sbagliato... (Continua su TheVision). 

Per qualche anno Cannarsi si è ritrovato confinato in una confortevole nicchia di mercato: un limpido acquario lontano dall’oceano, dove le sue mostruosità erano ritenute inoffensive – forse persino decorative. I film dello studio Ghibli, in Italia, sono un prodotto per appassionati. Il fatto che per molti appassionati il doppiaggio sia un errore a prescindere ha fatto sì che alcune critiche siano passate inosservate agli addetti ai lavori. Ma il sospetto è che alcuni di questi addetti abbiano lasciato Cannarsi libero di fare scempio di lessico e sintassi perché il risultato sembrava aggiungere qualcosa alla versione italiana di quei film: un senso di straniamento, di esotismo che li proteggeva dalle critiche, rassicurando i fan sul fatto di trovarsi davanti a vere opere d’arte dai contenuti preziosi (e a volte enigmatici) e non a banali cartoni-animati-giapponesi per bambini. Un classico equivoco interculturale: i film di Miyazaki in effetti sono cartoni animati, e non hanno alcun bisogno di un registro aulico o pretenzioso per imporsi allo stesso pubblico trasversale che in Occidente si gode i film della Disney. Ma in Italia li si è proposti a un pubblico diverso, più adulto, che andava in un qualche modo confortato sul contenuto artistico dell’opera (quella che Walter Benjamin chiamava aura). Un pubblico del genere non poteva accontentarsi di pagare il biglietto per vedere belle favole: doveva anche avere la sensazione di immergersi in una cultura diversa.

In questo senso Cannarsi era l’uomo giusto. Quel che ha fatto ai film di Miyazaki ricorda in qualche modo l’operazione condotta sui testi omerici da una delle traduttrici italiane più celebrate del secolo scorso, Rosa Calzecchi Onesti. L’aedo omerico si rivolgeva a un pubblico eterogeneo di contadini, guerrieri, casalinghe, bambini: Rosa Calzecchi Onesti pensava essenzialmente ai laureandi in lettere che pur non avendo il tempo di leggere Omero in lingua originale, dovevano conservare l’illusione di esserne capaci. Da cui l’idea di riprodurre in italiano soluzioni sintattiche che l’italiano non consente, che rendono il testo più faticoso ma più ‘autentico’ per l’ex liceale che conservi qualche vaga nozione di grammatica greca. L'Omero calzecchizzato ha perso la sua universalità (non lo puoi più leggere ai bambini), ma ha acquisito l’aura necessaria per apparire un prodotto colto, adatto a un preciso segmento del mercato. Qualcosa di simile Cannarsi ha fatto con Miyazaki. Non c’era una semplice riga di dialogo che non riuscisse a complicare e a rendere esotica, straniante, sempre all’inseguimento di una fantomatica fedeltà “all’opera” che non si accorgeva di tradire. Il risultato è uno strano ibrido che senza suonare né italiano né particolarmente giapponese, ci fa capire che quello che vediamo non è il solito prodotto audiovisivo, ma qualcosa di più profondo che richiede uno sforzo supplementare. Qualcuno se ne lamentava, ma i puristi comunque preferivano i sottotitoli, e forse tutto sarebbe continuato così ancora a lungo, se a un certo punto Netflix non avesse ripreso la pratica di Neon Genesis Evangelion.

Anche qui c’è un equivoco, o forse più d’uno. NGE in Giappone è uno degli anime più popolari di tutti i tempi, mentre in Italia è rimasto un prodotto di nicchia, poco conosciuto al di fuori del bacino degli appassionati. Un bacino di dimensioni comunque rilevanti, ma tant’è; in Italia gli unici mecha a essere già entrati nell’immaginario collettivo sono quelli degli anni della tv dei ragazzi e delle prime emittenti private: Goldrake, Mazinga, eccetera. Quando finalmente il Corriere si è accorto del caso Cannarsi, ha ritenuto necessario spiegare ai propri lettori che Neon Genesis è una “nuova serie che si ispira a Goldrake” (per il lettore medio del Corriere tutto quello che è successo dopo il 1994 è “nuovo”). Segregati a lungo in una nicchia, i fan italiani dell’anime di Hideaki Anno hanno avuto tutto il tempo e l’agio per radicalizzarsi e sviluppare la convinzione che NGE sia molto più di un cartone di robottoni: un’opera profonda e complessa, intrisa di riferimenti culturali da decifrare con cautela. Il fatto che i personaggi non parlino tutto sommato una lingua molto diversa da quella degli altri anime a base di robottoni rischiava, anche stavolta, di danneggiare l’aura del capolavoro. Si veda l’estenuante dibattito sulla opportunità di tradurre shito come angelo o come apostolo, dando per scontato che Anno si ponesse davvero il problema della precisione nei rimandi biblici, e non stesse semplicemente pescando riferimenti colti un po’ a caso, confondendo Nuovo e Vecchio Testamento così come un autore italiano confonde serenamente Buddha e Budai. Un dibattito del genere è esattamente il mangime adatto per un pesce come Cannarsi, che può dimostrare il suo acume di filologo e rassicurare il pubblico adulto italiano sulla profondità di NGE: non il solito anime di robottoni, ma un’opera d’arte, dunque degna di un linguaggio aulico e accessibile solo agli iniziati.

E però Netflix non è la Lucky Red: il bacino di utenza è ormai molto più vasto e in particolare Netflix Italia in un primo momento potrebbe avere sottostimato la popolarità di NGE. Dal suo confortevole acquario, Cannarsi si è ritrovato sbalzato nell’oceano da un momento all’altro, senza avere gli strumenti per accorgersene. Ma ancora: com’è stato possibile che nessuno gli abbia impedito di consegnare ai doppiatori un testo che conteneva espressioni come “senza nessuna recalcitranza” o “hanno già completato di prendere rifugio”? Cannarsi scrive strano, ormai è il suo mestiere, anche se non è sempre consapevole. È abbastanza inutile pretendere che si renda conto di quel che ha fatto o che addirittura chieda scusa. Lui ha fatto esattamente quello che fa in questi casi, senza reagire alle critiche, anzi senza nemmeno capirle. Chi però in tutti questi anni lo ha lasciato lavorare indisturbato, qualche domanda dovrebbe porsela.

venerdì 5 luglio 2019

Maria12 perdona tutti

6 luglio - Santa Maria Goretti (1890-1902)

Uno dei due ritratti autorizzati dalla madre
(tra loro non si somigliano).
[2012]. La modernità è una crosta sottile, ha scritto qualcuno, in cui vivono solo alcuni di noi, e solo in alcuni momenti del giorno; altre ere, anche arcaiche, sono a portata di mano, letteralmente: afferri il telecomando, accendi la tv al pomeriggio, e non sei più nella modernità. Sei da qualche altra parte, molto prima o molto dopo, comunque altrove. Vedi cose che in altre ore del giorno non capiresti: ad esempio, le file per entrare ai processi. Anche d'estate, col caldo che fa, c'è gente che a certi processi vuole proprio assistere, e alla sbarra di solito non c'è lo speculatore che si è giocato i loro risparmi coi bond tossici; più spesso si tratta di un tizio che forse ha ammazzato qualcuno di cui non sono nemmeno parenti. Ma in quel momento del pomeriggio – sarà che hai caldo anche tu – sei in un'altra era e capisci che il concetto di parentela è relativo, chi è mia madre? chi è mio parente? Se i parenti sono le persone che vediamo tutti i giorni, ormai Sarah Scazzi è nostra cugina.

Possibile persino che ce la sogniamo di notte. Prima o poi qualcuno verrà a riportare un miracolo commesso da Yara Gambirasio, una grazia ricevuta da Ylenia Carrisi. Non credo che diventeranno sante: il calendario della Chiesa cattolica e quello della cronaca nera sono trasmessi ormai su due frequenze diverse. Però su quelle frequenze si trasmettono cose non dissimili, e forse all'inizio la frequenza era una soltanto. Poco prima del bivio, dello switch, c'è Maria Goretti: l'ultima santa antica, la prima protagonista moderna di un fatto di cronaca nera. Le sue eredi non sono più protagoniste di lunghe cause di canonizzazione; però i fiori, e gli altarini, dopo pochi giorni crescono già, abbarbicandosi ai cancelli delle case, spontaneamente. Dopo un po' arrivano anche i primi biglietti, i primi rudimentali ex voto. La modernità è una crosta sottile: se scavi un po' ti accorgi che sotto c'è ancora un Seicento vivo e pulsante che se la cava benissimo. Non teme la tecnologia, anzi: è cablato, ha le antenne, le parabole, tutto quello che gli serve a produrre e vendere devozione. Evidentemente c'è chi compra.

Di Maria Goretti si sa tutto e niente, nel senso che quel tutto più volte scandagliato da agiografi e giornalisti è comunque poca cosa: è nata; è vissuta in un contesto di miseria profonda, in questo contesto ha resistito tre volte alle avances di un uomo (oggi lo chiameremmo ragazzino) che viveva nella sua famiglia allargata; la terza volta è stata trafitta con un punteruolo; è morta soffrendo orribilmente e perdonando il suo assassino, anzi, perdonando tutti. Siccome la storia era tutta lì, la si poteva gonfiare di ideologia come un palloncino. Maria poteva diventare il simbolo della purezza cristiana, la sua storia si prestava a racconti imbastiti sulla stessa trama delle antiche leggende di santi: uomo cattivo, vergine pura, punteruolo, perdono, resurrezione. Fin troppo facile (eppure il processo di beatificazione andò per le lunghe). Al punto che il palloncino a un certo punto qualcuno lo sgonfiò e lo rivoltò dall'altra parte, e Maria Goretti diventò il simbolo di come la Chiesa opprimeva le donne, attraverso la diffusione di figure sottomesse e sessuofobe come la bambinella illetterata. È il palloncino che abbiamo visto più volte sventolare a sinistra, ma non è sempre stato così: fino agli anni Cinquanta la Goretti poteva ancora passare come una figura protofemminista. Sì, la bambina che difende il suo corpo dalla prepotenza dell'uomo fu persino raccomandata da Togliatti come modello alle ragazze comuniste. Secondo un'altra fonte fu un giovane Enrico Berlinguer a proporla, insieme a un altro recentissimo prodotto mitologico, la partigiana sovietica Zoya Kosmodeminskaja: la lotta contro il nazismo e contro la prepotenza maschile erano evidentemente da intendersi sullo stesso piano. [D'altro canto anche oggi non serve alcuno sforzo per includerla tra le martiri del patriarcato femminicida].

Negli anni Ottanta, in un momento di relativa bonaccia ideologica, un appena trentenne Giordano Bruno Guerri sceglie di compiere seriamente quello che in questo blog si fa per burla: irrompe nella stanza dei palloncini, prende quello già un po’ ammosciato della Virtù Eroica di Maria Goretti… e lo fa esplodere, bang! spaventando chi sonnecchiava nei paraggi. Il suo libro, Povera santa povero assassino, fa il botto: è una ricostruzione storica affidabile, vende bene, viene respinto dal Vaticano come blasfemo e sacrilego, ma costringe la Congregazione per le Cause dei Santi a convocare una commissione, che risponderà ribadendo le tesi del processo di canonizzazione: la Virtù Eroica di Maria Goretti è una Virtù Eroica, punto.

Guerri era di un altro parere. Nel giochino scemo destra-sinistra, G. B. Guerri non può che andare dalla parte di chi ha scritto tante cose su Mussolini e sul Ventennio, tiene una rubrica sul Giornale, ha organizzato celebrazioni per il centenario del futurismo, dirige il museo del Vittoriale. Però rileggere un suo libro degli anni Ottanta ti fa lo stesso effetto di guardare le prime vignette di Forattini degli anni Settanta: dalla distanza sembrano tutti di sinistra estrema. Probabilmente è vero il contrario: siamo noi che ci siamo spostati dall'altra parte, in moto rettilineo uniforme, tanto che a un certo punto Montanelli è diventato un compagno, semplicemente perché restava fermo mentre noi ci muovevamo. A rileggerla oggi, l’anti-agiografia di Guerri sembra costruita su un solido impianto marxista: prima di essere vittima del suo assassino, Maria Goretti è insieme al suo assassino vittima della miseria, del contesto socio-economico che la produce. La prima metà del libro è tutta appunto concentrata sul contesto, e fa spavento: Guerri documenta una povertà dickensiana, una barbarie alle porte di Roma, in una palude in cui il fatto di sangue è l’esito logico di una catena di circostanze inesorabilmente determinate: il vero responsabile, lo si legge più volte tra le righe, è il padrone che affama la santa contadinella e il contadino allupato. Quanto alla Chiesa, se a un certo punto riscopre la martire è ad uso propaganda: per Guerri è cruciale che, dopo tanti ritardi, il processo si sblocchi durante l’occupazione angloamericana, nel momento in cui la virtù delle fanciulle di Roma e Napoli veniva facilmente scambiata al mercato nero. Bisognava trovare un esempio di eroica resistenza al mercimonio della carne, e Maria Goretti era lì a immediata disposizione.

"Dio non vuole. No! Alessandro, tu vai all'inferno. Sì. Sì. Sì".
Quando finalmente si tratta di parlare di Maria come persona, Guerri non nasconde di aver poco da dire: Maria non ha identità, non può averla: non ha studiato, non sa leggere, non aveva le facoltà intellettive necessarie a comprendere i rudimenti della sua stessa religione: sarebbe morta ubbidendo a un Dio che non capiva. Togliatti, lo abbiamo visto, non sarebbe stato d’accordo: Dio o non Dio, Maria non voleva acconsentire a una prepotenza, e questo significa che aveva una coscienza, un coraggio da additare ai giovani. Ma ce lo ebbe davvero, tutto questo coraggio? Scartabellando tra gli atti del processo, Guerri scopre che di fronte al punteruolo Maria aveva esclamato Sì, sì, sì. Quel triplo sì, certificato dal suo assassino (ormai pentito, quarant’anni dopo il fattaccio) aveva creato non pochi problemi ai cardinali durante il processo di beatificazione. Avevano cercato di girarlo in vari modi: “sì” poteva essere considerato la ratifica della frase precedente, “vai all’inferno”? O magari Maria stava acconsentendo a essere accoltellata? Oppure (ci fu chi lo propose) non era proprio un “sì”, magari uno strillo isterico, un “hi hi hi”? Il grido tipico di chi viene minacciato di violenza con un punteruolo…


A distanza di trent’anni la ricostruzione di Guerri sembra ancora solida: eppure c’è qualcosa nel libro che lo fa sembrare in un qualche modo datato, espressione di un periodo felice in cui si potevano ancora scoppiare palloncini per il gusto di farlo. All’inizio pensavo che fosse un problema di scarsa empatia con la vittima, ma non è così: Guerri prova sincera pietas per la “povera santa” (ma anche per il “povero assassino”); il che non gli impedisce di indagare sulle frustrazioni sessuali del secondo e su uno dei pochi misteri della prima: perché faceva la Comunione così poco spesso? (Risposta: perché fisicamente non avrebbe retto il digiuno eucaristico). A mancare è piuttosto un certo tipo di impostazione che negli ultimi trent’anni è diventata lo standard, quando si parla di vicende di questo tipo. Per Guerri i motivi che portano Maria sul calendario sono complesse circostanze storiche, sociali, politiche, e anche diversi colpi di fortuna (fortuna per i parenti, e persino per l’assassino: smisero tutti di far la fame). Oggi, se una Sarah o una Yara diventano improvvisamente famose, noi non ci chiediamo il perché. La fama si spiega da sola, è autoevidente: una persona diventa famosa perché tutti ne parlano, e tutti ne parlano perché è famosa. Se in un primo momento ancora ci sforziamo di imputare la morbosità dei media, appena sorgono i primi altarini ci arrendiamo: c’è un inconscio collettivo da qualche parte, e i media non fanno che sondarlo; ogni tanto invece è lui che sbuca sotto la crosta sottile della modernità, e si mostra per quel che è: un beghino del Seicento, tale e quale. Ma non andò così anche con Maria Goretti?

Secondo Guerri no, non ci furono altarini né una particolare devozione popolare, prima della beatificazione. La notizia di cronaca anzi rischiava di non essere nemmeno pubblicata sui quotidiani clericali, che la ripescarono in chiave polemica (qualche giorno prima erano morti due amanti suicidi, e qualche quotidiano ne aveva approfittato per lamentare il mancato diritto al divorzio). Per molti anni gli unici miracoli, le uniche apparizioni, Maria le fece ai suoi famigliari. Insomma tutto il carrozzone della piccola Santa sarebbe stato imposto dall’alto: solo quando dall’alto arrivarono le prime agiografie, i primi santini, il popolo rispose dichiarando i primi miracoli, le prime grazie ricevute. Magari è andata così davvero. Ma gli altarini che nascono spontanei alle cancellate delle giovani protagoniste di fatti di cronaca mi fanno pensare che potrebbe essere andata diversamente: che un culto di Maria Goretti, sotterraneo, popolare, potrebbe avere tenuto viva la memoria della bambina fino all’inizio della causa di beatificazione; in seguito gli stessi alfieri della causa avrebbero avuto interesse a cancellare questo tipo di devozione dal retrogusto pagano, che potevano creare difficoltà nel dibattimento.

Alla fine sto gonfiando anch’io per quel che posso il mio palloncino: secondo me le religioni esistono prima delle Chiese, che sono un tentativo più o meno goffo, più o meno elegante di dare un’aria strutturata, consequenziale, a qualcosa che nasce già spontaneamente. Per pensarla così mi basta accendere la tv al pomeriggio, c’è la Vita in Diretta e mi sembra una cerimonia. Parlano di qualche bambina scomparsa, e all’improvviso sembra scomparsa anche per me. Cosa voleva dirmi? Quale mio peccato sta espiando? Non è chiaro; Mara Venier fa il possibile per spiegarmi, ma forse certe verità sono accessibili solo a un ristretto cerchio di iniziati.

giovedì 4 luglio 2019

I Beatles esistono in natura?

Life flows on within you without you...

Tra qualche settimana uscirà anche in Italia Yesterday, il nuovo film di Danny Boyle, e io lo andrò a vedere. Ci andrò malgrado abbia già letto critiche non entusiaste; malgrado dal trailer abbia capito quasi tutta la storia (un musicista mediocre, ritrovandosi in una dimensione parallela dove i Beatles non sono mai esistiti, fa quello che avremmo fatto tutti al suo posto: incide le canzoni dei Beatles e ottiene ovviamente un successo mondiale). Ci andrò e mi domanderò se l’autore del soggetto per caso un giorno non ha davvero visto Non ci resta che piangere, almeno lo spezzone su youtube in cui un Massimo Troisi catapultato nel quasi-Cinquecento prova a farsi bello canticchiando Yesterday. Perché con le buone idee funziona come con le melodie: se due si assomigliano, è più facile immaginare che una derivi dall’altra. Copiare è più semplice di inventare, e questo lo dimostrano gli stessi Beatles, dai quali tutti hanno un po’ copiato qualcosa. Il che però significa anche che un mondo senza Beatles dovrebbe essersi evoluto musicalmente in modo completamente diverso dal nostro, e quindi forse in un mondo del genere Hey Jude e Yellow Submarine suonerebbero strane e magari sgradevoli. O no?


Gli autori del film sembrano pensare di no: le canzoni dei Beatles diventano immediatamente successi. Come se le melodie esistessero davvero in sé, fuori dal tempo e dallo spazio in cui sono state composte, in una specie di iperuranio da cui ogni tanto qualche genio come Lennon e McCartney riuscirebbe a tirarle fuori. Il compositore sarebbe uno scopritore, dotato di qualche geniale senso in più che gli consentirebbe di percepirle e condividerle con noi poveri mortali. La melodia di Yesterday è irresistibile. Se anche non l’avessimo mai ascoltata prima, la troveremmo migliore di qualsiasi cosa ci propone il mercato musicale oggi: Ed Sheran morrebbe d’invidia (Ed Sheran nel film di Boyle interpreta sé stesso che muore d’invidia). Persino nel medioevo di Troisi e Benigni sarebbe piaciuta al primo ascolto – ma allora perché nessuno nel medioevo l’ha trovata? forse mancava il genio adatto. Migliaia di anni al buio, e poi all’improvviso, in un sobborgo di una città portuale inglese, all’improvviso un genio: Paul McCartney. Si sveglia un mattino, si prepara la colazione, si accorge che sta canticchiando un motivetto. Scrambled eggs, oh my baby how I love your legs. Per poi domandarsi all’improvviso: ma questa canzone, di chi è? L’ho davvero scritta io?

Per assecondare questa ipotesi, dobbiamo anche accettare che nella stessa località portuale sia nato, nello stesso periodo, un genio non inferiore a Paul McCartney: John Lennon, lo scopritore di Help, In My Life, Strawberry Fields, Across the Universe e decine di altre melodie geniali. E a questo punto sembra ingiusto tacere di come all’ombra dei due sia cresciuto George Harrison, magari meno dotato dei primi due ma pur sempre in grado di comporre Something e Here Comes the Sun: e che ai tre in un secondo momento si era aggregato Richard Starkey, un batterista che all’inizio lasciava perplessi i critici e che a distanza di mezzo secolo è considerato uno dei principali innovatori della ritmica pop – il paesaggio musicale in cui viviamo è ancora popolato di rullate improvvisate da lui. Certo, si potrebbe obiettare che i Beatles non erano gli unici innovatori sulla piazza: nello stesso periodo c’erano, per esempio, i Rolling Stones. Anche gli Stones però cominciarono a comporre soltanto quando videro, coi loro occhi, Lennon e McCartney completare in pochi minuti il ritornello di I Wanna Be Your Man. Almeno, stando a quel che raccontano i biografi senza l’esempio cruciale dei Beatles non avremmo avuto nemmeno le centinaia di composizioni firmate da Mick Jagger e Keith Richards.

Se davvero la musica esistesse in natura, disponibile soltanto alla sensibilità di rari individui, quel che successe a Liverpool nei primi anni Sessanta sarebbe insomma una coincidenza di proporzioni cosmiche: nello stesso ristrettissimo intervallo di spazio e tempo, quattro individui geniali si sarebbero incontrati e sarebbero riusciti a collaborare, ahinoi, per meno di dieci anni, prima che la combinazione supergeniale diventasse instabile ed esplodesse – non prima di avere ispirato centinaia di emuli, nessuno dei quali altrettanto geniale. Che storia incredibile, meravigliosa e tragica. È appunto la storia che amiamo raccontarci quando ascoltiamo i Beatles ed è quella che mi commuoverà mentre guarderò Yesterday. Ma è una storia, appunto. Ormai talmente consolidata nel nostro immaginario collettivo che forse vale la pena di sfoderare la parola pesante: è un mito. I rocker ragazzini che dopo anni di gavetta si impongono all’attenzione del mondo con la pura forza del loro genio musicale. Non sanno leggere uno spartito, ma in testa hanno più melodie di Mozart. (La stessa storia di Mozart in seguito è stata riscritta per assomigliare un po’ di più al moderno mito delle rockstar). Il mito conosce anche la parabola discendente: la difficoltà a gestire il successo, le divergenze artistiche e caratteriali, la droga, i contrasti economici, e una donna venuta da lontano a mettere zizzania tra i ragazzi. La storia dei Beatles sembra il canovaccio da cui saranno poi sviluppate tutte le biografie delle rockstar. Anche in questo senso, sono stati i primi a scoprire qualcosa che forse esisteva già.

L’idea che le innovazioni siano fenomeni rari, e che dipendano dalla nascita di individui geniali, è tipicamente romantica... (continua su TheVision, sotto questa foto di John&Yoko)




L’idea che le innovazioni siano fenomeni rari, e che dipendano dalla nascita di individui geniali, è tipicamente romantica. Nel tardo Ottocento gli antropologi che la condividevano venivano chiamati diffusionisti, e si contrapponevano in una certa misura agli evoluzionisti. Per questi ultimi le innovazioni sono semplicemente le risposte con cui una determinata cultura reagisce alle sfide dell’ambiente – per fare un esempio: se in due continenti diversi due popoli diversi in un paesaggio simile (foresta) si trovano a dover cacciare per sopravvivere, prima o poi entrambi svilupperanno la tecnologia dell’arco: perché ne hanno bisogno. Per i diffusionisti no: se una civiltà non partorisce un individuo geniale in grado di mettere assieme arco e frecce, dovrà aspettare che qualche altra civiltà sbarchi nei pressi e diffonda la tecnologia dell’arco. Può sembrare un’idea ingenua, ma aveva il grosso vantaggio di giustificare il colonialismo, e la maniera peculiare in cui gli europei avevano diffuso nel mondo un certo modo di usare la polvere da sparo. Ancora un secolo fa il diffusionismo godeva di ottima salute, anzi qualcuno cominciava ad elaborarne versioni ancora più radicali, come l’iperdiffusionismo di Grafton Elliot Smith. Per Smith (egittologo australiano) esisteva soltanto una civiltà innovatrice, e manco a dirlo era quella europea che si era sviluppata nel bacino del Mediterraneo a partire dagli antichi Egizi. Tutte le più antiche innovazioni, per Smith, erano da ricondurre agli Egizi, al punto che per spiegare l’uso di imbarcazioni nell’America precolombiana bisognava ipotizzare contatti antichissimi tra civiltà sulle due sponde dell’Atlantico.

Prima di ridere dell’ennesima fiaba a uso dell’uomo bianco, bisogna riconoscere che il nostro mito dei Beatles non funziona in modo molto diverso. Ipotizziamo che le melodie siano considerabili come innovazioni: un evoluzionista direbbe che sono la risposta di una determinata società a una determinata serie di sollecitazioni. Da questo punto di vista non è così eccezionale che nel nord dell’Inghilterra, all’inizio degli anni Sessanta, i giovani cercassero di sviluppare forme originali di adattamento al rock e al pop d’importazione americana: Liverpool era appunto il porto in cui arrivavano i prodotti d’importazione, compresi i dischi delle Shirelles e degli Isley Brothers che i Beatles coverizzarono nel loro primo disco. Insomma, per un evoluzionista il problema non si pone: se non ci fossero stati i Beatles ci sarebbe stato qualcun altro, magari cresciuto nello stesso quartiere. Per il diffusionista invece quello che succede nel 1963 a Liverpool a opera di tre-quattro individui geniali è una frattura nella Storia: niente sarà più come prima.

È per esempio l’ipotesi di Simon Reynolds, acclamato da Rolling Stone come “il critico musicale più illustre del pianeta”. “Sono nato nel 1963”, scrive in Retromania, “quello che, per ragioni varie e non solo narcisistiche, considero il Primo Anno del Rock. Quando iniziai a interessarmi seriamente al pop, da adolescente negli anni Settanta del post-punk, mandai giù subito una cospicua dose di modernismo: la convinzione che l’arte abbia una sorta di destino rivoluzionario, una teleologia che si manifesta tramite artisti geniali e capolavori che sono monumenti al futuro. Tutte cose che esistevano già nel rock, grazie ai Beatles, alla psichedelia e al progressive…” L’omissione di qualsiasi artista non bianco non è un atto di razzismo, o almeno non lo è consapevolmente. Reynolds non può inserire nel suo mito del rock-come-Forma-Consapevolmente-Innovativa Chuck Berry, Stevie Wonder o gli artisti della Motown, non perché siano così inferiori ai Beatles, ma perché hanno qualcosa che ai Beatles sembra mancare: le radici. Se davvero vuoi raccontare a te stesso che il rock comincia nel tuo anno di nascita, devi ignorare gli afroamericani che prima e dopo il 1963 continuavano a innovare incessantemente, senza però creare fratture così vistose – e ho il sospetto che Boyle tenti di esorcizzare l’aspetto razziale del mito dei Beatles offrendo in dono tutte le melodie del quartetto a un musicista non bianco.

La sua disarmante dichiarazione di modernismo rock, Reynolds la pubblica al termine di un libro che denuncia l’esatto contrario, ovvero l’inarrestabile tendenza della cultura pop a guardare al passato: la retromania, appunto. Lo stesso Reynolds tuttavia ammette di non avere avuto sempre le idee chiare sull’argomento. In un primo momento era convinto che la retromania fosse cominciata col post-punk. A fargli cambiare idea a un certo punto fu una retrospettiva sulla moda inglese, che aveva scoperto il fascino del vintage almeno fino al 1965 – l’anno in cui anche i Beatles cominciano a inserire suoni rétro nei loro dischi: il quartetto di violini di “Yesterday”, il simil-clavicembalo di “In My Life”, l’irruzione improvvisa del valzer nell’inciso di “We Can Work It Out”. Ma a questo punto perché non dare un’occhiata al primo disco dei Beatles, in quel fatale 1963? Please Please Me è tutto fuorché l’urlo primigenio di una civiltà modernista nell’atto di nascere dal nulla. Per essere il prodotto di 24 ore di lavoro di quattro ragazzini è anzi un oggetto sorprendentemente stratificato. Contiene persino una canzone di Burt Bacharach. Più in generale sembra il tentativo di creare una sintesi di tutta una serie di musiche che i quattro avevano già sentito in giro, e di cui avevano sperimentato l’efficacia al Cavern Club e ad Amburgo: non soltanto il rock’n’roll (che comunque nel 1963 doveva suonare già rétro, legato ai ricordi d’adolescenza di Lennon e McCartney), ma anche il pop delle radio AM (Bacharach, appunto), il doo-wop, le armonie vocali che negli Usa avevano fatto la fortuna di Beach Boys e Four Seasons. Persino nel 1963, insomma, i Beatles stavano lavorando su materiale già messo in circolo da altri. Il che non significa che Lennon e McCartney non fossero dei geni, ma non nel senso romantico e diffusionista del termine. Erano ragazzi svegli con le orecchie bene aperte in un paesaggio musicale in costante evoluzione. Erano tra i primi babyboomers a impugnare gli strumenti in un milieu sociale – l’Inghilterra del dopoguerra – che non aveva ancora assorbito tutti i riferimenti culturali e che quindi poteva davvero scambiarli per quattro geni venuti dal nulla.

I Beatles, inoltre, ebbero l’incontestabile fortuna di incontrare sul percorso alcuni rappresentanti della generazione precedente che si fidarono di loro: il loro manager, Brian Epstein, e soprattutto il produttore George Martin, che permise loro di sperimentare suoni e soluzioni con una libertà che forse nessun artista prima di loro aveva avuto. Tutto questo ha reso l’esperienza dei Beatles unica, ma non così unica. Molte loro canzoni, anche tra le più famose, non sarebbero così famose se non le avessero incise loro. Mentre viceversa ci sono canzoni altrettanto valide ma meno conosciute: semplicemente perché invece di averle scritte Lennon o McCartney le ha firmate qualche compositore professionista. Per dirla con Bob Dylan (un altro mitico eroe del 1963, che in realtà in quell’anno stava già saccheggiando musica del passato), ci sono milioni di canzoni come “Michelle” e “Yesterday” negli scaffali di Tin Pan Alley. McCartney e Lennon sono stati due grandi musicisti e compositori, ma senza di loro “Yesterday” l’avrebbe scritta qualcun altro. Lo intuiva lo stesso McCartney, che proprio in quanto compositore sapeva di muoversi in un terreno molto più infido di quanto ci immaginiamo. Non un iperuranio di canzoni perfette da recuperare e portare a terra, ma una jungla di reminiscenze, di melodie assorbite a livello inconscio e modificate costantemente.

Nel 1968, dopo aver composto “Hey Jude”, invece di chiudere lo spartito in cassaforte e precipitarsi in sala d’incisione, McCartney fa ascoltare la sua canzone a “chiunque fosse abbastanza educato da non rifiutare”. Se davvero le canzoni fossero invenzioni, dall’inventore sarebbe logico aspettarsi un maggiore riserbo: specie in un contesto competitivo come la scena pop-rock inglese degli anni Sessanta. C’era il concreto rischio che qualche collega orecchiasse la canzone e corresse a inciderla prima di lui, ma evidentemente McCartney temeva di correre un rischio peggiore: che qualcuno non lo avvertisse che la melodia non era davvero originale, che qualcun altro l’aveva scritta per prima. La stessa preoccupazione lo aveva ossessionato nel 1964, dopo che si era svegliato canticchiando “Scrambled Eggs”. Sarebbe passato un anno prima che si decidesse a inciderla: un anno trascorso a chiedere a tutti i colleghi che conosceva se per caso non avessero già sentito la stessa melodia. È un affanno non troppo diverso da quello del ricercatore che dopo aver fatto una scoperta, invece di gridare un Eureka! liberatorio si mette a esplorare la stampa scientifica con l’incubo di scoprire che qualcun altro ha già messo per iscritto gli stessi risultati.

Tra qualche settimana uscirà anche in Italia Yesterday, il nuovo film di Danny Boyle, e io lo andrò a vedere. Ci andrò anche se non condivido affatto l’ideologia diffusionista espressa nel trailer, anzi la trovo sottilmente razzista in quanto propone l’idea che esista una civiltà superiore alle altre (e no, il fatto che il personaggio che si impossessa di tutte le canzoni dei Beatles non sia un bianco non migliora la cosa, anzi). Ci andrò perché al mito dei Beatles sono affezionato, il che non significa che creda ancora nell’incontro di quattro geni assoluti della musica nella Liverpool di fine anni Cinquanta. Anzi, più invecchio e più mi piace trovare nei loro dischi un sacco di difetti, intuire dietro una qualsiasi canzone la tensione tra John e Paul, il senso di tragedia che comincia a sentirsi già in Revolver, culmina in Abbey Road e riecheggia in Let It Be. Ci andrò anche se non credo che Danny Boyle riuscirà nel prodigio di rifarmi ascoltare le stesse canzoni come se non le avessi mai sentite in vita mia. Però vale la pena provare. Resto convinto che se i Beatles non fossero esistiti, qualcun altro avrebbe preso il loro posto nel nostro cuore, con canzoni diverse e non necessariamente peggiori. In qualche universo parallelo magari è andata così, ma nel nostro universo i Beatles ci sono stati: ci è andata bene.
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mercoledì 3 luglio 2019

Tommaso, apostolo doppio

3 luglio – San Tommaso apostolo (I sec.), scettico credente e giramondo

[2018]. C'è un gesuita austriaco in giro per l'Amazzonia in cerca di popoli da battezzare. Quando incontra una tribù di Guaranì, la prende molto per il largo: salve, mi chiamo Martin Dobrizhoffer, vengo dall'altra parte del grande mare, sono un prete e vengo a portarvi il C...
"Sì, sì", taglia corto il capotribù, "grazie del pensiero ma non abbiamo bisogno di preti qui, tutta la storia di Cristo e della salvezza ce l'ha spiegata direttamente Tommaso".
"Tommaso?"
"L'apostolo".
Ci sarebbe di che gridare al miracolo – salvo che siamo nella seconda metà del Settecento e neanche Dobrizhoffer riesce ad accettare l'idea che San Tommaso si sia spinto a predicare il vangelo in Paraguay. La stessa risposta l'aveva ottenuta un gesuita spagnolo un secolo prima; magari i guaranì avevano semplicemente scoperto che raccontando la storiella giusta i gesuiti li lasciavano stare.

Oppure.

Oppure un Tommaso evangelizzatore è esistito davvero: non necessariamente l'apostolo, ma uno dei primissimi esploratori europei, perché no? un cane sciolto che si era perso nella jungla e che aveva insegnato il cristianesimo agli indigeni caricandosi una croce sulle spalle. Qualcosa del genere, lo vedremo, potrebbe essere successa anche dall'altra parte del mondo.

Il Vangelo non lo dice esplicitamente, ma Caravaggio, se c'è una piaga, ci mette il dito.

Del resto Tommaso è un doppio: lo dice il nome. In aramaico significa "gemello", e a volte è affiancato all'equivalente termine greco, Didimo. I tre vangeli sinottici non ci dicono nient'altro di lui. È solo col vangelo di Giovanni che diventa un personaggio, uno di quelli di poche parole ma tutte importanti. Sua è una delle frasi più icastiche di tutto il libro, quando alla notizia che Gesù intende riavvicinarsi a Gerusalemme, dice ai colleghi: "Andiamo a morire con lui". Giovanni passa per l'evangelista-filosofo, ma in certi casi mi sembra anche uno straordinario narratore: in tre parole ha suggerito al lettore il momento in cui Gesù decide di mettersi davvero nei guai, e la rassegnazione con cui i seguaci più intimi lo accompagnano al macello. Inoltre ci ha preparato per l'altra scena in cui userà il suo personaggio: che idea ci facciamo di Tommaso in questo versetto? Sembra il brontolone nell'angolo, il tizio che mentre Pietro e Giovanni si esaltano al pensiero di sedere nella gloria del figlio dell'uomo, sta riflettendo sul fatto che probabilmente nessuno riporterà la pelle a casa.

Oppure?

Io perlomeno l'ho sempre visto così ("Ecco, adesso ci tocca morire anche noi"), ma rileggendo mi sono reso conto che la frase si può anche interpretare in un modo più semplice, come un'esortazione al martirio: dai, andiamo a morire con lui! Dipende insomma tutto da come ti immagini la scena, e la tua immaginazione dipende molto dalla tua esperienza di vita. Per tutto questo tempo non mi ero accorto che alla fine il mio Tommaso era uno specchio: il brontolone nell'angolo ero io.

Ma l'episodio che fa di Tommaso uno degli apostoli più conosciuti è ovviamente quello del dito nella piaga (un dito che Tommaso non ha necessariamente infilato, anche se la scena era troppo adatta a Caravaggio perché Caravaggio non la dipingesse). Dopo la morte in croce, quando Gesù comincia ad apparire qua e là, Tommaso prende di nuovo la voce a nome degli osservatori più concreti, meno disposti a farsi prendere dall'entusiasmo: sentite, so che siamo tutti molto scossi, ma questa cosa non la bevo. Non ci credo. Potrebbe essere un altro, dopotutto, no? Per crederci dovrei vederlo, anzi no, dovrei infilare il dito nelle ferite dei chiodi, la mano nel suo costato. Otto giorni dopo, Gesù riappare e sfida Tommaso: «Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio costato». A questo punto molti credono che Tommaso abbia davvero infilato il dito (e Caravaggio è appunto tra loro), ma il vangelo non lo dice. Giovanni si limita a riferire che Tommaso cede su tutta la linea: «Mio Signore e mio Dio», dice. Gesù gli risponde: tu hai veduto e hai creduto; beati quelli che non vedranno ma crederanno. Per il quarto evangelista in effetti non c'è niente di male a chiedere a Gesù dei segni tangibili della propria divinità: la prima parte del suo resoconto è proprio un elenco circostanziato di miracoli (il cosiddetto Vangelo dei segni), avvenuti davanti a testimoni credibili. Con l'Ascensione di Gesù in cielo il tempo dei segni si conclude: non sarà più possibile chiedere dei segni, Tommaso è tra gli ultimi ad averne ottenuto uno. Da qui in poi, per credere bisogna fidarsi dei testimoni: tanto più che la fine dei tempi è vicina.

Oppure?

Oppure il Gesù risorto era un imbroglione, e Tommaso il suo compare. Come altri personaggi del quarto vangelo, sembra più un'invenzione letteraria che un testimone in carne e ossa: nell'economia del racconto la sua funzione è proprio quella del compare del ciarlatano. Se avete presente la scena: il tizio con la cura miracolosa sta imbonendo la folla. Un tizio prende la parola per dire che non ci crede. Il ciarlatano stranamente lo lascia parlare, finché non ha catalizzato tutto lo scetticismo del pubblico, e poi gli propone di provare il suo elisir. Il tizio esita, in un primo momento non vuole (forse ha paura?) ma poi si lascia convincere, e miracolo! La cura su di lui funziona. Il pubblico si pente di aver dubitato.



Il ciarlatano, di Giovan Battista Tiepolo

È un trucco da quattro soldi; stupisce che l’abbia adoperato un narratore e un pensatore raffinato come il quarto evangelista, ma probabilmente la predicazione dei primi testimoni funzionava così: di fronte alle obiezioni degli scettici, reagivano raccontando che anche loro erano stati scettici, ma avevano dovuto ricredersi. Avevano visto il Risorto, avevano controllato le sue ferite, ed erano degni di fede. Paradossalmente, tendiamo tutti a credere di più al racconto di un ex scettico: solo gli scemi non cambiano mai idea, se questa persona che mi parla a un certo punto ha cambiato idea, forse non è scema. In un mondo in cui le informazioni viaggiavano attraverso i resoconti orali e le rare testimonianze manoscritte potevano essere interpolate a piacere, il trucco del Compare doveva essere particolarmente efficace (lo è tuttora). Non è che ci cascassero tutti, anche allora: ma se hai voglia di cascarci, se tutto quel che ti serve è una piccola spinta, non c’è niente come un tizio sereno e risolto che ti dice: dubiti? Dubitavo anch’io, so come ti senti, ma poi mi è passata. Passerà anche a te.

Lo stesso Pietro doveva insistere molto, nella sua predicazione, su tutti gli episodi in cui aveva dubitato di Gesù, talmente diffusi che compaiono in tutti e quattro i vangeli. Lo stesso Paolo ci teneva a ricordare che non era stato cristiano sempre, anzi all’inizio i cristiani li perseguitava. Quanto a Tommaso, ecco, appunto: dov’era finito Tommaso, col suo Dito Indagatore? Secondo un Acta del terzo secolo, era partito nella direzione contraria di Pietro e Paolo: a est, fino alle Indie. Dove effettivamente esistevano comunità ebraiche, e forse a un certo punto anche comunità cristiane, ma la leggenda potrebbe anche essere nata per spiegare la completa scomparsa di Tommaso dall’orizzonte. Di uno degli apostoli più interessanti dei vangeli (in realtà soltanto del quarto vangelo, il più tardo e il più diverso dagli altri) si erano completamente perse le tracce.

Oppure.

Oppure qualcuno le aveva cancellate con scrupolo, perché? Chi lo sa. Forse perché il vangelo di Tommaso era molto diverso dagli altri. Ancora più diverso di quello di Giovanni. Era un’ipotesi stuzzicante, non dite di no. Sta stuzzicando persino me che la racconto – l’idea di un vangelo completamente diverso dagli altri quattro, che racconta insegnamenti diversi, oppure gli stessi insegnamenti, ma presentati in una luce diversa. Ma gli uomini preferirono la tenebra alla luce, e nascosero il vangelo di Tommaso sotto il moggio. E se qualcuno lo ritrovasse? Oppure: se qualcuno lo scrivesse – magari interpolando qualche vecchia raccolta di detti di Gesù da cui avevano attinto anche gli altri evangelisti, e lo intestasse a Tommaso, l’unico apostolo degno di toccare le piaghe del Cristo? Se non fosse esistito, il Vangelo Apocrifo di Tommaso, prima o poi qualcuno lo avrebbe inventato. E anche se fosse stato scritto in qualche dispersa comunità cristiana di quelle terre lontane tra l’Eufrate e l’Indo, ai tempi dell’impero Arsacide o Sasanide, prima che l’invasione islamica facesse tabula rasa, sarebbe stato comunque più facile trovarne una copia semidistrutta in Egitto, nei pressi della grande biblioteca di Alessandria – anche se in realtà il manoscritto integrale è stato ritrovato a Nag Hammadi, dall’altra parte dell’Egitto. È una copia del quarto secolo, ma il testo quando è stato composto? Gli studiosi non si raccapezzano. Potrebbe essere stato scritto presto, prestissimo, quando ancora non esisteva il racconto della Passione (il vangelo di Tommaso è soltanto una raccolta di detti di Gesù), quando i cristiani non si chiamavano così e alcune credenze fondamentali non erano ancora state fissate. Ad esempio il Giudizio Universale, la fine dei tempi: il Gesù del vangelo di Tommaso non ne parla, e almeno in un punto sembra suggerire che non esista la vita dopo la morte, e che il Regno dei Cieli sia qualcosa che esiste sulla terra, tra i viventi.

Oppure?

Oppure potrebbe essere un’opera molto tarda, una rielaborazione dei detti di Gesù da parte di una setta gnostica che li travisa completamente – il Gesù che emerge da molti versetti è più simile a un santone orientale, dà consigli sull’alimentazione e sull’abbigliamento e insegna misteriose parole magiche ai discepoli più intimi (a Tommaso). Potrebbero anche essere vere entrambe le ipotesi: una setta gnostica nel terzo o quarto secolo potrebbe aver interpolato un manoscritto molto più antico, forse addirittura il resoconto più antico dei detti di Gesù (la famosa “fonte Q”). Sarà una suggestione, ma quando provo a leggerlo mi sembra di avere davanti un oggetto ambiguo, doppio: quando racconta gli stessi episodi degli altri quattro vangeli, li esprime in modo più rozzo degli altri, come una fonte primaria; quando invece aggiunge qualcosa, si perde in svolazzi misticheggianti.
Avete presente quando si dice che la tale questione è “un puzzle che affascina gli studiosi”? È solo una frase fatta, ma col cristianesimo antico spesso si tratta di ricostruire un puzzle 700×700 quando in mano abbiamo soltanto una manciata di pezzi che non combaciano tra loro. Tre tessere sono azzurre, il che ci fa pensare che il puzzle sia l’immagine di un cielo – ma il cielo potrebbe anche essere solo un angolo del quadro.

Tommaso è venerato come martire: gli Acta del quarto secolo raccontano che dopo aver costruito chiese ovunque dalla Persia all’India (del resto era carpentiere) fu messo a morte da un re dell’India meridionale che è stato identificato in Vasudeva I. Oppure no: Marco Polo nel Milione racconta una storia molto poetica, che scagiona Vasudeva e toglie all’apostolo la corona del martirio: mentre pregava in un boschetto, circondato da pavoni che facevano le loro ruote, Tommaso sarebbe stato trafitto accidentalmente dalla freccia di un cacciatore. Marco Polo scrive tutte le storie che sente raccontare sul suo cammino, senza porsi troppi problemi sull’affidabilità di chi glieli racconta; oppure è un uomo del suo tempo: in Italia i santi si sono improvvisamente messi a predicare ai pesci e agli uccelli, perché un apostolo disperso in oriente non dovrebbe attirare a sé i pavoni? Marco Polo però non accenna all’esistenza, in India, di comunità che si definivano Cristiani di San Tommaso. Queste comunità esistono tuttora sulla costa meridionale dell’India, nello stato di Kerala, riconosciute dai governanti locali come sottocaste: esistevano ben prima dell’arrivo dei mercanti portoghesi, coi quali strinsero un’alleanza commerciale. Solo a quel punto cominciarono a definirsi Cristiani di San Tommaso, ad abbandonare i riti in lingua siriaca e ad abbracciare il latino. Da cui l’ipotesi che l’evangelizzazione indiana di Tommaso sia una leggenda arrivata solo nel XVI secolo con le prime caravelle europee.

Oppure?

Tommaso di Cana

Oppure il Tommaso dei cristiani di Kerala potrebbe essere un altro Tommaso, e più precisamente Tommaso di Cana: un sacerdote e capotribù che tra il IV e il IX secolo avrebbe guidato 72 famiglie cristiane dalla Siria orientale fino alla costa occidentale dell’India. Questo almeno è l’ipotesi più accreditata presso i Cristiani di San Tommaso del sud, e non è poi così inverosimile che una comunità di cristiani possa aver cercato nell’India politeista un rifugio durante questa o quella invasione turca o mongola; mentre i Cristiani di San Tommaso del nord insistono sul fatto che a Kerala, prima del Tommaso di Cana, fosse già arrivato Tommaso apostolo. Proprio come in Paraguay, dall’altra parte del mondo. Tommaso è sempre un doppio, qualcuno che ci racconta una storia che già sappiamo: ma forse ripeterla ci aiuta a crederci. Oppure a dubitarne.

lunedì 1 luglio 2019

Ester e il primo pogrom

1 luglio - Santa Ester (V secolo aC), da reginetta a salvatrice

(Benouville) Niente teste tagliate, qui,al massimo ogni tanto spunta un piedino.


[2014]. Ester è la protagonista di una delle storie più divertenti della Bibbia - anche se non ha avuto presso i gentili lo stesso successo di Mosè o David. La sua vicenda è molto più popolare presso gli ebrei, che sin dall'antichità rileggono il breve libro di Ester una volta all'anno in occasione dei festeggiamenti primaverili del Purim. I cattolici invece la celebrano il primo luglio, mai capito il perché. Alcuni la confondono con un'altra eroina assai più discutibile, Giuditta: la ragazza di buona famiglia che si concia da prostituta per far abboccare un generale antisemita e tagliargli la testa, offrendo un buon pretesto a generazioni di pittori e pittrici per ritrarre indumenti sexy e schizzi di sangue. Giuditta però non è stata ammessa né nella Bibbia ebraica, né nel calendario cristiano. Ester, al contrario, per salvare il suo popolo non commette nulla di riprovevole: anche lei si tira da urlo, ma soltanto per convincere il suo legittimo convivente a non ammazzarla, e magari a sospendere un pogrom.

Siamo a Susa, a corte del potente re Assuero. Chi sia questo potente re che governa "dall'India all'Etiopia" non è ben chiaro, anche se tradizionalmente viene identificato con Serse I, sì, il cattivo delle Termopili. Erodoto ha scritto parecchio su Serse, ma senza menzionare nessuna Ester. A un certo punto però ricorda l'episodio in cui promette alla moglie di concederle qualsiasi cosa ella chiederà, ed ella ovviamente chiede che Serse tagli la testa a una sua amante. È un esempio molto antico di "don contraignant", il tropo narrativo in cui un re firma una specie di promessa in bianco che gli costa sempre molto caro.

Lo stesso tropo torna nel libro di Ester, che se fosse davvero ambientato ai tempi di Serse descriverebbe fatti successi nel V secolo aC. Più probabilmente è stato composto tre secoli più tardi, da un bravo narratore senza molte preoccupazioni di verosimiglianza storica, all'epoca dei Maccabei - una dinastia di sacerdoti che lottava per conservare l'autonomia e l'identità del popolo ebraico, contro l'imperialismo assimilatore dei tiranni seleucidi. Per sopravvivere arrivarono al punto di allearsi coi Romani, che nel primo secolo aC. finirono per sostituire i tiranni precedenti, e il resto della storia più o meno la sapete.

Ma torniamo a Serse, anzi, Assuero. Siamo a una festa in grande stile a Susa, più o meno al settimo giorno di festeggiamenti, quando al re dei re, un po' brillo, vien voglia di esibire la regina Vasti davanti ai suoi invitati. Mandata a chiamare dagli eunuchi, Vasti si nega, senza neanche accampare la scusa di un mal di testa. Per il re dei re non è solo una figuraccia insopportabile: come gli spiegano i consiglieri, una cosa del genere rischia di devastare l'istituto famigliare in tutto l'impero. Appena la notizia si saprà in giro, dall'India all'Etiopia, c'è il rischio concreto che le mogli smettano di correre in salotto quando il marito le chiama, bisogna fare qualcosa. Vasti viene immediatamente detronizzata e, secondo una tradizione successiva, messa a morte; per rimpiazzarla viene lanciato un concorso che porta a Susa le più avvenenti (e obbedienti) fanciulle vergini di tutto l'impero. A vincere è la giovane Hadassa, un'orfanella ebrea che Mardocheo, funzionario del re, aveva allevato come una figlia, e che forse per nascondere le sue origini si fa chiamare "Ester", stella del mattino.

Il fatto che il nome richiami Ishitar, la dea babilonese della fertilità, e abbia per cugino un Mardocheo (Marduk è il re degli dei babilonesi, cugino di Ishitar) lascia sospettare che il canovaccio sia un antico mito mesopotamico, ripreso dagli ebrei quasi in chiave di farsa. Il Mardocheo del libro ha probabilmente dovuto assumere il nome pagano per poter lavorare a corte. Proprio qui gli capita di sventare un complotto di eunuchi che vogliono attentare alla vita del sovrano. Mardocheo avvisa Ester, Ester avvisa Assuero, Assuero fa arrestare e interrogare i due eunuchi e premia Mardocheo con una promozione. La vita di un re dei re è però molto intensa, e in poco tempo Assuero finisce per dimenticarsi sia dello zelante funzionario che dell'avvenente reginetta. Nel frattempo splende a corte la stella di Aman (BOOOOOOOOOOOOOH! SCRASHSBDANGANGDANG), un principe agaghita - non che nessuno sappia chi siano gli agaghiti e donde vengano. Infatti la versione greca, un po' più tarda, lo nazionalizza macedone.

Questo Aman (BOOOOOOOOOOOH!), investito di un'autorità inferiore solo a quella di Assuero, si monta immediatamente la testa e impone che tutti si inginocchino davanti a lui. L'unico a non inginocchiarsi davanti ad Aman (BOOOOOOOOOOOOH!) è proprio Mardocheo. Quando Aman (BOOH!) se ne rende conto, decide di fargliela pagare, sterminando completamente il suo popolo. Per decidere il giorno del genocidio si affida ai purim, pietruzze adoperate per estrarre i numeri a sorte. Esce il tredici del dodicesimo mese (Agar, tra febbraio e marzo). Quindi tutto contento si reca dal suo re e gli propone, in cambio di un indennizzo di diecimila talenti d'argento di sterminare un popolo disseminato nel suo regno "che non osserva le leggi del re". Il re gli passa tranquillamente l'anello col sigillo reale, che Aman (BOH!) usa per controfirmare uno dei primi discorsi antisemiti in nostro possesso - se non il primo in assoluto.
...in mezzo a tutte le stirpi che vi sono nel mondo si è mescolato un popolo ostile, diverso nelle sue leggi da ogni altra nazione, che trascura sempre i decreti del re, così da impedire l'assetto dell'impero da noi irreprensibilmente diretto.
Considerando dunque che questa nazione è l'unica ad essere in continuo contrasto con ogni essere umano, differenziandosi per uno strano tenore di leggi, e che, malintenzionata contro i nostri interessi, compie le peggiori malvagità e riesce di ostacolo alla stabilità del regno, abbiamo ordinato che le persone a voi segnalate nei rapporti scritti da Amàn, incaricato dei nostri interessi e per noi un secondo padre, tutte, con le mogli e i figli, siano radicalmente sterminate per mezzo della spada dei loro avversari, senz'alcuna pietà né perdono, il quattordici del decimosecondo mese, cioè Adàr; perché questi nostri oppositori di ieri e di oggi, precipitando violentemente negli inferi in un sol giorno, ci assicurino per l'avvenire un governo completamente stabile e indisturbato».
(Tintoretto) "Dei sali, presto".
(Tintoretto) “Dei sali, presto”.
È la versione greca; l'originale ebraico è molto più stringato. Ma insomma la sostanza è già familiare: vivono tra noi, ma non sono come noi. Vanno eliminati. È un rotolo di ventuno o ventidue secoli fa, pensate. E già allora la situazione, per quanto terribile, ispirava i toni di una farsa. Perché il libro di Ester, secondo alcuni lettori contemporanei, è una spietatissima commedia.

Quando Mardocheo viene a sapere dell'Editto di sterminio, si lacera le vesti e si cosparge il capo di cenere; coperto di un umile sacco viene a chiedere udienza al re, ma ovviamente viene bloccato prima di entrare. Ester lo vede dalla finestra e gli fa mandare dei vestiti; Mardocheo rifiuta di indossarli e le spiega (tramite un eunuco) cosa sta per succedere. Ricordati dei giorni della tua povertà, di chi ti ha nutrito! Intercedi per noi presso il tuo re, che aspetti? Il guaio è che Ester non è più la favorita del re. Succede a molte reginette: adorabili, ma stancano subito, non ti entrano nelle vene. Pensa che è da trenta giorni che il re non mi fa chiamare, spiega Ester. Credi che io possa andare da lui così, come se niente fosse? Lo sai cosa succede a chi cerca di incontrarlo senza essere stato convocato? Gli tagliano la testa all'istante.

Mardocheo reagisce con una certa durezza: credi di salvarti perché sei nella reggia, ma sei ancora un'ebrea. Morirai comunque se non fai qualcosa. Chissà, forse c'è un motivo per cui ti è capitato si essere lì dove sei.

È a quel punto che Ester cessa di essere la reginetta timida e noiosa. Manda a dire allo zio di radunare tutti gli ebrei di Susa: ché preghino e digiunino tre giorni. Anche lei, nei suoi appartamenti, farà la stessa cosa. Nella versione greca seguono due lunghe preghiere di Mardocheo ed Ester, aggiunte probabilmente da un ebreo di Alessandria, forse un po' impensierito dallo spirito laico del libro - uno dei due della Bibbia in cui non viene mai nominato Dio (l'altro è il Cantico dei Cantici). E tuttavia anche le due poesie ottengono un effetto narrativo, perché dopo tante accorate invocazioni, quando al terzo giorno Ester depone i vestiti di sacco e si leva la cenere dal capo e si veste da principessa, è un po' come in quel film in cui la Mangano da suora si trasforma improvvisamente in ballerina: ecco, adesso sì che non è più una reginetta slavata, adesso sì che è sexy. La vediamo procedere nel corridoio, rosea nel volto, ma col cuore stretto dalla paura: sta andando al supplizio. Quando il re la vedrà, le guardie verranno a coprirle il capo e l'ammazzeranno. La sua unica speranza è che il re stesso stenda lo scettro verso di lei. Il re è seduto sul trono, "tutto splendente di oro e di pietre preziose, e aveva un aspetto terribile".

Ma Dio volse a dolcezza lo spirito del re ed egli, fattosi ansioso, balzò dal trono, la prese fra le braccia, sostenendola finché non si fu ripresa, e andava confortandola con parole rasserenanti, dicendole: «Che c’è, Ester? Io sono tuo fratello; fatti coraggio, tu non devi morire. Il nostro ordine riguarda solo la gente comune. Avvicinati!». Alzato lo scettro d’oro, lo posò sul collo di lei, la baciò e le disse: «Parlami!».
Gli disse: «Ti ho visto, signore, come un angelo di Dio e il mio cuore si è agitato davanti alla tua gloria. Perché tu sei meraviglioso, signore, e il tuo volto è pieno d’incanto».

(Lastman) Aman porta a spasso Mardocheo.
(Lastman) Aman porta a spasso Mardocheo.
Ma poi sviene di nuovo (anche in questo caso, l’originale ebraico è meno fotoromanzesco e svenevole). Il re a questo punto è pronto a prometterle anche mezzo regno: Ester si accontenta di invitare a pranzo lui e Aman (BOOOOOOOOOOOH!)

A pranzo li tiene sulle spine: insomma Ester cosa vuoi? Mezzo regno? Guarda che è tuo, eh, basta che me lo dici. No, mi piacerebbe invitarvi a un banchetto anche domani. Uhm, va bene. Mentre Assuero non sa più che pensare, Aman (BOOOOOH) se ne va tutto tronfio per l’onore di essere l’unico ammesso in questi esclusivissimi meeting col re e la favorita. Ma poi in fondo al corridoio vede Mardocheo e gli torna la rabbia, una gran rabbia. Tanto che quando torna a casa è ancora lì che rimugina, e Mardocheo di qua, e Mardocheo di là, al che la moglie esasperata gli dice, ma senti, perché non pianti un palo di 50 cubiti e non chiedi al re di farlo impiccare? Così la facciamo finita. Grande idea!

Mentre l’odioso personaggio sta facendo piantare il palo, Assuero nei suoi appartamenti non riesce a dormire. C’è un pensiero che lo tiene sveglio, e nemmeno sa che pensiero sia. In casi come questi non c’è niente come il librone delle cronache: i domestici te ne leggono un po’ e tu cadi in letargo, meglio che contar le pecore. Orbene di tutte le pagine, quella sera gli viene letta la storia di come un oscuro funzionario – Mardocheo – gli salvò la vita sventando un attentato. Ma toh, pensa Assuero, me n’ero dimenticato. E cos’ho fatto per ricompensare il tizio? Niente di che, gli rispondono. Niente di che? Sono davvero un cafone tanto insensibile? Non sorprende che non riesca a dormire.

(Armitage) BRUTTO PORCO LEVALE LE MANI DI DOSSO
(Armitage) BRUTTO PORCO LEVALE LE MANI DI DOSSO
L’indomani, di buon ora, Aman (BUH!) si reca tutto contento da Assuero. Non vede l’ora di chiedergli di impiccare l’ebreo. Ma prima che possa aprire la bocca, Assuero gli domanda: senti, se io volessi onorare un uomo, sul serio intendo, che dovrei fargli? Di me! Sta parlando di me!, pensa l’odioso. E di chi altri? Eh, mio sovrano, se dipendesse da me… io lo vestirei con gli abiti regali, gli metterei in testa una corona e lo farei scortare dal più nobile dei principi, a cavallo per le vie della città. E il più nobile dei principi dovrebbe gridare davanti a lui: guardate cosa succede all’uomo che il re vuole onorare!
Mi piace, dice Assuero. Allora facciamolo. Prendi queste vesti, prendi la corona, e va a scortare per le vie di Susa Mardocheo… conosci Mardocheo, sì?

E questo è solo l’inizio. Dopo aver accompagnato il suo peggiore amico nel trionfo, l’odioso antisemita deve pure andare a pranzo dalla regina e assistere alla solita manfrina: cosa vuoi Ester? Mezzo regno? Qualsiasi cosa. Stavolta Ester una richiesta ce l’ha: vuole vivere.
Perché io e il mio popolo siamo stati venduti per essere distrutti, uccisi, sterminati. Ora, se fossimo stati venduti per diventare schiavi e schiave, avrei taciuto; ma il nostro avversario non potrebbe riparare al danno fatto al re con la nostra morte».
È chiaro? Ti stanno fregando. In cambio di diecimila talenti d’argento stanno dissipando un capitale culturale inestimabile. E chi è che mi avrebbe convinto a fare una cazzata del genere?, si domanda il re dei re. È lui, Aman. BOOOOOOOOOOOOOOOOOOH!

Assuero è talmente fuori di sé che deve uscire dalla stanza. L’antisemita è completamente distrutto, fa persino un po’ pena. Si inginocchia davanti a Ester, ai piedi di Ester, si prostra davanti al divano in cui giace semisdraiata Ester – in quel momento Assuero rientra nella stanza, lo vede e impazzisce. Ti vuoi anche fare la regina, davanti a me, in casa mia? Eunuchi, prendetelo. E gli eunuchi: ehi, ma è lo stesso che stamattina ci ha fatto piantare un palo per impiccare Mardocheo. CHE COOOOOSA?


Il lieto fine potreste immaginarvelo da soli: l’antisemita viene appeso al suo palo, Mardocheo prende il suo posto, Ester è di nuovo la favorita. No, c’è di più. Bisogna sistemare la questione del pogrom. Siccome ciò che è stato suggellato con l’anello imperiale non può più essere revocato, Assuero non può impedire ai nemici degli ebrei di prendere le armi. Può però dare agli ebrei ampia facoltà di difendersi. Quanto ampia?
...il re dava facoltà ai Giudei, in qualunque città si trovassero, di radunarsi e di difendere la loro vita, di distruggere, uccidere, sterminare, compresi i bambini e le donne, tutta la gente armata, di qualunque popolo e di qualunque provincia, che li assalisse, e di saccheggiare i loro beni […] In ogni provincia, in ogni città, dovunque giungevano l’ordine del re e il suo decreto, vi era per i Giudei gioia ed esultanza, banchetti e feste. Molti appartenenti ai popoli del paese si fecero Giudei, perché il timore dei Giudei era piombato su di loro.
E tuttavia, quando alla fine arriva il 13 di Agar, evidentemente qualcuno ancora stava minacciando l’esistenza degli ebrei, perché solo a Susa ne fecero fuori mezzo migliaio.
I Giudei dunque colpirono tutti i nemici, passandoli a fil di spada, uccidendoli e sterminandoli; fecero dei nemici quello che vollero. […] Quel giorno stesso il numero di quelli che erano stati uccisi nella cittadella di Susa fu portato a conoscenza del re. Il re disse alla regina Ester: «Nella cittadella di Susa i Giudei hanno ucciso, hanno sterminato cinquecento uomini e i dieci figli di Amàn; che avranno mai fatto nelle altre province del re? Ora che chiedi di più? Ti sarà dato. Che altro desideri? Sarà fatto!»
Ester si contenta di far impiccare i dieci figli di Aman (buh), e di prolungare il contro-pogrom fino a tutto il quattordici. “Il quindici si riposarono e ne fecero un giorno di banchetto e di gioia”. Purim si festeggia da allora.

Credo di non essere il solo lettore contemporaneo che preferirebbe chiudere il libro al capitolo sette. Ester e Mardocheo ci piacciono soltanto finché lottano per sopravvivere; quando ordinano la rappresaglia, ci lasciano a disagio. D’altro canto, Ester e Mardocheo ce l’hanno fatta: la loro festa si celebra da più di duemila anni. La rappresaglia funziona; può non andare incontro ai nostri gusti, ma chi siamo in fondo noi? Quante guerre avremmo vinto, al posto loro? La Storia non premia il fair-play, non è proprio mai successo; anche senza scomodare le scritture ci sono abbondanti esempi. Ormai siamo adulti e vaccinati e potremmo anche ammettere che le cose vanno così. Inginocchiarci.
Io però non m’inginocchio, aspetto un altro po’. Spero che non si offenda nessuno.

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