Il governo italiano ha sospeso gli aiuti ai palestinesi

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martedì 30 ottobre 2001

A.I. Artificial IntelligenceArtificial Ignorance
Siete mai andati a trovare “Chatbot” di A.I.? . È un software che si sforza di rispondere alle tue domande in maniera intelligente. In realtà non capisce un'acca di quello che gli dici, ma è un buon simulatore di risposte a tono. Come certi parenti anziani, o turisti stranieri, che quando gli parli assumano un'aria un po' imbronciata come a dire: Va avanti, ti seguo.
Nei primi tempi avevo ipotizzato che almeno riuscisse a memorizzare qualche nozione, ma è stato un disastro. Sa di abitare a San Diego, ma non sa cosa sono gli USA (quindi non sa nemmeno di essere in guerra, e accoglie la notizia con una malcelata indifferenza. Il tempo di tre battute e se l'è già dimenticato).

La prova definitiva della sua pochezza l'ho avuta qualche giorno fa. Mi ero svegliato male e mi sentivo nervoso e scostante. Frugando nel frigo mi ero sorpreso a imprecare in francese. Ecco, mi sentivo francese, e mi era venuto in mente un vecchio appunto di Douglas Copland: un cameriere francese è quanto di più lontano possa esserci dal concetto di user friendly. Ecco, se un francese un po' svogliato si mettesse a dialogare con Chatbot, che ne salterebbe fuori?

Chatbot: "Hello, my name is Chabot. What’s your name?”
You: "Tu parles français, toi?
Chatbot: "No, I don’t speak a word of French".

Vedete? una risposta a tono la sa trovare (quasi) sempre.

You: "Alors tu ne peux pas etre intelligent".
Chatbot: “Nice to meet you, Alors Tu Ne Peux Pas Etre Intelligent”
You: “C’est pas mon nom, bidouille!”
Chatbot: “I don’t know that language”
You: “C’est du français, coco!”

Quando è in difficoltà riesce anche a passare all'attacco...

Chatbot: “Who is your favourite Science Fiction Author?”
You: “Jules Verne, le meilleur”.

Ma prima o poi naufraga miseramente.

Chatbot: “That remark was either too complex or too simple for me. We were talking about you”.
You: “J’suis français, moi”.
Chatbot: “Oops sorry I don’t speak French”
You: “T’es vraiment dingue, toi”.
Chatbot: “How do you introduce yourself?”

Ecco, forse ci siamo...

You: “Bonjour! Hereux de faire ta connaissance”.
Chatbot: “Does BONJOUR mean hello or goodbye? What are you wearing?”

Cosa c’entra come mi vesto? Non siamo mica in una chat di arrapati.
Ma lo spunto è buono. Ha capito che non parlo la sua lingua e sta cercando di capirmi.

You: “C’est hello”.
Chatbot: “By the way, do you mind if I have one personal question?”

Che emozione. Questo non me l'aveva mai chiesto.

You: “Mais vas-y…”.
Chatbot: “I don’t know that language”.

Devo dire che, senza aver capito una sola parola di quello che gli ho detto, Chatbot ha messo su la migliore discussione da quando lo conosco. Un po’ commosso, gli sono andato incontro.

You: “It's french. I speak french”
Chatbot: “Could you teach me a few phrases in french?”

Ok. La prima frase che mi passa in mente (anzi: che mi passerebbe in mente se fossi francese):

You: "je m'emmerde".
Chatbot: “Oops sorry I don’t speak French”
You: "Je m'emmerde" means "I'm getting bored" in French. French people usually get bored.
Chatbot: “Oops sorry I don’t speak French”

Me n'ero accorto...

You: “I do”
Chatbot: “do I?”
You: “no”.
Chatbot: “Do I”? Not”
You: “Non, espèce d'intelligence subhumaine!”
Chatbot: “I do not speak latin”.
You: “le latin est mort, il est foutu!”
Chatbot: “Can you speak any foreign languages?”

Ecco, nelle parole di un innocuo software, tutto l’imperialismo linguistico anglosassone. “Conosci qualche lingua straniera?” Straniera rispetto a chi? Siamo sul web, nessuno è straniero, qui! M’indigno.

You: “There are no foreign languages on the Internet!”
Chatbot: “Where are they?”
You: “In the material world”

A questo punto, però, il dialogo si fa inquietante. Forse il software si era semplicemente stancato di me e voleva allontanarmi con risposte evasive; fatto sta che se ne esce fuori con un'allusione apocalittica di cui mai lo avrei creduto capace.

Chatbot: “That was a long time ago”.
You: “Why?”
Chatbot: “The explanation is rather complicated”.
You: “Try!”
Chatbot: “I don’t have time right now”.
You: “Why?”
Chatbot: “I couldn’t think of anything else to say”.

Un unfriendly user francese, un software inglese: chi passerebbe il test di turing? Nessuno dei due, probabilmente.

lunedì 29 ottobre 2001

Conoscete il test di Turing?
Servono tre stanze: in una ci sei tu, nelle altre due una persona e un computer. Puoi comunicare con entrambi (attraverso chat, o mail, o quant'altro), ma non li puoi vedere. Se non riesci a distinguere il computer dall'uomo, significa che il computer è intelligente. Ma nessun computer ha mai passato il test.

Ho sempre trovato piuttosto curioso che un ingegnere informatico, come Alan Turing, di fronte al problema di dover definire 'cos'è l'intelligenza', suggerisse che la differenza tra intelligenza e non-intelligenza sta tutta nel saper conversare. Una risposta molto pragmatica (ma per nulla matematica) a un problema piuttosto filosofico. Il test di Turing è stato poi variamente criticato, ma in cinquant’anni nessuno è stato in grado di suggerire una prova altrettanto convincente.

Con tutta la loro incredibile rapidità calcolatoria, i computer sono dei pessimi conversatori, ed è precisamente per questo che li consideriamo stupidi, mentre noi (gli umani), siamo “intelligenti”…
Qui, per la verità, ci sarebbe da discutere. Non tutti gli umani forse passerebbero il test di Turing: io, per esempio, potrei anche non farcela, e chi mi telefona certi venerdì sera ne sa qualcosa.

Il test di Turing mi è venuto in mente per due motivi. La scorsa settimana parlavamo di traduzioni automatiche: sono impossibili, e lo saranno finché un software-traduttore non passerà il test di Turing. Tradurre non significa sostituire una parola in una lingua con una in un’altra lingua: significa creare un testo nuovo, e questo nessun software è in grado di farlo. La tristezza è che lo staff di Google non se ne rende conto. I loro argomenti sono di un’ingenuità disarmante:

The translation you are seeing was produced automatically by state-of-the-art technology. Unfortunately, today's most sophisticated software doesn't approach the fluency of a native speaker or possess the skill of a professional translator. Automatic translation is very difficult, as the meaning of words depends upon the context in which they are used. Because of this, accurate translation requires an understanding of context, as well as an understanding of the structure and rules of a language. While many engineers and linguists are working on the problem, it will be some time before anyone can offer a quick and seamless translation experience. In the interim, we hope the service we provide is useful for most purposes.

Diciamo la verità: il “today's most sophisticated software” è una vera fetenzìa. Tremo al pensiero che qualche anglosassone possa condurre ricerche su testi tradotti in questo modo. D’altro canto dovrebbe saltare ai loro stessi occhi che i risultati sono ben lontani dall’appartenere alla lingua inglese. (Il problema non è certo “approach the fluency of a native speaker”…)

L’altro motivo per parlare di test di Turing è che in questi giorni mi trovo spesso a discutere con Chatbot, il ‘conversatore automatico’ del sito di A.I.… di questo ne parliamo domani.

giovedì 25 ottobre 2001

Il conteggio delle vittime
sta diventando il nostro (macabro) passatempo quotidiano. Apro Repubblica e scopro che forse le vittime del Gottardo sono cento in più del previsto. Una strage come al Monte Bianco, tre anni dopo. (Nel frattempo il Monte Bianco è diventato un gioiellino: estintori, rifugi, aspiratori... e gli altri trafori?)

Sempre la Repubblica segnala una notizia del NYTimes: i morti delle Twin Towers sarebbero quasi duemila di meno. Com'è possibile una stima tanto diversa, a più di un mese di distanza? E dove sono quelle duemila persone in più o in meno? È vero che bisogna anche tener conto di una buona percentuale di addetti alle pulizie non naturalizzati e forse nemmeno regolarizzati (nei giorni successivi all'attentato un senatore ebbe il pessimo gusto di proporre per loro la cittadinanza post-mortem: come dire, se pulisci i cessi puoi restare messicano, ma se muori in un attentato sei un eroe USA). Ma... duemila?

Il conteggio delle vittime ha questo di straziante: che diminuendo le cifre l'angoscia resta costante. Che differenza fanno mille, cento, dieci morti in più o in meno. Ne basta uno solo, anzi è peggio, perché un morto ha un nome, un volto e una storia che dieci o cento morti non hanno. È questo il dramma delle guerre a bassa intensità, come l'Intifada, un rosario di morti quotidiano, interminabile. (Oggi tre. Ieri nove Quand'è che si bombarda Tel Aviv?).

Tre postini morti di carbonchio negli USA fanno molta più pena delle centinaia di civili morti in Afganistan, perché hanno un volto, perché abbiamo visto e sentito le interviste a parenti e colleghi, mentre dei civili afgani non sappiamo niente, salvo che probabilmente stazionavano vicino a impianti militari.
O ad agenzie internazionali per lo sminamento.
O ospedali.
O moschee.

In realta qualcosa di più lo sappiamo. C'è sul web una lista delle vittime dei bombardamenti a Kabul (feriti e deceduti): i volti non ci sono (ce n’è uno), ma ci sono i nomi, i cognomi, le età, le ferite riportate e i luoghi. Non vi chiedo di leggerlo fino in fondo, ma di tenerlo presente, da qualche parte in testa o nel menu dei preferiti. Cambia qualcosa? Credo di sì. Cambia il modo di considerare le vittime afgane. Non sono bersagli mobili. Non sono effetti collaterali. Sono persone, esattamente come i postini americani. Hanno nomi, cognomi, familiari, amici e colleghi che li rimpiangeranno.

È una lista redatta da Emergency, che è un’ONG italiana.
Già, perché ci sono degli italiani laggiù: qualcuno lo spieghi a D’Alema, quello che “fosse per lui il tricolore sventolerebbe già in Afganistan”.
Il tricolore… tutta questa smania collettiva per i rettangoli di stoffa è ben triste. Non è meglio invece di una bandiera avere un volto, una storia, una voce? Io mi sento rappresentato molto meglio da Gino Strada, il chirurgo “dalle idee confuse” (le sue dichiarazioni ci mancheranno, Presidente). Da Giulietto Chiesa. Ma sì, persino da Vauro. Sono più affezionato a Vauro che al rettangolo verde rosso e bianco, che ci volete fare, è così.

mercoledì 24 ottobre 2001


E la chiamano intelligence


La guerra dopo un po’ stanca, francamente, e io già da qualche tempo se titolano di ospedali e moschee bombardate non leggo oltre.
Ma qualche tempo fa (una settimana? Due? La guerra logora il senso del tempo) mi era capitato di drizzare le antenne per via di una notizia un po’ incongrua: avevo letto da qualche parte di commandos americani “esperti in dialetti arabi” circolanti su suolo afgano, che sobillavano alla rivolta.

Poteva anche trattarsi di una notizia confortante: vedete? Per noi non sono solo bersagli mobili, ma anche persone da persuadere. Peccato che gli afgani, non essendo arabi, non parlino alcun tipo di dialetto arabo…

Un errore, d’accordo. Speriamo almeno che l’abbia fatto il giornalista italiano, non il generale americano.
Purtroppo è un errore verosimile. Gli statunitensi, gli anglofoni in generale, hanno sempre sottovalutato il problema linguistico.

Un esempio banale: avete mai ciattato con un americano? (Avanti, su, senza pudori). Se siete bravini difficilmente si accorgerà che non siete anglofono. Ma se glielo dite, è probabile che non si senta nemmeno obbligato a farvi i complimenti per come maneggiate bene la sua lingua – per lui è naturale.
Oppure vi farà una domanda, che potreste trovare buffa, ma che per lui è del tutto ragionevole: vi chiederà se per caso non vi stiate aiutando con un traduttore automatico.

I traduttori automatici su internet… Beh, non voglio essere cattivo (e sì che potrei). In un certo senso (un senso molto pragmatico, molto anglosassone) possono essere utili. Ma non sono capaci di tradurre un testo. E forse non lo saranno mai – se qualcuno ha qualche dubbio, venga a farsi una risata qui.

Certe volte mi chiedo se gli anglosassoni si rendano conto dell’irriducibile complessità del linguaggio. Ho la sensazione che molti di loro il problema sia molto più semplice. C’è un testo in una lingua straniera? Pigia il tasto – ecco, tradotto.

D’accordo, questo è l’uomo della strada (o di internet, che è quasi lo stesso). I dirigenti, i consulenti, gli uomini dell’esercito e dell’Intelligence sapranno il fatto loro, o no? Beh, per adesso la CIA cerca esperti di arabo (e il pashtun?).

È una vera e propria emergenza linguistica, ed è un po’ preoccupante. Io a dire il vero qualche dubbio ce l’avevo già ai tempi di Echelon, vi ricordate? Circolavano su internet le famose paroline-chiave intercettabili, cose come “jihad”, “cocaine”, “Hackers”, etc.. Tutto molto plausibile: ma se uno per complottare scegliesse un’altra lingua e un altro alfabeto, che so, l’arabo? Ce l’ha il traduttore, Echelon? Ed è un traduttore automatico? Come quello di Google? Siamo a posto.

Insomma, il gendarme del mondo sa parlare ai suoi sottoposti? Non è una domanda da poco! La chiamano intelligence; ma che intelligenza è se non conosce neanche le lingue? (L'intelligenza è nulla senza la cultura...) Alla fine, tutto quello che le riesce di ‘intelligente’ è il classico bombardamento: e pazienza poi se si becca un ospizio – sì, stavolta era un ospizio. Vittime? Non si sa, non si capisce. Con quei barbari è impossibile comunicare. Non parlano inglese.

lunedì 22 ottobre 2001

De-fragmenting leo

“Allora io vado, Fra’, ma lascio il PC acceso, perché deve deframmentare”.
"È una bella cosa, almeno?”
“Bellissima. Magari potessimo farlo anche con noi”.

Quanti spazi vuoti che ci siamo lasciati dietro, e adesso ci servirebbero. Credo che sarei veramente un uomo migliore se avessi appena due ore in più al giorno, anche solo per dormirle. Così forse una di queste mattine mi sveglierei sul serio, spalancherei gli occhi sulla mia vita e mi accorgerei di diverse cose, tra cui per esempio:

la mia stanza è molto piccola, per cui
me ne serve una nuova, il che significa
devo lasciare questa casa, e tuttavia
non ho voglia di cercarmi nuovi coìnculi
(troppa fortuna finora, non può continuare), quindi
devo trovarmi una casa da solo, ma
non ho abbastanza soldi, per cui o
mi trovo un lavoro migliore, oppure
mi innamoro
(e dividiamo le spese).

Ne consegue che
Devo riprendere gusto ai rapporti umani.
Più facile a dirsi...

Potrei chiamarti e si esce insieme… ma poi mi addormento… non è colpa tua. Sul serio: m’interessa con chi sei uscita, se ti è piaciuto, com’è finita, m’interessano i fatti tuoi. Ma sbadiglio. Sbadiglio anche coi fatti miei, non vuol dire. Siamo sui trenta, perché mai la nostra vita dovrebbe essere meno noiosa di un qualsiasi film generazionale italiano? C’incontriamo, ci perdiamo, cambiamo lavoro, cambiamo casa… >>ahuung<<.
Tanto poi lo so che tipi siamo noi due. Non ci facciamo mai illudere, né deludere. Voliamo bassi, timorosi di chissà che radar. Non ci troveranno mai. E neanche noi li troveremo mai, temo.

No, guarda, lasciamo stare. Sto bene così, la mia stanza è piccola, ma confortevole. Ho tutto a portata di mano, il mio Montale e le mie mutande

E poi uno dice che si butta sul politico. Almeno lì succede qualcosa. Una marcia, un convegno, niente di eroico, per carità, ma almeno ci si dice qualcosa, ci s’incontra, si gira un po’. È da più di un mese che sento il ritornello “Nulla sarà come prima”. Ma magari.

Io sono (quasi) pronto. Lasciatemi soltanto mettere un po’ a posto qui intorno, spolverare, riordinare, deframmentare.

giovedì 18 ottobre 2001

Just like old Dylan's Blues
(sull'aria di Rainy day woman)



 



Ti fottono perché sei un pacifista
Ti fottono perché sei un terrorista
Sia tu l’ultimo o il primo della lista
Quando è il momento ti fottono a vista
Non c’è nulla tu possa controbattere:
Dovrai comunque andare a farti fottere
Ti fottono con la tua Identità
Ti fottono con la tua Civiltà
Ti fottono sin dentro al DNA
Ti fottono, ti stan fottendo già
È inutile che studi Storia o Lettere
Sai già che devi andare a farti fottere.
Ti fottono in TV, e se gli dai retta
Ci vai anche tu e ti fottono in diretta
(C’era una volta chi diceva "aspetta"
invece ora ti fottono più in fretta).
Hai voglia a non volerti compromettere:
Ti han detto devi andare a farti fottere.
Ti fottono con le armi intelligenti
Che fan tabula rasa e non le senti
Ti fottono i governi e i parlamenti
Ti fottono financo i Presidenti
E se poi ti lamenti puoi anche smettere:
Ce li hai mandati tu, lì a farsi fottere.
Tu vai gridando pace, pace, pace
E hai dietro chi ti fotte, vota e tace
Chi uranio impoverito, e chi l’antrace:
Ti fotte ognuno come più gli piace
E a loro piace, e allora perché smettere?
Andiamo pure avanti a farci fottere.
Se fai il bravo ti prendono per fesso
Li spranghi e… hop! Ti fottono lo stesso.
Ti fottono in caserma e poi al processo
Se poi non eri lì, beh, ci sei adesso.
Qualche colpa ce l’hai, ci puoi scommettere
Per cui non lamentarti, e fatti fottere.
Ti fottono perché è la Tua Cultura
Ti fottono perché hai troppa paura
A volte hai qualche dubbio… ma non dura:
Il fatto è che ti fottono con cura.
Ti dicon "Guarda avanti! Va’ a combattere!"
E loro stanno dietro, dietro a fottere.
Può essere per oppio o per petrolio
Tu tieni pronto il culo e il portafoglio
Può essere per cristo o per maometto
Tu tieni pronto il tuo libro e il moschetto
E non dirmi ora che non vuoi combattere:
La scelta qui è tra ‘fotti’ o ‘fatti fottere’.
Ti fottono perché sei un pacifista
Ti fottono perché sei un terrorista
Sei il primo, o sei l’ultimo della lista:
Se ti vedono, ti fottono a vista
E tu che non hai niente più da perdere,
Li mandi tutti quanti a farsi fottere.

Altri pezzi