Il governo italiano ha sospeso gli aiuti ai palestinesi

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martedì 25 giugno 2019

Pelagio e il sultano malvagio

26 giugno - San Pelagio martire, fantasia omofobica

[2013].
“Rodrigo!”
“Mio signore...”
“Come sta il prigioniero?”
“Neanche un graffio, mio signore”.
“Vorrei anche vedere, sai che ne risponderesti con la vita. Ma il morale?”
“Mi pare piuttosto spaventato”.
“Sì, eh?”
“Sta sempre nell'angolo della tenda, non vuole dare le spalle a nessuno”.
“Chissà per chi ci ha presi. Quanti anni avrà, secondo te?”
“Anche quattordici. Questi mori sono precoci”.
“Ma quale moro e moro, non l'hai visto? È biondo”.

"E adesso gli tagliate la gamba destra, grazie".
“Dicevo gli occhi”.
“Gli occhi, già. Portalo qui, Rodrigo”.
“Chiamo il bardo?”
“Ma che bardo e bardo, servi una cena leggera piuttosto”.
“Subito, mio signore”.

***

[Entra il ragazzo moro (biondo)].

“Vieni avanti, vieni, non aver paura. Come hai detto che ti chiami?”
“Non ho detto niente, signore”.
“E dimmelo adesso”.
“Alì”.
“Figlio di?”
“Ibn Mohammed”.
“E ti pareva. E Mohammed tuo padre era figlio di...”
“Di un altro Alì”.
“Certo che voi infedeli, con rispetto, ma ci avete una fantasia coi nomi che non riesco a capire come possano le vostre madri riconoscervi...”
“Signore, abbiamo un solo Dio, e un profeta. Forse è per questo che abbiamo pochi nomi”.
“Ma senti il paggetto teologo, sentilo. Stai insinuando che noi cristiani abbiamo tanti nomi perché siamo idolatri?"
"No, io..."
"Anche noi abbiamo un Dio solo, sai”.
“Ma ha fatto almeno un figlio, a quanto mi risulta”.
“Ma senti che boccaccia. Lo sai che potrei farti frustare? Lo sai? Qua fuori ho tutti gli strumenti all'uopo, e i miei uomini non vedrebbero l'ora di sentire le urla di un infedele che...

[Bussa il servo].

“Che c'è?”
“Mio signore, la cena”.
“Ah già, porta qui. Cos'hai?”
“Melone e prosciutto”.
“Melone e... ma sei fuori di testa? Ma ti pare il caso?”
“Mio signore, è tutto quel che c'è in cambusa, io pensavo che...”
“Pensavi, tu pensavi, ma lo vedi il ragazzino? Ma secondo te lo mangia il prosciutto, uno così?”
“E perché no, signore?”.
“Imbecilli. Sono circondato da imbecilli. Perché è un saraceno, razza di capra di Mursia!”
“Mio signore, con rispetto, ma... è un prigioniero”.
“E allora?”

“Scusate...”
“Che c'è, ragazzino”.
“Se non è un problema, io mi contento del melone”.
“Vede signore? Si contenta del melone”.
“Non abbiamo altro?”
“In questo momento no, finché non arriviamo a Toledo...”
“Uff, Toledo. Sparisci”.

***

“Ti piace il melone?”
“Molto”.
“Devi scusare il mio servo. È un imbecille. Ce n'è parecchi, qui. Questo è il motivo per cui la Riconquista va per le lunghe, sai”.
“Perché ci sono troppi imbecilli?”
“Altrimenti avremmo già espugnato Cordova da cinquant'anni e rispedito tutti gli infedeli al di là del mare. Voglio dire, che ci vuole. Fosse per me la faccenda si sistemerebbe in una primavera. Assedi Cordova in febbraio, Granada in marzo, e... ma non voglio rivelarti i miei piani”.
“Non sarei comunque in grado di capirli, signore”.
“Hai la risposta pronta, tu. Mi piaci. Voglio dire, mi piace come rispondi”.
“Non mi frusterete?”
“Magari sì, ti frusterò, adesso vediamo, per ora mangia. Vedi Mohammed... posso chiamarti Mohammed?”
“Mi chiamo Alì”.
“Alì, già. Vedi, vorrei che tu sapessi che anche se adesso ti può sembrare tutto orribile, la prigionia, le torture eccetera... vorrei che capissi che ci siamo passati tutti – a chi non è capitato di essere dato in ostaggio, o di essere rapito in una scorreria...”
“Signore, avete impalato mio padre”.
“Tuo padre, lasciatelo dire, era un rompicoglioni che mi assillava dai tempi di Segovia. Aveva sgozzato mio cugino. Non che mio cugino non fosse anche lui un imbecille, anzi, avessi potuto scegliere tra i due non so chi avrei fatto fuori prima. Però adesso non cercare di impressionarmi con tuo papà impalato. Siamo in guerra, queste cose capitano”.
“Esiste solo la guerra?”
“Che io sappia sì”.
“Ma quando è cominciata?”
“Niente, qualche secolo fa gli infedeli sono arrivati per mare, han cacciato i Visigoti da tutta la Spagna tranne qualche castellaccio nelle Asturie, dopodiché...”
“Io avevo sentito dire che cominciò quando gli asturiani invasero il Califfato”.
“Eh, eh, certo, come no, siamo sempre noi quelli cattivi che cominciano”.
“Non è così?”
“No, avete iniziato voi. Non potevate starvene di là dal mare?”
“E prima che arrivassimo noi... non c'era la guerra?”
“Ce n'erano altre, contro i Bizantini, i Franchi... ma non è la stessa cosa. Io per dire contro un Franco non mi sarei mica messo a cavallo”.
“E perché?”
“Perché i Franchi sono tipi a posto. Oddio, puzzano di muffa di formaggio, ma a parte questo sono cristiani. Tra cristiani ci si può andar d'accordo. Ma gli infedeli sono come i corvi in un campo. O mangi tu o mangiano loro. E loro non coltivano niente”.
“Ma veramente, i giardini di Cordova...”
C'è anche una chiesa da qualche parte qui dentro.
Da qualche parte qui dentro c'è pure una chiesa.
“…sono i più belli al mondo lo so, ma dicevo per metafora. Gli infedeli vivono di rapine, di scorrerie”.
“Signore, avete al collo l’oro di mio padre”.
“Ah sì? Scommetto che prima era di mio cugino. Noi, vedi, abbiamo un sistema che funziona. I contadini lavorano la terra, e i signori…”
“…mangiano?”
“Li difendono”.
“Li difendete da noi infedeli, quindi anche di noi c’è bisogno”.
"Sì, esatto. Però se la guerra la vinceste voi – cosa impossibile – ma sai che succederebbe? L’estinzione. Fareste piazza pulita della Spagna, vi mangereste tutto finché non crescerebbe più niente”.
“Ma è già successo che vincessimo, e la Spagna è ancora qua”.
“Certo, sì, conosco l’obiezione, ma l’ottavo secolo era una cosa diversa. I musulmani di allora non erano come voi. Cioè per certe cose erano peggio, erano barbari. Ma in fin dei conti non erano molto diversi dai barbari di prima. Gente rude che passa a cavallo, uccide chi gli si para davanti, e si prende la terra. Come prima di loro i Visigoti e prima di loro i Vandali. Ordinaria amministrazione”.
“Mentre adesso?”
“Adesso vi siete raffinati, vi siete inventati queste cose, le città… ma hai presente Cordova? Mi spieghi cos’è Cordova?”
“Non ci sono mai stato”.
“Ci sono stato io da bambino, sai che sono stato ostaggio di Mohammed Ibn Mustapha, magari lo conosci”.
“Conosco Mustapha Ibn Mohammed”.
“Magari è suo figlio”.
“Ha sessant’anni”.
“Allora no. Comunque Cordova è una città enorme, ventimila abitanti, te li immagini nello stesso recinto, ventimila cristiani…”
“Ventimila musulmani”.
“Che parlano, vendono, comprano, dalla mattina alla sera non fanno che vendere e comprare, e nessuno che coltivi un feudo come si deve…”
“Ma veramente i giardini…”
“E dagli coi giardini, è un'ossessione la vostra. Lo so, bellissimi i giardini, però non è una società quella lì, è un bordello. Non può andare avanti. Gente che urla anche di notte…”
“Il muezzin?”
“E poi il bordello, la rilassatezza dei costumi… tu sei giovane e queste cose ancora non le sai, ma se sapessi quel che fanno ai ragazzini…”
“Io sono un ragazzino”.
“Per l’appunto”.
“Nessuno mi ha mai fatto niente di male”.
“Forse eri ancora troppo giovane. In un certo senso sei fortunato, ti abbiamo strappato alle grinfie di una società pervertita, se solo potessi immaginare…”
“Signore, non credo di capire”.
“Beh, ti basti pensare a San Pelagio”.
“Non so di cosa state parlando”.
“Ma già, certo, da voi è vietato parlarne. Allora facciamo così: te lo racconto io, mentre finisci il tuo melone. Potresti anche innaffiarlo col moscato, che ne dici?”
“Non so cos’è, ma probabilmente non dovrei…”
“Assaggia, assaggia, non c’è niente di male. Pelagio, oh, Pelagio, se lo avessi visto, quando suo zio a dieci anni lo cedette come ostaggio al Califfo di Andalus! Pelagio era gentile, disponibile, paziente, il più immacolato dei figli di Dio; ma soprattutto, Pelagio era…”
“Devoto?”
“…bellissimo. Due labbra di ciliegia su un incarnato pallido, tanto più prezioso nel cuore torrido della Spagna – e gli occhi, due olive more, piccole, morbide, amare, che a momenti gliele avresti strappate e succhiate, oh quant’era bello Pelagio; e il Califfo, il perfido califfo, il vizioso califfo, se ne innamorò”.
“Mi sembra tutto, con rispetto, assai improbabile”.
“E invece non poteva andare diversamente, il Califfo essando vizioso, e ricco, ed esausto ormai di ogni piacere, senz’altra legge fuorché quella abominevole di voi infedeli…”
“Ma veramente da noi i sodomiti li bruciamo vivi. Oppure li lanciamo dai minareti a testa in giù, li lapidiamo, a volte le tre cose in sequenza ”.
“Lo vedi che siete dei selvaggi? Posso finire la storia? Dov’ero rimasto?”
“Dicevate che Pelagio era bellissimo”.
“Ah, sì, altroché. Un torso snello, atletico il giusto. Due polpacci non volgari, ma pronti a indurirsi, al minimo sforzo, come due mele renette, ché il perfido Califfo gliele avrebbe morsicate”.
“Essendo perfido”.
“Tre anni crebbe in lui questa demoniaca passione, finché un giorno, rimasto solo con lui, non cedette alla fiamma che lo divorava e Pelagio, urlò, Pelagio, convertiti e ti farò visir, ti farò emiro, sultano, quel che ti pare, ma baciami, Pelagio te ne supplico! Placa questo ardore, o sarai tu a bruciare”.
“E Pelagio?”
“Giammai, gridò, che io possa morire squartato piuttosto che rinnegare la mia fede! Tu perfido califfo, covo d’ogni sozzura, se vuoi il mio corpo dovrai prima farlo a pezzi”.
“E il califfo…”
“…Lo accontentò. Gli fece tagliare le braccia ben tornite, poi le superbe gambe, poi quel che restava ahinoi! Ma fino all’ultimo taglio non smise il bel giovine di rimproverare la lussuria del Califfo”.
“E poi?”
“E poi niente, quando i cristiani si resero conto di come i califfi trattavano i preadolescenti, ripresero la Conquista con rinnovato impeto. Perciò il sacrificio di Pelagio non è stato vano”.
“E voi come fate a sapere la storia? Ci sono testimoni oculari?”
“Ce n’è uno che conobbe personalmente Pelagio e riferì la storia a Rosvita di Gandersheim”.
“Perdonatemi, mai sentita”.
“È una monaca della Bassa Sassonia”.
“Una donna rinchiusa, insomma, in un posto molto lontano da qui”.
“Uff, quanto la fai lunga…”
“E questo testimone conobbe Pelagio in libertà o in prigionia?”
“Penso che ti farò frustare un poco, adesso”.
“Non vorrei sembrare scortese, ho molto gradito la storia…”
“Grazie! Rodrigo! Porta il frustino da sei millimetri, manette e…un paio di piume d’oca. Mi piacciono i preliminari lunghi”.
“… e mi domandavo se non potrei ricambiarvi il piacere raccontandovene una a mia volta, prima che disponiate della mia vita”.
“Vuoi raccontare una storia? Tu a me?”
“Il sole è tramontato ormai, è l’ora in cui con le mie sorelle ci sedevamo a raccontare e ascoltare storie, prima che arrivasse la guerra”.
“C’è sempre stata la guerra”.
“Non ci avevamo fatto caso. E lei non aveva fatto caso a noi”.
“Sei proprio un amore di ragazzino. Sentiamo la tua storia. Ti torturerò più tardi”.
“C’era nel tempo dei tempi e negli anni passati un re della stirpe dei Sassanidi, che regnava nelle isole dell’India e della Cina”.
“Magari ti ammazzo pure. Ti faccio tagliare la testa”.
“Il suo nome era Shahriyàr…”

martedì 18 giugno 2019

Uno, nessuno, centomila Calogero

18 giugno – San Calogero eremita 

"San Calogero di Girgenti, miracoli non ne fa nienti;
San Calogero di Canicattì, miracoli non ne fa tri;
San Calogero di Naro, miracoli ne fa un migliaro".

Calogero di Agrigento
[2018]. Di Calogero si sa che fu eremita e fu in Sicilia; su tutto il resto i siciliani disputano. Potrebbe essere vissuto nel primo secolo ad Agrigento o nel decimo a Naro. Potrebbe aver viaggiato l'isola in lungo e in largo, soggiornando in quasi tutte le grotte da cui sgorgano acque termali; potrebbe esser vissuto a lungo, veramente molto a lungo. Per gli abitanti di Naro la questione si risolve come sopra, in modo molto pragmatico: cosa importa il passato? Quel che conta è determinare il Calogero più efficace nel presente, quello che fa più miracoli, e il nostro ne fa mille. Al che gli agrigentini obiettano: "San Calogero di Girgenti, le grazie le fa per nienti; San Calogero di Naro le fa sempre per denaro". Alla fine della disputa ognuno rimane col Calogero suo. Siccome poi "Calogero" in greco vuol dire "buon vecchio", non si fatica a immaginare che di Calogeri ce ne siano veramente stati più d'uno, e che a un certo punto della tarda antichità "Calogero" fosse il semplice appellativo con cui i siciliani si rivolgevano i vecchi e saggi eremiti che vivevano nelle grotte. Per non sottoporre i loro fragili corpi alle tentazioni del secolo? Per trovare nel silenzio e nella solitudine una via più diretta all'assoluto? Ma anche perché avevano scoperto che bagnarsi in acque solforose fa bene alla salute e ti aiuta a invecchiare più lentamente.

Di tutte le leggende, quella della cerva avvalora l'ipotesi. Racconta che giunto intorno ai novant'anni, Calogero non riuscisse più a mandar giù nessun tipo di cibo. Il digiuno, che di solito nelle storie dei santi è una pratica autoindotta e consapevole, qui è semplicemente il segno dell'invecchiamento. Calogero dunque si nutre unicamente del latte ad altissima digeribilità prodotto da una cerva che Dio gli invia tutte le mattine. Finché un cacciatore, Siero, non gliela ferisce a morte. La cerva fa giusto in tempo a tornare nella grotta di Calogero e morirgli tra le braccia; il cacciatore che la stava braccando arriva anche lui nella grotta, vede il monaco che l'ha battezzato bambino chiudere teneramente gli occhi alla preda che ha ucciso: minchia, pensa, l'ho fatta grossa. Ma il santo lo perdona immediatamente, e già che c'è gli mostra la grotta vaporosa e gli illustra tutte le virtù delle acque che sgorgano in quelle falde, un vero tour guidato al termine del quale Siero diventa un suo discepolo, appena in tempo perché Calogero non sopravviverà alla cerva che per quaranta giorni.

Calogero è un buon vecchio che conosce le virtù nascoste all'interno della terra; lo si venera a Sciacca, il cui monte era dedicato al dio Crono; sul monte di Termini Imerese dove avrebbe scacciato i demoni e lasciato l'impronta della mano; mentre a Vicari avrebbe lasciato quella del piede. Calogero è insomma una figura dell'inculturazione, il nome dietro al quale uno dieci o centomila chierici, forse davvero provenienti dalla Grecia bizantina, scacciarono le antiche divinità ctonie dalle grotte della Sicilia; che poi uno o dieci avessero davvero la pelle scura, non è implausibile; ma il momento in cui San Calogero diventò davvero nero fu quando cominciarono a circolare le sue statue, più spesso in bronzo o in rame. Il bronzo dei Calogeri di Agrigento e di Naro ha anche l'indubbio vantaggio di scintillare al sole, il che deve suggerire durante la processione del pomeriggio di giugno l'idea che anche il santo stia sudando; che il suo sudore sia qualcosa di fisico, che si può trattenere nelle pezzuole e poi usare per curare i malati. Il sudore di Naro pare che funzioni di più di quello di Agrigento (ma che sia anche più costoso).

La madonna nera di Czestochowa è talmente nera
che a Haiti è diventata una divinità Vudù,
storia lunga, un’altra volta la raccontiamo.

La negritudine di Calogero nei secoli è stata spiegata con tante ipotesi diverse, nessuna del tutto soddisfacente. Fino a un certo punto deve essere sembrata una cosa naturale, così come era naturale in ambito bizantino dipingere icone della Madonna con un certo pigmento; poi a un certo punto (nel basso Medioevo?) i colori hanno preso un significato diverso, un’icona qualsiasi della Madonna è diventata una “Madonna nera” e gli agiografi hanno cominciato a domandarsi il perché fosse stata dipinta con una tinta così scura (che magari in quel secolo era l’unica a disposizione): o non si era annerita col tempo, e il fumo degli incensi e dei ceri? O il colore scuro indicava la sofferenza? Più difficilmente si sarebbe potuta trattare di un’insolita concessione al realismo, visto che Maria di Nazareth in fin dei conti era un’ebrea della Palestina.


Anche nel caso di Calogero, il colore scuro forse dipende unicamente dai materiali a disposizione degli artisti. Però si lasciava facilmente interpretare anche come un segno della lotta dell’eremita contro i demoni del sottosuolo, quelle forze della terra che aveva domato, ottenendone in dono le acque della salute. Solo al termine del medioevo il colore assume un significato etnico o geografico; è il momento in cui davvero qualcuno potrebbe aver sostituito in un manoscritto l’appellativo Chalkhidonos, (“di Calcedonia”, la città bizantina sulla sponda asiatica del Bosforo), con “Karchidonos“, “Cartaginese”. A Cartagine poi non è che la gente abbia mediamente la pelle molto più scura che sul Bosforo, o a Sciacca. Ma lo scambio segna il momento in cui “nero” comincia a significare “africano”, ovvero “alieno”. Con la complicazione che in Sicilia, a differenza che nelle altre regioni dell’Europa cattolica, qualche alieno ci viveva: persino a quei tempi il Mediterraneo non aveva la chiusura ermetica che piacerebbe a Salvini e ai suoi seguaci. Il fatto che il nero fosse il colore di San Calogero portò a un curioso corto circuito: ai frati neri veniva chiesto più spesso di fare miracoli; e a furia di chiederli evidentemente i miracoli si realizzavano, sicché dopo Calogero in Sicilia nacque e visse più di un santo nero: Benedetto il Moro di San Frau, che oltre a essere nero come un etiope parlava pure un dialetto lumbard, in Sicilia nel XVI secolo, c’è da perderci la testa, e almeno tre Antonii: uno ad Avola (chiamato anche Catagerò, morto verso il 1550), uno a Caltagirone e uno a Camerano; tutti e tre portano il nome di quell’Antonio di Padova che in molti santini viene raffigurato con la pelle olivastra, benché sia nato a Lisbona.

Cercando “Calogero” sulla libreria di immagini
del Post ho trovato la foto di Sacko Soumali,
che è stato ucciso a 29 anni a San Calogero.
Ma il Calogero originale di che colore era? Non ha nessuna importanza. Proviene da un’epoca in cui in effetti nulla di individuale aveva molta importanza: non il colore, non il luogo di provenienza, né la data di nascita, né lo stesso nome. “Calogero” era chiunque riuscisse a invecchiare serenamente in un luogo salubre e appartato; anche tu potevi diventare Calogero e in fondo te lo auguro: è sufficiente togliersi dai piedi, farsi crescere più barba bianca possibile e mandare a memoria un po’ di buoni consigli da snocciolare ai giovani che salgono a trovarti e a portarti qualcosa di non troppo difficile da digerire. La cosa migliore è che quando diventi Calogero il tuo passato individuale scompare: anche se in teoria è il motivo per cui sei lì, nessuno ti chiede più davvero cosa hai combinato, chi eri, contro chi hai combattuto. Il tuo passato finisce sottoterra come quello di tutti i Calogero prima di te: l’idea che si fanno i giovani è che hai passato qualche migliaio di anni a lottare contro i demoni del sottosuolo, che ti hanno carbonato la pelle e incanutito le chiome ma non ti hanno vinto, e se ci rifletti un attimo è andata proprio così. Buon San Calogero a tutti.

sabato 15 giugno 2019

La ballata di San Vito

15 giugno – San Vito (♱303, patrono di un sacco di posti e di 34 categorie professionali, invocato in tutte le patologie che contemplano convulsioni). 

Aggiungi didascalia
[2018]. Vito era un bambino agitato, alzi la mano chi non lo è stato. Il padre gli diceva: vuoi star fermo? Non è che se smetti di correrci non si chiama più corridoio. E quelle sono posate, non bacchette del tamburo. Ce la fai a star seduto mentre mangi? T'ha punto un ragno, t'ha morso un serpente, si può sapere cos'hai? E Vito, sempre: Scusa papà!, perché alla fine era un bambino perbene: ma non lo tenevi neanche con le catene.

"Un giorno io chiamo Diocleziano e gli racconto che sei un cristiano".
"No papà dai, non lo farò più".
"Non farai più cosa?"
"Non lo so, cosa stavo facendo?"

Vito faceva il distratto, alzi il piede chi non l'ha mai fatto. Perché in verità era cristiano sul serio: l'aveva convertito il suo maestro, che poi era San Modesto. E non aveva ancora finito di asciugarsi dall'acqua del battesimo che si era già messo a fare miracoli a destra e a manca; ora si capisce che un santo i miracoli ogni tanto li deve fare, ma Vito proprio non se li teneva, gli scappavano da tutte le parti. Ti guariva la psoriasi anche solo a guardarlo da lontano, anche solo a pensarci. San Modesto gli diceva: ti vuoi calmare? Hai tolto la rabbia all'intero canile, vuoi mandare sul lastrico i veterinari? Non c'è più un caso di encefalite da Praga a Mazara del Vallo: e i dottori che cosa faranno? Anche Cristo si è fermato a Eboli: tu dov'è che pensi di andare? E Vito, sempre: scusa Modesto! perché alla fine era un bambino onesto: ma niente da fare, come si voltava ricominciava a mollare miracoli dappertutto.

"Guarda che arriva Diocleziano, guarda che scopre che sei cristiano".
Difatti un bel giorno arrivò, lo processò e lo condannò. Ma Vito era un po' iperattivo, chi non lo è stato controlli se è vivo. Vuoi stare un po' fermo (gli diceva Diocleziano mentre lo immergevano nella pece bollente)? Non vedi che sporchi dappertutto.

"Guarda qui che macello, ci sono macchie di pece fino in Basilicata".
"Scusa Cesare".
"Augusto, io mi chiamo Augusto, Cesare è il mio vice. Ma a scuola non la studiate più la tetrarchia?"
"Non lo so, ho perso il diario".
"La solita scusa, anche mio figlio non fa in tempo a scriversi i compiti che..."
"Tuo figlio in realtà è indemoniato".
"Ti dirò che la cosa non mi sorprende affatto".
"Comunque l'ho guarito".
"Meno male, adesso se non ti dispiace potresti smettere di accarezzare quel leone?"
"Ma perché? È così carino".
"Non è carino, è una belva feroce, è anche paurosamente magro, non mangia da una settimana, l'abbiamo liberato in questa arena affinché ti morsichi a morte e tu gli stai facendo i grattini dietro alle orecchie".
"Senti che fusa, senti".
"Va bene, ho capito, portate via il leone, proviamo col supplizio del cavalletto. Io non li sopporto questi cristiani. Han così tanta voglia di morire e poi alla prova dei fatti non muoiono mai. Li immergi nella pece e non si scottano, liberi i leoni e fanno le fusa. Abbassi la scure e la scure rimbalza. Li lanci dalla finestra e s'involano con gli angeli, ma che razza di religione è. Se proprio ci tieni a morire, non puoi star fermo un attimo e aspettare che ti ammazzino? E adesso cosa c'è? Cosa dice il boia?"
"Cesare, si dimena troppo, non riusciamo ad appenderlo".
"AUGUSTO! MI CHIAMO AUGUSTO! È da vent'anni che ho implementato questa cazzo di tetrarchia e ancora i sottoposti non sanno come chiamarmi ma dico io, le leggete le circolari?"
"Ma Maestà..."
"Non si dice Maestà, non siamo in una fiaba medievale, questo è l'impero romano e io devo essere chiamato Au-gu-sto, Au-gu-sto, Gaio Aurelio Valerio Diocleziano per i biografi. E il cristiano nel frattempo che fine ha fatto?"
"Credo che si sia involato con gli angeli".
“No vabbe’. Io esco. Vado a Spalato a coltivare i cavoli, con vent’anni di contributi da imperatore credo di potermi permettere una villetta in campagna”.

L’angelo aveva portato San Vito alla foce del fiume Sele, dove fece giusto in tempo a morire a causa delle torture, e salito in paradiso cominciò a tormentare anche i santi. Ma vuoi stare un po’ fermo? gli diceva San Simeone Stilita. T’ha morsicato un serpente? gli chiedeva San Patrizio. Qua bisogna dargli qualcosa da fare, propose Sant’Isidro contadino. Buona idea, pensò San Pietro: “Vito, ti va di proteggere i farmacisti? Non hanno ancora un patronato, potresti pensarci t–”

“Fatto”.
“Come fatto”.
“Li ho protetti, capo”.
“Ma ti ho detto di farlo due secondi fa”.
“Controlla”.
“Sì vabbe’ ma scusa non si fa così, non te l’ha spiegato San Modesto? Bisogna avere anche un po’ di rispetto per i santi che ci mettono più tempo”.
“Scusa hai ragione, prova a darmi un altro patronato”.
“Eh vabbe’, così, su due piedi… Gli albergatori”.
“Ok”
“Ok cosa vuol dire? Li hai già protetti?”
“No, no, ci sto lavorando”.
“Non fare il furbo con me”.
“Ti giuro capo, non ho già finito, ci sto mettendo più tempo, guarda”.
“Ci hai messo tre secondi in più, Vito, dai, non è una cosa seria”.
“Ma che ci posso fare? Sono nato così”.
“Non c’è nessuna gloria nell’essere nati, io per dire ero nato pescatore. Bisogna sforzarsi un po’, inventarsi qualcosa. Sennò sembriamo palline scagliate dalla racchetta di Dio. Almeno un po’ di effetto, un po’ di libero arbitrio; Dio t’ha fatto tondo? Prova a metter fuori gli angoli. Se Dio ti ha creato veloce tu almeno prova a rallentare”.
“Ma se Dio mi ha creato in un modo…”
“Di sicuro non era per vederti finire nello stesso modo. Dio ama le sorprese”.
“Ma se è onnisciente”.
“Esatto, ama l’unica cosa che non può avere davvero. È per quello che ci somiglia tanto. Ma cosa puoi capirne tu, sei solo un bambino. E probabilmente lo resterai. Ma fa una cosa: proteggimi i birrai, tu che non bevi mai”.
“Protetti”.
“E i bottai”.
“Fatto”.
“I muti e i sordi, tu che non taci mai”.
“Protetti”.
“Gli abitanti di Sapri e di Rijeka già Fiume, in Croazia. Gli idrofobi e i letargici – proprio tu che non dormi mai”.
“Ok”.
“Sei uno spasso, Vito, non invecchiare”.
“Capo, non credo di poterlo fare”.

Vito era un bambino complesso, chi non lo è stato può alzarsi adesso. Batti quel piede, batti la mano, danza con Pietro e con Diocleziano. Tu che se vuoi riesci a stare seduto (e per questo ai maestri sei sempre piaciuto); che se ti dicono “fermo” tu stai; ma io dico “balla”, e tu ballerai. Tutta la notte finché, sfinito, non ti verrà a salvare San Vito. Lui fa in un attimo, stende la mano: su te, su Pietro e su Diocleziano. Così saprai come ci si sente, a non poter star mai fermi per niente: a sentirsi bruciare le ossa, mentre i nervi ti danno la scossa. E avrai pietà anche di quel cristiano: e pietà per Pietro, e per Diocleziano.

sabato 8 giugno 2019

Chi ha azionato l'


Un eventuale film sull'ultimo giorno di scuola conterrebbe una sequenza in soggettiva in cui mi aggiro perplesso in una nube di polvere, intravedo a fatica i contorni degli eastpack cosparsi di bianco, i ragazzi però non ci sono, meno male sono tutti fuori, i polmoni cominciano a prudere la colonna sonora è una trap così molesta che strappo il cavo di alimentazione della lim dalla presa e solo a questo punto sento i colleghi gridare CHI HA AZIONATO L'ESTINTORR. Per il pregiato Sole 24Ore sono in ferie già da una settimana.

giovedì 6 giugno 2019

Not so Deep


E comunque secondo me il computer che batte gli uomini a scacchi, se gli chiedi di programmare gli esami orali di un istituto comprensivo senza sovrapporre i docenti a scavalco con altri tre istituti comprensivi, e senza offrire il dono dell'ubiquità agli insegnanti di religione, secondo me Deep Blue, coso, ti domanda se non può rigiocarsela con Kasparov anche senza regina, senza torri, bendato (puoi bendare un computer?), poi comincia a cercare su Google immagini di distopie totalitarie, nella stanza una strana puzza di chip bruciati, qualche rumore disumano, e insomma povero Deep Blue, è andata così, insegna agli angeli a che serve l'arrocco.

martedì 4 giugno 2019

Il Santo che batté il Brasile. Due a uno.

E lo stadio era pieno (record imbattuto di spettatori)
San Cono di Diano o Teggiano (XIII secolo), patrono ufficioso di chi si rovina al lotto e della nazionale di calcio dell'Uruguay. 


[2014]. L'Uruguay è un piccolo Paese con un record calcistico impressionante: schiacciato tra Brasile e Argentina, ha vinto più Coppe America di entrambi. In effetti, ha vinto più Coppe America di qualsiasi altro Paese. È stata la prima nazione a organizzare una Coppa del Mondo (1930) e a vincerla; nelle due edizioni successive - vinte dall'Italia - non partecipò nemmeno. Si ripresentò nel 1950, al primo mondiale disputato in Brasile: e proprio contro il Brasile si trovò a disputare l'ultima partita, decisiva per aggiudicarsi il torneo. Al Maracanà, figuratevi.

Non era una finalissima vera e propria perché, per la prima e fin qui unica volta nella storia della FIFA, la fase finale del torneo era un girone all'italiana con quattro squadre: ma le due europee qualificatesi, Spagna e Svezia, si erano dimostrate molto inferiori al gioco delle sudamericane. Il Brasile, in particolare, aveva infierito su entrambe: 7-1 contro la Spagna, 6-1 contro la Svezia. L'Uruguay aveva più modestamente superato la Svezia per 3 reti a 2, e contro la Spagna aveva addirittura pareggiato. Dunque quella sera al Brasile bastava un pareggio. Già, ma voi avreste mai scommesso su un pareggio del Brasile, al Maracanà appena costruito, davanti a duecentomila spettatori paganti, nella finale di Coppa del Mondo?

Era stato un mondiale stranissimo, un difficile tentativo di recuperare la normalità dopo la lunga interruzione dovuta alla guerra mondiale. Su 16 squadre qualificate, solo 13 si erano presentate. L'India era stata squalificata perché si faceva un punto d'onore di giocare a piedi nudi. La Scozia non era venuta perché non sopportava l'idea di non essere testa di serie come l'Inghilterra. L'Inghilterra non aveva molta esperienza del gioco oltremanica, e si ritrovò sbigottita a perdere 0-1 contro gli Stati Uniti d'America. L'Italia - detentrice del titolo, conquistato dodici anni prima in camicia nera - si era presentata stremata da un viaggio di tre settimane in transatlantico. Le altre squadre avevano preferito prendere l'aereo, ma la federazione italiano aveva appena perso gran parte dei titolari nel disastro di Superga, e non se la sentiva di rischiare. Il transatlantico si era rivelato un pessimo ambiente per un ritiro: tutti i palloni dopo qualche giorno erano finiti nell'oceano. Inseriti in un girone a tre con Svezia e Paraguay, perdemmo con la prima che pareggiò col secondo, e a quel punto eravamo già fuori: vincemmo comunque col Paraguay ed eravamo già pronti a re-imbarcarci.

A quel punto non restava che tifare Uruguay, una delle nazioni più italiane del mondo. Italiani erano i cognomi dei titolari più titolati: Ghiggia, Schiaffino. Entrambi avrebbero qualche anno più tardi indossato la maglia della nostra nazionale. Il capitano, Obdulio Varela, prima della partita invoca addirittura un santo italiano, Cono da Diano. Promette, in cambio della vittoria, di compiere un pellegrinaggio a piedi da Montevideo al santuario di San Cono a Florida, ridente cittadina dell'Uruguay. Ma perché proprio San Cono?

La cappella di San Cono a Florida (Uruguay)
La cappella di San Cono a Florida (Uruguay)
Cono Indelli nacque a Diano (in seguito conosciuta come Teggiano, provincia di Salerno) alla fine del dodicesimo secolo, e scappò appena poté in un monastero benedettino a Montesano della Marcellana. Lì visse una vita breve, santa e, per i nostri parametri, noiosissima, ravvivata da qualche saltuario evento miracoloso: come quella volta che vennero a trovarlo i genitori e lui dimostrò l'amore che riservava loro nascondendosi in un forno acceso. Quando se ne andarono ne saltò fuori incolume: miracolo! Pur di non dire ciao papà, ciao mamma.

Del resto il forno era il suo habitat, ci entrava dentro per cucinare; col tempo aveva magari sviluppato una certa resistenza. È anche vero che morì giovane: e che a un anno dal decesso ancora non avevano deciso dove seppellirlo. Ne reclamavano le spoglie ancora incorrotte sia Diano che Padula - quest'ultimo centro non so a che titolo - finché non si decise di tirare a sorte, abbandonandole a metà strada su un carretto legato a due buoi. I due buoi presero di buona lena la strada per Diano e si fermarono solo davanti alla chiesa del paese. Vince Diano, perde Padula.

Gli abitanti lo eleggono subito protettore del paese e ricorrono a lui a ogni crisi. Le solite cose: una guerra coi vicini, un assedio, un’epidemia, il terremoto del 1857. Santificato nel 1871, durante le migrazioni di fine Ottocento Cono comincia a essere venerato anche nell’Altro Mondo. In particolare a Florida, Uruguay, dove al suo esordio in una processione pubblica fa tremare la terra. L’Uruguay ha la sua parte di sfortune, come ogni Paese del mondo, ma non è zona sismica: il terremoto è un prodotto d’importazione, grazie San Cono. Per diciassette anni nessun sacerdote mette piede nella cappella a lui dedicata. Più che superstizione, è il segno di un conflitto tra la comunità italiana che l’aveva portato con sé da Teggiano e la curia locale, ispanofona. Il dissidio viene superato in un modo bizzarro quando il 3 giugno del ’45 sulla ruota di Montevideo esce il 3. Il giorno della morte di San Cono, il giorno della sua festa in Cielo.

Due giorni dopo si estrae il primo premio della lotteria nazionale: il numero del biglietto finisce per 3. Può essere una coincidenza, ma a quel punto molti bravi uruguagi si mettono a giocare numeri che finiscono per 3. La situazione degenera al punto che le lottomatiche del Paese decidono di imporre limiti alle puntate sul 3 nelle settimane a cavallo tra maggio e giugno

A questo punto la cabala si scatena. Il tre negato in Uruguay può sempre uscire sull’altra riva del Rio della Plata, in Argentina. Oppure si può giocare il 2, o il 4: è l’intenzione che conta, il Santo capirà. Se esce l’12, è il secolo in cui nacque; il 13, quello in cui morì. A proposito, forse morì a 18 anni: controlla, due settimane fa è uscito un 18. È stato canonizzato nel 1871: prova il 18, il 71 o 1+8+7+1=17. La sua cappella è al numero 50 della strada numero 26. E così via.
L’ultima partita della Coppa del Mondo del 1950 si giocò il 16 luglio (1+6=7: le lettere di S-a-n-C-o-n-o). Gli spettatori erano 199.854, di cui un centinaio uruguagi. Molti tifosi brasiliani vestivano già la maglietta Brasil campeão 1950. La partita fu preceduta da un discorso del prefetto che salutava i connazionali come campioni del mondo. Insomma si possono dire tante cose dei brasiliani, ma non che pecchino di scaramanzia.


Potrei sbagliare ma Ghiggia dovrebbe essere il secondo in basso da destra; Schiaffino tiene il pallone.
Potrei sbagliare ma Ghiggia dovrebbe essere il secondo in basso da sinistra; Schiaffino tiene il pallone.

Durante il primo tempo non segnò nessuno – i tre quarti d’ora più noiosi dell’intero torneo. All’inizio della ripresa segnò Friaça per il Brasile. Tutto sembrava andare per il verso giusto.

Venti minuti dopo Ghiggia serve un cross a Schiaffino. Uno a uno. Tosto, però, l’Uruguay. E va bene, tanto al Brasile basta un pareggio. D’altro canto, è il Brasile. Nello suo stadio nuovo, concepito apposta per il trionfo. Non può mica cominciare a coprirsi, non sarebbe nemmeno capace. Altri tredici minuti. Ancora Ghiggia. Due a uno per l’Uruguay.

Due più uno fa tre.

A quel punto l’Uruguay serra le file – forse sanno che San Cono non ha più numeri a disposizione – o forse è il silenzio spaventoso dei duecentomila spettatori che non festeggiano più, non gridano più. Quando l’arbitro fischia tre volte, la Coppa sembra dissolversi in una nebbia d’angoscia. La banda non suona perché non si sono portati lo spartito dell’inno dell’Uruguay, e di suonare quello del Brasile non è veramente il caso. Jules Rimet, presidente FIFA e inventore della coppa del mondo, cerca le autorità brasiliane per andare a consegnare il trofeo, ma non le trova – sono tutti scappati. Scende in campo, vede piangere i soldati in uniforme di gala che dovrebbero creare il cordone di sicurezza. Individua Varela, lo saluta, gli consegna il trofeo d’oro che comincia a scottargli in mano, e scappa pure lui. Sulle gradinate non c’è la violenza come la conosciamo oggi. I brasiliani se la prendono con sé stessi. Si lanciano dagli spalti. Alcuni accusano fitte al petto; si contano almeno dieci infarti. Molti avevano scommesso sulla vittoria. Il governo proclamerà tre giorni di lutto nazionale. Il Brasile non giocherà per due anni, e abbandonerà per sempre la maglietta bianca e il colletto blu con cui aveva disputato tutte le competizioni internazionali fino a quel momento (la tenuta verde-oro debutterà quattro anni più tardi nel mondiale in Svizzera).

Al santuario di San Cono, Florida, tra gli ex-voto c’è una maglietta bianco-azzurra della nazionale dell’Uruguay. La leggenda racconta che l’abbia portata un calciatore, a piedi da Montevideo.

PS: Forse avrete sentito dire che quest’anno, dopo 64 anni, la Coppa del Mondo si disputa di nuovo in Brasile. Il 24 giugno si gioca Italia-Uruguay. 2+4=6. Giugno è il sesto mese. 6+6=12. 1+2=3. Coincidenza? Noi della rubrica dei santi del Post crediamo di no.

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