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mercoledì 31 gennaio 2001

Sono buono
Siccome non ce l'avevo con Paolo Fabbri l'altro giorno, non ne sarei degno, ma mi serviva per notare un atteggiamento comune a tanti (anche a me), ora citerò qualcosa di lui che posso condividere:

"La verità del nome" dice Fabbri, "la verità poetica del nome è a venire, è l'etimologia futura, da rifondare. La letteratura lotta non sull'assegnazione di un genere ma su cosa varrà domani quel genere".


Buon San Geminiano a tutti i modenesi. (La logos è sotto un'altra parrocchia)

martedì 30 gennaio 2001


La cultura è un virus


Cultura e conoscenza
Sarebbe interessante poi cercare di capire in cosa consistano effettivamente quel tipo di culture di cui parlavo qualche giorno fa, quelle al centro di ogni discorso sull'identità e l'appartenenza. In una somma di nozioni, di concetti, di valori, di miti? Un po' di tutto questo, e anche un po' di nulla.
Non bisogna sopravvalutare i documenti scritti, quelli forse non sono mai stati così importanti. Il corano non basta a capire l'Islam, la Bibbia non basta a capire il cristianesimo, anzi è quasi fuorviante (per un po' di tempo credo che fu persino messa all'indice). E sono due religioni cosiddette "del Libro": figurarsi altre culture più orali.
Ma in genere mi sembra che queste 'culture' non si situino mai troppo vicino a qualsiasi fonte di informazioni o conoscenze. Il sospetto è che della conoscenza facciano volentieri a meno. La nostra 'cultura occidentale' ci permette di sentirci tutti un po' marxisti, un po' nietzchani, un po' froidiani, ecc... anche se non c'è mai venuto il benché minimo desiderio di leggere o studiare questi autori così importanti. Dei quali in fondo, cosa sappiamo? Cosa ne sappiamo veramente, della nostra cultura occidentale? Non c'è bisogno di saperne niente perché tanto la respiriamo tutti i giorni. Ci svegliamo la mattina, beviamo un caffè, la marca del caffè appartiene a una multinazionale, e in questo modo noi assorbiamo la cultura occidentale...
oppure andiamo in vacanza, in vacanza si beve sangue di serpente, e può essere il modo più spiccio per assorbire una cultura orientale...
(insomma la cultura come qualcosa da mangiare piuttosto che da leggere).

lunedì 29 gennaio 2001

Questa, probabilmente, è una metafora

…this is probably a metaphor for rapidly changing fashions - it's an event, without any meaning, without any functional efficacy, without an enormous investment of emotion, without a strong participation... no reason, but maximal efficacy; this is today, our post-modern society.
Paolo Fabbri, On urban rumours

Quando non sappiamo esattamente cosa ci accade e perché, una soluzione sempre elegante è suggerire che si tratti di una metafora della società postmoderna.

Come i numeri immaginari sono tuttavia indispensabili per mandare avanti le scienze esatte e anche quelle applicate, il postmoderno forse non è mai esistito, ma ormai è necessario per sostenere tutte le metafore che gli abbiamo affidato.
Anche questa purtroppo è una metafora, e bisognerebbe ammettere che fare metafore è un modo molto maldestro di costruire conoscenze.

venerdì 26 gennaio 2001

Traffico di senso: la parola “Cultura”

La parola “cultura” ha un’enorme pregnanza di significati, ed è al centro di infiniti dibattiti. Eppure fino a qualche anno fa non avevo problemi a maneggiarla.
Davo per scontato che “Cultura” fosse sinonimo di “conoscenza”, “educazione”, “civiltà”.
Una classica opposizione era quella tra “natura/cultura” (che a seconda dei casi poteva anche diventare “eredità/ambiente”).
Oggi mi sembra che il significato della parola, nel suo uso comune, sia impercettibilmente mutato, seguendo una certa tendenza politica. Se in precedenza la “cultura” poteva essere considerata, magari ingenuamente un concetto progressista, oggi a rivendicare il diritto a “riscoprire la propria cultura” sono soprattutto quei movimenti che potremmo chiamare identitari, perché insistono sul valore dell’identità, dell’appartenenza. Parlano di cultura i leghisti, quando si radunano sul Po; parlano di cultura i cattolici, invece di insistere sulla fede (anche fede e cultura un tempo potevano essere considerati antinomici); parlano di cultura i postfascisti (e non scendono in dettaglio)… e poi, di riflesso, parlano di “cultura” e “radici” varie realtà anche a sinistra (vedi pochi giorni fa l’anniversario della scissione di Livorno): ma è il segno appunto di un ripiegamento, di un fare quadrato su un passato remoto che dovrebbe dare un senso al presente.
Così lentamente, ma inesorabilmente, “cultura” diventa il primo termine di nuove antinomie: “cultura/modernità”, “cultura/globalizzazione”, perfino “cultura/progresso” a guardar bene.
Un libro che ci fa discutere è “The clash of civilizations”: dove il termine “civilization”, che lo si voglia tradurre “cultura” o “civiltà” e già completamente riciclato in questo senso.

Volendo riassumere alcuni passaggi di questa progressiva deriva della parola “cultura”:

1. La cultura non è appannaggio di un’élite, ma di qualsiasi comunità.
2. Non esiste una sola cultura, ma ne esistono tante.
3. Nessuna cultura ha il diritto di imporsi sulle altre.

(Fin qui, come si vede, restiamo in un’ottica progressista: la scoperta delle culture popolari, la difesa delle minoranze, ecc.).

4. Ogni cultura ha diritto di difendere la propria identità dagli attacchi dell’esterno.
5. Ogni cultura ha il diritto di rifiutare gli apporti dell’esterno.
6. Il progresso, la globalizzazione, l’immigrazione, minacciano l’identità delle culture.

(Siamo in questa fase. La seguente, se il pendolo non si sbriga a oscillare, potrebbe essere sintetizzata in questi paradossi:)

7. Ogni cultura è incomunicabile e incomprensibile alle altre.
8. La cultura è innata (se non è comunicabile, essa non può che provenirci dalla nascita; e infatti si è ariani, o celti, ecc. per nascita, e non serve studiare, anzi lo studio è rischioso, perché può portare alla conoscenza di altre culture).
9. Ogni cultura è in lotta con le altre per la sopravvivenza: ma siccome le culture non sono comunicabili, questa lotta non può basarsi sulla forza di convinzione, ma soltanto sulla riproduzione forzata e sul genocidio.

Il punto 9 potrebbe sembrare esageratamente apocalittico, non fosse che il Novecento è stato un secolo di genocidi (alcuni sono in corso tuttora).
Quanto alla riproduzione forzata, si veda come la maggior parte delle comunità integraliste rifiutino di praticare il controllo delle nascite. Quello della Chiesa cattolica è il caso più eclatante… avremo occasione di riparlarne.

È interessante come in un tempo relativamente breve l’uso di una parola possa trasformarsi in qualcosa di così diverso… oggi tutti vogliamo tornare alle nostre radici: recuperare una cultura ancestrale che nessuno ci ha mai insegnato, e che ci appartiene per solo diritto di nascita. Le minoranze non sono meno aggressive delle maggioranze in questa riscoperta dei dialetti, delle identità, delle appartenenze. Meglio ancora se di queste culture ne abbiamo due, perché siamo meticci (e intimamente ne soffriamo, ovvio: l’inevitabile ‘lacerazione’), o perché siamo nati in un posto e cresciuti in un altro, e quindi in entrambi possiamo rivendicare la nostra estraneità, quando serve.

giovedì 25 gennaio 2001

lingue che si perdono

Aghju dettu altre volte chì a più gran disgrazia per un populu hè di perde a so lingua, perdita ancu più irreparabile chè quella di a libertà. A libertà si ripiglia Error! Hyperlink reference not valid. volta, mentre chì a lingua persa una volta hè persa per sempre…
Santu Casanova, scrittore corso (1850-1936)

Perdere una lingua è fastidioso, è triste, ma non è una disgrazia. Noi acquistiamo e perdiamo le lingue tutti i giorni.
I miei genitori non parlano italiano fra loro.
I miei figli probabilmente non lo parleranno.
Una lingua che comincia a difendersi, ad arroccarsi nei dizionari, nelle grammatiche, è già una lingua in procinto di morire.
Una lingua petulante, che pretenda di essere la lingua ufficiale di tale regione o nazione, è peggio di una lingua morta.
La lingua viva è quella che si inventa tutti i giorni.
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