martedì 15 aprile 2003

(Continua da ieri)

Allora feci proprio la cosa che non si deve assolutamente fare, cioè mollai le manine dei miei compagni e scappai: dove? Di qua, di là, ma sempre guardando in alto, per cui inciampai. Caddi per terra mentre cadeva il fumogeno (molto lontano). E mi feci male, stupidamente, perché caddi sulla strada di terra mettendo avanti le mani, e se avete giocato a pallone da bambini su un cortile di ghiaino potete immaginarvi quanto sia stupido e quanto faccia male. Ho ancora i segni sulle nocche del pugno, come se avessi dato un pugno a un felino selvatico.
Mi rialzai subito, rassicurai che non mi ero fatto niente, però ero tutto bagnato. Cadendo, avevo spappolato il limone che tenevo in tasca. Pantaloni bagnati e mano sanguinante: a 48 ore dalla partenza ero già lo zimbello della spedizione.
Il gas iniziava a farci tossire. E Marcella piangeva. Fin qui normale. Ma Marcella stava anche coprendosi di chiazze rosse.
“Marcella, non è che sei allergica a qualcosa, per caso”.
“Sì”.
“A cosa?”
“A varie cose”.
“Ah”.
Gli italiani si tenevano per mano, tranquilli. Dalla collina stava scendendo un inglese. Ancorché ridicolo, io ero comunque l’interprete.
“Che sta dicendo?”
“Dice che cerca volontari per andarsi a sedere contro il carro armato, laggiù”.
E Marcella, gli occhi rossi: “Ci andiamo?”
“Eh?”

Ci ritrovammo davanti a questo carro armato, col mitra che spuntava dalla feritoia, mentre un tizio da un blindo (un tipo non proprio brillante) insisteva a tirarci fumogeni controvento. C’erano due inglesi con buffe tute di plastica: ci avevano spiegato che se ci cadeva un fumogeno tra le gambe dovevamo cercare di passarlo a loro, che erano allenati a respingerli. Ci sedevamo, scattavamo foto, al lancio dei fumogeni indietreggevamo, e cercavamo di respingerli a calci. Marcella piangeva.
“Marcella, tu non stai tanto bene, forse è meglio se ce ne andiamo…”
“No, no, restiamo qui”.
Ogni tanto qualche palestinese passava, con la borsa della spesa o con un carrettino. Passava di fianco al tank, di fianco al blindo, in mezzo a noi, salutava, sorrideva, proseguiva. Una volta passato, la piccola battaglia ricominciava (come bambini in un cortile, che interrompono giochi e finzioni al passare degli adulti).
E mi ricordo questa cosa: a un certo punto un fumogeno arrivò addosso a uno degli inglesi ‘specalisti’, e questi lo afferrò al volo, con una mano, rilanciandolo subito al mittente. Forse non era inglese, forse era un americano, certe prese s’imparano col baseball.

Verso ora di pranzo gli israeliani ripartirono, e allora ripartimmo anche noi. Io ero pieno di dubbi. A cosa avevo partecipato? A una battaglia? se sì, non mi ero comportato molto onorevolmente. (M’infastidiva dover tornare dall’unica battaglia della mia vita coi pantaloni bagnati, seppure di limone). Se no, perché eravamo rimasti lì? Il posto di blocco era aperto già prima di noi. Non avevamo corso un rischio inutile, innervosendo gli israeliani, esponendo alla loro vendetta i palestinesi? Noi nel giro di una settimana ce ne saremmo andati; i ragazzini che avevano infierito sul posto di blocco restavano lì. Non era un po’ troppo comodo, questo atteggiamento da tuta bianca in vacanza?
E una sola certezza: gli inglesi (o gli americani) sono matti. Raccogliere i fumogeni al volo. Ma come ha fatto? Io se vedo un fumogeno a cinquanta metri su di me, me la squaglio.
“Va meglio, Marcella?”
“Secondo me dovevamo restare di più”.
“Ma cos’altro potevamo fare”.
“Non lo so. Però secondo me dovevamo restare di più”.

Venerdì scorso un altro pacifista ha “incrociato la traiettoria” di un proiettile israeliano. È il terzo in meno di un mese. È un altro segno che la vita degli Occidentali non è più sacra, che non non possono più giocare agli eroi, affrontare i carri armati a mani nude. Bin Laden ha annunciato al mondo questa verità, George W. Bush l’ha compresa, Ariel Sharon si adegua.
Tom Harindal era impegnato ad aiutare un gruppo di bambini palestinesi ad attraversare una strada esposta al fuoco. Pare che avesse una lunga esperienza di interposizione pacifica, in Palestina, in Giordania e in Iraq. Pensando a lui mi è venuto in mente quell’inglese (o era un americano?) che raccoglieva i fumogeni al volo. Mi serve pensare che forse l’ho conosciuto; mi aiuta a ricordare che la Palestina esiste, che Israele esiste, che la strada tra Ramallah e Bir Zeit ha continuato a esistere anche quando me ne sono andato, forse per non tornare mai più. Tom Harindal è morto, come avrei potuto morire io, o Marcella, quel giorno.
Ma attenzione, non vi chiedo d’indignarvi perché hanno ucciso Rachel Corrie e Tom Harindal, e ferito gravemente Brian Avery. Vi chiedo di pensare che nello stesso mese scarso hanno perso la vita 70 palestinesi, e non tutti erano terroristi. Alcuni erano bambini.

Con chi ha questo punto ha già la replica pronta, che anche gli israeliani muoiono negli attentati, vorrei condividere una riflessione: nemmeno la legge del taglione prevedeva punizioni più gravi del danno arrecato: come si può vendicare una strage con una strage ancora maggiore? Come si può distruggere la casa dei famigliari di un kamikaze? Su quale libro è stato scritto che la colpa del padre non deve cadere sul figlio?
Per voi questa è la guerra tra una democrazia e il fanatismo religioso. Per noi è solo una guerra tra poveri. Poveri ambiziosi e poveri disperati, che scambiano un Eden per un deserto, che si uccidono per il controllo di una sorgente o di una strada.

Gli interpositori pacifici non sono fiancheggiatori dei terroristi: è il contrario. Hanno cercato, in questi anni, di aiutare un popolo accecato di rabbia a praticare forme di resistenza non violenta. Non hanno mai messo in dubbio che Israele fosse una democrazia, anche se in crisi: o non si sarebbero presentati a mani nude davanti ai tank dell’esercito.
Hanno avuto fiducia nell’opinione pubblica israeliana e internazionale; hanno messo a disposizione i loro corpi, le loro vite che fino a qualche mese fa erano così preziose, e ora vengono sacrificate senza che nessuno ai piani alti abbia il coraggio di dire niente.
Oggi Sharon si dice pronto alla pace: non è la prima volta che ne parla, non è la prima volta che accenna a un vago “ritiro dai territori” rifiutandosi di scendere nei dettagli, non è la prima volta che cerca di regalare deserto in cambio di sorgenti. Si può discutere la pace con un ladro e un assassino? Io voglio credere di sì. Se ho creduto che si potesse contenere Saddam Hussein, non vedo perché non si dovrebbe dare una chance ad Ariel Sharon.
Ma quando si farà, questa pace (se si farà), io vorrei che accanto ai nomi dei gloriosi pacificatori del Medio Oriente, Sharon, Bush e Blair, ci si ricordasse di quegli inglesi e di quegli americani che hanno avuto la fantasia di credere alla pace e alla libertà quando sembravano impossibili, e che hanno pagato la loro fantasia con la vita. Tom Harindal, Rachel Corrie. Se un giorno ci saranno strade libere, tra Palestina e Israele, e i poveri un po’ meno poveri e un po’ più indaffarati saranno liberi di percorrerle senza più blocchi, vorrei che due di queste strade portassero il vostro nome. Per quanto ingenuo, per quanto pazzo, il vostro Occidente è l’unico al quale sono fiero di appartenere.

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