mercoledì 29 ottobre 2003

Dai e dai, in trent’anni qualcosa di te stesso lo impari.
Io per esempio ormai ho messo a fuoco quali sono i momenti in una settimana in cui non posso evitare di dire una stronzata. Non voglio dire che sto imparando qual è il momento giusto per tacere, per quello non credo che mi basterà una vita. Ma adesso so che ci sono momenti fissi, momenti topici, in cui non posso fare a meno di aprire bocca, e dire una stronzata.
Detti momenti sono principalmente due. Uno è all’uscita dal cinema:

“Ti è piaciuto?”
“ehm…”.

Il secondo non ve lo dico, siete in grado di arrivarci da soli. E poi è del primo che volevo parlare.

Doctor Strangelove 2, ovvero:
come ho imparato ad amare il cinema italiano bruttino.

Io non sono esperto di cinema, e mi scuso se a volte lo sono sembrato. Ma credo che si tratti di un equivoco. A volte sento dire: Hai stroncato Muccino, hai stroncato Bellocchio… no, ragazzi, no, io non sono veramente in grado di stroncare nessuno. I giudizi di merito non sono di mia competenza. Quello che faccio io, di solito, è estrarre un paio di argomenti che mi servono in realtà a parlar d’altro. Poi i personaggi di un film possono essermi antipatici, ma questo non ha niente a che vedere la bellezza o bruttezza del film. Che per me rimane imponderabile. O meglio, una qualche idea me la faccio, ma a volte posso metterci una settimana (e di solito è un’idea poco interessante).

“Ma ti è piaciuto, allora?”
“Beh…”

Mentre invece la gente con cui vado al cinema si è già fatta un’idea nell’intervallo. Io in realtà li invidio. Tra l’altro, si tratta di uno dei momenti fondamentali della socializzazione contemporanea: riuscire a dare un breve giudizio su un film, un disco, un libro (avete visto la nuova Blog Review of Books?), dare il proprio contributo al viral marketing globale, bisbigliare il proprio verso nel grande Passaparola che fa girare l’economia. Io non so esattamente in che secolo siamo oggi, se sia breve o lungo, se sia cominciato nel ‘45, nell’89 o nel 2001, in compenso so qual è il genere letterario più importante di questo secolo: la recensione. Essa ha l’importanza che aveva nel Settecento il sonetto: un genere codificatissimo e universalmente praticato in società. Nel Settecento, per la verità, non è che si scrivessero dei sonetti così belli (alzi la mano chi se ne ricorda uno): ma non è questo il punto. Nel Settecento il sonetto si usava per socializzare (“venga qui, marchese, che si dice di nuovo in Arcadia?”).

A noi succede lo stesso. Di sicuro non sforniamo capolavori. Eppure siamo veri artisti di strada del genere recensione, ne sforniamo continuamente, sui blog, al telefono, in treno, al lavoro, in ristorante. Saper spiegare con abilità perché un film ci piace o no è anche un passaggio obbligato per far conversazione con gente che non si conosce bene e con i quali non si hanno molte esperienze in comune. Quante volte abbiamo agganciato un partner discutendo di film e libri e dischi? Fate il calcolo, vi stupirete. La recensione è una componente fondamentale della nostra socialità, della nostra educazione: e pensate che a scuola non ce la insegna nessuno! Nel Settecento almeno i precettori ti insegnavano a mettere i versi al posto giusto.
Dopodiché si può essere bravi o meno, rapidi o meno, e forse io nel Settecento avrei avuto più chances.

“Dimmi solo se vale la pena di vederlo o no, perché stavo pensando di andarci lunedì”.
“Beh, il lunedì… è a prezzo ridotto…”
“Dici che non vale il biglietto?”
“No, no…”

D’accordo: saper dare giudizi di merito è importante. Ma nessuno vive di soli giudizi di merito. In realtà ogni recensione che scriviamo ci assomiglia: io ho scoperto che preferisco leggere le recensioni dei giornalisti che mi sono simpatici piuttosto che quelle dei dischi che mi piacciono.
Inoltre, in generale, preferisco le stroncature. Sono più divertenti, sia da leggere che da scrivere. A dire il vero, se fossi certo che un dato film è brutto e pretenzioso, mi precipiterei a vederlo, perché stroncare un film pretenzioso è quasi più divertente di vedere un bel film.
Anche perché i bei film tendono a essere ‘grandi’ film, a sviluppare intorno a sé un’aura che impedisce la discussione e la socializzazione. Riuscite a immaginare una sera tra amici a discutere di, non so, 2001 Odissea nello Spazio?
“Bello, proprio bello”.
“La scena in cui l’osso cade e diventa un’astronave… fantastico”.
“E quando Hal canta la filastrocca…”
“…da brividi”
“Proprio”.
“Si è fatto tardi, eh?”
“Eh già”.

Per contro ci sono certi film che forse non sono nulla di speciale, ma proprio per questo motivo si lasciano allegramente impossessare da chiunque voglia parlarne, e se ne può parlare per ore, senza stancarsi, e conoscendosi meglio.
L’esempio classico che mi viene in mente è proprio l’ultimo bacio di Muccino, la famosa ultima scena in cui la Mezzogiorno flirta con una ginnasta. Io amo molto quella scena, secondo me vale tutto il film precedente e anche quello successivo. Per me il significato è chiaro, perché in realtà era un significato che avevo già molto chiaro nel mio cuore: proprio le persone che si credono in grado di impegnare tutta la loro vita in un singolo istante, sono quelle che in un singolo istante sono in grado di cambiare idea: le più pericolose al mondo. Mentre tendevo a dare poca importanza all’adulterio di Accorsi, un momento di debolezza di un trentenne, capirai.
Ma mi è successo di parlarne con altre persone, a lungo, e ho scoperto che non stavo parlando di Muccino, stavo parlando di me. Mentre altri (e altre, soprattutto) leggevano la scena in un modo del tutto diverso: è solo un’occhiata, niente di grave… oppure: lei fa bene, perché è stato Accorsi il primo a non essere serio … e così via. E ogni volta che sentivo la stessa storia raccontata in un modo diverso, io conoscevo una persona diversa. Kubrick è un regista migliaia di volte superiore, ma non mi ha mai reso lo stesso servizio in una conversazione.

Riflettendo su questo, ho pensato che forse dovrei dichiarare che amo il cinema italiano – non sto scherzando.
Ma non il neorealismo – siamo seri, chi di voi ha davvero visto un film neorealista, che non fosse doppiato in tedesco e coi sottotitoli?
E nemmeno la commedia italiana – che ci vuole per adorare la commedia italiana? E neppure i grandi maestri: Fellini, Antonioni, Leone… grandissimi, naturalmente, ma a questo punto ci vuole più fegato a dire che Fellini era un po’ prolisso, Leone un po’ lento, e se Antonioni si fosse impegnato un po’, magari qualche cosa riusciva a comunicarcelo.
No. Troppo facile amare quel cinema là.
Invece io voglio amare il cinema italiano bruttino di oggi, i film di Ozpetek e di Muccino, e di Virzì, e Salvatores, e aggiungetene voi. E anche Bellocchio. E perfino Bertolucci, che è italiano in senso lato, ma pure lui fa film bruttini.
Proprio loro voglio amare, con i loro personaggi che fanno una vita normale, ma veramente troppo normale, normale a un punto che certe volte ti sorprendi a pensare che la tua vita è un filo più eccitante, e che forse dovrebbero essere i personaggi di Muccino o Ozpetek a pagare per venire in sala a vedere quello che combini tu nella vita. Quello è il cinema che voglio amare io.

E non m’interessa se non sono il massimo della professionalità col montaggio o la fotografia o il casting, se volessi il massimo della professionalità andrei a vedermi un film di Hollywood, no? A me piace il cinema italiano contemporaneo, arruffato com’è.
E… sapete? Siamo in tanti. Siamo sempre di più. Non sentite, al telefono, in treno, al lavoro, in ristorante? Di che si parla, dei Cohen, di Tarantino? Del terribile Hulk? Ma in fondo cosa c’è da dire sui Cohen o sul terribile Hulk? Sono prodotti perfetti, d’industria o d’autore. Puoi solo dire: bello. O al limite: brutto. E finisce lì.
Ma il cinema bruttino italiano, ti salva le serate d’inverno intorno a un tappeto, o al ristorante. Tutti a dire perché non c’è piaciuto Bellocchio: è troppo tenero coi terroristi, o il contrario, è ingenuo, è revisionista, mi è piaciuto più dreamers, no, guarda che dreamers è una puttanata… sono questi i film che ci fanno discutere. Sono questi i film che ci appassionano. (Sono anche questi, probabilmente, i film che ci fanno agganciare).

Ora è uscito il film di Virzì: credo che andrò a vederlo, e non mi aspetto un capolavoro. Ma in fondo non mi è mai interessato guardare capolavori. Quello che m’interessa è avere argomenti di conversazione, riuscire a parlare di me usando i personaggi di un film che tutti hanno visto, e il cinema italiano bruttino è imbattibile in questo. Vedo che ne ha parlato la Pizia, che addirittura su Petunias è intervenuto il regista. E i blog, e il regista, non discutono di piani sequenza o di qualità della recitazione, ma della realtà in cui viviamo. Non è fantastico? Chi ha bisogno di capolavori? Tarantino andrò a vederlo quest’estate, all’aperto. Non c’è fretta (i capolavori sono senza età).

("Però 2001 Odissea nello Spazio è fenomenale".
"Sì, fenomenale".
"L'astronauta sopravvissuto... Charlton Heston... che interpretazione magistrale".
"Non è Charlton Heston".
"Ah no?"
"Ti stai confondendo".
"Ah sì? E con cosa?"
"Col Pianeta delle Scimmie, temo".
"Oddio".
"Fila via, dai, non dirò niente a nessuno".
"Sei un amico".
"A buon rendere").

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