venerdì 28 aprile 2006

- il tempo vola

Tre anni di (piccola) guerra al Terrore

Piangere i propri morti è giustissimo; stupirsene, un po' meno. In Iraq muore molta gente, tutti i giorni (per la maggior parte iracheni): e noi italiani siamo in Iraq da tre anni. Ecco, questo dovrebbe stupirci di più: la nostra piccola guerra compirà tre anni in maggio (e tre anni fa, il primo maggio 2003, Bush proclamò che le ostilità erano cessate).

Tre anni sono tanti per una guerra, anche se piccola. Pensiamo alla nostra di liberazione, che tanto ci fa discutere: per alcuni è la Resistenza antifascista, protocostituzionale; per altri è una guerra civile, madre di tutte le nostre divisioni; in entrambi i casi resta il momento fondante della nostra coscienza di italiani. Ed è durata due anni scarsi: 8/9/1943 – 25/4/1945. Certo due anni devono esser lunghi, coi tedeschi in casa. Nei racconti dei vecchi, e nei film in bianco e nero, sembra una guerra interminabile. Per contro tre anni di italiani in Iraq, non so voi, ma a me sono volati. Saranno le tv a colori (ma ormai di Nassiryia non si vede più niente), saranno i blog. Sarà che l'Italia della Resistenza era un'Italia bambina, e ai bimbi basta un pomeriggio di gloria per costruirsi, anni dopo, il ricordo di mesi e mesi di felicità. Mentre Italia di oggi è vecchia, e ai vecchi il tempo vola. Sono tre anni che siamo a Nassiriya. Abbiamo risolto qualcosa? Quand'è che ce ne andiamo?

Se allarghiamo un po' il campo, dalla casella Iraq allo scacchiere mondiale, ci accorgiamo che l'11 settembre di quest'anno la Guerra al Terrore compie cinque anni. Sono tanti. Per me, una soglia psicologica: cinque anni duravano, di solito, le Guerre Mondiali. Quella al Terrore è a suo modo una Guerra Mondiale – si combatte in Afganistan, Medio Oriente, New York, Madrid, Londra – ma rischia di durare parecchio di più. Del resto ce lo aveva detto lo stesso Bush: "sarà una guerra lunga". Quanti anni ancora, due? Tre? Venti? Ci abitueremo all'idea di una guerra infinita di bassa intensità? Ci siamo già abituati (teniamo sempre conto che in tre anni la campagna in Iraq ha fatto meno morti italiani di un qualsiasi ponte di Pasquetta).

Ci siamo talmente abituati che l'idea non ci impensierisce. Quello che un po' ci spaventa è la prospettiva di un'escalation – la crisi con l'Iran. Ma anche in questo caso, forse ci sfugge la dimensione del problema. Nei discorsi di Bush e compagnia, Ahmadinejad è paragonato spesso a Hitler. Anche se è dura credere a Pierino ogni volta che grida al Führer al Führer, l'accostamento non è del tutto campato in aria. Quello che forse ci sfugge è che si tratta di una stima per difetto: Ahmadinejad è un avversario più temibile di quanto fosse Hitler nel 1940.

Non vi pare? Qualche cifra. Su quanti sudditi ariani poteva contare il folle tiranno tedesco? Cinquanta milioni? [Update: mi segnalano che invece erano settanta]. L'Iran ne fa settanta. Ma i tedeschi, per quanto bene organizzati, potevano contare soltanto su due alleati di rilievo in tutto il mondo, uno dei due neanche troppo affidabile. L'Iran avrebbe dalla sua parte la solidarietà di tutto il mondo sciita, e forse buona parte delle masse islamiche – se si tratta davvero di un conflitto di civiltà, e la civiltà in guerra è l'Islam, parliamo di un miliardo di avversari virtuali. Non sono probabilmente tutti disposti a immolarsi per i loro fratelli, ma sono tanti. Una guerra contro un miliardo di persone non è stata ancora combattuta. È una prima mondiale.

Su un piano Ahmadinejad sembra meno temibile di Hitler: il fattore tempo. Gli esperti dicono che non avrà uranio necessario ad una bomba per dieci anni almeno – Hitler probabilmente c'è andato più vicino. D'altro canto dieci anni passano in un lampo, nella Guerra al Terrore. Non è escluso che gli americani comincino ora a parlarne per abituarci all'idea – il training per rendere accettabile al pubblico l'invasione all'Iraq durò più di un anno, e fu estenuante.

Quello che alla fine stupisce – o perlomeno, dovrebbe stupire – è la sproporzione tra l'entità delle accuse e la mobilitazione. Nel dicembre del 1941 Roosvelt si rese conto definitivamente che l'Asse era una minaccia per il mondo intero e per l'America: tre anni e mezzo dopo Hitler si suicidava, Hiroshima e Nagasaki venivano distrutte. L'undici settembre 2001 Bush si è reso conto della necessità di una guerra mondiale al Terrore; sono passati quattro anni e mezzo, e il Terrore bene o male è ancora in sella. Certo, in Afganistan e in Iraq il regime sta cambiando.

Ma si tratta di un processo maledettamente lento – chi ha tutto questo tempo? E cosa impedisce Bush, Blair (ma persino Berlusconi, che nei giorni migliori si professava loro alleato) da accelerare i tempi? Un motivo per cui la Guerra al Terrore non finisce mai, è che gli angloamericani la combattono (almeno in Iraq) con un quarto del contingente necessario. Per tacere degli italiani e della loro collaborazione omeopatica (per pattugliare un pezzo di strada a Nassiriya tutti i cittadini italiani del mondo sono virtualmente esposti ad attacchi terroristici).

Si obietterà che una mobilitazione più massiccia rischierebbe di affossare le carriere politiche di Bush e Blair. Ma i due sono al culmine della loro carriera, ineleggibili ormai, nel momento in cui dovrebbero preoccuparsi più della loro gloria di statisti che delle preoccupazioni elettorali (proprio come Roosvelt nel 1941). Possibile che nessuno faccia loro notare l'incredibile discrepanza tra i proclami di Guerra al terrore e l'effettiva entità del sacrificio che hanno chiesto ai loro connazionali? Se la minaccia è così grave, se è paragonabile al nazismo, cosa trattiene il Comandante in capo da portare in Medio Oriente tutti gli uomini che servono, ripristinando se necessario la leva militare?

Vien fatto di pensar male. Forse la minaccia non è così grave. Oppure sì, è grave, ma fino a che punto Bush e Blair sono interessati a debellarla davvero? Il Terrore si combatte per sconfiggerlo, o non piuttosto per amministrarlo? Per me è una domanda retorica, da più di tre anni in qua. Ma voi siete liberi di rispondere come preferite.

16 commenti:

  1. è una domanda retorica, in effetti, però manca un passaggio:
    il terrore si contribuisce a crearlo, poi lo si combatte per amministrarlo, che un nemico alle porte vien sempre utile in casa.

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  2. essì, anche io ho trascritto un'interrogazione alla Camera sulle vere ragioni per cui saremmo in Iraq...

    ciao, finalmente ti leggo! Ha ragione Gaspar, scrivi proprio bene. Stavamo seduti al tavolo di fronte l'altro ieri.

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  3. Cessate d'uccidere i morti,
    Non gridate più, non gridate
    Se li volete ancora udire,
    Se sperate di non perire.

    Hanno l'impercettibile sussurro,
    Non fanno più rumore
    Del crescere dell'erba,
    Lieta dove non passa l'uomo.

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  4. Forse il numero di soldati dispiegati risponde ad esigenze precise di budget.
    Magari è poreferibile che qualche poveraccio salti in aria ogni tanto piuttosto che mandarne il quantitativo necessario a chiudere la guerra in fretta.

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  5. Un motivo per cui la Guerra al Terrore non finisce mai, è che gli angloamericani la combattono (almeno in Iraq) con un quarto del contingente necessario. Per tacere degli italiani e della loro collaborazione omeopatica (per pattugliare un pezzo di strada a Nassiriya tutti i cittadini italiani del mondo sono virtualmente esposti ad attacchi terroristici).

    Leo, la tua sembra un'analisi alla Arendt:

    "L'apocalittica partia a schacci fra le due superpotenze, cioò fra coloro che si muovono sul piano più elevato della nostra civiltà, si gioca secondo la regola per cui 'se uno dei due 'vince' è l afine per entrambi'. E' un gioco che non assomiglia a nessuno dei giochi di guerra che lo hanno preceduto. Il suo scopo "razionale" è la deterrenza, non la vittoria."

    Forse uno dei motivi per cui non è possibile "sconfiggere" il terrorismo si basa essenzialmente sul fatto che, finita la seconda guerra mondiale, si è affermata la tesi secondo cui soltanto il potenziamento militare e la relativa forza militare presunta è la migliore garanzia di pace. Con il pericolo poi, una volta saltata questa idea del "Io ho più armamenti di te, sono una potenza militare e tu non puoi attaccarmi, quindi si realizza la pace" ci si ritrova incapaci (dal punto di vista della diplomaziona politica etc etc) ad affrontare un sistema come quello terroristico che non ha "essenzialmente" una sua reale struttura militare.

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  6. Forse conviene leggere le osservazioni di Chomsky contenute in un articolo per znet:
    http://www.zmag.org/Italy/chomsky-guerralterrorismo.htm

    L'articolo è lunghetto, mi permetto di trascrivere qui sotto la parte più pertinente.

    Silvano


    ********
    [...]il terrorismo è senza dubbio un problema. Mitigare e por fine alla minaccia sarebbe un'alta priorità. Purtroppo non lo è. Tutto questo è troppo facile da dimostrare e sembra che le conseguenze siano serie.

    L'invasione dell'Iraq è forse l'esempio più chiaro della bassa priorità assegnata da USA e Gran Bretagna alla minaccia terroristica. I dirigenti di Washington erano stati avvisati, anche dalla loro stessa intelligence, del fatto che con molta probabilità l'invasione avrebbe aumentato il rischio terroristico. Il National Intelligence Council un anno fa ha riferito che “l'Iraq e altri possibili conflitti in futuro potrebbero essere offrire reclutamento, campi d'addestramento, nuove competenze tecniche e linguistiche a una nuova classe di terroristi di 'professione', per i quali la violenza politica diverrebbe un fine in sé”, in grado di estendersi ovunque per difendere le regioni islamiche dall'attacco di “invasori infedeli”, in una rete globalizzata di “gruppi terroristi islamici”, con l'Iraq , ora a seguito dell'invasione, in sostituzione dei campi d'addestramento afgani per questa rete più estesa. Un rapporto governativo ad alto livello sulla “guerra al terrorismo”, due anni dopo l'invasione, è incentrato su come affrontare la crescita di una nuova generazione di terroristi, addestrati in Iraq nel corso degli ultimi due anni. Alti funzionari di governo rivolgono sempre più la loro attenzione ad anticipare quella che vien chiamata “il riflusso” di centinaia o migliaia di jihadisti addestrati in Iraq nei loro paesi di provenienza, dappertutto in Medio Oriente e in Europa Occidentale. Un ex alto funzionario dell'amministrazione Bush ha detto: “E' un nuovo pezzo di una nuova equazione. Se non si sa chi sono in Iraq, come si farà a localizzarli ad Istanbul o a Londra?” (Washington Post)

    A maggio dello scorso anno la CIA ha riferito che, secondo quanto dichiarato da dirigenti USA al New York Times, “per i militanti islamici l'Iraq è diventato un polo d'attrazione magnetica, simile all'Afghanistan occupato dai sovietici vent'anni fa o la Bosnia negli anni 1990”. La CIA concludeva che l'“Iraq può dimostrarsi un campo d'addestramento di estremisti islamici ancor più efficace di quanto non lo sia stato l'Afghanistan all'epoca della nascita di Al Qaeda, perché funziona come un vero e proprio laboratorio mondiale per il terrorismo urbano”. Poco dopo gli attentati di Londra dello scorso Luglio, Chatam House ha pubblicato uno studio, che concludeva che “non c'è 'nessun dubbio' che l'invasione dell'Iraq ha 'dato slancio alla rete di Al-Qaeda' nella propaganda, nel reclutamento e nel finanziamento', fornendo al contempo un'area di addestramento ideali per i terroristi”; e che “il Regno Unito è a grave rischio perché è stretto alleato degli Stati Uniti e è 'a rimorchio' della politica americana” in Iraq e in Afghanistan. Ci sono ampie prove che dimostrano che – come ho detto sopra – l'invasione aumenta il rischio terroristico e la proliferazione nucleare. Naturalmente, ciò non dimostra che i nostri strateghi preferiscano queste conseguenze. Piuttosto: non si preoccupano molto di questa priorità in confronto a priorità molto più alte che sono ignorate solamente da coloro, che preferiscono quella che gli studiosi di diritti umani talvolta chiamano “ignoranza intenzionale”.

    Lo ripeto ancora. E' facilissimo trovare un modo di ridurre la minaccia terrorista: basta smettere di comportarsi in modo tale da accrescere prevedibilmente la minaccia. Benché fossero stati previsti l'aumento della minaccia terroristica e la proliferazione, l'invasione li ha accresciuti in maniera imprevista. Si dice comunemente che dopo un'esauriente ricerca in Iraq non sia stata trovata nessun'arma di distruzione di massa. Questo, comunque, non è esatto. In Iraq ci sono stati depositi di armi di distruzione di massa: precisamente di quelle prodotte negli anni 1980, grazie all'aiuto fornito, fra gli altri, dagli USA e dalla Gran Bretagna. Questi siti sono stati messi in sicurezza dagli ispettori dell'ONU, che hanno disarmato le armi. Ma gli ispettori sono stati mandati via dagli invasori e i siti sono stati lasciati sguarniti. Tuttavia gli ispettori hanno continuato a portare avanti la loro missione attraverso le immagini satellitari. In più di 100 siti hanno scoperto un massiccio sofisticato saccheggio di queste installazioni, fra cui l'equipaggiamento per produrre propellente solido e liquido per missili, biotossine e altri materiali utilizzabili per armi chimiche e biologiche, e equipaggiamento di alta precisione utilizzabile per la fabbricazione di parti di bombe chimiche e nucleari e di missili. Un giornalista giordano ha appreso da funzionari di dogana, responsabili del confine giordano-irakeno, che dopo la vittoria delle forze di USA e Gran Bretagna su un camion su ogni otto, che entra in Giordania per destinazione sconosciuta, sono stati scoperti materiali radioattivi.

    Non ci sono parole per definire l'ironia della situazione. La giustificazione ufficiale per l'invasione di USA e Gran Bretagna era di prevenire l'uso di armi di distruzione di massa, che non esistevano. L'invasione ha fornito ai terroristi, messi in moto dagli USA e dai loro alleati, i mezzi per sviluppare armi di distruzione di massa: per la precisione, l'equipaggiamento, che avevano fornito a Saddam, infischiandosene degli orrendi crimini, che più tardi avrebbero invocato per stimolare il sostegno all'invasione. È come se l'Iran ora fabbricasse armi nucleare usando materiali fissili, forniti dagli USA all'Iran all'epoca dello scià, cosa che per altro potrebbe accadere davvero. Negli anni 1990 i programmi per recuperare e mettere in sicurezza tali materiali hanno avuto un notevole successo, ma come la guerra al terrorismo, anche questi programmi sono caduti vittima delle priorità dell'amministrazione Bush, dal momento che ha dedicato la sua energia e le sue risorse per invadere l'Iraq. [...]

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  7. "Qualche cifra. Su quanti sudditi ariani poteva contare il folle tiranno tedesco? Cinquanta milioni? L'Iran ne fa settanta."
    A parte che le cifre andrebbero contestualizzate (50mln nel '39 'pesavano' molto più di 70mln oggi, con una popolazione mondiale moltiplicata).
    A parte che le guerre - come si rese conto presto l'alleato inaffidabile (in realtà una palla al piede: spesso la Wehrmacht dovette intervenire a salvargli le chiappe, come quando s'inventò di spezzare le reni alla Grecia) - non si vincono solo coi milioni di baionette.
    La cifra è sballata. Il Reich nel '39 contava quasi 80mln di sudditi ariani: http://www.tacitus.nu/historical-atlas/population/germany.htm
    di cui una settantina nei confini del '37, più oltre 7mln di 'tedeschi etnici': http://en.wikipedia.org/wiki/World_War_II_casualties#endnote_Germany1
    Non ho capito bene se l'Austria (7mln di abitanti) vada contata o no, ma visto che parli di ariani presumo di sì.
    Ma soprattutto: si trattava della principale potenza industriale-militare del continente, cosa che non si può certo dire dell'Iran.

    A questo punto, usassi i metodi che usi tu quando vai a commentare in giro:
    http://www.rolliblog.net/archives/2006/04/28/compagni_torturati_anzi_no.html#65658
    pretenderei rettifiche e quant'altro.
    La Regola Uno, per me, è: non fare agli altri quello che non vuoi che facciano a te (che è una regola piuttosto cristiana, oltretutto).

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  8. scusa Griso, io non ho un blog, ma vado in giro leggendo e ogni tanto, commento.
    La tua polemica mi sembra scioccamente superflua. Senza entrare nel merito delle cifre mi pare ci sia una bella differenza tra una notizia falsa e una cifra errata che non cambia la sostanza di un discorso riflessivo. Ma forse ogni preoccupazione e' inutile, compresa la mia. Tanto, a leggere puesti blogs, siamo sempre i soliti 4 gatti. Ma se vuoi puoi smentirmi.

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  9. Scusa rigodot, ma io sono appunto entrato nel merito delle cifre: ma forse sono le cifre ad essere scioccamente superflue.
    (Sui quattro gatti non so, chiedi al titolare)

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  10. Ma io voglio che la gente mi corregga, Griso: e a volte correggo gli altri.

    Mi ero sbagliato sui cinquanta milioni e mo' correggo.

    Però dal sito che hai lincato, risulta che 79,8 milioni sono i tedeschi dopo l'anschluss. Quindi direi che i tedeschi di germania erano 70 - cui andrebbero detratti almeno gli ebrei di Germania, non so quanti milioni (tre, quattro, cinque, onestamente non lo so). Davvero, pensavo che i tedeschi fossero molti meno.

    (Tra l'altro la distinzione tra tedeschi e austriaci è questione di lana caprina; nei fatti molti austriaci erano più nazisti dei brandeburghesi).

    Il discorso sulla superiorità industriale-militare è interessante perché, secondo me, sia le guerre mondiali che quelle che sono venute dopo, hanno dimostrato che il numero vince contro la superiorità industriale-militare. I tedeschi avevano i tank, ma i sovietici avevano i milioni. E nel conflitto Iran-Iraq: gli iracheni avevano armamenti più avanzati (comprati dagli angloamericani, dagli italiani, ecc.), gli iraniani rispondevano con le ondate umane.

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  11. Eh?
    Leo, dai. Non leggono mica tutti i commenti fino all'undicesima generazione.
    Se in cima al thread c'è una notizia falsa, devi dirlo in cima al thread.
    (dove l'ho già letta, questa?)

    Comunque, si parlava di ariani a disposizione di Hitler, al momento dell'entrata in guerra. E la cifra è appunto quella.
    Gli ebrei tedeschi erano molti meno:
    "Despite the emigration of approximately 300,000 German Jews in the years following the Nazi assumption of power, almost 200,000 Jews were still in Germany at the start of World War II."
    http://www.ushmm.org/wlc/article.php?lang=en&ModuleId=10005469
    Di questi, l'80% venne sterminato (come da link già forniti). Efficienza molto simile in Olanda (pochi scampati, 106.000 ammazzati), per collaborazionismo inconsapevole - e in alcuni casi consapevole, purtroppo. E' in Polonia che ne hanno ammazzati 3mln. (Poi tu continui tranquillamente a frequentare e linkare gente che blatera di 'genocidio' dei palestinesi, ma d'altra parte uno le compagnie se le sceglie)

    La tecnologia in guerra conta eccome: i conquistadores erano una banda di predoni, ma avevano cavalli, acciaio e polvere da sparo; gli aztechi erano un impero - e piuttosto bellicoso - ma avevano le spade di ossidiana. Secondo te chi ha vinto?
    Quanto alla guerra Iran-Iraq sì, le ondate umane erano piuttosto seccanti, ma niente che non si potesse fermare con del buon vecchio gas.
    Infatti ora la preoccupazione non è mica che mandino i pasdaran a conquistare Bassora (dove dubito che persino Al Sadr li accoglierebbe a braccia aperte, a proposito di solidarietà inter-sciita), ma che si dotino appunto di armi nucleari.

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  12. non è che ho voglia di discutere, ma 200.000 mi sembrano piuttosto pochi.

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  13. E' che ho voglia di essere pedante coi pedanti, per cui:

    http://www.ushmm.org/wlc/article.php?lang=en&ModuleId=10005468

    "In January 1933 there were some 523,000 Jews in Germany, representing less than 1 percent of the country's total population. The Jewish population was predominantly urban and approximately one-third of German Jews lived in Berlin. The initial response to the Nazi takeover was a substantial wave of emigration (37,000-38,000), much of it to neighboring European countries (France, Belgium, the Netherlands, Denmark, Czechoslovakia, and Switzerland). Most of these refugees were later caught by the Nazis after their conquest of western Europe in May 1940.
    [...]
    The events of 1938 caused a dramatic increase in Jewish emigration. [...] Although finding a destination proved difficult, about 36,000 Jews left Germany and Austria in 1938 and 77,000 in 1939.
    [...]
    During 1938-1939, in an program known as the Kindertransport, the United Kingdom admitted 10,000 unaccompanied Jewish children on an emergency basis.
    [...]
    By September 1939, approximately 282,000 Jews had left Germany and 117,000 from annexed Austria. Of these, some 95,000 emigrated to the United States, 60,000 to Palestine".

    Ah, questi Parazzi invadenti. Ma tornando al punto:
    "At the end of 1939, about 202,000 Jews remained in Germany and 57,000 in annexed Austria, many of them elderly."

    Infine, i tuoi amici di Wikipedia:
    http://en.wikipedia.org/wiki/History_of_the_Jews_in_Germany
    "As many as half of the 500,000 Jews in Germany in 1933 fled before the Holocaust."

    Perché allora accanirsi se erano così pochi, erano lì da secoli, non rompevano il cazzo a nessuno (anzi, gente come Einstein in guerra poteva far maledettamente comodo) e maltrattandoli se ne stavano già andando? Eh, misteri della mente umana.

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  14. Ecco una cifra ufficiale:
    http://www.yale.edu/lawweb/avalon/anglo/angap03.htm#4
    "According to the census of June 1933 the Jewish population of Germany totaled 499,682. By September 1939 the emigration of something over 200,000, Persecution and natural population decline had reduced the number to around 215,000."
    Ci sarebbe semmai da meravigliarsi che, almeno dopo la Notte dei Cristalli, non se ne siano andati tutti. Il punto è che non tutti potevano: non avevano i mezzi, o parenti/amici già emigrati che potessero accoglierli, o Paesi che gli concedessero il visto.
    Alcuni invece rifiutavano ostinatamente la realtà che avevano sotto gli occhi. Ricordo i diari da Berlino di William Shirer, quando cercava disperatametne di convincere degli ebrei che conosceva ad andarsene, perché lo vedeva anche lui che buttava male. Mavalà, gli rispondevano, siamo nati qui, siamo tedeschi come loro, cosa vuoi che ci facciano? Ci molesteranno un po', ma alla fine si calmeranno e ci lasceranno in pace.

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  15. Che gli ebrei tedeschi fossero davvero pochi è una nozione così nota che le citazioni sono quasi inutili. Il massacro di massa fu quello degli ebrei polacchi.

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  16. L'incipit di questo post è:

    Piangere i propri morti è giustissimo; stupirsene, un po' meno. In Iraq muore molta gente, tutti i giorni...

    Ecco, è la stessa cosa che ho pensato io quando ho sentito dei morti di Nassyria...
    Perchè definire assassinato chi è caduto in guerra???
    Le parole sono importanti, come diceva il buon Nanni Moretti...
    Se poi ci aspettiamo di fare la guerra e dall'altro alto devono stare ben fermi per farsi centrare in fronte senza accennare alla benchè minima reazione...

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