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giovedì 14 giugno 2007

ciao Fournier, meglio tardi che mai

("Macelleria messicana" non è una frase a caso. Sono le parole dette da Ferruccio Parri, gran capo dei partigiani d'Italia, quando vide i milanesi che sparacchiavano ai cadaveri di Mussolini e dalla Petacci appesi a piazzale Loreto. Un episodio indegno e vile, che secondo Pertini aveva "disonorato" l'insurrezione poplare. Anche D'Alema, recentemente, ha espresso il suo rammarico).

Scampato alle Diaz

Stasera non avrei scritto niente, se non che prima di coricarmi, passando davanti allo specchio, ho visto la faccia di uno che ha scampato le Diaz per pura botta di culo.
Siccome un pensiero tira l'altro, mi sono anche domandato che faccia avrei. Un po' più sbattuta di certo: magari un dente in meno (qualcuno lasciò un dente sulle scale). Forse più calvo, chi lo sa, più rugoso e interessante. Io non voglio passare per un reduce – è ridicolo, Genova furono tre giorni – però capisco perfettamente la gente che va in guerra, la scampa e poi si sente in colpa per tutta la vita. È un senso di colpa strano, misto a una curiosa invidia, e alla voglia di contar balle ai ragazzini al bar.

Io alle Diaz in quel momento avrei voluto esserci. Nel senso che avevo una gran voglia di andarci, venti minuti prima che le Diaz passassero alla Storia. Suona buffo, ma era tutta una questione di blog. Volevo aggiornare il blog, che poi era un modo di avvertire una ventina di persone che l'avevano letto fino a poche ore prima che ero salvo e stavo bene. Era tutto puerile e terribilmente serio allo stesso tempo. Le scuole cablate erano due, una di fronte all'altra: la più grande aveva la Sala Stampa e i server, ma i computer giravano con un cacchio di sistema operativo alternativo che s'inchiodava continuamente. Nelle Diaz invece c'era il vecchio stramaledetto windows duemila. Io dunque, mentre stavo in fila per accedere al sospirato blogger, avevo una gran voglia di provare se lì di fianco c'era meno fila. La Diaz, fino a quel momento, la conoscevano in pochi, tra cui io; io che due sere prima mi ero coricato con le chiavi della Diaz in tasca, perché nel cosiddetto servizio d'ordine del Movimento dei Movimenti si faceva carriera rapidissimamente, bastava continuare a preoccuparsi mentre la gente andava a dormire.

Io dunque ero indeciso se restare lì o andare alle Diaz. Se ci fossi andato, forse oggi passerei i miei pomeriggi a fissare il muro o a guardare i manga, magari soffrirei la depressione e peserei 120 chili; oppure mi sarei liberato di ogni borghese inibizione, come quelli che scampano un disastro aereo e non hanno più paura di nulla, e lavorerei sulle impalcature dei grattacieli, chi lo sa. Se invece fossi rimasto lì in fila, di lì a cinque minuti i carabinieri mi avrebbero semplicemente convinto ad accucciarmi al muro con le mani alzate, mentre sequestravano i server con un sacco di immagini compromettenti (compromettenti per loro, visto che in tutti questi anni non risulta le abbiano usate per incriminare chicchessia). Ma non feci nulla di tutto questo, perché passò Glauco a dirmi che andavano a prendere una birra lì all'angolo e io dissi ma sì, chi se ne frega. Era tutto molto serio, e allo stesso tempo no.

Come Buzzati, quando la sera tornava a casa dal grande giornale e scriveva su un quadernetto il Deserto dei Tartari; come Fenoglio quando da bambino montava sui tetti e s'immaginava di sparare agli invasori, anch'io probabilmente nel mio piccolo pensavo che ci sarebbe stata una guerra prima o poi, almeno una Battaglia, e che solo la Battaglia mi avrebbe fatto uomo. La guerra però non arrivava mai e così ho provato ad arrangiarmi con Genova.
A Genova le cose erano estremamente serie, in effetti, e allo stesso tempo restare seri era spesso difficile: tutto rischiava di diventare puerile da un momento all'altro. La cosa di cui sono più fiero è il servizio d'ordine al concerto di Manu Chao, quelle quattro ore spese a sgolarsi per avvertire i ragazzini di non oltrepassare la linea rossa della corsia ambulanze, e per cortesia di non rompersi l'osso del collo sugli scogli. Mercoledì sera, prima di ritirarmi al campeggio, avevo lungamente cercato di mettere pace tra due skin francesi impasticcati che se le davano in piazzale Kennedy, e non avevano l'età di mio fratello. Poi mi ero scocciato: ero un adulto, non Madre Teresa.

In seguito ci furono le cariche di venerdì, e bamboccioni se n'erano visti molti, in uniforme e in tenuta da movimento. Noi stessi, soliti modenesi, ondeggiavamo da una piazza tematica all'altra, cercando di mantenere un distacco critico, ma anche annusando a pieni polmoni la voglia di mettersi nei guai, il profumo con cui la troia Guerra seduce tutti i ragazzini. Poi era corsa voce di un morto, anzi di due, di tre; dalla città salivano fili di fumo e tutto sembrava allo stesso tempo serio e patetico, e per quanto non fossimo allegri eravamo più che mai fieri di essere lì piuttosto che altrove. Sabato ci eravamo svegliati con la sensazione di essere più che mai nel giusto, e le cariche e la lunga anabasi per i quartieri della città scoscesa in fondo li avevamo vissuti con lo spirito giusto: che era lo spirito d'avventura. All'ora in cui Glauco mi invitò a bere una birra tutto sembrava finito, la tensione era scesa di molto; e l'ansia di aggiornare il blog (l'unico blog a Genova!) poteva sembrare una cosa puerile.

La birreria stava dietro l'angolo e faceva affari d'oro, perché era l'unica rimasta aperta in quel quadrante della città. C'incontrammo una ex compagna di classe di Glauco che si era trasferita in Belgio e faceva teatro e tornava in Italia solo per le rivoluzioni. Quella birra non l'ho mai bevuta – ma la storia credo di averla già raccontata, o no? Ma qui c'è un sacco di gente che forse non l'ha ancora sentita, e allora sedetevi ragazzuoli, che vi spiego. Ci fu un frastuono di sirene, e quando uscimmo a vedere, restammo molto stupiti che non fossero i soliti CC o PS o GdF o Forestali, ma una colonna di ambulanze e Croce Rosse. Magari le aveva chiamate proprio Fournier, che ringrazio. Ho sempre pensato che fossero state molto tempestive, come se i picchiatori delle Diaz le avessero chiamate ancora prima di irrompere.

Voi, com'è giusto, la storia la conoscete dalla A alla Z: il poliziotto che si graffia il giubbotto con un coltello e poi lancia l'allarme (hanno cercato di accoltellarmi), i carabinieri e i poliziotti che entrano, le ambulanze che arrivano, le barelle che escono, il questore il giorno dopo in conferenza stampa che mostra le prove della resistenza armata della Diaz: un piccone fregato al cantiere di fianco, le molotov che poi qualche poliziotto confessò di avere fabbricato, e che in seguito sono misteriosamente scomparse, un sacco di coltellini svizzeri e pacchetti di kleenex da non sottovalutare (se si pensa che la principale fobia dei ragazzini in uniforme da poliziotto erano i fantomatici "palloncini di sangue infetto"). A raccontarlo sembra una comica, col sangue finto e i pugni per finta che fanno saltare i denti per finta.

Quando però le vivi, certe situazioni, ti trovi come nel mezzo della battaglia: non hai la minima idea di quello che sta succedendo. Dopo esserci nascosti per un quarto d'ora dietro la saracinesca della birreria, alla fine cedemmo alla tentazione di andare a vedere cosa succedeva. Non si capiva nulla, e non c'era nessuno che ti raccontasse la stessa cosa. Siccome nessuno mi aveva spiegato che i server avevano preso il volo, io mi fiondai subito all'ufficio stampa per aggiornare il blog, che ora mi sembrava la cosa più adulta da fare; stavo inutilmente cliccando il tasto refresh quando sentii un boato d'umana indignazione che mi scaraventò di nuovo fuori, e mi fece arrampicare sulla cancellata di fronte alle Diaz. Cosa stava succedendo?
"Portano via un morto".

Il morto in realtà era una barella carica delle famose munizioni di cui sopra, ma coperte da un telo verde impermeabile, che faceva un effetto body bag orribile a vedersi. Rimasi appeso alla cancellata per un tempo che mi sembrò interminabile, fregandomi del blog e probabilmente inveendo e fischiando a poliziotti e infermieri, ben sapendo che non era la cosa più adulta da fare.

Più tardi sono entrato, come altri cento, e ho visto le cose che avevano già visto altri cento: ma le ho viste male, in fretta, sicché quando le rifanno vedere in tv (molto di rado) non le riconosco, oppure confondo ricordi televisivi e reali, e mi vergogno. La sensazione di trovarsi al centro delle cose, che ci aveva aiutato a drizzare le antenne per tre giorni, stava svanendo. Ricordo sempre quella porta dei bagni forata da un colpo secco di manganello: m'immagino sempre di trovarmi lì, di chiudermi in bagno, di sentire le botte di manganello e poi di vedere la mano del poliziotto che si sbuca dal foro, trova la maniglia e la apre. Ma non ero lì, per cui in fondo il mio è solo un film come un altro.

Genova mi ha fatto paura, bisogna dirlo: quando tornai a casa continuavo a sentire le sirene, di giorno, di notte, per una settimana. Poi mi è passata.
Genova mi ha dato la scossa, e per alcuni mesi mi ha spinto a fare cose serie; ma in mezzo alle cose serie continuavano a esserci molte storie buffe, ridicole e apparentemente inadeguate, che col tempo hanno preso il sopravvento. Ho concluso che la vita è così, seria e ridicola insieme, che il bambino egotico e curioso che mi porto dentro non deve per forza morire in seguito a una battaglia: può restarsene lì, a patto che non rompa troppo.
Adesso vivo in una città ancora più piccola, davvero una miniatura; continuo ad aggiornare il blog per un motivo o per un altro e non racconto balle da reduce ai ragazzini, perché un reduce non sono.
I ragazzini poi sono terribili, perché ogni anno ne arrivano di nuovi, e non c'è cura migliore alle nostalgie sciocche di una nuova infornata di allegri ignoranti. Questi che stamattina han fatto l'esame sono del Novantatré, cosa vuoi che gli freghi di un tafferuglio che scoppiò a 9 anni? Quello che gli fa drizzare le antenne sono gli argentini torturati sotto lo stadio e lanciati dagli aeroplani senza paracadute. Il desaparecido volante è un enigma che coinvolge Storia, Geografia e Scienze: da che altezza venivano lanciati? Che velocità raggiungevano durante la caduta? Cadevano in moto uniforme o con un'accelerazione costante? Morivano asfissiati, inceneriti come le meteore, o annegavano? Questi sono misteri intriganti per un ragazzino.

Io non vorrei dover aggiungere misteri alla Storia del dopoguerra, che già ne sovrabbonda. Crescendo i miei ragazzini dovranno prendere appunti sull'Italicus, sulla Stazione di Bologna, su Ustica, Piazza Fontana... io vorrei che almeno si risparmiassero le Diaz. In fondo sono un mistero minore, che con un piccolo sforzo da parte dei carabinieri e dei poliziotti onesti si potrebbe archiviare in breve. Non era mica la guerra, anche se "Diaz" ha sempre avuto un suono sinistro (i giornalisti non avrebbero potuto inventarsi di meglio). Si disse subito che era l'Argentina, il Cile. No: erano le Diaz, nemmeno una scuola vera, una piccola palestra in cui le forze dell'ordine dello Stato repubblicano persero del tutto l'autocontrollo, e ancora aspettiamo che ci spieghino il perché.
Dovrebbero farlo. Sarebbe un bene per loro, per il Senso dello Stato dei nostri ragazzini, e anche per me. Personalmente non ho voglia di rivedermi tra cinque o dieci anni in un documentario sgranato, mentre mi appendo all'inferriata come un deficiente. Non vorrei perdere tempo a spiegare a mio figlio perché ero lì. Ero lì perché in quel momento non avrei sopportato di essere altrove: fine.

19 commenti:

  1. Io invece penso che chi ha vissuto Genova deve continuare a raccontare, perchè è comunque una pagina di storia di questo paese, quei tre giorni fanno da spartiacque, dividono due generazioni, che li ha vissuto, anche indirettamente e chi invece non può che apprendere dopo. Io non ero a GEnova, però mi ricordo la tensione che avevo per i miei amici e compagni che c'erano, il reperira notizie anche se ero in un bosco della Finlandia. Genova ancora rimane una pagina scura di questa repubblica come può essere, l'Italicus, Piazza Fontana e 100 altre storie ancora oscure d'Italia.

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  2. Lo spartiacque tra le generazioni mi crea qualche difficoltà, anche perché non riesco a capire a quale delle due generazioni appartengo e quale sia la nostra missione.

    Mi sembra una valutazione eccessiva, se non altro perché molta gente in quei giorni stava al mare o davanti alla tv, senza preoccuparsi più di tanto. Alcuni facevano il casting per il primo Grande Fratello: io lo spartiacque lo farei passare di là (ah, oppure dall'11 settembre seguente).

    In un certo senso però anche il mio pezzo accennava a uno spartiacque: prima eravamo giovani e buffi, poi adulti e seri. Ma anche in questo senso, si è trattato di uno spartiacque molto lieve, in un paesaggio piuttosto piatto. Come la pianura russa, dove puoi passare tra il bacino del Volga a quello del Don e manco te ne accorgi.

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  3. Bello come sempre. E grazie per la spiegazione della citazione.

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  4. un cattivo supplente
    ma un bon testimone
    (è forse questo, il senso di tutto? Essere testimoni?)

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  5. "Prima eravamo giovani e buffi, poi adulti e seri."

    Questo, dunque, serve per passare d'età ? Che schifo...
    E va bene, quel che non mi avvelena mi rende più forte, eppure posso pure crescere forte un poco alla volta senza eventi che, magari, mi catapultano di colpo nell'età adulta ma che comportano traumi di cui non posso quantificare l'entità...

    No, io credo che che quei giovani, e tutti gli altri che hanno 'visto' Genova, e non solo guardato bovinamente, fossero già adulti abbastanza: quel che è successo non ha accresciuto la loro parte più matura, semplicemente ha ucciso o mutilato quella più innocente.

    Ed ora questo Fournier arriva e parla di macelleria e questo dovrebbe fargli in qualche modo onore o ristabilire un qualche equilibrio ?
    Cosa cambia questo relativamente alla comune e diffusa convinzione nel nesso tra manifestare e venire pestati a sangue ?

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  6. Io tra diaz e battisti ho passato i primi tre giorni della settimana, per poi andare a metter su il campo al Carlini.
    Abbastanza per caso non ero li' alla Battisti. Ne ho parlato in questo post.
    Non so se sia stato un passaggio di maturazione. Per me la vita ha preso tutt'altro verso, e non ho piu' avuto la testa di mettermi in gioco in opere collettive di quel tipo.
    Penso pero' che il massacro ci abbia dato una memoria collettiva, di cui parlare e di cui essere parte. E' l'unico evento cui abbia preso parte che ancora va sulle pagine dei giornali "seri", che e' oltre il nostro solito acquario di pesci rossi. E siamo noi ad averlo fatto. Un evento mitopoietico, forse, nella rabbia e nel dolore, al di là delle singole sensazioni che ci portiamo dietro.

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  7. Sapu, l'onore di Fournier non m'interessa: mi fa invece piacere che abbia deciso di parlare, anche se tardi, e spero che il suo esempio sia seguito da molti colleghi suoi, così che l'Italia abbia almeno un mistero in meno.

    Il mistero non è tanto quel che è avvenuto alle Diaz, che più o meno sappiamo, ma perché è avvenuto: chi ha dato l'ordine, qual era il senso.

    Senza parlare dell'effetto catena: Fournier potrebbe essere un esempio per quelli che continuano a tacere su Bolzaneto, e per Placanica, o per chi impedisce a Placanica di spiegarsi chiaramente.

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  8. D'effetto ed eloquente, specie detta da un poliziotto, la frase di Fournier, di cui non conoscevo l'origine, e grazie a Leonardo per avercela spiegata. Buon segno dovrebbe essere che finalmente Fournier abbia deciso di raccontare quel che ha visto. Speriamo pure nell'effetto catena, ma soprattutto che non abbia fatto un errore di valutazione sulle possibilità - e le intenzioni -, oggi, di arrivare a una maggior chiarezza sulle violenze del G8. Che non resti una persona alla fin fine più altruista, onesta e coraggiosa di altre e perciò ancora una volta più abbandonata e sola.
    Mi piace l'antiretorica leonardesca, quindi capisco il suo understatement nel parlare di spartiacque. Personalmente in quei giorni ero inchiodata al mio computer di precaria parasubordinata spalando dati un tanto all'ora. E contemporaneamente (era un ufficio pubblico) adocchiando internet e sentendo i notiziari alla radio di uno dei pubblici dipendenti lì vicino, che entrava e usciva, col cuore in gola. A casa trovavo, nei primi giorni, insofferenza: la solita esagerata e pure "movimentista". (Gli stessi un giorno mi avrebbero segnalato il sito in cui si ricostruiva la presenza a Genova di un gruppo di militari a suo tempo attivo in Somalia con l'UNOSOM...).
    Finii col fare propaganda in ufficio per la manifestazione spontanea dopo la Diaz (a Roma). Da questo osservatorio molto parziale mi son fatta l'idea banale che sia stato un momento di "massa" e di aggressione più grande e più partecipato di quanto non fosse successo da molti anni in Italia, e perdipiù su parole d'ordine molto facili da capire e condividere. In fondo le manifestazioni di quella ampiezza, da noi, erano pacifiche ormai da decenni. Da lì forse per qualcuno la sensazione di spartiacque, confine molto lasciato alla sensibilità individuale, tutto sommato. Sensazione nata dal confronto con la brutalità e la violenza diretta in un contesto in cui pochi se lo aspettavano a quel livello. Oltre alla città svuotata degli abitanti, riempita dai manifestanti, le cariche, gli spari, i pestaggi mi ha sempre colpito l'attacco voluto e simbolico a tutte le figure di garanzia, in genere risparmiate: medici, infermieri, giornalisti, avvocati, riconoscibili e ugualmente pestati. Un messaggio governativo agghiacciante. "Siamo venuti a fischiare la fine della ricreazione" aveva detto il ministro Fini subito dopo le elezioni, ve lo ricordate?
    Apprezzo molto che Leonardo si sia deciso a scrivere questo post: a parte la mia soggettiva predilezione per il genere dei Mémoires, credo che ricomporre anche a piccole tessere le storie, le testimonianze, i movimenti dei pedoni che fanno la folla della battaglia, o quella della lunga durata, sia sempre importante per la consapevolezza, per la conoscenza, per la riflessione o anche per la sana voyeuristica curiosità di tutti. Anche di quelli nati nel '93, siamo ottimisti.
    La dama del lago

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  9. Dama: non dimentichiamo quante botte son volate a Napoli pochi mesi prima, sotto il governo di centrosx.

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  10. Io non credo sia un problema legato al tipo di governo in carica, non capisco proprio in realtà il perché di tali avvenimenti. Si possono fare solo congetture, lo Stato Italiano è sempre stato attraversato da tali eventi e sicuramente ne accadranno altri di simili.
    Mi fa comunque piacere aver capito l'utilizzo della frase "macelleria messicana". Grazie.
    Il mio blog sul cinema e viaggi: sei invitato!

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  11. A me piacerebbe capire come fa ad agitare ancora in giro il suo faccione gente come Fini e Gasparri che mentre manganellavano una ragazza fino a farle schizzare la materia grigia sulle pareti, si battevano il petto ringraziando le forze dell'ordine e proteggendole dagli insulti dei "masnadieri"...

    ... fini, gasparri, d'alema che vuole sognare, fassino che ha una banca, geronzi che si salva il popo', ratzinger che pontifica a suon di strafalcioni storici... ma fosse che t'arifosse una generazione di potere ma anche di idioti?

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  12. ciao leonardo!
    scusa se posto un commento non proprio attinente...
    ma siccome ti seguo da un po' e il tuo blog mi piace proprio, mi sono permesso di linkarti sulla mia home....

    aspetto con piacere tue visite!

    ancora complimenti!

    GG



    htto://anggeldust.blogspot.com

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  13. a me la diaz e genova la vita l'hanno cambiata, come solo altre tre o quattro cose hanno fatto nella vita.
    non ero a genova, ma ero a milano. impotente e distante. incazzata, allibita, stremata.
    in quei momenti vivevo i frammenti raccontati e telefonavo ai genitori dei ragazzi per dire "non si preoccupi suo figlio sta bene". a noi arrivavano solo "buone notizie".
    ancora oggi la mamma di o. quando mi vede (sempre più raramente) mi ringrazia.
    poi ho fatto memoria, che in modo più o meno continuo porto avanti (il Signor Ricambi qua sopra ha una maglietta bellissima in proposito che dice che la memoria è un ingranaggio collettivo).
    chi in un verso chi in un altro siano stati tutti cambiati da genova. e chi non lo è stato, beh... fortuna sua. o ignoranza, sua.

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  14. quel che mi piace del post è l'onestà intellettuale. ricostruire quei momenti (in parte collettivi e in parte privati) senza retorica è un abella cosa, onesta.
    restre impressionati per le botte gratuite ai poveracci della diaz (ma anche di bolzaneto) mi ha impressionato al periodo. e m'impressiona ancora. ma io sono facilmente impressionabile e oltre alla faccia come il culo dei tizi che ringraziavano la polizia per il grande lavoro svolto m'impressionano anche i 10.100.1000 nassiriya o le manifestazioni di solidarietà alla lioce e le ingiurie a biagi o d'antona. a me fa sempre un brutto effetto una testa spiaccicata con la pozza di sangue che si pande sotto... e penso che una minoranza di stronzi ha cercato quel risultato: e tra questi stronzi c'erano i vertici della polizia e del governo e un po' di black bloc (qualunque cosa voglia dire). e far avverare i sogni (per quanto meschini) di berlusconi lo trovo disonesto e scemo.
    dar modo alla polizia di fare lo sporco lavoro che s'erano prefissi mi pare disonesto, e criminale. anche se dovesse servire ad avvicinare il sorgere del sol dell'avvenire

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  15. Leonardo, non discutevo il piacere, per quanto effimero, del veder riconosciuta la verità nelle ammissioni di colpa dei responsabili.
    Semplicemente mi chiedevo a cosa serve, considerato che, dopo fournier, ancora ci son politici che difendono le forze dell'ordine in una maniera che sembrava essere una difesa del loro operato a genova;
    considerato che un fournier non cambia l'opinione diffusa che quelli che erano a genova 'se le sono cercate', e non credo che un ipotetico (chimera!) effetto catena possa mutare tale opinione.

    Siamo ancora il paese delle esecuzioni in piazza con schiaffo al bambino chè impari...

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  16. Ho letto e ho apprezzato. Grazie. Non mi capita spesso, ultimamente, anzi non m'è quasi mai capitato di leggere cose su Genova e apprezzare.
    [Ste]

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  17. che in italia di misteri svelati non ce ne sono mi sembra, si raccontano mezze cose si creano mezze soddisfazioni e si procede fino ad un certo punto e non oltre, per questo tu racconta.
    patty

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  18. Senti Leo
    sono anni che non passavo a te, poi, coincidenze della vita, ieri sera vedo Lastoriasiamonoi di Minoli sul G8 a Genova ( e passo la notte a ripensare a certe cose).
    Poi stamattina mi metto al lavoro sui soliti siti e blog di marketing. Non so come nè perchè ma ricapito, con saltelli in apparenza casuali tra un link e l'altro, fino al tuo post.

    Io sono un non reduce come te, ma del 77, quando hanno ammazzato Francesco Lorusso Bologna, mentre succedeva io ero a comprare dischi scontati da Nannucci (così, come tu bevevi la tua birra).
    Dopo ho sentito e vissuto tutto il resto, come lo hai descritto tu.

    Mi ha fatto piacere leggere quello che hai scritto, uno dei ragazzini che riercherà misteri intriganti adesso ce l'ho in casa: mio figlio di 13 anni.
    Quando capirà gli farò leggere il tuo post e gi dirò: "ecco, è uguale anche per me, solo 15 anni prima".

    Sono sempre stato un gran pigrone, oltre che uno dei tuoi primi estimatori, le due cose portano evident vantaggi. Grazie.

    Ciao a stammi bene,
    Pampurio

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