venerdì 12 dicembre 2008

Ma cos'è la destra, cos'è la sinistra

Choupon, c'était moi

Ma sarà mai stato veramente di destra, Gérard Lauzier?
La domanda, appena messa nero su bianco, rivela la sua profonda stupidità. La destra e la sinistra sono concetti arbitrari, che ci dovrebbero servire a orientarci nella realtà; quando diventano più importanti della realtà che descrivono, è meglio buttarli via. Quindi: chi se ne frega se era di destra, Gérard Lauzier? Era bravo. Di solito il discorso finisce qui.
Io però ci credo fino a un certo punto. Per me l'ideologia non è una cosa che si possa mettere tra parentesi. L'abbiamo tutti, esattamente come il fegato e i polmoni. È il nostro modo di vedere il mondo. Per questo io, con tutta la mia più buona volontà, e coi dieci anni di vita che ho dedicato a studiare autori fascisti, mi dichiaro assolutamente incapace di apprezzare davvero una qualsiasi “cultura di destra”. Non perché essa non possa esistere – anzi esiste, e magari m'interessa e la studio, ma non posso apprezzarla, per formazione e per scelta. Invece Lauzier mi è proprio piaciuto tanto.

Alla base di tutto c'è un equivoco. Dalla seconda metà degli anni Settanta Lauzier si è creato la sua aura destrorsa prendendosi gioco dei tic dei sessantottini francesi che avevano messo su la pancia, famiglia e conto in banca – tutto un nuovo conformismo che oggi potrà sembrare banale, ma lui c'è arrivato per primo. Se è per questo però Lauzier era perfido anche con gollisti e chiracchiani: i suoi ex legionari vanno dallo psicanalista lacaniano e scoppiano in lacrime: sul serio possiamo definirlo di destra perché umiliava les bobos? Con lo stesso criterio potremmo considerare di destra anche il primo Moretti, per citare un autore che aveva (molto parzialmente) in comune gli stessi obiettivi: e notate che per trovarne uno vagamente simile dobbiamo aspettare la generazione successiva.

Comunque fin qui è davvero solo un equivoco. Un conformismo è un conformismo; se nasce a sinistra, significa che quella sinistra è una falsa sinistra, e criticarla è un vero atteggiamento di sinistra. Quindi i bobos sono di destra e Lauzier è di sinistra, voilà. Che bel gioco delle tre carte che ho fatto. Eppure sono convinto che, sforzandomi un po', riuscirei a scrivere qualcosa di più intelligente.
Intervistato, liquidava l'argomento definendo la sinistra il suo “Amour déçu”. Sì, lo sappiamo, siamo stati tutti rivoluzionari a vent'anni, ecc. ecc. Ma riflettendoci bene, Lauzier è davvero un autore di destra. Di una destra scettica, arida, in fondo disperata, che è l'approdo degli ex ottimisti che esplorando il mondo lo hanno scoperto tanto simile alla jungla primordiale. Quella destra che più che un'ideologia è una rassegnazione, alla quale approdiamo tutti, insomma: resta solo da stabilire quando e come (io mi do ancora quattro, cinque anni massimo).
Lauzier era di quella destra che non crede al progresso perché il progresso non è credibile, e sapeva vedere sotto i nostri abiti firmati o trasandati lo scimmione (o il cagnolotto, come nel caso di Choupon), il maschio-alfa e il perdente nato. E chi nasce imbecille, è sottointeso, potrà avere tutte le prese di coscienza che vuole (memorabili quelle del Portrait d'artiste e della Corsa del topo), ma morirà imbecille. Ma non mi convince nemmeno questo.


Mi chiedo cosa ne avrebbe pensato Lukács - Ehi, questa che è una domanda stupida. Adesso prendo la macchina del tempo e vado a trovare l'anziano ex ministro che dopo l'invasione sovietica e l'autocritica si è buttato sui romanzoni dell'Ottocento. Ciao, György, come va? ti ho portato dei fumetti.
“Non è roba da bambini?”

“Tutt'altro! Può sembrarti un disegnatore di pupazzetti, ma è un grandissimo artista. Guarda le facce, guarda quante espressioni. Con tre tratti di china riusciva a rendere centinaia di espressioni, mantenendo uno stile chiaro ed elementare. Trovo tutto questo molto progressista e democratico”.
“Mbah. Però devo dire che questo disegnatore di pupazzetti riesce a penetrare le leggi che governano la Realtà e scoprire le relazioni profonde, nascoste, mediate e non immediatamente percepibili che costituiscono la società”.
“György, per favore, io faccio le medie... dimmi soltando: destra o sinistra”.
“È così importante?”
“Certo che è importante, tu sei György Lukács, se tu dici che è di sinistra per me è di sinistra, fine questione”.
“Sta rischiando qualcosa nel tuo futuro? Stalin lo ha mandato al confino?”
“No. Invecchiando si è dato al cinema, storielle a lieto fine per benpensanti”.
“Ah, peccato”.
“Era come se volesse lasciare ai bambini qualcosa di dolce, dopo tanto acido".
“Comprensibile, ma è un peccato lo stesso. Aveva qualcosa di balzacchiano, mi sembra”.
“Vero? È per questo che sono venuto da te”.
“Ma lo leggono ancora Balzac, nel futuro?”
“C'è poco tempo. Leggiamo i fumetti”.
“Mbah”.

17 commenti:

  1. E' il primo post di tutto il tuo blog che non mi piace.

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  2. Collaborazione fra siti


    Mi chiamo andrea e gestisco il sito
    http://www.ideeaconfronto.altervista.org

    Apprezzo il vostro sito e mi piacerebbe
    fare uno scambio link con il mio.

    Se siete d'accordo, e se lo gradite,
    fatemi sapere. La mia mail è:
    ideeaconfronto@gmail.com

    Saluti e buon lavoro

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  3. Cultore di fumetti e di Gaber. Se io fossi gayo, ti sposerei.

    Io Lauzier non lo conosco, ma la tua descrizione me lo fa sembrare quasi un Jacovitti francese -- un autore fondamenalmente anarcoide, piuttosto che destrorso. Molti grandi maestri del periodo sembrano sulla stessa onda ("Magnus" Raviola e "Bunker" Secchi, per fare due nomi) e anche i successivi "schierati", come Pazienza, in realta' spesso finivano per scazzarsi di brutto con la sinistra politica.

    Sara' che il mondo dei fumettari, nella sua poverta' di arte semplice, popolare e fuori dagli schemi, non ha bisogno di vendersi o adattarsi alle categorie del mainstream...

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  4. Lauzier se lo meritava un post come questo suo, ragionato. Grazie

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  5. Commentino rapido solo per ricordare che tra i primi traduttori di Lauzier - che ovviamente compariva su Linus, a conferma dell'immensa grandezza di quella pazza operazione editoriale, tanto militante quanto fuori dagli schemi della militanza quando si trattava di pubblicare un buon fumetto - c'era il mai troppo compianto Enzo G. Baldoni, che Manitù lo abbia in gloria.

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  6. "Lauzier è davvero un autore di destra. Di una destra scettica, arida, in fondo disperata, che è l'approdo degli ex ottimisti che esplorando il mondo lo hanno scoperto tanto simile alla jungla primordiale."

    Non conosco questo fumetto, ma le tue parole mi richiamano Denys Arcand (ho visto ieri sera, in ritardo come sempre, "L'età barbarica", che mi sembra il degno approdo del discorso iniziato con "Il declino dell'impero americano"). Che mi richiama Houellebecq (quello più nichilista, non quello che vagheggia paradisi sessuali in forma di isola). Che mi richiama, ovviamente, Céline (l'autore di destra per eccellenza del XX secolo, il quale definiva il suo Voyage "comunistoide"). Siamo abituati a pensare alla destra come alla conservazione, al trittico "Dio-patria-famiglia", al bellicismo belluino e, semmai, al cinismo dei neo-con. Ma c'è anche una destra disperata. Per me, non è colpa dell'artista se la sua disperazione porta direttamente ai fascismi. L'unica colpa dell'artista è quella di cui si macchia quando è disonesto.

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  7. Ecco, per darti qualche coordinata in più: Lauzier è Arcand con molto più acido, oppure un Houellebecq senza derive fantasociali, e in più che fa ridere.

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  8. Mi sorprendi, Leonardo. Della morte di Lauzier ho saputo l'altroieri da mio padre (l'aveva scoperto leggendo questo blog), e pensavo che mi sarei trovato a parlarne solo al bar con lui, ed eventualmente in qualche altro bar a indottrinare a forza qualche amico a suon di Linus anni Settanta/Ottanta, col supplemento di qualche Pilot tirato fuori da chissà dove.
    L'ho riscoperto di recente, perché mi sembrava una base grafica eccellente per una striscia che stavo allora cominciando a disegnare. Così mi son messo a risfogliare quel buon vecchio zio fascista: tutto sommato lo spillone dell'entomologia ortodossa l'aveva piazzato in quella pagina dell'album di famiglia, giusto un po' a sinistra. Non era fascista. L'etichetta, ridicola, non fa che rivelare un serio problema nel sistema di catalogazione, probabilmente nella stessa idea della catalogazione politica. Voglio dire, se un individualista molto intelligente e un po' irrancidito dalla vita come Lauzier è fascista, Pratt possiamo piazzarlo direttamente nella Thule-Gesellschaft. Il paragone che mi veniva già allora automatico, piuttosto, era con Gaber; Lauzier era altrettanto talentuoso, e a mio personalissimo avviso più intelligente e meno seduto nell'anti-antiantagonismo. Paragoni peregrini a parte, un narratore come lui è uno dei possibili antidoti all'asfissia suicida della retorica equosolidale. Proporrei a supporto, per non farci mancare nulla, massicce dosi dei Frustrati della Bretecher, che di Lauzier è la sorellina un po' a sinistra (ah, lo zucchero di canna definito "azucar de izquierda", parlando — tra intellettuali di sinistra, naturalmente — delle vacanze, che in Spagna non si può andare, che c'è Franco, sarebbe sostenerlo. Vuoi dello zucchero nel tè?).
    Vogliamo parlare dello stile grafico di Lauzier? Era un grandissimo disegnatore, direi uno dei più grandi talenti naturali del fumetto novecentesco. L'uso che faceva del colore e delle inquadrature dinamiche in un fumetto in sostanza di parole (mettiamo da parte Lili Fatale) meriterebbero un discorso a sé. La costruzione mossa delle tavole era il supporto perfetto per i parossismi espressivi a cui portava i suoi personaggi, attraverso un magnifico meccanismo di combustione lenta: nessuno ha mai reso come Lauzier la perdita di controllo — in particolare maschile — e il tentativo di trattenerla al di qua dell'esplosione isterica (che di solito si verificava), o ancora il barlume di vanissima speranza, spesso riacceso da una donna, negli occhi di un borghese che ha appena sbracato completamente mostrando la disfatta personale e della propria classe ("classe" con tutte le virgolette del caso, dato che parliamo di un contesto dai Settanta in poi). Una delle tipiche configurazioni di questi moti interiori era "sopracciglia abbassate a forza sopra occhi a pallina da ping-pong [mod. Franco Franchi, per intenderci] disperanzosi, in associazione/contraddizione con sorriso preisterico a denti frontali in fuori, il tutto in contesto di tratto aggrovigliato come fil di ferro in tensione". La battuta a corredo della maschera poteva essere facilmente un disarmatissimo e poco credibile: "Amore!".
    Va be', aldilà di sbilanciati e molto personali tentativi di descrizione, mi stupisce che nessuno parli mai del debito nei suoi confronti del nostro Pazienza, sia per quanto riguarda il vocabolario mimico che, in misura minore, per le situazioni narrative, soprattutto in fatto di stati di alterazione umorale (che Paz usava a man bassa).
    Le donne di Lauzier erano meravigliose — o, episodicamente, assolutamente mostruose — secondo una convenzione non nuova, galante e sottilmente razzista, ma narrativamente fantastica per i contrasti che creava. Di razzismo il nostro era pregno, ma ne siamo pregni anche noi, anche se compriamo tonnellate di azucar de isquierda grezzo per addolcirci la coscienza. E soprattutto non era il razzismo fobico di chi ha vissuto una vita chiusa in casa: leggere, a supporto, la sua biografia, piuttosto avventurosa.
    Lauzier era bravissimo. La sua analisi, sia Nostra che Loro, era puntuale, stronzissima e molto ulcerante, con qualche episodico tracollo di stile che non scalfisce più di tanto la qualità eccelsa dell'insieme. Volendolo ridurre a una singola impronta, per me resterà il più grande disegnatore di quella tensione muscolare necessaria al mantenimento delle maschere sociali, prima della scoperta delle applicazioni estetiche del botulino.
    Sono un antico lettore di Linus e un vecchio collaboratore di Diario, quindi il discorso Baldoni aprirebbe un altro capitoletto. La sua traduzione del meraviglioso "La Tête dans le sac", scritta dalla posizione privilegiata di un pubblicitario di professione, è un fantastico esempio di adattamento informato dei fatti. L'ha pubblicata Linus dal marzo 1980. Trovàtela.

    Qui Lauzier in una foto direi anni Settanta (da sostituto.blogspot). La Jean Seberg accanto a lui è la Bretecher. Sì, quella dei nasoni.

    Prima Brecht, poi l'antiveltronismo e ora Lauzier. Con cos'altro mi sorprenderai, caro Leonardo?
    In che rapporto sei coi fratelli Marx?

    Felix

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  9. "coi dieci anni di vita che ho dedicato a studiare autori fascisti, mi dichiaro assolutamente incapace di apprezzare davvero una qualsiasi “cultura di destra”."

    E' troppo semplice ridurre la destra al fascismo. Come ridurre la sinistra a Pol Pot.

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  10. Non sapevo che Baldoni avesse tradotto "La testa nel sacco", un fumetto che rileggo spesso senza che mi venga mai a noia e che da oggi apprezzero' ancor piu', se possibile. Quindi grazie a suzukimaruti e a Felix.
    Bel post.

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  11. da noi lo stila bondi l'elenco dei libri di studio..ce l'hai detto?

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  12. Insomma su Linus si traduceva da schifo solo i (peraltro ottimi) fumetti americani?

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  13. Lili Fatale io l'ho amata teneramente.
    Era un grande, Gerard Lauzier, e punto.
    Di destra, si.
    E allora?

    tic

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  14. Azzardo: e se Lauzier - comunque un grande - si fosse posto solo come chroniqueur della società in cui viveva, guardandola però con l'occhio cinico e stoico di chi sa che la vita è assurda e il cedimento alle proprie debolezze l'unico obiettivo possibile nella vita?

    Non ricorda Boris Vian? Lo butto lì ...

    Grazie comunque a tutti di aver ricordato Gérard

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  15. Sto rileggendo tutto il Lauzier pubblicato in Italia, ho cercato con Google e non c'è quasi niente di buono.
    A parte questo post.
    Rudi

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  16. Lauzier era una dei più grandi sociologi europei. Invece di scrivere pesanti trattati ei 400 pagine, metteva a nudo cinicamente, o meglio come un entomologo guarda i prorpi insetti nei loro habitat, le nostre piccole vite, le aspirazioni, i sogni irrealizzabili e le bassezze quotidiane. Che peccato che non possa più regalarci altri capolavori.

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