giovedì 26 novembre 2009

Qualcuno che può capirla

Il ministro è occupato

“Pronto Telefono Rosa, Sono Lucia. In cosa posso aiutarla?”
“Ecco, io volevo sapere... questo è il numero per le donne vittime di violenza, vero?”
“Certo. Ha un caso da segnalarci?”
“Ecco, io... non so esattamente se...”
“Non si preoccupi. Ci racconti. Non deve per forza dirci chi è. La chiamata è anonima”.
“Ma forse è meglio se chiamo un'altra volta, adesso starei al lavoro e...”
“Va bene, ma posso dirle una cosa? Una cosa soltanto”.
“Sì”.
“Ci sono donne, come lei, che dicono così, e poi non richiamano più”.
“No, no, io poi vi richiamo”.
“Se mentre era al lavoro ha sentito l'impulso di chiamarci, è chiaro che in quel momento sentiva di avere davvero bisogno di aiuto”.
“No, ma io non chiamo per me, chiamo per... per una mia amica che... lei non ha il coraggio e allora io...”
“Va bene, va bene. Nel momento in cui ha fatto il numero, lei si sentiva veramente in pena per questa sua amica”.
“Sì, è così”.
“E ha avuto il coraggio di chiamarci”.
“Sì”.
“E ha fatto benissimo! Ma chissà quando le tornerà il coraggio. Magari tra un'ora, magari domani. Magari tra una settimana”.
“Ecco, io...”
“...e intanto la sua amica sta male, e magari è in una situazione a rischio. Perché non comincia a parlarcene adesso?”
“Ma vede, non è proprio una situazione a rischio, voglio dire, non è che la picchiano questa mia amica, non c'è nessuno che le alza le mani, però...”
“Però la fanno soffrire”.
“Sì... tantissimo. Però non lo può dire, perché...”
“A noi lo può dire”.
“Sì, ma è come se non esistessero parole per questa cosa che fanno... oppure magari forse esistono, ma io non le so... lei non le sa...”
“Provi a spiegare a me. Magari le conosco io le parole. In fondo è il mio mestiere”.
“Ma non è una cosa... normale. Voglio dire che non è una cosa che succede a tante donne. Forse non è mai successa prima, non lo so”.
“Eh, signora, lei non ha idea... a proposito, posso chiederle come si chiama? Solo il nome, non voglio il cognome”.
“Mi chiamo M... Maria”.
“Maria, la posso chiamare così? Non si preoccupi, Maria. Io ascolto le storie più strane, tutti i giorni”.
“No, ma strana come la mia... voglio dire, come la mia amica... insomma, lei... a un certo punto cercava un lavoro”.
“Sì”.
“Era... è una donna molto bella, ma... voleva anche essere apprezzata per il cervello, mi sembra giusto, no? E allora ha lasciato un lavoro che aveva, di... nel ramo immagine, ecco, e ha provato a fare... no, non posso dirlo”.
“Allora non me lo dica, Maria. A un certo punto ha cambiato lavoro”.
“Sì”.
“Un lavoro di tipo intellettuale”.
“Una specie, sì”.
“Ma per essere accettata nel nuovo ambiente di lavoro, ha dovuto sottostare a dei... compromessi”.
“Sì! Però... (snif)... però non è come dice la gente!”
“Perché, la gente cosa dice?”.
“La gente pensa che sia una profittatrice, che abbia... alcuni addirittura pensano che abbia fatto dei ricatti, non è vero! Non è vero niente! Vorrei dirlo al mondo che non è vero! Ma non mi danno il permesso”.
“Le impediscono di parlare?”
“E' come se... mi hanno messo in un posto troppo importante... non so neanch'io più bene cosa faccio, ma da allora... sono sorvegliata a vita. Giro con la scorta armata, e va bene. Ma dentro la scorta armata c'è un'altra scorta di persone con le cuffiette e i blecbèrri che mi circonda e controlla ogni cosa che dico, ogni cosa che faccio! È un problema anche se sorrido troppo! Mi cazziano se sgrano troppo gli occhi! Lo sa dove sono adesso?”
“E' in bagno”.
“Come fa a saperlo?”
“Io parlo con tante donne, Maria”.
“Sono nel bagno di un posto... non ho neanche capito dove sono esattamente, è un posto che mi hanno mandato a visitare... ormai non mi spiegano niente, m'imbarcano con la scorta armata e la scorta con le cuffiette e mi scaricano qua e là con un discorso da imparare a memoria, ormai sono un pacco postale”.
“È questo che la fa stare male, Maria?”
“Ma non è questo, è che... mi odiano”.
“Quelli delle scorte?”
“No, loro... loro mi trattano male quando mi blocco in mezzo a un discorso, ma... no, a me mi odiano proprio tutti. Tutti. Io sono la persona più odiata del mondo”.
“Maria, questo è impossibile. Perché tutto il mondo dovrebbe odiarla?”
“Perché ho un lavoro che non mi merito, perché tutti pensano che se sono così importante è perché ho fatto la puttana. Io non sono una puttana”.
“Maria, spesso gli uomini sono invidiosi... e anche le donne”.
“Quelli che mi hanno dato questo posto, loro sì, loro mi hanno trattato da puttana. Ma questa cosa come faccio a dirla”.
“Me la sta dicendo, adesso”.
“Lei penserà che io sono solo una matta”.
“Ma no, Maria, no. Posso darti del tu?”
“Sì...”
“Maria, io non penso che tu sia matta. Penso che tu stia molto male, e che non riesci a trovare una soluzione per il dolore che provi. Allora a un certo punto hai visto il nostro numero e ti sei detta: proviamo. Ma questo è un comportamento razionale. I matti non fanno così”.
“Sì, ma voi magari... magari c'è una ragazza coi lividi in faccia che vi vuole chiamare e trova occupato perché...”
“Non ti preoccupare, Maria. Abbiamo tante linee”.
“A me i lividi in faccia non me li ha mai fatti nessuno, però...”
“Però stai male ugualmente”.
“Mi vergogno a dirlo... io...”
“Non ti devi vergognare con me”.
“Ho i brufoli! Lo so che è ridicolo!”
“Non è ridicolo. È un segno che stai male”.
“I brufoli a trentatré anni... e quando m'inquadrano i fotografi io... io...”
“Ti senti in gabbia”.
“Io... mi odio”.
“No, Maria, no”.
“Perché è colpa mia alla fine. Se non avessi...”
“Non ti devi sentire colpevole per il male che ti fanno gli altri. Non è giusto”.
“...”
“Maria?”
“...mi sento così stupida!”
“Non sei affatto stupida. Sei una persona che hai una difficoltà, e hai avuto il coraggio di ammetterlo. Non è da tutti, sai. Soprattutto quando si è in una posizione importante, e tu, se ho capito bene, sei in una situazione importante”.
“È meglio che metto giù. Ho parlato anche troppo. Se se ne accorgono, io...”
“Aspetta, Maria. Vorrei che tu capissi che non sei sola, che ci sono tante donne al tuo fianco”.
“Seh (snif), magari”.
“E per convincerti, vorrei passarti una persona. Sai, tu ci hai chiamato proprio mentre era venuta a visitarci una donna molto importante”.
“E chi sarebbe?”
“Il Ministro delle Pari Opportunità”.
“Ah, ed è una donna?”
“Sì, e vorrei passartela un momento. Se non ti dispiace”.
(Toc toc)
“Mah, non saprei cosa dirle...”
“Lascia che ti parli lei. È una donna in una posizione molto importante, chi meglio di lei può capire i tuoi problemi?”
(Toc toc)
“Non so... e poi scusa, mi stanno chiamando...”
"Ministro, scusi eh, ma è lì già da un quarto d'ora, la visita dovrebbe andare avanti..."
“Non ti preoccupare, Maria. Aspetta solo un attimo, l'abbiamo chiamata e sta arrivando”.
"In più, pare che ci sia una telefonata per lei. Non si è capito chi sia, le vogliono passare una donna in difficoltà, boh. Mi raccomando, la saluti, s'informi sui suoi cazzo di problemi e cerchi di non dire niente di personale".
“Io... mi dispiace, mi stanno chiamando”.
“Solo un attimo, Maria. Davvero”.
"E soprattutto mi raccomando non improvvisi, onorevole. Che quando improvvisa poi è sempre un casino".
“Arrivo, arrivo. Mi dispiace, devo mettere giù”.
"Onore', ma che le è successo, ha pianto?"
“Fatti i cazzi tuoi. E allora, dov'è questa donna in difficoltà?”
"Momento... stanno trasferendo la chiamata al portatile... ecco".
“Pronto... sono l'onorevole Carfagna... pronto... ma qui non c'è nessuno”.
"Come nessuno?"
“Suona libero. Avrà messo giù”.
"Auff. Certo che 'ste donne, non si sa mai cosa vogliono, eh".
“Già".

Dimmi.

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