giovedì 8 dicembre 2011

I CD sono brutti

(Questo pezzo era nato per rispondere alla sollecitazione di Bastonate, ma ovviamente mi è venuto troppo lungo - ho qualche difficoltà con la sintesi negli ultimi tempi - e ho pudore a mandarglielo).

Come ho ucciso la musica

Il progresso tecnologico ha questa cosa strana: che inseguendo quasi sempre la funzionalità, il rapporto ottimale tra costi e ricavi, a volte produce oggetti bellissimi e suggestivi: ad esempio, il disco in vinile. Sì, scusate, sono vecchio, per me i “dischi” sono quei cosi neri lì, che quando li racconto ai ragazzini (“un lato durava venti minuti e poi dovevi voltarlo!”) mi guardano come una specie di reduce dalla campagna di Russia. Anche chi non ne compra più da trent'anni; chi non è legato a nessun ricordo d'infanzia; anche chi non ha perso ore della sua vita ad ascoltare il crepitio della polvere sui solchi ipnotizzato dalla label rossa di Tommy che ruotava su sé stessa all'infinito mentre Roger Daltrey implorava adeguate cure mediche; anche chi ricorda benissimo che fatica fosse pulirli e con che facilità si graffiassero, s'imbarcassero, un bambino nella scuola materna di mia madre mozzò il lobo di un orecchio al compagno; anche chi fucilerebbe tutti i nostalgici che tengono ancora in vita il mercatino dei dischi in vinile; anche costui deve ammettere che l'oggetto era bello in sé. Era nero. Rifletteva la luce. Lo guardavi girare. Vedevi la musica, un solco spiraliforme e misterioso che conteneva il mistero del tempo: se un film è fatto di ventisei fotografie al minuto, la musica di cosa è fatta? Come suona un solco fermo? I bambini di adesso non lo sanno, ma i dischi in vinile suonavano anche senza luce elettrica, sì: girando a mano il disco sul piatto, accostando l'orecchio alla puntina, potevi sentirli suonare. Forse avresti potuto suonarli anche senza giradischi, con uno spillo o qualcosa del genere, anche se non hai mai voluto provare. Questa cosa – che si potesse ascoltare musica senza il consumo di elettricità – i ragazzini non lo concepiscono: la sola idea che un oggetto possa riprodurre una canzone (anzi “suonare” una canzone, i dischi in vinile si “suonavano”) senza la preventiva pressione di un tasto ON, ha del magico, come ogni tecnologia desueta: dateci un altro secolo di microonde, e i nostri nipoti guarderanno con occhi sbarrati la pentola che bolle.

I dischi in vinile erano oggetti magici, li compravamo per questo. E per le copertine, gli unici quadri che abbiamo mai fissato per più di tre minuti: tuttora, socchiudendo gli occhi, mi è più facile rammentare il nanetto di Strange Days che la tizia con l'orecchino di perla. Di sicuro non li compravamo per il crepitio né per la facilità con cui si segnavano, né per la gioia di dover cambiar lato ogni venti minuti. Probabilmente, fatti i dovuti conti, chiunque non avesse uno stereo hi-fi di quelli dal milione in su e non passasse il tempo a lucidare i suoi LP con un panno elettrostatico, avrebbe dovuto preferire le cassette, col loro fruscio standard di cui smettevi di accorgerti al terzo minuto: più versatili, meno ingombranti. Ma noi adolescenti invece compravamo i dischi in vinile, proprio perché erano roba da vecchi. Paradossalmente, per noi le musicassette erano l'infanzia, la compilascion di Sanremo se non quella dello Zecchino d'oro, e le schifezze che alle medie ci eravamo registrati per darci un tono col walkman della Sony, insomma, tutto ciò che ci imbarazzava del nostro passato più recente era su nastro. Invece nulla dava più il tono allo studente liceale della bustina quadrata del negozio dietro la stazione delle corriere, che richiamava immediatamente il formato 33 e 1/3 anche se dentro ci avevi messo le scarpe da ginnastica. Tanto più che dischi e musicassette costavano uguali: quattordicimila lire, poi diciassette; la sopraggiunta maturità era gratis.

Sto andando fuori tema, lo so, la traccia dice: parla della tua collezione di dischi. Io però mi sento a disagio, come l'orfano a cui chiedono un tema sulla mamma. Con l'aggravante, non prevista da Tricarico, che l'orfano in questione cova un terribile segreto, insomma l'ha uccisa lui. Io non posso parlare della mia collezione di dischi, perché l'ho abbandonata in un qualche solaio, dopo che nei primi Novanta il giradischi smise di funzionare. Me ne sono liberato e sono passato in clandestinità. Tuttora, io per l'industria musicale non esisto, per il motivo che non compro nulla da loro più o meno da vent'anni – salvo qualche cosa da regalare, di solito a Natale. Persino se mi va di ascoltare uno di quei vecchi dischi che possedevo, preferisco rubarlo da qualche parte piuttosto che cercarlo in quel solaio. Sì, sono uno di quelli che ha ucciso la musica, sono io. Non è che ne vada fiero. È una cosa che certo andava fatta, ma che comunque non avrei potuto impedirmi di fare: la musica mi piaceva, ma a un certo punto cominciò a costare troppo. Fino diciamo al 1988, facendo i miei conti, tenendomi abbastanza aggiornato, potevo gratificarmi ogni quindici giorni con un disco scelto con attenzione, una bustina quadrata. Poi all'improvviso ci fu un ricarico pazzesco, un aumento quasi del 100%, e io dopo qualche esitazione mi diedi alla macchia. Era arrivato il CD. Niente di personale, ma a quel punto l'industria musicale doveva morire. O io o lei, insomma; e io ero giovane.

Il progresso tecnologico ha questa cosa strana, che inseguendo quasi sempre la funzionalità, il rapporto ottimale tra costi e ricavi, a volte produce oggetti bellissimi e suggestivi: a volte invece orrori insensati. Prendete il vhs: quanto erano brutte le cassette vhs? Ingombranti, fragili, malvagie, deperibili, ma anche semplicemente brutte: piene di fori, di dettagli incomprensibili, impossibili da riparare e a volte persino da riavvolgere (anche se due o tre volte siamo riusciti a operarle a cuore aperto; ma di sicuro abbiamo fallito l'operazione con l'unica che ci interessava davvero salvare, il filmato raro e introvabile). E insomma non c'è un perché: i dischi in vinile erano belli, semplici, misteriosi; le vhs erano nere anche loro ma complicate, banali e brutte. E i cd?

I cd, la prima volta che un compagno di classe ha aperto lo scrigno per mostrarcene uno, ci parvero bellissimi: di colore cangiante, con quei riflessi iridati; e poi quando abbiamo potuto ascoltarli – niente fruscii, niente crepitii, i brani selezionabili con la pressione di un tasto – ci veniva quasi da piangere. I cd insomma all'inizio ci abbagliarono, con tutto il bello che potevano offrirci, così ci abbiamo messo persino degli anni a capire quanto fossero fragili, quanto fossero tristi. Non è che l'oggetto in sé non conservi una sua poesia, anche se ormai ne hai visti troppi penzolare dagli specchietti retrovisori dei marocchini, per via della nota leggenda urbana secondo la quale riflettono il flash dell'autovelox (che in fondo ha un senso, bisognerebbe farci degli esperimenti, attivare Attivissimo). Ma insomma è pur sempre un cerchio: forma semplice, perfetta. La vera nota dolente, sin dall'inizio, fu il contenitore. Se ci pensate, pochi oggetti di uso quotidiano sono più brutti e scomodi di un involucro di plastica per cd (non è un caso che in Italia non ci siamo nemmeno sbattuti più di tanto per trovare un nome alla cosa). Forse le cinture di sicurezza. I coperchi dei sottaceti. Ecco, l'involucro dei CD gioca in quella categoria. Quella forma quasi-quadrata che sembra fatta apposta per suggerirti che sì, puoi afferrarla con una mano sola, e invece no, una volta su dieci ti cade e dieci volte su dieci che cade – si rompono i dentini, quei ridicoli cardini che dovevano assicurare la rotazione del coperchio. Poi c'è la questione della plastica, che in teoria dovrebbe reggere il tempo meglio del cartone. E questi sono i veri misteri: perché il cartone che si deteriora diventa suggestivo e la plastica no e poi no? Perché qualsiasi bancarella di LP vecchi slabbrati e stinti sprizzerà sempre più poesia di un'analoga puzzolente rivendita di CD? È che i contenitori invecchiando opacizzavano, si segnavano, schermavano e schernivano i colori già sgargianti del booklet, l'ombra dell'entusiasmo con cui li avevamo scartati la prima volta. I booklet poi sono sempre stati un oggetto insulso – lo so, per voi è naturale, ci siete nati leggendo i ringraziamenti in corpo 6,5 sans serif – ma ai nostri tempi soltanto le Bibbie tascabili chiedevano tanto all'occhio del lettore. Certi dischi, soprattutto quelli dei magniloquenti anni Settanta, perdevano semplicemente ogni aura, hai voglia a stampare Dark Side Of The Moon in versione oro 24 karati: resta sempre un rettangolino, una vignetta in confronto all'impatto dell'originale. E il fastidio di sfilare e reinfilare il booklet sotto le ridicole linguette del coperchio di plastica – come, direte, non era molto più faticoso sfilare il disco in vinile dalla busta di carta velina contenuta nella busta di cartoncino contenuta nella busta di cartone? Sì, ma quelli erano gesti teatrali, apotropaici, facevano parte di una liturgia, del resto un LP durava al massimo tre quarti d'ora e avanzava un sacco di tempo per tutta questa liturgia. Invece il tempo del CD era già un tempo parcellizzato, cronometrato, il tempo in cui ogni minima contrarietà cominciava a romperci le palle. Che è il motivo per cui ormai sono soltanto dei soprammobili, i cd: se ti serve una canzone, fai quasi prima a cercarla su youtube, a scaricarla dal p2p, in certi pomeriggi l'idea di alzare il culo e andare a cercare il cd giusto da una mensola, sfilarlo, aprirlo... su internet nel frattempo hai già finito di ascoltarlo e puoi già fare altro, c'è sempre qualcos'altro da fare, ultimamente.

Sono tempi duri per i collezionisti, ormai tutti i loro pezzi preziosi qualcuno li sta condividendo su una nuvola. Tempi duri per i feticisti, nessuno si impressiona più entrando nelle vostre camerette e vedendo esposti certi film, certi dischi. Forse è la crisi e forse è l'età, ma l'impressione è che la stagione in cui l'identità era una collezione esposta a scaffale sia tramontata. Non voglio dire che l'identità stia meglio spalmata sulla bacheca di facebook, forse è pure peggio. Ma con tutta la buona volontà non riesco a provare nostalgia per i CD. Non mi sono mai piaciuti. Non sono mai riuscito a trovare un portaCD che mi piacesse. Ho odiato quei vent'anni di plastica opaca e di VHS, culminati con l'erezione della Biblioteca Mitterand che voleva suggerire la forma di quattro libri aperti e invece si rivela, lapsus colossale, un enorme porta-cd, o porta-vhs, fate voi. In realtà sono un ingrato oltre che un assassino, perché la mia cultura musicale sarebbe un'esigua frazione di quella che è senza quelle fonoteche comunali che per più di quindici anni mi hanno rifornito quasi settimanalmente di CD originali, quasi tutti recanti la scritta “vietato il noleggio” che continuo a domandarmi cosa significhi, esattamente. Per cui quando mi dite che il p2p ha ucciso l'industria musicale, io non sono d'accordo, io la stavo pugnalando già nel Novantacinque nelle celle di un torrione medievale (la fonoteca era al terzo piano, giuro). Non è che me ne vanti, no. Ma è stato divertente.

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