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giovedì 24 dicembre 2015

Un uomo serio a Berlino

Sembra che a Berlino stiano costruendo una specie di... muro.

Il ponte delle spie (Steven Spielberg, 2015).

Rudolf Abel - ovviamente non si chiamava così - imparò a dipingere in America. Il mestiere del pittore era la copertura ideale per una spia: quando sei un artista, nessuno fa caso ai tuoi orari o ai tuoi itinerari. Puoi sparire per mesi e nessuno si preoccupa. Ma anche se resti fermo nello stesso posto per ore e ore, nessuno si porrà il problema: basta che davanti hai un cavalletto. Abel non era un pittore, ma non è che avesse molto altro da fare nei suoi lunghi pomeriggi en plein air o nella sua base segreta camuffata da atelier. Durante la guerra era stato un elemento prezioso, ma negli anni Cinquanta, a New York, l'impressione è che tirasse a campare: dopo l'esecuzione dei Rosenberg, gran parte dei suoi contatti erano bruciati. In più il KGB gli aveva procurato un compare inaffidabile, un finlandese che si scordava in giro i microfilm e col vizio peggiore che una spia possa avere, l'alcool.

Il nemico ti ascolta.
Abel invece dipingeva. Stava diventando bravo, anche se un po' accademico. In effetti la sua freddezza per le avanguardie, e un certo debole per il realismo socialista, alla lunga avrebbero potuto insospettire qualche collega pittore - se a bruciarlo non avesse provveduto il finlandese. Sapeva che Abel era scontento di lui. Quando da Mosca lo chiamarono a rapporto, lui perse la testa e si ritrovò nell'ambasciata americana di Parigi. Si guadagnò la fiducia dei federali facendo una manciata di nomi, tra cui quello di Abel. Condannato a morte, mantenuto in vita in attesa di essere usato come merce di scambio (con la prospettiva di essere giustiziato in patria da chi sospettava che avesse tradito) Abel in cella continuò a dipingere, diventò sempre più bravo. Non aveva molto altro da fare, e comunque preoccuparsi non sarebbe servito.

A volte Spielberg sembra voler estrarre il cuore pulsante dell'America, altre volte sezionarne il sistema nervoso. Quello che ci conquista è il fatto che sia impossibile capirlo prima di dare un'occhiata: gli basta passare da una storia all'altra per oscillare allegramente dal pacifismo alla paranoia. L'autore che più di tutti ha amato gli alieni e ci ha invitato ad accoglierli a braccia aperte, è anche quello che ce li ha mostrati più spietati e assetati di sangue. Potrebbe essere interessante cercare di organizzare i suoi film in coppie antitetiche, ad esempio: Incontri ravvicinati come un anti-Squalo, La guerra dei mondi un anti-ET. Il soldato Ryan un anti-1940The Terminal un anti-Prova a prendermi. Per certi versi Lincoln si presentava come una specie di Schindler allo specchio: le malefatte di un presidente eroico contro le opere di bene di un nazista profittatore.


Il Ponte delle spie riflette di nuovo allo specchio alcuni temi di Lincoln: se là la sceneggiatura si attardava compiaciuta sui metodi moralmente discutibili di un grande personaggio con un grande scopo, qui Spielberg inverte le lenti e si concentra su un piccolo uomo che salva il mondo semplicemente facendo il suo lavoro, senza deviare dalla retta via o ammettere strappi alle regole, cascasse il cielo (e il cielo poteva cadere davvero: le spie sovietiche si erano appena impadronite dei segreti del progetto Manhattan). Tom Hanks è ancora una volta il buon americano qualunque, come nel soldato Ryan (mentre in The Terminal era l'opposto, il buon selvaggio); ancora una volta l'avvocato di un alieno, che si appassiona al suo caso disperato e alla fine non solo riesce a salvarlo, ma mostra la superiorità del sistema giudiziario migliore del mondo. Spielberg ci crede sul serio, e la sua fede non ci sorprende: è molto più bizzarro che facciano mostra di crederci i fratelli Coen (continua su +eventi, e Buon Natale!)

Il loro copione, comunque uno dei meno storicamente inaccurati che Hollywood abbia messo in scena negli ultimi anni, è notevole per la quantità di materiale che decide semplicemente di ignorare: è il film di un avvocato, ma c'è poco spazio per le procedure e per l'inchiesta. Lo stesso profilo della spia Abel (un memorabile Mark Rylance) si staglia sul vuoto, dietro di lui non c'è sfondo né paesaggio. Persino la storia degli aerospia U2, così potenzialmente ricca di spunti, è liquidata in pochi minuti e con una sola (notevole) scena d'azione. Tutto il resto del film è davvero il ritratto in primo piano di un "uomo serio" che fa scelte difficili ma giuste, ritrovandosi in situazioni assurde ma senza mai perdere il senso di quello che sta succedendo - quel senso che tutti avevano smarrito nel delizioso film spionistico dei Coen, Burnt After Reading. Stavolta all'uomo serio le cose andranno bene, ritroverà il suo volto e la stima dei famigliari: la fiaba gelida avrà il suo lieto fine alla Spielberg, al punto che non è poi così strano ritrovare questo film di guerra fredda e spionaggio nelle sale per Natale. Chi ha gusto per i paradossi al limite noterà come la morale di tutta la storia sia pronunciata in russo, la prima e unica frase in russo che sfugge alla spia. Restare saldi, restare in piedi: inutile preoccuparsi. La Storia ci assolverà o ci masticherà vivi, non dipende da noi. 
Il ponte delle spie è al Citiplex di Alba (20:45), al Cinelandia di Borgo San Dalmazzo (17:00, 19:55, 22:45); al Vittoria di Bra (21:30); al Fiamma di Cuneo (21:10), al Politeama di Saluzzo (21:30), al Cinecittà di Savigliano (21:30). Buon Natale!

3 commenti:

  1. 1941, non 1940.
    Bella l'idea di contrapporre coppie di film di Spielberg. Qual'è l'antitesi di Sugarland Express?

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    1. ooops.

      L'anti-Sugarland secondo me è Duel: inseguimento vs fuga, alieno cattivo vs polizia bastarda.

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  2. a me ha annoiato questo film. Mi è sembrato insipido, senza azione o suspance.

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