Il governo italiano ha sospeso gli aiuti ai palestinesi

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venerdì 15 maggio 2009

Ogni riferimento è puramente

Un puffo a Napoli

(Ogni riferimento a persone, città, polveri e omissioni è puramente casuale. Dio abbia misericordia della mia fantasia malata).

Mettiamola così: per chi sa vivere, per chi se lo può permettere, Napoli all’inizio degli Ottanta è una città molto divertente. Attici accoglienti, festini memorabili, donne sollecite, e poi neve, neve a fiocchi, a manciate, a nuvole, a palate: non quella fredda e scostante che hanno al nord; e neanche quella spuria e tossica che gira dietro la stazione; neve da signori. Ma bisogna esser prudenti.

Metti che sei il segretario di un grande Partito – neanche tanto grande, ma abbastanza per fare l’ago della bilancia – metti che brighi per diventare il primo Capo di Governo laico, ma non è che puoi passare tutta la vita ad aspettare, tu: tu vuoi vivere anche l’istante, come coso, Orazio. Gli indirizzi giusti li hai, ma ti serve un uomo fidato. Uno che conosce i guappi e gli uomini di Cutolo, quel tanto che basta per voltare la testa al momento giusto. Lo assumi in nero, con quei fondi del partito che conosci solo tu (tutti i segretari di Partito lo fanno, niente falsi moralismi). È il tuo autista ufficioso per i vichi della città: di sicuro non ha mai preso a bordo i tuoi figli. Ti porta alle feste e aspetta fuori. Quando scendi non fa domande; ride alle tue barzellette, è il tuo uomo a Napoli.

Capita che un giorno, a una di queste feste, incontri quel palazzinaro milanese che adesso si è buttato nelle tv. È venuto fin quaggiù a rilevare emittenze che non interessano a nessuno, che ammuffiscono riprogrammando Merola a esaurimento; lui le compra e poi ci mette i puffi. I puffi a Napoli, mah, che idea.
“E perché no”, ribatte, sudato, arricciando il nasone un po’ più rosso del necessario. “Mi consenta, forse che non sono azzurri anche loro? E il cappello, ci pensi bene, non è lo stesso di Pulcinella? Creda a me, gli scugnizzi ne andranno mah… oh crib...”
“C’è qualcosa che non va?”
“Non mi sento tanto bene”.
E si accascia. Siamo a posto, pensi, adesso mi muore tra le braccia. E ai giornalisti dovremo raccontare che non digeriva l’impepata di cozze. “No, niente ambulanza, no, lasciate stare. Giù c’è il mio autista. Chiamate il mio autista. Lui sa cosa fare”.

L’autista sa cosa fare. Si carica in spalla l'immobiliarista, lo sdraia con tenerezza sul sedile dietro, e parte montando una sirena taroccata che è tale quale quella della polizia, anzi meglio. Tre minuti, tre sensi unici contromano, e il palazzinaro riapre gli occhi nel meglio pronto soccorso della città, che ci sta un cugino mio che non ci chiede manco la carta d’identità.
“Cavaliere, oh, come sta?”
“Bene, adesso sto bene”.
“Il cugino mio qui dice che ha avuto un piccolo infarto, ma piccolo, eh? Ma per fortuna che siamo arrivati subito”.
“Per fortuna”
“Cavaliè, deve ringraziare ‘o onorevole, se non c’era lui…”
“E se non c’eri tu. Ti devo un favore”.
“Vabbuò, non si preoccupi mo’, poi ci aggiustiamo…”

Nei giorni, nei mesi, negli anni successivi, l'uomo si sarebbe più volte rimproverato per quella frase, “io ti devo un favore”. Gli era partita dal cuore, un cuore appena morto e rinato, quindi comprensibilmente ancora un po’ imbecille. D’altronde, frase o no, l’autista segreto la vita gliel’aveva salvata sul serio: e adesso era un po’ sua. In qualsiasi momento, con un piccolo sforzo, avrebbe potuto alzare una cornetta, comporre il numero di un quotidiano della concorrenza, e raccontare una piccola storia dei primi anni Ottanta.

Per fortuna era una persona ragionevole. Si era contentato di mantenere il suo stile di vita, anche quando il partito per cui lavorava aveva chiuso i fondi occulti; anzi aveva proprio chiuso il partito. Per lui, come per molti altri, il passaggio al libro paga del cavaliere fu quasi automatico. E in parte giustificato: capitava ancora, per qualche giorno all’anno, che il vecchio autista conducesse per i vichi il nuovo padrone.

Questi gli era simpatico. Molto più del trombone precedente. Visibilmente inquieto nel ventre di una città dalle astuzie millenarie, che resisteva alle sue goffe avances da imbonitore brianzolo. Le sue barzellette erano agghiaccianti, ma l’autista le ascoltava e rideva. Era sempre stata una parte importante della sua professione: ascoltare e ridere.

Un giorno si azzardò a portarselo in casa! Per un caffè, che mia moglie lo fa meglio che al bar. Clamorosa bugia, ma la signora gli aveva fatto una capa tanta con l’Uomo della Provvidenza che era appena entrato in politica, e quando ce lo presenti, e posso dire alla parrucchiera che lavori per lui? e non te lo fai fare un autografo? E insomma tanto brigò che finì per trovarselo sul pianerottolo. La bambina, che teneva in braccio, a momenti le cascava dall’emozione.

“Ma lei è… il Cavaliere”.
“E lei è una meravigliosa mamma di una splendida bambina! Come si chiama?”
“***”.
“Ah sì! Tanto piacere, ***! Me lo fai un sorriso?”
La bimba nascose immediatamente il capino biondo dietro alla nuca della madre.
“Amo’, sorridi al Cavaliere, su, lo sai chi è?”
“No”.
“È… è un uomo tanto importante, sai. È il padrone di tutte le tivvù”.
“Ancora non tutte, signora. Ti piace la tivvù, ***?”
La bimba ora stava studiando il nasone dell’ospite. Le era, in qualche modo, familiare: e poi un naso così grande non può essere cattivo. La madre cercava ancora di estrapolarle una risposta:
“Essù, amore, di’ al Cavaliere cosa ti piace in tivvù”.
“…”
“Ti piacciono i cartoni?”
“I puffi”.
“I puffi! Ma lo sai che li ha inventati lui? Proprio lui!”
“Beh, modestamente, se non fosse stato per me…”
Fu un flash improvviso: la bambina si immaginò il signore che aveva davanti virato in blu, con in coppa il cappuccio ‘e Pulicinella, e si mise a ridere. E che risata squillante aveva. Fu un bagliore improvviso, un lampo ai raggi x, che attraversava le bugie degli adulti e le mostrava al negativo. L'uomo ebbe un brivido. Aveva già avuto molte donne, in vita sua, molti affari e molte soddisfazioni. Ma forse non aveva mai fatto ridere un bambino. Non in quel modo. La mamma si stava ancora scusando, di cosa? Di avere una figlia allegra? Ma sono benedizioni queste, signora. Bevvero il caffè, una fetenzìa. L’autista sudava freddo: si era immaginato tante volte questa scena, una silenziosa odissea nell’imbarazzo. E invece il cavaliere era suo agio. Si mise a chiacchierare del più del meno, amabilmente, senza raccontare nemmeno una delle sue orribili freddure. Discussero di quant’era bella Napoli, con i suoi cieli, le sue canzoni, lo sa Signora che da giovane cantavo? Facevo il piano bar alle crociere, bei tempi quelli, siete mai stati in crociera? Savissi fatto a n’ato’ chillo ch’ài fatt’a’mmè…

La bambina lo guardava fisso, senza mostrare segni di noia. Non aveva mai visto un puffo dal vero, e forse non lo avrebbe rivisto più, voleva riempirsene gli occhi. Venne ora di cena, e il Cavaliere si autoinvitò. Mentre la madre, col cuore a mille, si ritirava in cucina, l’uomo si prese la bambina sulle ginocchia. Si misero a discutere di cose serie, cartoni animati: meglio i puffi o my mini pony? Mentre soppesava i pro e i contro di entrambi i prodotti, il cavaliere tratteneva a stento le lacrime.

Dalla vita aveva avuto tutto, incluso i figli. Meravigliosi figli. Ma con nessuno aveva mai condiviso la sua passione per i puffi. Con nessuno aveva discusso dei My Mini Pony. Se n’erano andati tutti, i suoi pargoli, in quella cazzo di scuola steineriana per la classe dirigente del futuro, quella dove il teleschermo era off limits. Così, mentre il cavaliere selezionava con cura il pastone chimico da servire al popolo (non troppo nutriente, non troppo noioso, coloranti in abbondanza), in casa gli crescevano questi piccoli radical chic con la mania dei libri, che scherzavano su Fede, che trattavano con sufficienza persino Costanzo. Certo, era l’età. Col tempo sarebbero diventati più ragionevoli. Ma io che ho rifatto l’Italia e gli italiani a mia immagine e somiglianza, io non avrò il diritto di prendermela sulle ginocchia ogni tanto, e farla ridere?

“Cavaliere, non abbiamo parole per la splendida serata. Io…”
“Non dica niente, signora, tocca a me piuttosto sdebitarmi”.
“Ma non lo dica neanche per sogno, cavaliere, noi…”
“Venitemi a trovare. Su da noi. O anche in Sardegna, quest’estate. ***, sei mai montata su un pony?”
“No”.
“Allora devi assolutamente venire a vedere il mio ranch in Sardegna, l’ho fatto uguale a quello dei My mini pony, cosa dici, ti piacerebbe?”
A *** sarebbe piaciuto di più vedere il villaggio del cavaliere con le case scavate nei funghi giganti, ma disse ugualmente di sì.
“E allora ci conto. Buonanotte, principessa”.

****
“E questo cos’è?”
“Lo vedi da sola cos’è”.
“Una stalla? Da quando dietro alla nostra villa c’è una stalla?”
“È un ranch”.
“E questa puzza cos’è… cavalli?”
“Sono pony”.
“Va bene, hai messo su un allevamento di pony senza dirmi niente”.
“Se è un problema possiamo andare nella villa qui di fianco”.
“Ma non riesco a capire… chi è che dovrebbe montare questi pony?”
“Pensavo che i bambini…”
“I bambini sono grandi ormai. Se vogliono cavalcare vanno al club. Ma i pony…”
“I bambini dei nostri ospiti”.
“Certe volte non ti capisco”.
“Non c’è niente da capire, ormai sono un politico, avrò più ospiti in casa, verranno con le famiglie, e i bambini si annoiano. Non li possiamo mica mettere davanti alla televisione”.
“Eh, certo”.

(Forse continua).

giovedì 14 maggio 2009

Alemanno ha rrrrrrr

Cattivi maestri

Mi secca molto, specie dopo aver fatto il leghista lunedì, ma devo anche dare qualche ragione ad Alemanno. Non tutta, ma qualche.
Per chi se lo fosse perso: la settimana scorsa il sindaco di Roma è andato a visitare una scuola media romana dove un ragazzo aveva accoltellato un compagno; e intanto che c'era si è lasciato sfuggire che “alcune operazioni culturali come la serie tv “Romanzo criminale” o altre simili non aiutano, perché lanciano mode e atteggiamenti sbagliati”.

Da qui un polverone, non molto intenso in verità (era la settimana di Noemi) ma concentrato in alcuni ambienti, come i blog. Più di un blog ha preso le difese di una delle poche serie di qualità che si fa in Italia, che non aggiunge nulla alla realtà già violenta che ritrae. Tutto molto ragionevole, ma io pensandoci bene sto con Alemanno: alcune operazioni culturali lanciano mode e atteggiamenti sbagliati.

Ed è una questione di coerenza. Uno non può sostenere che Maria De Filippi sia la responsabile di un involgarimento dei rapporti umani (al punto che non si dà più tra ragazzini una discussione che non sia urlata) e poi fare spallucce quando un altro programma provoca fenomeni di emulazione. Se sono convinto che la tv sia un potentissimo strumento formativo (e ne sono convinto) devo crederci sempre, anche quando c'è il rischio di confermare Alemanno.

Dice il produttore: “la tv riflette quello che c’è in giro”. In realtà non è proprio così: Romanzo criminale rimette in scena un passato prossimo che è tornato di moda per motivi non troppo limpidi. Un vecchio west de noantri, quando tutti i delinquenti erano bianchi (e neri nel cuore), la cui nostalgia è fortemente sospetta. Ma fingiamo che sia veramente uno specchio imparziale di “quello che c'è in giro”: bisognerà pur ammettere che troppi specchi possono far male. Non a noi, che abbiamo l'età per relativizzare e apprezzare la profondità storica eccetera. No: ai ragazzini.

A volte sui blog ci si dimentica un po' di loro. È che qui non vengono: stanno su msn o facebook; appaiono in frotta solo qualora si parli male di un loro idolo o di un loro stile, e di solito si difendono male. Perché non sono equipaggiati, i ragazzini, e questo è il punto. Non possiedono tutti i diaframmi culturali necessari a capire che le vicende del Freddo e di Dandi vanno calate in un preciso contesto storico eccetera. Le cose si pongono in termini molto più chiari: Freddo e Dandi sono dei modelli di comportamento. S'impongono e si fanno rispettare. Non saranno certo loro a portare nelle classi una morale tribale che sta guadagnando sempre più spazio nella società: la violenza di certi ambienti è qualcosa che pre-esiste la tv e che ha ragioni sociali più profonde, siamo d'accordo. Ma dobbiamo anche ammettere che la tv, come minimo, è una straordinaria cassa di risonanza. Che mantiene ancora (meno che in passato, quando non c'erano i decoder) una vocazione interclassista: e infatti ora i coltelli in classe li portano anche i ragazzi delle famiglie perbene. È un progresso?

E allora cosa proponi. Niente di concreto, per ora. Auspico soltanto un lieve cambiamento di mentalità. Non dico di non smettere di apprezzare, in modo adulto, le serie fatte bene. Chiedo però di metterci più spesso da un punto di vista di genitori: e visto che scrivo a trentenni, non mi sembra di chiedere di molto. Chiedo di fare ogni tanto un salto fuori dalla nostra cultura, che per inciso non è più la cultura giovanile, e dare un'occhiata a quello che vedono e credono i giovani veri: per scoprire che non sanno cosa sia Star Trek, che i supereroi in costume li fanno un po' sbadigliare, e che tra i pochi prodotti audiovisivi in grado negli ultimi anni di forare un'attenzione capitalizzata dalle consolle video, c'è il Capo dei Capi; tra Fast and Furious e High School Musical (e a proposito: quest'anno nella mia scuola hanno aperto le elezioni per la ragazza e il ragazzo “più popolare”: possibile che la tv non c'entri per niente?)

Chiedo di rilevare che dietro a profili facebook che inneggiano a Riina o soci c'è più di una mentalità goliardica; c'è la stessa volontà di disgustare il mondo dei grandi che trent'anni fa faceva appuntare le svastiche sulle giacche dei punk. I punk non erano nazisti, i ragazzini oggi non sono mafiosi, ma quando certi simboli riaffiorano nell'immaginario giovanile, non te ne liberi più.

Chiedo di accettare la banalità un po' passée per cui esistono sostanze che noi possiamo degustare senza soffrire di effetti collaterali, e che per loro sono ancora tossiche: l'alcol è uno, la mafia in tv è un'altra. Pazienza se tutto questo ci porta dalle parti di Alemanno (ma non di Andreotti quando denunciava i danni all'immagine del nostro Paese inferti dalla Piovra: perché la Piovra dei tempi di Placido non conteneva nemmeno in dosi omeopatiche quella fascinazione del male che trasuda da Romanzo Criminale o dal Capo dei Capi).

E chiedo soprattutto di rizzare le orecchie. C'è gente in giro pronta a raccontare qualsiasi cosa, pur di difendere il diritto di trasformare la camorra nel nuovo pittoresco far west dei vostri ragazzini. Anche se alla fine gli argomenti sono sempre gli stessi.

- La gente non è mica stupida, capisce la differenza tra fiction e realtà (la gente, mediamente, dopo otto ore di lavoro è un po' stupida. Ha persino diritto di esserlo. La gente piccola, poi, è stupida di default. Ci si mette più di quindici anni a capire certe spigolose differenza tra fiction e realtà. Pensate ogni tanto a quanto eravate stupidi a 15 anni, per favore).

- Non facciamo che mostrare la realtà (quello lo fanno anche i film porno: non per questo li faresti vedere a tuo figlio minorenne, o no?)

- La tv non dovrebbe educare (la tv è un formidabile mezzo educativo, è stata usata sin dall'inizio a scopi propagandistici, e provoca emulazione in tutti gli utenti: pensa alla mascherina di zorro che ti mettevi da bambino).

- Sono la scuola e la famiglia che dovrebbero educare. (Scuola: 5 ore faticose al giorno. Tempo con la famiglia: 2 ore al giorno. Tempo di irradiazione televisiva quotidiana: 3-6 ore in media di ipnosi. Non prendiamoci in giro).

lunedì 11 maggio 2009

Come diventare leghisti, 2

Ho visto verde

“Mi perdoni Padre, perché...”
“Non sono tuo padre”.
“Già, ma a me piace cominciare così”.
“Sciocchezze. Insomma, che hai combinato?”
“Ahem”.
“Hai mentito? Rubato? Pensieri impuri?”
“Nella media”.
“Hai mangiato senza fame? Bevuto senza sete?”
“Mi faccia pensare... no”.
“E allora perché sei qui, andiamo, sputa il rospo”.
“Io... credo di essere stato leghista”.
“Questa è nuova. Tu?”
“Io, sì”.
“E quando sarebbe successo, questo tuo... questo tuo leghismo”.
“Stamattina, quando ho sentito del barcone, io...”
“Stamattina tu saresti diventato leghista”.
“Per un momento sì, Padre”.
“Non sono tuo padre”.
“Ma non è questo il problema. Per un momento ho visto verde. Lo giuro”.
“Ma poi ti è passata”.
“Non ne sono sicuro”.
“Va bene, racconta”.
“Alla tv, parlavano di questo barcone che hanno respinto nelle acque internazionali. Una vergogna. Secondo me l'umanità finisce lì. Cioè, quando respingi qualcuno disarmato, tu sei fuori da qualsiasi umanità. Ci processeranno tutti per questo, un giorno”.
“Tutti?”
“Ma sì, perché siamo tutti d'accordo, non lo sa? Vada al bar, dica che Maroni spara all'orfano naufrago e alla puerpera disidratata, anzi peggio, dica che li abbandona in mare... otto su dieci le diranno Giusto! Così le diranno! Diranno che hanno votato Pdl apposta! Non ci crede, Padre? Vada...”
“Non sono tuo padre. Sono la tua Coscienza. Non posso andare al bar”.
“Ci processeranno un giorno. E non potremo neanche dire che eseguivamo gli ordini, perché non abbiamo eseguito niente noi. Noi gli ordini li davamo, noi votavamo per la legge e per l'ordine e quelli...”
“Tu però non sei d'accordo, mi pare”.
“In linea di massima no. Ma stamattina”.
“Stamattina c'eri anche tu, al bar, a dire giusto! a Maroni?”
“No, a quell'idiota no”.
“E allora non sei diventato leghista”.
“Eh, lei la fa semplice, padre. Pensi che non lo sappiano i leghisti che è un idiota? Ma è tanto utile, dicono”.
“E l'hai detto anche tu”.
“Io non ho detto niente, ma per un attimo ho pensato... ho visto una cartina geografica”.
“Non ti seguo”.
“Padre, le spiego, era in tv. Una normalissima cartina geografica con l'Italia che spenzola nel mediterraneo, e ho pensato: non è tutta colpa nostra”.
“No, probabilmente no”.
“Siamo un ponticello di terra tra il Sud e il Nord del mondo, abbiamo già il nostro daffare a sembrare europei. La crisi mondiale non l'abbiamo mica scatenata noi”.
“Neanche gli africani”.
“Sì, ma neanche noi. Abbiamo tutti gli indici a picco. Diventiamo più poveri mese dopo mese. Non possiamo continuare con la manfrina dell'ospitalità incondizionata”.
“Come fai a dirlo, hai fatto un calcolo?”
“No, ma a occhio si vede... e poi non sto ragionando con la testa, Padre, capisce? È inutile che mi dica che c'è abbastanza torta per tutti. Io continuo a vedere gente che viene su, è normale che mi venga paura”.
“Stai parlando per te o per tutti?”
“Sto facendo la media. Siamo poveri ed egoisti. Ci sono motivi storici per cui siamo diventati così. E il trovarci in mezzo a una migrazione planetaria non ci può assolutamente trasformare in persone migliori. Siamo capaci di tutto noi. Il fascismo che verrà farà impallidire quello che c'è stato”.
“A meno che?”
“L'Europa ci deve aiutare. Siamo degli irresponsabili, ma non è tutta colpa nostra. Tutti ci devono aiutare. Lasciarci in mezzo al mare a impazzire non conviene a nessuno”.
“Ed è per questo che ritieni giusto lasciare degli africani in mezzo al mare a morire?”
“No. Non lo ritengo giusto. Lo ritengo criminale”.
“Però...”
“Però forse va fatto. Bisognava soltanto trovare qualcuno così idiota da farlo”.
“E alla fine lo abbiamo trovato”.
“Proprio così, Padre, è questo che ho pensato”.

“Hai pensato a Maroni come a un utile idiota”
“Ho visto verde, e non mi perdono”.
“E magari quando vi processeranno tutti, tu ti chiamerai fuori... Io non ho mai votato per quelli...
“Avere avuto un blog mi tornerà utile”.
“Si tratta di tenerli al potere per un po', lasciare che ne ammazzino un po', e poi disfarsene”.
Con il referendum, per esempio. È per questo che bisogna sgaggiarsi. Ancora pochi mesi e poi dev'essere tutto pulito”.
“Hai pensato a questo, stamattina”.
“Padre, sì”.
“Non sono tuo padre, e tu non sei un leghista”.
“No?”
“Non lo sei mai stato”.
“Neanche stamattina?”
“Neanche stamattina. Piuttosto, sai cosa? Un liberale”.
“Un liberale, io?”
“Lo so, è una parola che vuol dire tutto e niente. Ma io pensavo proprio a quelli sui libri di Storia, Giolitti, Facta... anche a loro serviva qualche utile idiota con la camicia strana che tenesse pulite le strade. Qualcuno di cui poi disfarsi alle elezioni”.
“E non è andata così”.
“Era gente di buon senso. Talmente di buon senso che non si aspettavano di doverlo condividere con la gente nei bar. Se lo tenevano ben stretto”.
“Mi perdoni Padre, perché...”
“Non sono tuo padre. Non ti perdono”.
“E dai, su, papà”.
“Zitto. Zitto. Non voglio più sentirti. Basta”.
“Perché zitto? io...”
“Perché da oggi sei nella maggioranza silenziosa. Fine”.
“La maggioranza silenziosa? Ma no, aspetta, io...”
“Ssssht. Con chi parli? Non hai nessuna coscienza d'ora in poi, solo un silenzio enorme che alla lunga ti spaccherà i timpani. Chiuso”.
“Papà, adesso non esageriamo, su, io... papà? Papà?”

mercoledì 6 maggio 2009

Crepuscolo dei giornalisti

Mai devi domandarmi

A questo punto il caso Berlusconi potrebbe passare in secondo piano, oscurato dal caso De Bortoli. Spiego.

De Bortoli è già stato direttore del Corriere della Sera tra il 1997 e il 2003: fu lui a traghettare il quotidiano dal porto nebbioso e rassicurante del mielismo agli approdi drammatici e beceri del nuovo Millennio, lanciando per esempio l'anziana Fallaci in chiave jihadista anti-islamica. A Berlusconi la sua direzione, non troppo allineata al suo Secondo Governo, non garbava, e secondo i meglio informati fu lui a premere affinché fosse sostituito.
La Storia si ripete: pochi mesi fa Berlusconi III aveva mostrato analoghi segnali d'insofferenza nei confronti del nuovo-vecchio direttore del Corriere (l'eterno Mieli); e anche stavolta il direttore è cambiato: fuori Mieli, dentro De Bortoli 2. Ma avrà capito la lezione? Saprà essere berlusconiano con garbo, o insisterà nel mostrare indipendenza di giudizio? Lo si aspetta un po' al varco, insomma.

Il 29 aprile Repubblica e Stampa escono con la feroce lettera di Veronica Lario. Il Corriere buca in modo abbastanza clamoroso (Update: mi fanno giustamente notare che ho fatto confusione: il buco c'è stato con l'annuncio del divorzio, comunicato a Rep. e Stampa ma non al Corriere), ma recupera successivamente con la replica di Berlusconi. Le squadre sono fatte: Repubblica tresca con la moglie, il Corsera consola il marito, la Stampa campo neutro. A questo punto però De Bortoli dovrebbe avvertire la necessità di smarcarsi un po': ché di giornalisti a libro paga Berl. ne avrebbe già abbastanza.

L'occasione arriva martedì sera, quando Berlusconi scende a Porta a Porta per spiegare come stanno le cose. De Bortoli è in collegamento. È chiaro a tutti che qui si gioca la faccia: è il solo ad essere nella posizione di poter mettere Berlusconi alle corde, e se non lo fa rischia di non scrollarsi più di dosso l'etichetta di nuovo altoparlante di Arcore. A questo doveva pensare ieri dietro le quinte, mentre registravano la prima parte: quella con Vespa che presenta e Berlusconi che spiega tutto lui. Finché, dopo quasi mezz'ora, tà tan tà taaan! Ecco il collegamento. Col Giornalista. Quello che farà il Contraddittorio. E siamo tutti con lui: vai, Ferruccio, mostra agli italiani che chi scrive i giornali ha ancora indipendenza di giudizio.

(Dal 2':26''):
DE B: Buonasera presidente. 
BERL: Buonasera direttore, scusi, volevo dirlo pubblicamente: ho telefonato al direttore del Corriere della Sera per ringraziarlo di come il suo giornale aveva trattato la vicenda: con grandissimo equilibrio, con grandissima eleganza, e mi sono sentito in dovere di chiamare il direttore per ringraziarlo di questo fatto: e lo dico pubblicamente molto volentieri.
VESPA: Ferruccio De Bortoli è un gentiluomo, lo sappiamo da tempo.

Come potete vedere, Berlusconi parte in attacco con la Mossa dell'Orso: ti abbraccio per schiacciarti. Lo dico pubblicamente, ti ho ringraziato per come mi hai trattato bene e voglio che tutti lo sappiano (e Vespa lo sa da tempo). De Bortoli non ha ancora finito di salutare e si trova già alle corde. Se non dice subito qualcosa di profondamente indipendente, è finito. E lo sa.

DE B: Guardi, io la ringrazio, presidente, però le devo dire che se sua moglie avesse mandato la lettera al Corriere della Sera anziché a Repubblica, io l'avrei pubblicata con tutta evidenza.
BERL: E forse non era lei che l'aveva provocata, direttore.
DE B: No, beh, devo dire...
BERL: Il destinatario non era casuale.
DE B: Beh, insomma...
BERL: Quindi non ci sarebbe stata nessuna lettera.

A questo punto a De Bortoli manca la parola. Senza neppure aver cominciato a far domande, l'interrogatorio è chiuso. Vespa parte con una manovra diversiva sollevando un velato riferimento a un “intellettuale di sinistra” che Berlusconi stoppa sdegnoso.

BERL: Io voglio restare sul fatto: si sono costruite artatamente due verità (bla bla bla, tanto chi mi ferma più, De Bortoli? L'ho messo al tappeto subito De Bortoli, guardatelo: adesso Vespa gli ridà la parola e io lo rizittisco immediatamente, quanto ci scommettete?)
VESPA: Prego, Ferruccio.
DE B: Guardi, io la ringrazio Presidente ma... mi dispiace contraddirla, nel senso che... io non credo che ci sia stato un complotto mediatico, perché quello che è stato...
BERL: Io non ho mai parlato di un complotto, Direttore. Mai.
DE B: ...allora non c'è stata nessuna trappola mediatica... perché comunque insomma... poi ci sono state delle interpretazioni... degli eccessi... e lei fa bene, Presidente, a difendersi e a dare tutti i chiaramenti opportuni...

Da qui in poi lo faranno parlare senza interromperlo, ma è dimesso, stanco: guarda in basso come il predatore sconfitto nel duello contro il maschio-alfa, si lamenta querulo che la vita privata non andrebbe mescolata con la pubblica... tanta fuffa ragionevole, nessuna domanda diretta, di quelle che un umilissimo cronista saprebbe porre: ad esempio; cosa significa che la tal candidata è una “superlaureata”? E se è vero quello che Berl. ha detto pochi minuti prima, e cioè che la sua presenza alla festa fu una semplice improvvisata durante una missione di lavoro al termovalizzatore, come la mettiamo col regalino? Perché, come fa notare Malvino, i casi sono due: o si porta sempre anellini con sé, anche quando visita i termovalizzatori, o l'improvvisata non era così improvvisata... oppure chi lo sa, magari c'è un terzo caso, e Berlusconi potrebbe spiegarlo: le domande servono anche a questo, no? No, le domande non servono a niente, le domande non si fanno proprio.

Poco dopo scopriamo che De Bortoli non è venuto a intervistare il Presidente, ma a dargli consigli di stile: Berlusconi, dice, non avrebbe dovuto andare a quel compleanno. Perché? Perché era una festa burina, lascia capire, con i cuochi che indossavano magliette cheap. Sul serio.

De B: Posso dire una cosa di sensazione mia personale? Io credo che lei Presidente sia al massimo... anzi, mi auguro, insomma... lei ha una grandissima popolarità, tutti le riconoscono le grandi realizzazioni del suo Governo [tutti?], lei ha avuto modo, lo ha tutti i giorni di valutare qual è anche l'affetto che la gente ha per lei, insomma.
Io però credo che un Presidente del Consiglio... lei è una persona generosa, non sa dire di no, insomma la invitano, lei ci va, si spende sempre con grandissima generosità: gliene dobbiamo dare atto. Però io credo che alle feste e ai compleanni non si debba andare.
Queste fotografie certamente dimostrano che, per carità quella era una manifestazione pubblica come tante altre... Però insomma io credo che ci sia anche una forma delle istituzioni che lei rappresenta. Forse qui potrebbe cogliere l'occasione che l'aver detto di sì a quella persona che l'ha invitata quella sera sia stata poi un errore se poi ha scatenato questa tempesta mediatica. Insomma mi crea un certo disagio vedere un Presidente del Consiglio che è fotografato insieme a quei signori, per carità, tutti rispettabilissimi, insomma, uno c'ha la maglietta
Song'e' Napuli, io personalmente qualche forma di disagio la sentirei. Mi piacerebbe insomma che questa occasione fosse un'occasione per dire beh, forse è meglio che in queste occasioni il Presidente del Consiglio non compaia.

Dietro al muro d'imbarazzo c'è un problema vero. Berlusconi è una carica istituzionale, che però pretende di infilare in agenda delle comparsate elettorali. Lo aveva affermato lui stesso poco prima, nella foga della sua autodifesa: alla festa di Noemi c'è andato perché voleva discutere con suo padre a proposito di un paio di candidature nel collegio Centro-sud Campania. Ma c'è arrivato in pompa magna, con scorta ufficiale e tutto quanto:

Sono arrivato con otto auto della polizia e della scorta: sembrava un funerale. Sono arrivato lì al ristorante, sono entrato... mi si sono fatti lì contro, e quando c'è tanta gente... non mi si può chiedere di non fare campagna elettorale: anche perché andremo presto alle elezioni.

Non gli si può chiedere di non fare campagna elettorale, a B.: anche se le sue elezioni le ha vinte l'anno scorso, e ora dovrebbe concentrarsi su un altro mestiere, che è quello del governo; come Obama, che per un anno ha comiziato, ma adesso sta lavorando. Questo fanno di solito i politici nelle democrazie moderne: un anno di campagna e quattro di governo. Con B. è diverso, l'Italia è diversa: siamo in Campagna Elettorale Permanente. Lo sappiamo: le Amministrative, le Europee, i Referendum sono tutte consultazioni provvisorie che possono decidere la sorte di un governo, e che costringono i governanti a perder tempo nelle cucine dei ristoranti e nelle tendopoli, e a rinnovare continuamente le promesse elettorali. Berlusconi è in campagna per Bruxelles anche se non potrà mai andarci, un'assurdità che qui nessuno gli rimprovera: un malcostume che non nasce con lui, anzi lo crea: l'odierno Berlusconi populista, quello che ha un sorriso e una stretta di mano per tutti, è un prodotto della Campagna Permanente. E non gli si può chiedere di non farla, perché in verità e l'unica cosa che sa fare: se gli togli le elezioni, si attaccherà ai sondaggi di popolarità, come l'eroinomane al metadone. 

Tutto questo vagamente De Bortoli l'ha capito, ma non lo dice. Quel che dice è che Berlusconi non dovrebbe farsi fotografare accanto a una maglietta Song'e'Napule. La questione politica (non possiamo mescolare campagna elettorale e lavoro istituzionale) si trasforma in questione di stile: a quel punto tanto valeva mandare Lina Sotis, che ha una parlantina più sciolta; tanto più che buttarla in stile quando giochi contro il re dei populisti significa praticamente servirgli la palla: schiacciata, set, game, match:

Non sono d'accordo con lei sul fatto che io, come Presidente del Consiglio, debba arrivare a non andare a una festa di matrimonio, a una festa di compleanno, a riunioni... perché rinuncerei ad essere me stesso, rinuncerei a mantenere tutte le promesse che ho fatto anche in sede amicale, a stare con la gente. Quella persona che lei dice Io song'e'Napule era una persona che lavorava nella cucina di un ristorante... io quando vado in un ristorante normalmente faccio sempre gli incontri e le fotografie con tutti quelli che lavorano in cucina, a tutti chiedo cose della vita vera. Parlo con i taxisti, parlo con i commessi... sono un uomo come tutti gli altri, e ho un grandissimo rispetto soprattutto per le persone più umili. Se cessassi di fare questo non sarei più me stesso (applausi).

Berlusconi ha buone ragioni di complimentarsi con un direttore di giornale che invece di fargli una sola domanda si presta a recitare la parte (tipica delle fiction mediaset, fateci caso) del borghese altezzoso con la mania per le “forme”, rispetto alla quale si staglia luminosa la figura di Silvio C'è, quello che S'Interessa Alla Vita Vera Della Gente Umile.

Mi sbaglio se suggerisco che in un Paese democratico, con una stampa indipendente, un direttore che si prestasse a un servizietto del genere nei confronti di un uomo di potere verrebbe licenziato immediatamente? Sì, mi sbaglio, perché non posso dimostrarlo. In un Paese democratico nessun direttore si è mai abbassato così. Che io sappia. Magari non ho cercato bene: se avete esempi segnalatemeli.

De Bortoli invece resterà lì dov'è, e c'è già chi si complimenta con lui per le “stoccate” inferte al premier: lui, che s'è fatto ridurre al silenzio da un settantenne arzillo ma retoricamente non irresistibile. Questa è la stampa italiana, oggi, rappresentata dai suoi professionisti più prestigiosi. Delle interviste scomode ai potenti si è semplicemente persa la memoria storica: della Fallaci ci si ricorda soltanto la rabbia, non l'orgoglio con cui
dava del tu all'ospite potente.

In mezzo a tutto questo io scrivo, come tanti, senza nessuna pretesa di fare lezioni di giornalismo. Non sono un giornalista: ma non è necessario essere calciatori professionisti per accorgersi che a centrocampo fanno melina. Non scrivo per farmi passare la rabbia (che non passa, anzi); piuttosto con una presunzione di testimonianza: chi verrà dopo di noi non dovrà pensare che eravamo tutti prostrati come Vespa, arresi come De Bortoli. C'era gente normale, con una famiglia e un lavoro più o meno normale, che in casa propria si faceva le domande che i giornalisti non volevano o non sapevano più fare. Non eravamo la maggioranza, non pretendevamo di esserla: ma esistevamo. Devono saperlo i posteri: non si sono bevuti il cervello in quindici anni, gli italiani. Non tutti.

martedì 5 maggio 2009

La realtà imita il fotomontaggio

"Le vrai peut quelquefois n'être pas vraisemblable..."
Insomma, le foto di Berlusconi alla festa sono vere o no? Come si fa a dirlo. Davvero, in teoria dopo anni l'occhio per il fotomontaggio dovremmo averlo. Semmai ci manca l'occhio per la foto non ritoccata, ed è questo il punto. Ormai qualsiasi allineamento di pixel ci suggerisce il trucco, anche quando non c'è. Provate a guardare i vostri flickr con occhi vergini: ci troverete ritocchi dappertutto, senza bisogno di scomodare Berlusconi.

Il quale Berlusconi aggiunge una difficoltà, ovvero: sembra finto. Sempre e comunque. Mettilo in posa nel modo più spontaneo possibile, lascia che si rilassi, che sorrida e faccia le corna a un ministro: niente da fare, di fronte all'obiettivo risulterà comunque una sagoma di cartone. Tanto vale ritoccarlo direttamente.

Faccio un piccolo esempio, prendendo una foto recente che (se non mi sbaglio) serviva a dimostrare che i due sposini se la filassero una meraviglia. Vi sembra vera? A me sembra un montaggio, e pure a buon mercato. C'è uno sfondo verde-maculato che è la classica risorsa di chi non vuol perder troppo tempo con photoshop; la luce che batte in fronte a Berlusconi (complimentoni al fotografo, per inciso) non rischiara per nulla la consorte, che sembra piuttosto esposta a una fonte luminosa da un'altra direzione; lui per contro ha un flash negli occhi che gli conferisce un'espressione da mattoide, ma che sulla Lario non risulta. Senza parlare del solito handicap, l'altezza: la faccia di Berlusconi non è mai dove dovrebbe essere, sembra sempre ritagliata; salvo che se davvero la ritagliassero, l'appicicherebbero un po' più in alto, no?

Ecco, con Berlusconi il problema è questo: quando viene male sembra innaturale, quando viene bene non può che essere ritoccato. Malgrado tutto io penso che questa foto sia vera: montarla non avrebbe avuto molto senso.

Ora però prendo la foto e decido di usarla a sostegno della tesi di Feltri (il ministro del basso ventre di Berlusconi), secondo cui il divorzio è tutto un complotto politico di Franceschini. In effetti la Lario e Franceschini si frequentano da anni, non avete mai visto le foto? Eccole.

Miriam Raffaella Bartolini tanti anni fa si è trovata un nome d’arte: Veronica Lario. Dall’altro ieri gliene abbiamo trovato uno noi: Lario Franceschini. (Valeria Braghieri, Libero 30/4/9)

Dieci minuti di lavoro, e avrei potuto fare di meglio; ma poi rischiava di andare in prima pagina su Libero per davvero (e alla fine Feltri se la sarebbe presa con me). Sembra finta? Sì, ma non più della vera. Nella fotografia le categorie "vero" e "falso" sono saltate da un pezzo. Il naturalismo è finito: siamo tornati in una fase classicista in cui l'unica categoria solida è quella del "verosimile": ammesso che ogni foto è ritoccata o passibile di ritocco, l'immagine migliore è quella che imita con più grazia il vero. Ora si dà il caso che Berlusconi, in questo nuovo classicismo, stoni come un piazzista di detersivi tra le cariatidi dell'Eretteo. E certo, non è colpa sua se il suo corpo non rispetta le proporzioni vitruviane
D'altro canto è pur vero che non gli mancano i mezzi per farsi scattare - e ritoccare - foto migliori. Per dirla con Gilioli: almeno una volta si usavano i professionisti. E qui arriviamo al nucleo politico della discussione: Berlusconi non cadrà perché ha rapporti extraconiugali (capirai), ma perché si è circondato da troppi incompetenti, a tutti i livelli; veline ai ministeri, ipovedenti all'ufficio stampa, leghisti alle riforme, eccetera.

(Vedi anche Brinda con Papi).

lunedì 4 maggio 2009

Pandemia, per normale che tu sia

Mascherine

Ieri il tg2 delle tredici ha fatto di tutto per ridimensionare l'allarme "influenza suina" (che non è più suina), con un servizio che diceva così:
Messico: un matrimonio in tempi di influenza A. L'immagine è emblematica: l'influenza A rappresenta una sfida globale di tutto rispetto. Secondo l'Organizzazione Mondiale della Sanità al momento i Paesi coinvolti sono 21, con un totale di 985 casi registrati, 26 decessi, tutti in Messico tranne un bambino comunque messicano morto negli USA.
Al momento si è in attesa delle decisioni dell'Organizzazione Mondiale della Sanità che potrebbe far salire il livello di allerta a 6, segnalando così l'inizio della Pandemia. Il termine però non deve far paura: indica soltanto che i focolai epidemici sono presenti in più Paesi, e non solo in Messico.
E' soprattutto una misura precauzionale, visto che il comportamento dei virus non può essere previsto e che l'emisfero meridionale inizia la stagione fredda, quella durante la quale i virus tendono a evitare più pericolosi. L'Egitto ha deciso di abbattere i maiali destinati all'alimentazione della popolazione cristiana anche se perfettamente sani e del tutto incolpevoli della trasmissione dell'influenza.
La Cina mette in isolamento chi arriva dalle popolazioni colpite: gli ospiti di un hotel di Hong Kong sono in quarantena perché turisti messicani. La cosa ha suscitato le forti perplessità del Paese centroamericano, che ha accusato il Paese asiatico di discriminare i cittadini messicani. In Thailandia si chiedono strumenti come gli scanner per misurare la febbre in ogni scalo.
Insomma la sitazione è ancora fluida anche se per il momento non grave e comunque è sotto controllo.

Il testo, a rileggerlo, non era neppure così male; però le notizie delle Tredici non si "leggono": si guardano. E le immagini corredate al testo mostravano messicani con la mascherina. Due minuti di messicani e mascherine. Ormai si sa che la mascherina non serve a nulla, ma fa lo stesso. E poi un po' di provette in laboratorio, il rassicurante armamentario scientifico. E in mezzo a tutto questo, certo, mentre con un occhio guardavamo le mascherine messicane e con l'altro soppesavamo inquieti il prosciutto, avremo pure udito parole ragionevoli, ma cosa ne avremo capito? Qualcosa del genere:

Messico: un matrimonio in tempi di influenza A. L'immagine è emblematica: l'influenza A rappresenta una sfida globale di tutto rispetto. Secondo l'Organizzazione Mondiale della Sanità al momento i Paesi coinvolti sono 21, con un totale di 985 casi registrati, 26 decessi, tutti in Messico tranne un bambino comunque messicano morto negli USA.

Al momento si è in attesa delle decisioni dell'Organizzazione Mondiale della Sanità che potrebbe far salire il livello di allerta a 6, segnalando così l'inizio della Pandemia. Il termine però non deve far paura: indica soltanto che i focolai epidemici sono presenti in più Paesi, e non solo in Messico.

E' soprattutto una misura precauzionale, visto che il comportamento dei virus non può essere previsto e che l'emisfero meridionale inizia la stagione fredda, quella durante la quale i virus tendono a evitare più pericolosi. L'Egitto ha deciso di abbattere i maiali destinati all'alimentazione della popolazione cristiana anche se perfettamente sani e del tutto incolpevoli della trasmissione dell'influenza.

La Cina mette in isolamento chi arriva dalle popolazioni colpite: gli ospiti di un hotel di Hong Kong sono in quarantena perché turisti messicani. La cosa ha suscitato le forti perplessità del Paese centroamericano, che ha accusato il Paese asiatico di discriminare i cittadini messicani. In Thailandia si chiedono strumenti come gli scanner per misurare la febbre in ogni scalo.

Insomma la sitazione è ancora fluida anche se per il momento non grave e comunque è sotto controllo.

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