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mercoledì 9 novembre 2011
Poveri inediti idioti
Voglio scrivere anch'io due minchiatine sui Soliti Idioti, ovviamente senza aver visto il film (quest'anno va così. Anche se devo dire che l'unico blogger che lo ha visto ne ha parlato abbastanza bene). Confesserò per prima cosa di essere uno di quegli insospettabili che ogni tanto in tv li guarda, ridacchiandoci anche su. Così l'attacco della De Gregorio mi ha ferito un po'. Mi sono ritrovato schiacciato ai minimi livelli culturali di una generazione che non è la mia, io passo di lì solo, ehm, per informarmi, sapete, col mio mestiere è vitale conoscere i tormentoni o va finire che non capisci più gli insulti che ti scrivono sulle porte del bagno. Va da sé che quello che ha scritto la De Gregorio sui Soliti Idioti e sul pubblico ebete dei Soliti Idioti si sarebbe potuto scrivere di quasi tutti i format comici passati nei nostri palinsesti dal Drive In in poi – e se scrivo Drive In è soltanto perché la mia memoria si blocca lì, ma può darsi che si facesse tv scema anche in precedenza, perlomeno lo attesterebbero alcune filastrocche di carosello tramandate oralmente, nonché alcuni reperti rinvenuti durante Da Da Da. Senz'altro i Soliti Idioti non è un capolavoro. Ma che sia intrinsecamente meno intelligente del tardo Mai dire Gol, o di Indietro Tutta (per citare due trasmissioni a caso che hanno fatto ridere generazioni di ragazzini) no, io non lo credo. Secondo me la vera novità dei Soliti Idioti non sta nemmeno nella cifra grottesca, che altre trasmissioni avevano anticipato e che comunque è inferiore a molti reality in prima serata in chiaro. Credo che si tratti principalmente di una questione di budget.
I Soliti Idioti è una trasmissione povera, questa secondo me è la novità, e non è una buona novità. Pur restando un prodotto dignitoso e professionale, con qualche slancio coraggioso (ogni tanto incidono una canzone nuova, abbozzano una coreografia), i Soliti Idioti sostanzialmente sono due attori non troppo professionisti che fanno degli sketch con personaggi ricorrenti. Ok, ci sono le parolacce, ma in sostanza i Soliti Idioti lo potremmo anche considerare un programma reazionario, quasi involutivo, un ritorno alle scenette che prelude forse a un ritorno a Carosello, dopodiché torneranno le pecorelle, il monoscopio, la tv smetterà di funzionare e dopo un po' anche la radio, e risaliremo sugli alberi. In realtà è tutto spiegabile con le crisi, che sono tre o quattro: la crisi economica (una volta ogni programma aveva cinque o sei comici, oggi se una rete ha un comico lo spreme per due ore di monologhi, ma non le regge nemmeno Guzzanti, figurati Crozza), la crisi dei consumi giovanili, la crisi del musicale, la crisi di MTV Italia. Quest'ultima è la più circoscritta ma anche la decisiva: forse i Soliti Idioti non avrebbe penetrato così bene la dura cervice dei giovani d'oggi, se a un certo punto MTV non avesse deciso di riempire il suo palinsesto (soprattutto in estate) di repliche infinite di un programma scopiazzato dai britannici (mancavano anche i soldi per comprarsi il format vero). E coi ragazzi, si sa, la reiterazione è fondamentale. Naturalmente i guru ci spiegheranno che il vero successo è quello virale, per cui ogni singolo sketch veniva condiviso e apprezzato e commentato su youtube; io però ho passato quasi tutta l'estate scorsa a casa e a un certo punto mi sembrava che MTV fosse diventata I Soliti Idioti Tv.
A proposito, non so se ne avete sentito parlare, ma di recente tutte le MTV del mondo hanno cambiato il logo, togliendo la scritta “Music Television” che in effetti ormai era un retaggio del passato. Questa cosa per alcuni della mia età è dura da mandar giù, anche se in fin dei conti non è nulla di grave: canali che sparano musica 24 ore su 24 ce ne sono ancora da qualche parte sul digitale terrestre. Non vanno molto bene, altrimenti anche MTV si sarebbe tenuto la sua M originale. Gli assassini siamo stati noi, non è vero? Scaricando e scaricando abbiamo messo in ginocchio le povere major, che hanno smesso di investire capitali nella promozione dei loro artisti, e MTV si è data ai reality scemi. Ce lo siamo meritato tutto, Jersey Shore (però le repliche alle due del pomeriggio, Cristo, no, dov'è il Moige quando serve).
La povertà dei Soliti Idioti si riflette su un altro aspetto che mi sembra sia sfuggito a molti, ed è la dilatazione dei tempi comici. Qual è la differenza principale tra gli sketch dei Soliti Idioti e quelli, poniamo, dei comici della Gialappa cinque o dieci anni fa? Sono più grotteschi? Forse. Sono meno ispirati? Il budget è quel che è. Ma soprattutto gli sketch dei Soliti Idioti sono più lenti. È un fenomeno di cui parlano in pochi, e che secondo me è fondamentale, forse è l'unica cosa che ho capito dei giovani d'oggi e ve la lascio qui gratis: ai giovani d'oggi le cose bisogna spiegargliele con lentezza, e ripetergliele molte volte.
Questo non significa che i giovani d'oggi siano irrecuperabili come dice la De Gregorio. A me piace pensare che sia uno di quei contraccolpi storici: dopo una Mtv generation ipercinetica che messaggiava guardando video e negli intervalli degli spot votava per un mondo migliore, forse una generazione che se la prende calma e apprezza la lentezza potrebbe salvarci. In ogni caso mi aspetto un ritorno dei ritmi lenti nei film dei prossimi anni, anche solo perché più veloci di Transformers non si può andare. Non so quanto il film dei Poveri Idioti confermi questa mia ipotesi e onestamente non ho neanche voglia di andare a controllare. Non so neanche bene perché sono contento che il film stia andando forte. Non credo c'entri lo snobismo all'incontrario.
Credo che sia una specie di solidarietà per una generazione – quella degli adolescenti di oggi – che non è ancora riuscita a recintare qualcosa e a chiamarlo suo. I nativi digitali, in teoria – in pratica internet è piena di bavosi trenta-quarantenni che ti spiegano la netiquette e ti adescano sui social network. La musica è già tutta on line, ma per capirla, per metterti la maglietta giusta, devi almeno conoscere le evoluzioni stilistiche degli ultimi trent'anni. Persino i comici in tv, il grado zero virgola uno dell'intrattenimento, quelli da cui si pretende poco o nulla, appena un tormentone da portarsi a scuola per sentirsi meno soli nell'intervallo del lunedì – persino loro ormai sono incomprensibili, fanno solo satira politica che è una cosa che per capirla devi prima conoscere la politica ed è più o meno come con la musica, ti tocca ripartire dall'avvento del grunge e di Silvio Berlusconi, vent'anni fa. Alla fine arrivano Biggio e Mandelli, e non sono un granché, però finalmente fanno qualcosa che ai vecchi fa schifo. Finalmente! Non imitano quei politici noiosi e sconosciuti, non fanno riferimenti a cose lontane, forse copiano un programma inglese ma questa è una curiosità da blogger di nicchia, e hanno un ritmo lento, se non capisci una gag loro te la ripetono più lenta finché non ci arrivi. Ecco, i Soliti Idioti sono il povero programma che ci mancava. Non è un granché, ma non è che ai ragazzini serva tutto questo granché per divertirsi. E probabilmente a ridere con poco ci si dovranno abituare.
martedì 8 novembre 2011
I funerali della volpe 876
Lo so che non vediamo l'ora da anni, ma questa fretta è davvero perniciosa. C'è una troppa voglia di trenino qua in giro, troppa voglia di celebrare i funerali della volpe, e si sa di solito come vanno a finire, no?
Berlusconi non finisce mica oggi. Almeno, lo dice l'Unita.it, e si commenta di là (H1t#98).
Una volta le galline trovarono la volpe in mezzo al sentiero. Aveva gli occhi chiusi, la coda non si muoveva. - È morta, è morta - gridarono le galline. – Facciamole il funerale...
Credo che a questo punto nessuno, nemmeno l'on. Carlucci, dubiti più che Berlusconi sia un problema. Non è senz'altro il più grave – non lo è mai stato – ma è il problema che dobbiamo risolvere per primo, il primo nodo del groppo. Basta non credere che questo nodo si possa sciogliere domani, o posdomani, o comunque nel momento in ogni caso non molto remoto in cui Berlusconi accetterà di rassegnare le dimissioni. Quella sarà la fine di un governo (il quarto a portare il suo nome), non di Berlusconi. Che ha ancora diverse carte da giocare, e di sicuro non scomparirà dalla scena, come non è scomparso nel 1994 o nel 2006.
Se ormai possiamo parlare di ventennio berlusconiano è perché riconosciamo che anche nei periodi in cui non governava, B. è riuscito a mettersi al centro del dibattito politico e a trasformarlo in un eterno sondaggio su sé stesso. Non c'è motivo di pensare che non farà la stessa cosa anche stavolta: non gli mancano certo le risorse, né le strutture che in tutti questi anni hanno retto il suo consenso (tv, giornali, pubblicità). Le defezioni di questi giorni potrebbero certo indurci a pensare che gli mancano gli uomini (e le donne), ma in fondo sappiamo che non è vero: che per ogni Carlucci o Stracquadanio che se ne va, Berlusconi può trovarne altri tre, altri quattro aspiranti parlamentari ugualmente professionali e magari anche più piacenti. Mal che vada c'è il casting per il Grande Fratello.
Berlusconi non finisce mica oggi. Almeno, lo dice l'Unita.it, e si commenta di là (H1t#98).
Una volta le galline trovarono la volpe in mezzo al sentiero. Aveva gli occhi chiusi, la coda non si muoveva. - È morta, è morta - gridarono le galline. – Facciamole il funerale...
Credo che a questo punto nessuno, nemmeno l'on. Carlucci, dubiti più che Berlusconi sia un problema. Non è senz'altro il più grave – non lo è mai stato – ma è il problema che dobbiamo risolvere per primo, il primo nodo del groppo. Basta non credere che questo nodo si possa sciogliere domani, o posdomani, o comunque nel momento in ogni caso non molto remoto in cui Berlusconi accetterà di rassegnare le dimissioni. Quella sarà la fine di un governo (il quarto a portare il suo nome), non di Berlusconi. Che ha ancora diverse carte da giocare, e di sicuro non scomparirà dalla scena, come non è scomparso nel 1994 o nel 2006.
Se ormai possiamo parlare di ventennio berlusconiano è perché riconosciamo che anche nei periodi in cui non governava, B. è riuscito a mettersi al centro del dibattito politico e a trasformarlo in un eterno sondaggio su sé stesso. Non c'è motivo di pensare che non farà la stessa cosa anche stavolta: non gli mancano certo le risorse, né le strutture che in tutti questi anni hanno retto il suo consenso (tv, giornali, pubblicità). Le defezioni di questi giorni potrebbero certo indurci a pensare che gli mancano gli uomini (e le donne), ma in fondo sappiamo che non è vero: che per ogni Carlucci o Stracquadanio che se ne va, Berlusconi può trovarne altri tre, altri quattro aspiranti parlamentari ugualmente professionali e magari anche più piacenti. Mal che vada c'è il casting per il Grande Fratello.
Mettiamo pure che oggi (o domani, o tra una settimana, un mese) Berlusconi cada sul serio. A questo punto i commentatori ci mostrano due scenari: un governo tecnico fino alla fine della legislatura (sorretto da un inedito arco antiberlusconiano Fini-Casini-PD e forse anche dalla Lega) o un governo simile ma assai più breve che ci porti alle elezioni il più presto possibile, con o senza riforma elettorale (Maroni domenica sera sembrava possibilista: secondo lui si può abrogare il porcellum e andare a votare anche a gennaio con una legge decente; ma sembra fantascienza). In entrambi gli scenari c'è una zona d'ombra, ovvero: che farà, nel frattempo, Silvio Berlusconi? Se ne starà a guardare lo spettacolo dei suoi ex amici Fini e Casini che gli devono tutto e che tornano al governo coi voti dei suoi figuranti, scritturati dalle sue agenzie, lanciati dalle sue televisioni e coi suoi manifesti? Se abbiamo imparato un po' a conoscerlo in questi anni, sappiamo che non lo farà.
E che farà, quindi? Non importa quanti topolini abbandoneranno la nave del PDL nei prossimi giorni: Berlusconi continuerà a mantenere uno zoccolo duro di pretoriani in Camera e Senato, utili a mettere in crisi la composita maggioranza antiberlusconiana nei momenti in cui si troverà ad approvare decreti impopolari. Nel frattempo la vera artiglieria partirà da carta stampata e tv: di golpe si parlerà tutti i giorni sui canali Mediaset, su Libero, il Giornale, il Tempo, il Secolo d'Italia, il Foglio (Ferrara si accoderà, s'è sempre accodato). Ne parleranno anche i berlusconiani superstiti nei palinsesti Rai, visto che probabilmente la maggioranza antiberlusconiana sarà troppo timida per parlare di epurazioni.
Finché rimane al governo, Berlusconi è costretto a sfoggiare un europeismo d'ordinanza; una volta all'opposizione, non ci sarà più nessun attrito con la realtà e il partito-azienda potrà cavalcare gioiosamente l'ondata antieuropeista più becera che riterrà necessario per sopravvivere: tornerà quel vecchio ritornello mai veramente accantonato, “è colpa dell'euro”: qualche pseudointellettuale scritturato all'uopo chiederà a gran forza il ritorno della lira e di quel meraviglioso lubrificante del boom italiano che fu l'inflazione. Tutto assolutamente inverosimile, proprio come quando prometteva milioni di nuovi posti di lavoro. Del resto sono solo promesse, B. non ha mai avuto intenzione di mantenerle. È solo lo spettacolo che gli serve per presentarsi alle elezioni
Probabilmente gli italiani non la berranno come nel 1994 o nel 2001 o nel 2008, ma questo non ha molta importanza: l'artiglieria di Mediaset e dei suoi giornali gli consentirà comunque un buon piazzamento. E Berlusconi – anche questo dovremmo averlo capito – vince anche quando perde. La presenza di un suo partito in parlamento lo legittima, gli consente margini di trattativa, per non parlare dell'opportunità di comprarsi in aula i seggi che non è riuscito a vincere alle elezioni. Tanto più che mentre sta all'opposizione, sugli scranni della maggioranza siederà un'alleanza scarsamente coesa (sia che ne faccia parte l'UDC sia che ci entri la SEL di Vendola) costretta da Bruxelles e Fondo Monetario a scelte che deluderanno comunque gli elettori di centrosinistra – mentre a destra Lega e berlusconiani batteranno la grancassa dell'antieuropeismo. Avremo insomma un altro governo debole, come il Prodi 2, e forse perderemo altri anni – salvo che non abbiamo più anni da perdere. E allora?
E che farà, quindi? Non importa quanti topolini abbandoneranno la nave del PDL nei prossimi giorni: Berlusconi continuerà a mantenere uno zoccolo duro di pretoriani in Camera e Senato, utili a mettere in crisi la composita maggioranza antiberlusconiana nei momenti in cui si troverà ad approvare decreti impopolari. Nel frattempo la vera artiglieria partirà da carta stampata e tv: di golpe si parlerà tutti i giorni sui canali Mediaset, su Libero, il Giornale, il Tempo, il Secolo d'Italia, il Foglio (Ferrara si accoderà, s'è sempre accodato). Ne parleranno anche i berlusconiani superstiti nei palinsesti Rai, visto che probabilmente la maggioranza antiberlusconiana sarà troppo timida per parlare di epurazioni.
Finché rimane al governo, Berlusconi è costretto a sfoggiare un europeismo d'ordinanza; una volta all'opposizione, non ci sarà più nessun attrito con la realtà e il partito-azienda potrà cavalcare gioiosamente l'ondata antieuropeista più becera che riterrà necessario per sopravvivere: tornerà quel vecchio ritornello mai veramente accantonato, “è colpa dell'euro”: qualche pseudointellettuale scritturato all'uopo chiederà a gran forza il ritorno della lira e di quel meraviglioso lubrificante del boom italiano che fu l'inflazione. Tutto assolutamente inverosimile, proprio come quando prometteva milioni di nuovi posti di lavoro. Del resto sono solo promesse, B. non ha mai avuto intenzione di mantenerle. È solo lo spettacolo che gli serve per presentarsi alle elezioni
Probabilmente gli italiani non la berranno come nel 1994 o nel 2001 o nel 2008, ma questo non ha molta importanza: l'artiglieria di Mediaset e dei suoi giornali gli consentirà comunque un buon piazzamento. E Berlusconi – anche questo dovremmo averlo capito – vince anche quando perde. La presenza di un suo partito in parlamento lo legittima, gli consente margini di trattativa, per non parlare dell'opportunità di comprarsi in aula i seggi che non è riuscito a vincere alle elezioni. Tanto più che mentre sta all'opposizione, sugli scranni della maggioranza siederà un'alleanza scarsamente coesa (sia che ne faccia parte l'UDC sia che ci entri la SEL di Vendola) costretta da Bruxelles e Fondo Monetario a scelte che deluderanno comunque gli elettori di centrosinistra – mentre a destra Lega e berlusconiani batteranno la grancassa dell'antieuropeismo. Avremo insomma un altro governo debole, come il Prodi 2, e forse perderemo altri anni – salvo che non abbiamo più anni da perdere. E allora?
E allora forse bisogna tornare da capo e avere il coraggio di mettere nero su bianco che Berlusconi è un problema, ma non perché sta al governo. Berlusconi è un problema perché da vent'anni occupa la scena politica col suo ingombrante partito-azienda. Quando osservatori stranieri certo non sospettabili di estremismo, come il Financial Times, ci chiedono di farla finita di Berlusconi, non intendono semplicemente di convincerlo a rassegnare le dimissioni da presidente del consiglio. Loro parlano esplicitamente di esilio, e forse qualcuno dovrebbe cominciare anche qui. http://leonardo.blogspot.com
sabato 5 novembre 2011
Sporco maschio guardami
Io queste attiviste ucraine che si spogliano per protesta è da un po' che le vedo in giro – su internet e riviste, intendo, non pensiate che io abbia una vita altrove ormai – e devo dire che non mi convincono.
Non è che mi scandalizzi, però sono diffidente. È la mia educazione: diffido di chiunque mi si spogli davanti, sono convinto che abbia qualcosa da nascondermi (vedi com'è tortuosa l'educazione). Da una parte, posso capire, manifestare significa attirare l'attenzione, e da questo punto di vista spogliarsi funziona – basta andare su Repubblica.it in questo momento, ma quest'estate tennero l'homepage anche sull'Unità, insomma, l'attivista nuda tira. Non è soltanto una pratica funzionale, è anche una delle meno violente che si possano immaginare: invece di tirare estintori o bruciare SUV, mostrarci per quello che siamo. Salvo che non siamo quasi mai così belli come le attiviste ucraine che si vedono spesso in foto sulle riviste o su internet (le foto di oggi non rendono loro giustizia).
Non so esattamente quanto il loro attivismo abbia a che fare col movimento internazionale degli SlutWalk, i cortei in cui le femministe si vestono da “sluts” (traduciamo “sgualdrine”, via) per protestare contro la violenza maschile. Gli SlutWalk sono cominciati a Toronto la scorsa primavera e stanno andando piuttosto bene, tanto che anche in Italia c'è chi comincia a pensarci. Visti in foto sembrano un po' la versione femminista dei gay pride (un'affermazione che immagino mi farà amare tantissimo da femministe, gay e femministe gay), una gara a conciarsi peggio non indenne da una certa dose di esibizionismo che però, diciamolo, quando vai in piazza c'è sempre. In piazza ci vai per attirare l'attenzione, e il tuo ego di solito non lo lasci a casa. Io perlomeno non lo facevo, e se non mostravo il corpo era semplicemente perché non avevo tutto questo gran corpo da mostrare (altrimenti chissà).
Comunque: dietro agli SlutWalk c'è una filosofia controversa. Quando un ufficiale della polizia di Toronto dichiarò che ci sarebbero state meno molestie se le donne avessero evitato “di vestire come sluts”, le femministe canadesi sfilarono mostrando il loro diritto costituzionale a vestirsi come volevano, e quindi anche come sluts. Non fa una grinza. Salvo che poi sui giornali non ci va la foto dell'impiegata cinquantenne con la panzetta, alla quale conciarsi da slut costa magari qualche sacrificio. Ci vanno sempre tipe in forma come le attiviste ucraine, per la gioia di noi guardoni di internet (mi ci metto anch'io ma devo dire che ormai guardo pochissimo). Il messaggio che ne ricaviamo è un po' diverso da quello che forse prevedevano le femministe: non è più “sono una donna e non mi devo vergognare di avere un corpo”, ma più qualcosa del tipo “guardami, te lo sogni di spogliare un corpo così”. Insomma, un corpo nudo brandito contro di me, maschio guardone. Non è contundente come un estintore, ma si suppone comunque che debba ferirmi, frustrarmi nei miei desideri, nelle mie pulsioni. E ammettiamo pure per un istante che in quanto maschio io debba vergognarmi per i crimini di tutti i maschilisti del mondo – ma quello che finisco per provare è un po' la sensazione che qualcuno mi voglia farmi vergognare del fatto che guardo una donna nuda. Come ai bei tempi dell'oratorio, insomma. Ma almeno all'oratorio non me le squadernavano in faccia, le donne nude. Invece qui ci sono donne nude che mi gridano: vergognati maschilista delle tue pulsioni. Tutto quello che mi viene da rispondere è: no, non mi vergogno. E a quel punto mi sale pure in punta di lingua una parola che in generale non amo usare, la traduzione letterale di slut, diciamo. Qualcosa di becero, di maschilista davvero, ecco: l'effetto pratico dell'attivista-nudista è farmi sentire un po' più maschilista di prima. Dura solo pochi istanti, ma non credo che sia l'effetto voluto. O no?
La prima volta che sentii parlare di questo gruppo di attiviste ucraine che si spogliavano era su una rivista, non mi ricordo più se D o Vanity Fair, però le foto erano notevoli. Donne nude aggredite da poliziotti. Protestavano contro lo stupro mettendolo in scena, praticamente. Ho cercato di guardare quelle foto da una prospettiva non guardona, ma temo di non averla trovata. Va da sé che non succede niente, non credo che nessuno scenderà a stuprare una ragazza perché ha visto una scena di stupro attizzante su D o Vanity Fair.
Ma la cosa che mi lasciò più interdetto è che nello stesso servizio spiegavano che queste donne bionde e molto belle (magari non sono tutte belle, ma in foto ci vanno quelle più belle) in quell'occasione stavano protestando contro il turismo sessuale degli italiani in Ucraina. E così, grazie al loro attivismo, il risultato è che io lettore italiano stavo guardando bellissime ucraine nude su una rivista. Va da sé che non succede niente, non credo che nessuno correrà a prenotare un fine settimana a Kiev perché ha visto delle attizzanti ucraine nude su D o Vanity Fair o... o no?
Non è che mi scandalizzi, però sono diffidente. È la mia educazione: diffido di chiunque mi si spogli davanti, sono convinto che abbia qualcosa da nascondermi (vedi com'è tortuosa l'educazione). Da una parte, posso capire, manifestare significa attirare l'attenzione, e da questo punto di vista spogliarsi funziona – basta andare su Repubblica.it in questo momento, ma quest'estate tennero l'homepage anche sull'Unità, insomma, l'attivista nuda tira. Non è soltanto una pratica funzionale, è anche una delle meno violente che si possano immaginare: invece di tirare estintori o bruciare SUV, mostrarci per quello che siamo. Salvo che non siamo quasi mai così belli come le attiviste ucraine che si vedono spesso in foto sulle riviste o su internet (le foto di oggi non rendono loro giustizia).
Non so esattamente quanto il loro attivismo abbia a che fare col movimento internazionale degli SlutWalk, i cortei in cui le femministe si vestono da “sluts” (traduciamo “sgualdrine”, via) per protestare contro la violenza maschile. Gli SlutWalk sono cominciati a Toronto la scorsa primavera e stanno andando piuttosto bene, tanto che anche in Italia c'è chi comincia a pensarci. Visti in foto sembrano un po' la versione femminista dei gay pride (un'affermazione che immagino mi farà amare tantissimo da femministe, gay e femministe gay), una gara a conciarsi peggio non indenne da una certa dose di esibizionismo che però, diciamolo, quando vai in piazza c'è sempre. In piazza ci vai per attirare l'attenzione, e il tuo ego di solito non lo lasci a casa. Io perlomeno non lo facevo, e se non mostravo il corpo era semplicemente perché non avevo tutto questo gran corpo da mostrare (altrimenti chissà).
Comunque: dietro agli SlutWalk c'è una filosofia controversa. Quando un ufficiale della polizia di Toronto dichiarò che ci sarebbero state meno molestie se le donne avessero evitato “di vestire come sluts”, le femministe canadesi sfilarono mostrando il loro diritto costituzionale a vestirsi come volevano, e quindi anche come sluts. Non fa una grinza. Salvo che poi sui giornali non ci va la foto dell'impiegata cinquantenne con la panzetta, alla quale conciarsi da slut costa magari qualche sacrificio. Ci vanno sempre tipe in forma come le attiviste ucraine, per la gioia di noi guardoni di internet (mi ci metto anch'io ma devo dire che ormai guardo pochissimo). Il messaggio che ne ricaviamo è un po' diverso da quello che forse prevedevano le femministe: non è più “sono una donna e non mi devo vergognare di avere un corpo”, ma più qualcosa del tipo “guardami, te lo sogni di spogliare un corpo così”. Insomma, un corpo nudo brandito contro di me, maschio guardone. Non è contundente come un estintore, ma si suppone comunque che debba ferirmi, frustrarmi nei miei desideri, nelle mie pulsioni. E ammettiamo pure per un istante che in quanto maschio io debba vergognarmi per i crimini di tutti i maschilisti del mondo – ma quello che finisco per provare è un po' la sensazione che qualcuno mi voglia farmi vergognare del fatto che guardo una donna nuda. Come ai bei tempi dell'oratorio, insomma. Ma almeno all'oratorio non me le squadernavano in faccia, le donne nude. Invece qui ci sono donne nude che mi gridano: vergognati maschilista delle tue pulsioni. Tutto quello che mi viene da rispondere è: no, non mi vergogno. E a quel punto mi sale pure in punta di lingua una parola che in generale non amo usare, la traduzione letterale di slut, diciamo. Qualcosa di becero, di maschilista davvero, ecco: l'effetto pratico dell'attivista-nudista è farmi sentire un po' più maschilista di prima. Dura solo pochi istanti, ma non credo che sia l'effetto voluto. O no?
La prima volta che sentii parlare di questo gruppo di attiviste ucraine che si spogliavano era su una rivista, non mi ricordo più se D o Vanity Fair, però le foto erano notevoli. Donne nude aggredite da poliziotti. Protestavano contro lo stupro mettendolo in scena, praticamente. Ho cercato di guardare quelle foto da una prospettiva non guardona, ma temo di non averla trovata. Va da sé che non succede niente, non credo che nessuno scenderà a stuprare una ragazza perché ha visto una scena di stupro attizzante su D o Vanity Fair.
Ma la cosa che mi lasciò più interdetto è che nello stesso servizio spiegavano che queste donne bionde e molto belle (magari non sono tutte belle, ma in foto ci vanno quelle più belle) in quell'occasione stavano protestando contro il turismo sessuale degli italiani in Ucraina. E così, grazie al loro attivismo, il risultato è che io lettore italiano stavo guardando bellissime ucraine nude su una rivista. Va da sé che non succede niente, non credo che nessuno correrà a prenotare un fine settimana a Kiev perché ha visto delle attizzanti ucraine nude su D o Vanity Fair o... o no?
venerdì 4 novembre 2011
Il patrono dei barbieri è un ne*ro!
E che nero.
Bidello, scassinatore, guaritore, Martin de Porres è il Santo da invocare quando il vostro barbiere attacca con le sue tirate anti-extracomunitarie e si stava meglio quando si stava peggio signora mia. Occhio che sa volare e moltiplicarsi, insomma se fosse un Pokemon varrebbe tantissimo. Tutto sul Post, che oggi era a terra, scusate.
3 novembre – San Martin de Porres (1579-1639)
Pittore, lascia perdere: angeli neri non ne risultano. La Bibbia non ne parla, lo PseudoDionigi nemmeno... In compenso di Santi neri cominciano a essercene parecchi, e promettono di aumentare man mano che il cattolicesimo diventa una confessione sempre più africana e sudamericana. Ma il primo santo nero cattolico qual è stato? È difficile dire. Se escludiamo i nordafricani (tra i quali pezzi da novanta come Agostino e Antonio Abate), santi diventati neri per errori di traduzione o perché le antiche statue si erano affumicate creando un equivoco, e gli etiopi che fanno come sempre storia a sé... può darsi che il primo santo cattolico propriamente “nero” sia stato il peruviano San Martin de Porres (mi sbaglio? Bastonatemi nei commenti). Anche se è stato canonizzato solo nel 1962 – nella sua patria però era già adorato in vita. Certo, più che nero era un mulatto, ma chi non è un po' mulatto in Sudamerica? Si sa come la tendenza degli hidalgos spagnoli a partire scapoli e a seminare figli illegittimi un po' dovunque abbia contribuito a rendere il melting pot sudamericano più amalgamato di quello statunitense. Lo stesso Martin era figlio di un pezzo grosso dell'amministrazione coloniale, che lo ebbe dalla sua domestica e ci mise un po' a riconoscerlo – poi comunque partì per Panama dove lo avevano nominato governatore. Martin rimase a Lima e divenne apprendista in una bottega di barbiere-chirurgo: a quel tempo era più o meno lo stesso mestiere e si faceva più o meno con le stesse lame. Per questo Paolo VI lo ha nominato protettore di barbieri e parrucchiere, fatelo presente al vostro coiffeur cattolico la prima volta che attacca una tirata contro i negri: lo sai di che colore è il tuo Santo Protettore?
Non è invece patrono dei chirurghi; eppure Martin fu un grande guaritore, e forse la sua origine mulatta c'entra per qualcosa. In un mondo in cui la medicina si studiava ancora sui testi aristotelici, e dissezionare cadaveri ti portava davanti all'Inquisizione, Martin senza nessun titolo accademico poteva davvero saperne più dei professionisti laureati. Dalla parte materna aveva probabilmente a una tradizione erboristica e autoipnotica africana sconosciuta a latini e indios. Viceversa africani e indios potevano trovare nella sua bottega medicine di origine europea a loro altrimenti precluse. Il suo schermirsi quando i pazienti soddisfatti gridavano al miracolo è un tratto tipico di molti guaritori (anche Gesù nel Vangelo prega gli apostoli che non ne parlino troppo in giro, col bel risultato che sappiamo): può essere cattolicissima modestia, ma anche un modo per conservare certi segreti del mestiere ed evitare magari l'accusa di praticare la magia nera, la magia dei neri.
Del resto Martin aveva un solo sogno nella vita: vestire il saio bianconero dell'ordine domenicano, viaggiare per il mondo e trovare il martirio, magari in Giappone. Morì invece relativamente anziano, senza aver quasi mai lasciato la sua città natale. I domenicani lo accettarono tra loro con qualche difficoltà: è vero che aveva un papà di una certa importanza, ma insomma, come dire, era nero. Per una decina d'anni lo tennero come inserviente: da lì l'iconografia tradizionale del Santo-nero-con-la-ramazza-in-mano, per cui se andate in giro per chiese e volete stupire gli amici, mi raccomando: se ha in mano la spada è San Paolo, se ha in mano la testa mozzata è San Dionigi di Parigi, se ha la testa di cane è San Cristoforo (ne parleremo), se è nero e ha la scopa in mano, beh, andate tranquilli, è Martin de Porres, chi altri?
L'inserviente, o bidello che dir si voglia, è una figura tragica. Spesso ne sa più dei professori, e deve far finta di niente, mentre torce i pugni intorno al manico. Immaginatevi San Martin de Porres, guaritore, in un convento domenicano, durante una pestilenza, con tutti questi frati senza la minima cognizione:
“Ehm, fratello, per lenire il dolore di questo moribondo si potrebbe fargli inalare il fumo di una certa erba medicamentosa che...”
“Zitto tu, bidello negro”.
“Sì, scusa fratello, non intendevo disturbare fratello, c'è qualcosa che posso far...”
“Va' in cucina, chiedi se hanno altre sanguisughe”. (Continua...)
Alla fine i miracoli, la bontà d'animo e magari la tendenza a levitare durante le preghiere finirono per abbattere i pregiudizi razziali: Martin fu ammesso tra i frati nel 1611, dividendosi da quel momento in poi tra l'infermeria e le mense dei poveri. Durante un'epidemia si narra che abbia curato da solo sessanta confratelli: a leggere bene, si capisce che i confratelli erano in quarantena e che nessuno aveva il permesso di toccarli, ma Martin era di quel genere di santi che quando abbraccia i lebbrosi si premura di toccare ben bene le piaghe (a uno si racconta che offrì il suo letto). Altre fonti riportano contrasti con i suoi superiori che pur senza microscopi e manuali di epidemiologia avevano ormai capito (in anticipo su Don Ferrante) quanto toccare i malati fosse controproducente. Di fronte a loro Martin difende il principio della carità cristiana; tanto più che di quel convento era stato inserviente per tanti anni, per cui è plausibile che le serrature non avessero più segreti per lui, come per il dottor Foreman. Insomma, questi sessanta sostengono di essere stati tutti curati da Martin, che si materializzava nelle loro celle senza passare dalla porta. Tutti e sessanta? Ah, ma un altro attributo di San Martin è l'ubiquità – senza spostarsi da Lima fu avvistato in Cina, Algeria, Giappone, Messico...E qui l'avvocato del diavolo che c'è in me sussurra: non è che per i viaggiatori del tempo i neri si assomigliavano un po' tutti, per cui appena ne vedevano uno educato e sorridente lo prendevano per Martin de Porres? Ma persino alcuni schiavi africani dicevano di averlo già incontrato prima di arrivare a Lima.
Adorato da indios, schiavi e viceré, Martin morì a cinquantanove anni. Prima di seppellirlo, tutti gli abitanti di Lima vollero salutarlo, e siccome la santità era ormai data per scontata, molti cercarono per l'occasione di procurarsi una reliquia, strappando via un lembo di quel lurido saio che da anni Martin aveva rifiutato di cambiarsi. Prima della sepoltura il vestito sarebbe miracolosamente ricresciuto tre volte; in questo modo magari si tentava di spiegare l'improbabile quantità di reliquie circolanti a Lima dopo la morte del Santo.
Un'altra immagine ricorrente è San Martin che nutre dallo stesso piatto un cane, un gatto, un canarino e un topo. Martin è l'unione mistica tra padrone e schiavo, predatore e preda. Lui comunque era vegetariano.
Bidello, scassinatore, guaritore, Martin de Porres è il Santo da invocare quando il vostro barbiere attacca con le sue tirate anti-extracomunitarie e si stava meglio quando si stava peggio signora mia. Occhio che sa volare e moltiplicarsi, insomma se fosse un Pokemon varrebbe tantissimo. Tutto sul Post, che oggi era a terra, scusate.
3 novembre – San Martin de Porres (1579-1639)
Pittore, lascia perdere: angeli neri non ne risultano. La Bibbia non ne parla, lo PseudoDionigi nemmeno... In compenso di Santi neri cominciano a essercene parecchi, e promettono di aumentare man mano che il cattolicesimo diventa una confessione sempre più africana e sudamericana. Ma il primo santo nero cattolico qual è stato? È difficile dire. Se escludiamo i nordafricani (tra i quali pezzi da novanta come Agostino e Antonio Abate), santi diventati neri per errori di traduzione o perché le antiche statue si erano affumicate creando un equivoco, e gli etiopi che fanno come sempre storia a sé... può darsi che il primo santo cattolico propriamente “nero” sia stato il peruviano San Martin de Porres (mi sbaglio? Bastonatemi nei commenti). Anche se è stato canonizzato solo nel 1962 – nella sua patria però era già adorato in vita. Certo, più che nero era un mulatto, ma chi non è un po' mulatto in Sudamerica? Si sa come la tendenza degli hidalgos spagnoli a partire scapoli e a seminare figli illegittimi un po' dovunque abbia contribuito a rendere il melting pot sudamericano più amalgamato di quello statunitense. Lo stesso Martin era figlio di un pezzo grosso dell'amministrazione coloniale, che lo ebbe dalla sua domestica e ci mise un po' a riconoscerlo – poi comunque partì per Panama dove lo avevano nominato governatore. Martin rimase a Lima e divenne apprendista in una bottega di barbiere-chirurgo: a quel tempo era più o meno lo stesso mestiere e si faceva più o meno con le stesse lame. Per questo Paolo VI lo ha nominato protettore di barbieri e parrucchiere, fatelo presente al vostro coiffeur cattolico la prima volta che attacca una tirata contro i negri: lo sai di che colore è il tuo Santo Protettore?
Non è invece patrono dei chirurghi; eppure Martin fu un grande guaritore, e forse la sua origine mulatta c'entra per qualcosa. In un mondo in cui la medicina si studiava ancora sui testi aristotelici, e dissezionare cadaveri ti portava davanti all'Inquisizione, Martin senza nessun titolo accademico poteva davvero saperne più dei professionisti laureati. Dalla parte materna aveva probabilmente a una tradizione erboristica e autoipnotica africana sconosciuta a latini e indios. Viceversa africani e indios potevano trovare nella sua bottega medicine di origine europea a loro altrimenti precluse. Il suo schermirsi quando i pazienti soddisfatti gridavano al miracolo è un tratto tipico di molti guaritori (anche Gesù nel Vangelo prega gli apostoli che non ne parlino troppo in giro, col bel risultato che sappiamo): può essere cattolicissima modestia, ma anche un modo per conservare certi segreti del mestiere ed evitare magari l'accusa di praticare la magia nera, la magia dei neri.
Del resto Martin aveva un solo sogno nella vita: vestire il saio bianconero dell'ordine domenicano, viaggiare per il mondo e trovare il martirio, magari in Giappone. Morì invece relativamente anziano, senza aver quasi mai lasciato la sua città natale. I domenicani lo accettarono tra loro con qualche difficoltà: è vero che aveva un papà di una certa importanza, ma insomma, come dire, era nero. Per una decina d'anni lo tennero come inserviente: da lì l'iconografia tradizionale del Santo-nero-con-la-ramazza-in-mano, per cui se andate in giro per chiese e volete stupire gli amici, mi raccomando: se ha in mano la spada è San Paolo, se ha in mano la testa mozzata è San Dionigi di Parigi, se ha la testa di cane è San Cristoforo (ne parleremo), se è nero e ha la scopa in mano, beh, andate tranquilli, è Martin de Porres, chi altri?
L'inserviente, o bidello che dir si voglia, è una figura tragica. Spesso ne sa più dei professori, e deve far finta di niente, mentre torce i pugni intorno al manico. Immaginatevi San Martin de Porres, guaritore, in un convento domenicano, durante una pestilenza, con tutti questi frati senza la minima cognizione:
“Ehm, fratello, per lenire il dolore di questo moribondo si potrebbe fargli inalare il fumo di una certa erba medicamentosa che...”
“Zitto tu, bidello negro”.
“Sì, scusa fratello, non intendevo disturbare fratello, c'è qualcosa che posso far...”
“Va' in cucina, chiedi se hanno altre sanguisughe”. (Continua...)
Alla fine i miracoli, la bontà d'animo e magari la tendenza a levitare durante le preghiere finirono per abbattere i pregiudizi razziali: Martin fu ammesso tra i frati nel 1611, dividendosi da quel momento in poi tra l'infermeria e le mense dei poveri. Durante un'epidemia si narra che abbia curato da solo sessanta confratelli: a leggere bene, si capisce che i confratelli erano in quarantena e che nessuno aveva il permesso di toccarli, ma Martin era di quel genere di santi che quando abbraccia i lebbrosi si premura di toccare ben bene le piaghe (a uno si racconta che offrì il suo letto). Altre fonti riportano contrasti con i suoi superiori che pur senza microscopi e manuali di epidemiologia avevano ormai capito (in anticipo su Don Ferrante) quanto toccare i malati fosse controproducente. Di fronte a loro Martin difende il principio della carità cristiana; tanto più che di quel convento era stato inserviente per tanti anni, per cui è plausibile che le serrature non avessero più segreti per lui, come per il dottor Foreman. Insomma, questi sessanta sostengono di essere stati tutti curati da Martin, che si materializzava nelle loro celle senza passare dalla porta. Tutti e sessanta? Ah, ma un altro attributo di San Martin è l'ubiquità – senza spostarsi da Lima fu avvistato in Cina, Algeria, Giappone, Messico...E qui l'avvocato del diavolo che c'è in me sussurra: non è che per i viaggiatori del tempo i neri si assomigliavano un po' tutti, per cui appena ne vedevano uno educato e sorridente lo prendevano per Martin de Porres? Ma persino alcuni schiavi africani dicevano di averlo già incontrato prima di arrivare a Lima.
Adorato da indios, schiavi e viceré, Martin morì a cinquantanove anni. Prima di seppellirlo, tutti gli abitanti di Lima vollero salutarlo, e siccome la santità era ormai data per scontata, molti cercarono per l'occasione di procurarsi una reliquia, strappando via un lembo di quel lurido saio che da anni Martin aveva rifiutato di cambiarsi. Prima della sepoltura il vestito sarebbe miracolosamente ricresciuto tre volte; in questo modo magari si tentava di spiegare l'improbabile quantità di reliquie circolanti a Lima dopo la morte del Santo.
Un'altra immagine ricorrente è San Martin che nutre dallo stesso piatto un cane, un gatto, un canarino e un topo. Martin è l'unione mistica tra padrone e schiavo, predatore e preda. Lui comunque era vegetariano.
Dillo ancora che lo ami
E ieri dunque si celebrava Monica Vitti, giustamente, e un tg (non mi ricordo neanche quale) ne ha approfittato per montare un'antologia delle sue pizze più celebri. Perché è vero, la Vitti ha lavorato con Bunuel e con Antonioni, è stata la musa dell'incomunicabilità, bla bla bla, ma noi la conosciamo soprattutto per le pizze che si prendeva in faccia nella commedia all'italiana. Con quel rumore classico di pizza in faccia che se ci pensi è impressionante – il cinema è tanto cambiato negli ultimi cinquant'anni, la resa del sonoro ha fatto passi da gigante – eppure continuiamo a sentire pugni e schiaffi con gli stessi rumori assurdi di quarant'anni fa, e non facciamo una piega. Voglio pensare che sia un buon segno: che il rumore vero dei pugni e degli schiaffi non lo riconosceremmo. Ma è innegabile che di pugni e ceffoni la Vitti ne abbia presi tanti, francamente troppi. Può darsi che a suo modo fosse un tormentone pre-televisivo: per dire, così come un artista finissimo come Totò per contratto doveva anche piazzare quattro o cinque smorfie per far ridere i bimbi piccoli; così come Sordi probabilmente avrebbe potuto essere molto meno macchietta di come gli chiedevano di essere da un certo punto in poi; può darsi che un certo pubblico da un film con la Vitti si aspettasse soprattutto una scena in cui strilla e si fa menare, una specie di madrina nobile di Bud Spencer e Terence Hill. E i rumori infatti erano gli stessi. Però Bud Spencer ci faceva ridere da bambini; la Vitti presa a botte da Sordi, o da Mastroianni, o da Giannini, era uno spettacolo per gli adulti.
Ripensandoci, non un gran spettacolo. Vale la pena di ricordarselo, ogni dieci o venti volte che i film italiani bruttini di oggi ci fanno rimpiangere la Commedia all'Italiana dei bei tempi che furono: non furono dei tempi così belli, dopotutto. In particolare per le donne, quasi sempre subalterne, in ruoli ritagliati a tavolino da sceneggiatori anche sensibili, anche geniali, anche anticonformisti, ma quasi sempre maschi, e anche abbastanza maschilisti. E fieri d'esserlo. A rivederla, quella scena di Amore mio aiutami, sorprende per il meccanismo di complicità che scatena: la Vitti procede a rendersi insopportabile finché lo spettatore maschio non riesce a piegare telepaticamente la volontà di Alberto Sordi, a serrargli i pugni. Era un film che prendeva in giro le coppie aperte, nel 1969: La donna ha appena messo il naso fuori dal sacro matrimonio e già gli autori della commedia all'italiana si affrettano a romperglielo – con tanta ironia, ovviamente. Poi c'è questa storia che Fiorella Mannoia facesse la stunt per la Vitti, e che durante la scena riportò ecchimosi sufficienti a convincerla a cambiare mestiere. Però è una cosa che ho letto solo su internet, non ho tanta voglia di crederci.
Ripensandoci, non un gran spettacolo. Vale la pena di ricordarselo, ogni dieci o venti volte che i film italiani bruttini di oggi ci fanno rimpiangere la Commedia all'Italiana dei bei tempi che furono: non furono dei tempi così belli, dopotutto. In particolare per le donne, quasi sempre subalterne, in ruoli ritagliati a tavolino da sceneggiatori anche sensibili, anche geniali, anche anticonformisti, ma quasi sempre maschi, e anche abbastanza maschilisti. E fieri d'esserlo. A rivederla, quella scena di Amore mio aiutami, sorprende per il meccanismo di complicità che scatena: la Vitti procede a rendersi insopportabile finché lo spettatore maschio non riesce a piegare telepaticamente la volontà di Alberto Sordi, a serrargli i pugni. Era un film che prendeva in giro le coppie aperte, nel 1969: La donna ha appena messo il naso fuori dal sacro matrimonio e già gli autori della commedia all'italiana si affrettano a romperglielo – con tanta ironia, ovviamente. Poi c'è questa storia che Fiorella Mannoia facesse la stunt per la Vitti, e che durante la scena riportò ecchimosi sufficienti a convincerla a cambiare mestiere. Però è una cosa che ho letto solo su internet, non ho tanta voglia di crederci.
mercoledì 2 novembre 2011
Il più grande B. dopo il Big B.
Io ovviamente non ho un cervello paragonabile a quello del brillante trust di Renzi, e inoltre sono distratto da tutti questi scricchiolii. Però qualche pensierino non banale al proposito del suo programma in 100 punti spero di riuscire a farlo. Intanto un complimento al coraggio, raramente in Italia qualcuno si è presentato col programma in mano, nero su bianco.
Cominciamo da quello che non c'è: mi sembra che lo sintetizzi abbastanza efficacemente. Malvino. Non c'è una sola parolina sulla Chiesa, quella cosa che potrebbe pagare un sacco d'ICI e da un po' di tempo non lo fa. Non una parola pro o contro l'eutanasia, pro o contro il reato di clandestinità. Non si capisce se è favorevole a regolarizzare le unioni gay, ma si capisce abbastanza bene che non è tra le sue cento priorità. Ma soprattutto non si parla di conflitto d'interessi, è come non ci sia mai stato. È come se Berlusconi fosse già stato infarinato, fritto, digerito. Renzi sembra non sapere (qualche suo collaboratore potrebbe ragguagliarlo) che per quanto la persona-Berlusconi possa essere al termine della sua parabola, dietro c'è un partito-azienda che non si arrenderà senza combattere. Anche laddove fosse sconfitto, Berlusconi o un suo eventuale successore potrebbe continuare dall'opposizione ad avvelenare i pozzi del dibattito politico, come già gli è riuscito benissimo tra il '96 e il 2000 e nel biennio 06-08: soprattutto se nel frattempo gli si lascia il controllo di Mediaset. Ora, è comprensibile che Renzi&co. vogliano marcare le distanze tra la loro nuova sinistra e l'antiberlusconismo: però se su 100 punti ti dimentichi proprio di questo, e il tuo programma te l'ha scritto Giorgio Gori, e qualche mese fa sei andato ad Arcore senza avvisare nessuno, insomma, a un certo punto unire i puntini diventa imbarazzante e forse è meglio che cominci a marcare le distanze tra te e Alfano.
1 – Basta con il bicameralismo dei doppioni inutili.
È una riforma costituzionale: serve una maggioranza qualificata, servirà una bicamerale, un referendum confermativo, si andrà al duemilaeventi... non che il principio non sia condivisibile. Però è poco più che uno slogan, anche perché sembra che Renzi&co. vogliano una camera sola, e invece due righe più giù già stanno introducendo un senatino delle regioni “Al posto dell’attuale doppione serve un organo di raccordo tra lo Stato e i governi regionali e locali che possa anche proporre emendamenti a qualsiasi proposta di legge”, sembra di capire che i membri li nominerebbero i consiglieri regionali – quelli provinciali no, perché vogliono abolirli...
2 – Abolizione del Porcellum
Ma figurati, tutti vogliamo abolire il Porcellum. È più interessante con cosa lo vogliano sostituire: collegi uninominali. Non lo scrivono, ma sarebbero secchi, secchissimi, niente più quota proporzionale alla Camera o al Senato, visto che di Camera ce ne sarebbe una sola. E sarebbero collegi enormi: cinquecento in tutt'Italia. A questo punto diventa fondamentale la possibilità di disporre di ingenti fondi per la campagna elettorale. Di questo argomento Renzi &co. parlano estesamente più in basso, ma posso anticiparvi che in sostanza i casi sono due: o sei Berlusconi o sei Montezemolo (o sei loro amico).
5. Abolizione delle province. Più di 100 province non ce le possiamo permettere. Vanno abolite. Nei territori con almeno 500.000 abitanti si può eventualmente lasciare alle Regioni la facoltà di istituire enti di secondo grado per la gestione di funzioni da loro delegate.
(Update, probabilmente avevo capito male, grazie a Delio) Le uniche regioni inferiori ai 500.000 abitanti sono Val d'Aosta e Molise. Se ne deduce che la provincia di Isernia è fottuta, e io non è che starò a piangere per lei. Le altre province, già abolite virtualmente nella letterina di Silvio a Bruxelles, rientrerebbero dalla finestra nel momento in cui si lascia “alle Regioni la facoltà di istituire”: allora sapete cosa faranno le Regioni? Le re-istituiranno. Non solo per la possibilità di distribuire poltrone a soci e clientele, ma anche perché, dopotutto, sono utili. Certo, Renzi e compagni non lo possono sapere, stanno a Firenze che è una capitale dal Quattrocento. Nel frattempo, a pochi chilometri dalla Leopolda, c'è una provincia toscana devastata dalla piena di un fiume, e due sindaci di due comuni che litigano su chi doveva inoltrare un fax a chi. Come se Aulla dipendesse da Pontremoli. Per quel poco che ne so, Aulla non dipende da Pontremoli: entrambe dovrebbero essere coordinate dall'ente della provincia di Massa e Carrara, che dovrebbe disporre del budget necessario per sovrintendere efficacemente alla gestione delle vie fluviali, vigilare contro la cementificazione e il disboscamento, e verificare la tenuta della rete stradale provinciale. Senza aspettare che lo decida il Granduca a Firenze – ma questa è una battaglia persa ormai, lo so. Berlusconi le vuole abolire, così da qui in poi il fax partirà da Firenze - sempre che il Granduca abbia voglia di spendere soldi per gestire territori remoti e che dal punto di vista elettorale contano poco come la Lunigiana. Renzi si contenta di abolire quelle piccole, che secondo lui sono "piccole" perché ci abitano pochi abitanti. E sì che la Toscana mi sembra il classico esempio di regione ricca di territori da preservare, a prescindere se ci vivano ancora molti o pochi toscani.Però a quest'ora vi siete già addormentati. Invece, sai cos'è che ti dà la sveglia, un bello slogan! Aboliamo le regioni! Non servono a niente! Tanto le montagne franano uguale!
6. L’unione fa la forza: mettiamo insieme i piccoli comuni.
Un'altra cosa che i granduchi tendenzialmente non capiscono è che l'Italia non è un insieme omogeneo, non è un frattale. Se in una zona ci sono piccoli comuni, non è per un capriccio di chi disegnò i confini comunali – ok, quasi mai. Di solito c'è un motivo, di solito sono zone di montagna. Vuoi unire dieci comuni su quattro montagne diverse? Sai cosa avrai ottenuto? Una provincia. Proprio quella che avevi abolito al punto 5. Sarà una provincia un po' più piccola, ma di sicuro non sarà un comune. "L'unione fa la forza" - però le province le hai sciolte. Scommetto che scioglierai anche le comunità montane. Resta da unire i sindaci, ma è un'unione che non fa la forza, fa solo il deserto. Un comune è un pezzettino di territorio che un sindaco può ispezionare in un giorno. Se il comune è piccolo, avrà un piccolo budget. Ma probabilmente sono meglio quattro sindaci part-time su quattro montagne che un sindaco a tempo pieno su e giù su quattro montagne diverse. È meglio un vigile per montagna che quattro vigili in una sede centrale, incapaci di intervenire prontamente su altre tre montagne. Quando voi dite “piccoli comuni”, pensate solamente in termini di popolazione. Ma l'Italia è anche un territorio. Questa cosa nell'Ottocento la sapevano (e disegnavano i confini di conseguenza), voi ve la siete scordata.
7. I partiti organizzino la democrazia, non siano enti pubblici. Il finanziamento pubblico va abolito o drasticamente ridotto e in ogni caso commisurato al solo rimborso delle effettive spese elettorali, condizionandolo al fatto che i partiti abbiano statuti democratici, riconoscano effettivi diritti di partecipazione ai propri iscritti e selezionino i candidati alle cariche istituzionali più importanti con le primarie. Favorire il finanziamento privato sia con il 5 per mille, sia attraverso donazioni private in totale trasparenza, tracciabilità e pubblicità.
Ecco una lieve concessione a una delle stravaganze veltroniane (istituire le primarie per legge in tutti i partiti). Le primarie peraltro sono costose, ma pazienza. Viva i partiti poveri. Però... e se un miliardario decidesse di fondare un partito, comprare un sacco di spazio televisivo e pubbliche affissioni, oltre a tre o quattro quotidiani intestati ad amici e parenti? Come si difendono i partiti poveri da un tizio così? Loro dovranno svenarsi a fare le primarie, mentre lui potrà farne a meno... Lo so, è un'evenienza talmente assurda che a Renzi e Gori non è nemmeno venuta in mente (a proposito, la Leopolda chi l'ha finanziata?)
8. Azzerare i contributi alla stampa di partito. Con internet, chiunque può produrre a costo zero il suo bollettino o il suo house organ. I contributi alla stampa di partito vanno aboliti.
Vabbe', cazzata. Tra l'altro il principio è perfino condivisibile, ma sono riusciti lo stesso a scrivere una cazzata. Se volete un'analisi più approfondita vi rimando a Mazzetta, comunque è una cazzata. Certo, se hai in mente il bollettino parrocchiale, sì, su internet puoi produrlo a costo zero (ma le vecchiette non lo leggeranno mai e continueranno a guardare il tg4). Ma sei vuoi addirittura vincere le elezioni, ti serve un prodotto professionale, altrimenti finisci come quelli che volevano fare il wiki pd e sono riusciti giusto ad appiccicare il thread dei commenti su facebook. Si vede che lo stagista più di così non riusciva – ma anche gli stagisti, prima o poi con Ichino sarete costretti a pagarli. Nel frattempo, se a un miliardario con un sacco di soldi ed emittenze venisse l'uzzo di candidarsi, lui sì che avrebbe di che pagarsi fior di... sì, vabbe', adesso mi metto a scrivere fantascienza.
13. Eliminiamo la classe politica corrotta. Lo strumento è una amnistia condizionata. Al rispetto di 5 punti: ammissione della colpa, indicazione di tutti i complici, restituzione del maltolto, impegno a non fare più politica. In caso di nuovo reato, la pena si somma a quella del reato oggetto dell’amnistia.
Chiedo scusa, per tutto questo tempo ho dubitato che fosse davvero un wiki. Ma prendi il punto 13, chi può averlo scritto? Giusto un bambino che passava di lì, vero? E quanti anni aveva, dodici, undici? I politici corrotti che ammettono la colpa, coinvolgono tutti i colleghi ugualmente corrotti, restituiscono il maltolto e poi promettono che mai più, mai più, giurin giuretta? No, sul serio: pensate di presentare una legge su questa cosa qui? Lo avete capito che c'è gente là fuori che è stata condannata a un paio d'anni e stappa lo champagne, perché non gli hanno requisito tot miliardi? Secondo voi un politico corrotto dovrebbe rinunciare ai conti in Isvizzera e alla vita politica in cambio di? In cambio di? Di un'”amnistia”? Cioè di non andare in galera? Ma se in una legislatura di cinque anni io riesco a metter via anche solo un milioncino d'euro, e il giudice non me li confisca, ma due anni in galera me li faccio tranquillamente (con la condizionale, poi), e la vostra amnistia la racconto la sera ai bambini prima di addormentarli: e allora il Granduca decise di amnistiare tutti i ladri, e quelli da quel giorno non rubarono più.
“Papà, ma è una cazzata”.
“Ssssst, è il più grande spettacolo dopo il big bang”.
14. Razionalizzare le missioni italiane all’estero. Definire una strategia di coordinamento della presenza militare all’estero in pieno accordo (e non in competizione) con l’Europa
A parte che con le spese che ci troviamo la cosa più razionale sarebbe salutare tutti e andarsene, credo che il senso del punto 14 sia: basta prendere ordini dalla Nato, d'ora in poi vogliamo prenderli dall'Europa. Che li prenderà, presumo, dalla Nato. Oppure l'Europa e la Nato litigheranno, e noi ci barcameneremo. Che è un po' quello che facciamo già. Ma non ci sarà più Frattini, quindi sembrerà comunque infinitamente meglio.
16. Cambiare la Rai per creare concorrenza sul mercato tv e rilanciare il Servizio Pubblico. Oggi la Rai ha 15 canali, dei quali solo 8 hanno una valenza “pubblica”. Questi vanno finanziati esclusivamente attraverso il canone. Gli altri, inclusi Rai 1 e Rai 2, devono essere da subito finanziati esclusivamente con la pubblicità, con affollamenti pari a quelli delle reti private, e successivamente privatizzati.
Non sono carini? È vero che si sono scordati il conflitto d'interessi, però si sono ricordati che bisogna privatizzare la Rai. Il principale competitor della Mediaset. Va privatizzata. E si capisce, altrimenti sul digitale terrestre non c'è più posto – no, veramente ce n'è un sacco, però... però... vabbe', dai privatizziamo. E alla rai che ha una valenza “pubblica” diamo solo i due spicci del canone. Così se al Tre gli scappa di fare un programma interessante per gli inserzionisti, dopo non gli scappa più.
17. Fuori i partiti dalla Rai.
Disse Renzi, prima di andare a Che tempo che fa. Ieri sera invece era a Matrix. Comunque ha ragione, eh, cosa se ne fanno i partiti di un canale? C'è internet che a costo zero ti permette di fare informazione, tu carichi su youtube i video di Renzi e lui vince le elezioni, senza bisogno di passare per l'untuoso Fazio. Anche Berlusconi farà così: caricherà su youtube i suoi video. E poi li riprenderà su quindici emittenze del digitale terrestre, vabbe', ma che c'entra, quei canali sono sono roba sua, guadagnata col sudore della sua fronte, eccetera.
(Non so se continuo)
Cominciamo da quello che non c'è: mi sembra che lo sintetizzi abbastanza efficacemente. Malvino. Non c'è una sola parolina sulla Chiesa, quella cosa che potrebbe pagare un sacco d'ICI e da un po' di tempo non lo fa. Non una parola pro o contro l'eutanasia, pro o contro il reato di clandestinità. Non si capisce se è favorevole a regolarizzare le unioni gay, ma si capisce abbastanza bene che non è tra le sue cento priorità. Ma soprattutto non si parla di conflitto d'interessi, è come non ci sia mai stato. È come se Berlusconi fosse già stato infarinato, fritto, digerito. Renzi sembra non sapere (qualche suo collaboratore potrebbe ragguagliarlo) che per quanto la persona-Berlusconi possa essere al termine della sua parabola, dietro c'è un partito-azienda che non si arrenderà senza combattere. Anche laddove fosse sconfitto, Berlusconi o un suo eventuale successore potrebbe continuare dall'opposizione ad avvelenare i pozzi del dibattito politico, come già gli è riuscito benissimo tra il '96 e il 2000 e nel biennio 06-08: soprattutto se nel frattempo gli si lascia il controllo di Mediaset. Ora, è comprensibile che Renzi&co. vogliano marcare le distanze tra la loro nuova sinistra e l'antiberlusconismo: però se su 100 punti ti dimentichi proprio di questo, e il tuo programma te l'ha scritto Giorgio Gori, e qualche mese fa sei andato ad Arcore senza avvisare nessuno, insomma, a un certo punto unire i puntini diventa imbarazzante e forse è meglio che cominci a marcare le distanze tra te e Alfano.
1 – Basta con il bicameralismo dei doppioni inutili.
È una riforma costituzionale: serve una maggioranza qualificata, servirà una bicamerale, un referendum confermativo, si andrà al duemilaeventi... non che il principio non sia condivisibile. Però è poco più che uno slogan, anche perché sembra che Renzi&co. vogliano una camera sola, e invece due righe più giù già stanno introducendo un senatino delle regioni “Al posto dell’attuale doppione serve un organo di raccordo tra lo Stato e i governi regionali e locali che possa anche proporre emendamenti a qualsiasi proposta di legge”, sembra di capire che i membri li nominerebbero i consiglieri regionali – quelli provinciali no, perché vogliono abolirli...
2 – Abolizione del Porcellum
Ma figurati, tutti vogliamo abolire il Porcellum. È più interessante con cosa lo vogliano sostituire: collegi uninominali. Non lo scrivono, ma sarebbero secchi, secchissimi, niente più quota proporzionale alla Camera o al Senato, visto che di Camera ce ne sarebbe una sola. E sarebbero collegi enormi: cinquecento in tutt'Italia. A questo punto diventa fondamentale la possibilità di disporre di ingenti fondi per la campagna elettorale. Di questo argomento Renzi &co. parlano estesamente più in basso, ma posso anticiparvi che in sostanza i casi sono due: o sei Berlusconi o sei Montezemolo (o sei loro amico).
5. Abolizione delle province. Più di 100 province non ce le possiamo permettere. Vanno abolite. Nei territori con almeno 500.000 abitanti si può eventualmente lasciare alle Regioni la facoltà di istituire enti di secondo grado per la gestione di funzioni da loro delegate.
(Update, probabilmente avevo capito male, grazie a Delio) Le uniche regioni inferiori ai 500.000 abitanti sono Val d'Aosta e Molise. Se ne deduce che la provincia di Isernia è fottuta, e io non è che starò a piangere per lei. Le altre province, già abolite virtualmente nella letterina di Silvio a Bruxelles, rientrerebbero dalla finestra nel momento in cui si lascia “alle Regioni la facoltà di istituire”: allora sapete cosa faranno le Regioni? Le re-istituiranno. Non solo per la possibilità di distribuire poltrone a soci e clientele, ma anche perché, dopotutto, sono utili. Certo, Renzi e compagni non lo possono sapere, stanno a Firenze che è una capitale dal Quattrocento. Nel frattempo, a pochi chilometri dalla Leopolda, c'è una provincia toscana devastata dalla piena di un fiume, e due sindaci di due comuni che litigano su chi doveva inoltrare un fax a chi. Come se Aulla dipendesse da Pontremoli. Per quel poco che ne so, Aulla non dipende da Pontremoli: entrambe dovrebbero essere coordinate dall'ente della provincia di Massa e Carrara, che dovrebbe disporre del budget necessario per sovrintendere efficacemente alla gestione delle vie fluviali, vigilare contro la cementificazione e il disboscamento, e verificare la tenuta della rete stradale provinciale. Senza aspettare che lo decida il Granduca a Firenze – ma questa è una battaglia persa ormai, lo so. Berlusconi le vuole abolire, così da qui in poi il fax partirà da Firenze - sempre che il Granduca abbia voglia di spendere soldi per gestire territori remoti e che dal punto di vista elettorale contano poco come la Lunigiana. Renzi si contenta di abolire quelle piccole, che secondo lui sono "piccole" perché ci abitano pochi abitanti. E sì che la Toscana mi sembra il classico esempio di regione ricca di territori da preservare, a prescindere se ci vivano ancora molti o pochi toscani.Però a quest'ora vi siete già addormentati. Invece, sai cos'è che ti dà la sveglia, un bello slogan! Aboliamo le regioni! Non servono a niente! Tanto le montagne franano uguale!
6. L’unione fa la forza: mettiamo insieme i piccoli comuni.
Un'altra cosa che i granduchi tendenzialmente non capiscono è che l'Italia non è un insieme omogeneo, non è un frattale. Se in una zona ci sono piccoli comuni, non è per un capriccio di chi disegnò i confini comunali – ok, quasi mai. Di solito c'è un motivo, di solito sono zone di montagna. Vuoi unire dieci comuni su quattro montagne diverse? Sai cosa avrai ottenuto? Una provincia. Proprio quella che avevi abolito al punto 5. Sarà una provincia un po' più piccola, ma di sicuro non sarà un comune. "L'unione fa la forza" - però le province le hai sciolte. Scommetto che scioglierai anche le comunità montane. Resta da unire i sindaci, ma è un'unione che non fa la forza, fa solo il deserto. Un comune è un pezzettino di territorio che un sindaco può ispezionare in un giorno. Se il comune è piccolo, avrà un piccolo budget. Ma probabilmente sono meglio quattro sindaci part-time su quattro montagne che un sindaco a tempo pieno su e giù su quattro montagne diverse. È meglio un vigile per montagna che quattro vigili in una sede centrale, incapaci di intervenire prontamente su altre tre montagne. Quando voi dite “piccoli comuni”, pensate solamente in termini di popolazione. Ma l'Italia è anche un territorio. Questa cosa nell'Ottocento la sapevano (e disegnavano i confini di conseguenza), voi ve la siete scordata.
7. I partiti organizzino la democrazia, non siano enti pubblici. Il finanziamento pubblico va abolito o drasticamente ridotto e in ogni caso commisurato al solo rimborso delle effettive spese elettorali, condizionandolo al fatto che i partiti abbiano statuti democratici, riconoscano effettivi diritti di partecipazione ai propri iscritti e selezionino i candidati alle cariche istituzionali più importanti con le primarie. Favorire il finanziamento privato sia con il 5 per mille, sia attraverso donazioni private in totale trasparenza, tracciabilità e pubblicità.
Ecco una lieve concessione a una delle stravaganze veltroniane (istituire le primarie per legge in tutti i partiti). Le primarie peraltro sono costose, ma pazienza. Viva i partiti poveri. Però... e se un miliardario decidesse di fondare un partito, comprare un sacco di spazio televisivo e pubbliche affissioni, oltre a tre o quattro quotidiani intestati ad amici e parenti? Come si difendono i partiti poveri da un tizio così? Loro dovranno svenarsi a fare le primarie, mentre lui potrà farne a meno... Lo so, è un'evenienza talmente assurda che a Renzi e Gori non è nemmeno venuta in mente (a proposito, la Leopolda chi l'ha finanziata?)
8. Azzerare i contributi alla stampa di partito. Con internet, chiunque può produrre a costo zero il suo bollettino o il suo house organ. I contributi alla stampa di partito vanno aboliti.
Vabbe', cazzata. Tra l'altro il principio è perfino condivisibile, ma sono riusciti lo stesso a scrivere una cazzata. Se volete un'analisi più approfondita vi rimando a Mazzetta, comunque è una cazzata. Certo, se hai in mente il bollettino parrocchiale, sì, su internet puoi produrlo a costo zero (ma le vecchiette non lo leggeranno mai e continueranno a guardare il tg4). Ma sei vuoi addirittura vincere le elezioni, ti serve un prodotto professionale, altrimenti finisci come quelli che volevano fare il wiki pd e sono riusciti giusto ad appiccicare il thread dei commenti su facebook. Si vede che lo stagista più di così non riusciva – ma anche gli stagisti, prima o poi con Ichino sarete costretti a pagarli. Nel frattempo, se a un miliardario con un sacco di soldi ed emittenze venisse l'uzzo di candidarsi, lui sì che avrebbe di che pagarsi fior di... sì, vabbe', adesso mi metto a scrivere fantascienza.
13. Eliminiamo la classe politica corrotta. Lo strumento è una amnistia condizionata. Al rispetto di 5 punti: ammissione della colpa, indicazione di tutti i complici, restituzione del maltolto, impegno a non fare più politica. In caso di nuovo reato, la pena si somma a quella del reato oggetto dell’amnistia.
Chiedo scusa, per tutto questo tempo ho dubitato che fosse davvero un wiki. Ma prendi il punto 13, chi può averlo scritto? Giusto un bambino che passava di lì, vero? E quanti anni aveva, dodici, undici? I politici corrotti che ammettono la colpa, coinvolgono tutti i colleghi ugualmente corrotti, restituiscono il maltolto e poi promettono che mai più, mai più, giurin giuretta? No, sul serio: pensate di presentare una legge su questa cosa qui? Lo avete capito che c'è gente là fuori che è stata condannata a un paio d'anni e stappa lo champagne, perché non gli hanno requisito tot miliardi? Secondo voi un politico corrotto dovrebbe rinunciare ai conti in Isvizzera e alla vita politica in cambio di? In cambio di? Di un'”amnistia”? Cioè di non andare in galera? Ma se in una legislatura di cinque anni io riesco a metter via anche solo un milioncino d'euro, e il giudice non me li confisca, ma due anni in galera me li faccio tranquillamente (con la condizionale, poi), e la vostra amnistia la racconto la sera ai bambini prima di addormentarli: e allora il Granduca decise di amnistiare tutti i ladri, e quelli da quel giorno non rubarono più.
“Papà, ma è una cazzata”.
“Ssssst, è il più grande spettacolo dopo il big bang”.
14. Razionalizzare le missioni italiane all’estero. Definire una strategia di coordinamento della presenza militare all’estero in pieno accordo (e non in competizione) con l’Europa
A parte che con le spese che ci troviamo la cosa più razionale sarebbe salutare tutti e andarsene, credo che il senso del punto 14 sia: basta prendere ordini dalla Nato, d'ora in poi vogliamo prenderli dall'Europa. Che li prenderà, presumo, dalla Nato. Oppure l'Europa e la Nato litigheranno, e noi ci barcameneremo. Che è un po' quello che facciamo già. Ma non ci sarà più Frattini, quindi sembrerà comunque infinitamente meglio.
16. Cambiare la Rai per creare concorrenza sul mercato tv e rilanciare il Servizio Pubblico. Oggi la Rai ha 15 canali, dei quali solo 8 hanno una valenza “pubblica”. Questi vanno finanziati esclusivamente attraverso il canone. Gli altri, inclusi Rai 1 e Rai 2, devono essere da subito finanziati esclusivamente con la pubblicità, con affollamenti pari a quelli delle reti private, e successivamente privatizzati.
Non sono carini? È vero che si sono scordati il conflitto d'interessi, però si sono ricordati che bisogna privatizzare la Rai. Il principale competitor della Mediaset. Va privatizzata. E si capisce, altrimenti sul digitale terrestre non c'è più posto – no, veramente ce n'è un sacco, però... però... vabbe', dai privatizziamo. E alla rai che ha una valenza “pubblica” diamo solo i due spicci del canone. Così se al Tre gli scappa di fare un programma interessante per gli inserzionisti, dopo non gli scappa più.
17. Fuori i partiti dalla Rai.
Disse Renzi, prima di andare a Che tempo che fa. Ieri sera invece era a Matrix. Comunque ha ragione, eh, cosa se ne fanno i partiti di un canale? C'è internet che a costo zero ti permette di fare informazione, tu carichi su youtube i video di Renzi e lui vince le elezioni, senza bisogno di passare per l'untuoso Fazio. Anche Berlusconi farà così: caricherà su youtube i suoi video. E poi li riprenderà su quindici emittenze del digitale terrestre, vabbe', ma che c'entra, quei canali sono sono roba sua, guadagnata col sudore della sua fronte, eccetera.
(Non so se continuo)
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