"Ciao Leonardo".
"Ciao, scusami".
"Di cosa?"
"Insomma, ti piombo così in casa senza preavviso e..."
"Ma figurati, è anche casa tua".
"Ma hai capito chi sono io?"
"Certo".
"Io sono te".
"Quel taglio non ti dona".
"Non capisci... io non sono semplicemente una copia di te stesso, io..."
"Tu vieni dal futuro".
"Da cosa lo hai capito?"
"Sei più brutto".
"Mi dispiace".
"Ma figurati, è colpa mia. Dovrei cominciare una dieta sul serio, uno di questi giorni".
"Lo dici sempre".
"Già".
"Senti, avrei tante cose da dirti su di noi, ma il tempo stringe, in tutti i sensi, e non è questo il motivo per cui sono qua. Se ho calcolato bene dovrebbe essere..."
"Diciotto giugno 2016".
"Sta per avvenire la singolarità. Tra poche ore avverrà qualcosa che avrà un effetto..."
"...catastrofico sulla storia dell'umanità?"
"Come hai fatto a capire?"
"Di solito i viaggi nel tempo si fanno per motivi importanti".
"Non ti ricordavo tanto sveglio".
"Mi hai sempre sottostimato".
"Forse. Senti, nel mio presente siamo disperati. Le speranze di cambiare qualcosa sono minime, pure bisogna tentare in ogni modo. Tra poche ore a Roma..."
"...si apriranno i seggi per il ballottaggio".
"Già..."
"E vincerà la Raggi".
"Ma la vuoi piantare? Sono io quello dal futuro".
"Hai ragione, scusa, il fatto è che..."
"Lo sai che sei insopportabile? Te l'hanno mai detto che sei insopportabile?"
"In tanti, ma se lo dici tu è diverso".
"Dunque. Cosa stavo dicendo. Vincerà la Raggi, con un largo margine, e questo avrà ripercussioni fatali".
"Bene. Cioè, no, male".
"Vuoi tirare a indovinare queste ripercussioni?"
"Beh, immagino che la città, governata da un pugno di incapaci eterodiretti, andrà al collasso".
"Proprio così".
"Salvo che è già al collasso, cioè, non credo che uno si metta a collaudare i viaggi nel tempo per dirmi che il traffico sulla Prenestina..."
"Un'epidemia di peste ti può bastare?"
"Ecchecazzo, la peste?"
"Ora non ricordo bene, ma credo che già ai tuoi tempi si chiacchierasse del fatto che c'erano parecchi topi, laggiù".
"E quindi insomma alla fine il Movimento Cinque Stelle è crollato?"
"Il che?"
"Il Movimento Cinque Stelle, quello che governava Roma..."
"Ah già, me l'ero praticamente dimenticato. Nessuno ne parla più".
"E Renzi?"
"Renzi guida un esecutivo di emergenza con poteri speciali".
"Insomma, perdere a Roma è stato davvero un investimento".
"Non scherzare, per favore. Centinaia di migliaia di morti".
"Poi ha vinto le elezioni, immagino".
"Non... non si fanno più".
"Non si fanno più?"
"Un plebiscito ogni tanto".
"Ahi".
"E in più la peste".
"Ok, insomma, ho chiaro il messaggio, il me del futuro dice che bisogna votare Giachetti passaparola".
"Siamo disperati".
"Sì, sì, certo".
"Non ti sento molto empatico".
"Hai ragione, scusa, è che... come faccio a spiegarti senza turbare il continuum spazio-tempo..."
"Guarda che sono io quello dal futuro".
"Lo so".
"Sono io che turbo il continuum".
"Lo so, però vedi... è appena stato qui il mio io del futuro".
"Eh? Sono io il tuo io del futuro".
"Di un altro futuro".
"Stai scherzando?"
"È per questo che non sono affatto sconvolto, vedi... tu sei già il secondo, oggi, comincio a farci l'abitudine. Lui veniva dal futuro in cui io e te a questo punto ci facevamo un selfie, poi un video, li mettevamo su fb, si attivava un passaparola pazzesco e alla fine Giachetti vinceva le elezioni".
"Fantastico!"
"Con poteri speciali per sterminare i topi".
"Quindi ha funzionato!"
"Anche troppo".
"In che senso?"
"Un mix di veleno per roditori filtrerà nelle condutture idriche e renderà l'urbe inabitabile".
"Perché adesso che cos'è?"
"Non scherzare. È una cosa seria. Miliardi di danni. Migliaia di morti".
"Sempre meglio della peste".
"Pare di no, visto che hanno deciso di inventare la macchina del tempo e a mandare il me stesso del futuro ad avvisarmi, un'ora e mezza prima che arrivassi tu".
"Aspetta. Aspetta. Qualcosa non va".
"Lo dici a me? Mi state facendo perdere un pomeriggio. E a me Roma neanche piace".
"Io non dovrei essere qui".
"Cioè bella, per carità. Ma non ci vivrei".
"Concentrati. Se tu davvero hai ricevuto una visita da quel me stesso del futuro... il futuro è cambiato".
"Già".
"Giachetti ha vinto le elezioni e io... non dovrei essere qui".
"In effetti quell'altro non era sicurissimo che saresti arrivato. Nel suo futuro i cronoviaggi sono una cosa nuovissima, non si è ancora capito come funzionano".
"Anche nel mio".
"Dunque tu arrivi da una linea temporale che in teoria non esiste più, perché è stata cambiata".
"Appunto".
"Ma forse non è affatto cambiata. Forse alla fine ha vinto la Raggi".
"E allora non sarebbe dovuto arrivare quell'altro".
"Infatti a un certo punto si è dissolto e... scusa, chiamano al citofono".
"Chi è?"
"Perdio, no".
"Un altro di noi?"
"Dice che bisogna assolutamente evitare che al ballottaggio vinca la Meloni".
"La Meloni?"
"Deve aver sbagliato linea temporale".
"Eh, diglielo".
"Parlagli tu che sei più esperto... ma senti, ma proprio me dovete venire a disturbare, tutti quanti? Dovreste pure saperlo che giugno è un casino".
"Ssst, non capisco cosa sta dicendo quell'altro".
"Ci sono gli esami, gli invalsi, mi ha appena chiamato il Caf che c'è da riaprire la dichiarazione dei redditi, e adesso pure cambiare il futuro. Non posso fare tutto io sempre".
"Vuoi star zitto? Sembra che abbiamo fatto un casino".
"Voi lo avete fatto. Io oggi non ho combinato niente".
"Ancora no, ma... senti, se ho ben capito quel che sta succendendo ora io mi dissolverò".
"Meno male".
"E sarò sostituito da una versione di me che ha le istruzioni per trapiantare un nuovo cuore a Berlusconi".
"Che c'entra Berlusconi, adesso?"
"Pare che in una linea temporale fino a qualche tempo fa abbastanza improbabile, Berlusconi sia l'unico in grado di sconfiggere la tirannide di un Renzi-re-dei-topi geneticamente modificato".
"Ah, ok, sto sognando".
"Mi sento mancare... concentrati, ti prego".
"Dimmi almeno chi ha vinto l'europeo".
"L'Ibernia".
"La che?"
"Forse abbiamo sottovalutato l'effetto papillone".
"Intendi l'effetto farfalla?"
"Cos'è una farfalla?"
"Ora mi sveglio".
Il governo italiano ha sospeso gli aiuti ai palestinesi
Il governo italiano ha sospeso gli aiuti ai palestinesi.
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sabato 18 giugno 2016
martedì 14 giugno 2016
Il Terzo Reich in miniatura
Colonia (Colonia Dignidad, Florian Gallenberger, 2015)
11 settembre 1973: a Santiago del Cile, durante il golpe del generale Pinochet, un fotoreporter tedesco (Daniel Brühl) scompare. Emma Watson, la sua ragazza, si prende una settimana di ferie (fa la hostess) e indaga. Una pista la conduce alla Colonia Dignidad, una specie di enclave nazista sulle Ande, una comunità cristiana integralista governata col pugno di ferro da un predicatore bavarese ricercato in patria per pedofilia. Il luogo ideale dove torturare i detenuti politici - pare che anche Mengele si sia rifugiato lì per un po'. Ovviamente il luogo è un incubo totalitario, un lager con tanto di recinto elettrizzato. Ovviamente uomini e donne sono separati, guardati a vista, istigati a spiarsi e torturarsi a vicenda. Il piano di Emma è vestirsi da suorina, bussare al cancello, chiedere di entrare a far parte della congregazione, sopportare frustate e privazioni finché non le riesce di trovare Daniel, e poi scappare insieme in un qualche modo.
Ci riesce.
E vabbe', un po' implausibile, ma se è tratto da una storia vera...
Salvo che non è una storia vera. O meglio: lo sfondo è tragicamente autentico. La Colonia Dignidad è esistita davvero (e in un qualche modo esiste tuttora). Il suo fondatore molestava davvero i bambini: Pinochet usò davvero la colonia per nascondere e torturare un numero imprecisato di oppositori; l'ambasciata tedesca occidentale era davvero al corrente; persino il transito di Mengele è in qualche modo documentato. È una storia pazzesca che meritava senz'altro un film. Ma per il film serviva una storia in primo piano, e quella girata dal pur talentuoso Gallenberger è un disastro, una specie di compendio di tutte le ingenuità da evitare in un film d'azione (continua su +eventi!)
C'è un regime del terrore in cui basta chiedere in giro e tutti sanno dove sono nascosti i desaparecido. C'è una comunità segregatissima che accoglie la povera Emma sulla fiducia, non le guarda nemmeno i documenti. Lì tutti si controllano, tutti si spiano, eppure Emma riesce a uscire dal dormitorio quando le va. Siccome questa cosa durante una rilettura dev'essere sembrata un po' assurda, gli sceneggiatori si sono inventati il turno di notte delle pelapatate: cioè in questa colonia ci sono talmente tante patate che bisogna pelarle anche di notte, un'ottima scusa per uscire e scuriosare in giro. L'evasione sembra impossibile, salvo che sotto la montagna di patate c'è una botola che, indovina!, conduce alla sala delle torture e poi direttamente fuori, e fuori c'è senz'altro una strada e un camionista che può dare uno strappo fino a Santiago - 400 km, bazzecole. Poi c'è un inseguimento finale con colpo di scena all'aeroporto, come in Argo, ma senza ritmo. Alla fine prevale un senso di pena per i due comprimari, che ce la mettono tutta per tenere il film a galla.
Gallenberger è un valido narratore per immagini, ma non riesce mai a coinvolgerci in quello che succede: le scene iniziali sul golpe nelle strade di Santiago sono impeccabili ma freddissime, Emma e Daniel sembrano due turisti attirati dal folklore rivoluzionario in un orrendo viaggio organizzato. C'è una scena in cui lei va a cercare i vecchi compagni di lui, li trova che si stanno organizzando per passare in clandestinità, e si scandalizza perché non rischiano la vita per cercare Daniel: nei giorni in cui spariscono centinaia di cileni, per Emma conta solo il suo ragazzo tedesco. L'eurocentrismo dà meno fastidio quando ci trasferiamo nella colonia, un universo concentrazionario di cui sarebbe interessante capire il senso. Ma anche lì qualcosa non funziona: il leader, che dovrebbe essere straordinariamente carismatico, passa il tempo a insultare e picchiare e molestare e non c'è modo di capire come si sia conquistato tanto potere sui suoi sudditi: il suo carisma è dato per scontato, né spiegato né messo in scena. Di buono c'è che alla fine del film viene voglia di saperne di più. Colonia è al Monviso di Cuneo oggi (martedì) alle 21.
11 settembre 1973: a Santiago del Cile, durante il golpe del generale Pinochet, un fotoreporter tedesco (Daniel Brühl) scompare. Emma Watson, la sua ragazza, si prende una settimana di ferie (fa la hostess) e indaga. Una pista la conduce alla Colonia Dignidad, una specie di enclave nazista sulle Ande, una comunità cristiana integralista governata col pugno di ferro da un predicatore bavarese ricercato in patria per pedofilia. Il luogo ideale dove torturare i detenuti politici - pare che anche Mengele si sia rifugiato lì per un po'. Ovviamente il luogo è un incubo totalitario, un lager con tanto di recinto elettrizzato. Ovviamente uomini e donne sono separati, guardati a vista, istigati a spiarsi e torturarsi a vicenda. Il piano di Emma è vestirsi da suorina, bussare al cancello, chiedere di entrare a far parte della congregazione, sopportare frustate e privazioni finché non le riesce di trovare Daniel, e poi scappare insieme in un qualche modo.
Ci riesce.
E vabbe', un po' implausibile, ma se è tratto da una storia vera...
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| Il vero cancello della Colonia. |
C'è un regime del terrore in cui basta chiedere in giro e tutti sanno dove sono nascosti i desaparecido. C'è una comunità segregatissima che accoglie la povera Emma sulla fiducia, non le guarda nemmeno i documenti. Lì tutti si controllano, tutti si spiano, eppure Emma riesce a uscire dal dormitorio quando le va. Siccome questa cosa durante una rilettura dev'essere sembrata un po' assurda, gli sceneggiatori si sono inventati il turno di notte delle pelapatate: cioè in questa colonia ci sono talmente tante patate che bisogna pelarle anche di notte, un'ottima scusa per uscire e scuriosare in giro. L'evasione sembra impossibile, salvo che sotto la montagna di patate c'è una botola che, indovina!, conduce alla sala delle torture e poi direttamente fuori, e fuori c'è senz'altro una strada e un camionista che può dare uno strappo fino a Santiago - 400 km, bazzecole. Poi c'è un inseguimento finale con colpo di scena all'aeroporto, come in Argo, ma senza ritmo. Alla fine prevale un senso di pena per i due comprimari, che ce la mettono tutta per tenere il film a galla.
Gallenberger è un valido narratore per immagini, ma non riesce mai a coinvolgerci in quello che succede: le scene iniziali sul golpe nelle strade di Santiago sono impeccabili ma freddissime, Emma e Daniel sembrano due turisti attirati dal folklore rivoluzionario in un orrendo viaggio organizzato. C'è una scena in cui lei va a cercare i vecchi compagni di lui, li trova che si stanno organizzando per passare in clandestinità, e si scandalizza perché non rischiano la vita per cercare Daniel: nei giorni in cui spariscono centinaia di cileni, per Emma conta solo il suo ragazzo tedesco. L'eurocentrismo dà meno fastidio quando ci trasferiamo nella colonia, un universo concentrazionario di cui sarebbe interessante capire il senso. Ma anche lì qualcosa non funziona: il leader, che dovrebbe essere straordinariamente carismatico, passa il tempo a insultare e picchiare e molestare e non c'è modo di capire come si sia conquistato tanto potere sui suoi sudditi: il suo carisma è dato per scontato, né spiegato né messo in scena. Di buono c'è che alla fine del film viene voglia di saperne di più. Colonia è al Monviso di Cuneo oggi (martedì) alle 21.
lunedì 13 giugno 2016
L'uomo che volle farsi Presidente (ma solo per due mandati)
A me il presidenzialismo di Renzi non piace, per due motivi: (1) è un presidenzialismo, una cosa che non mi piaceva ai tempi in cui la proponevano Craxi e Almirante; in seguito l'hanno proposta Berlusconi e Pannella e io non ho mai davvero ritenuto necessario cambiare idea. (2) è timido. Almeno Craxi e Almirante certe cose le dicevano ad alta voce: vogliamo l'elezione diretta del presidente della repubblica, vogliamo l'uomo forte e decisionista. Renzi da una parte si atteggia a uomo forte - salvo che non ci ha il fisico e gli scappano figure da bulletto alla sagra, ma passi - dall'altra insiste che la repubblica italiana gli piace così, fondata sul lavoro e parlamentare, ha solo bisogno di potare qualche ramo secco e poi vedrete che roba, vedrete. Vediamo.
L'ultimo numero lo ha fatto l'altro ieri: intervistato da Eugenio Scalfari, si è detto pronto a firmare una proposta di legge che limiti "a due i mandati del premier". L'ispirazione è molto probabilmente il Ventiduesimo emendamento alla Costituzione USA, che consente a un presidente USA di essere rieletto solo per un secondo mandato. Anche in Francia è stato approvato un limite del genere, soltanto nel 2008. Nella Federazione russa il limite è previsto solo per due mandati consecutivi, ragion per cui tra il terzo e il quarto mandato di Putin ce ne fu uno di Medvedev. In tutti questi casi, il limite riguarda figure elette direttamente dal popolo. Non risultano invece, che io sappia (ma segnalatemele voi) leggi che limitino i mandati di un capo del governo in una repubblica parlamentare: probabilmente perché una figura del genere non è eletta dal popolo, ma dal parlamento, che può indurlo a dimettersi in qualsiasi momento.
E insomma va così. Renzi insiste che la repubblica parlamentare va bene com'è, che anche la sua riforma costituzionale non sbilancerà i poteri in direzione dell'esecutivo - e però sembra il primo ad avere qualche dubbio, se suggerisce di limitare i mandati: proprio come se il nuovo capo del governo post-riforma avesse le stesse prerogative di un presidente degli USA o della Francia. Un bel lapsus: dice che vuole un tetto di due mandati, ma cos'è un "mandato" quando si parla di un presidente del consiglio dei ministri della repubblica italiana? In teoria è l'incarico, quello che ti conferisce il presidente della Repubblica e che deve ottenere un voto di fiducia in parlamento - ma in tal caso potrebbe durare anche pochi giorni! Addirittura un parlamento potrebbe giocare con la carriera politica di un leader, sfiduciandolo una prima volta, rioffrendogli l'incarico e poi gestendolo con la pistola alla tempia: al primo sgarro sei finito, non puoi più fare il capo del governo, c'è una legge che dice così - che legge geniale. Molto probabilmente Renzi non intende questo.
È più facile che per "mandato" intenda "legislatura": ovvero che dia per scontato che il parlamento eletto con l'italicum non potrà che esprimere un capo del governo, e non potrà che sostenerlo per cinque anni filati. In queste situazioni senz'altro capita di confondersi: anche perché tra sei anni, quando si rieleggerà anche un presidente della Repubblica, un parlamento così ben allineato non potrà che obbedire alle consegne di chi gestisce la maggioranza, e quindi insomma al Quirinale da qui in poi dovrebbero andarci dei tranquilli notai.
Questo perlomeno è il progetto. A quelli a cui non piace, a quelli che lo trovano inquietante, Renzi è pronto a offrire un contentino: la repubblica, spiega, me la date solo per due mandati: poi ve la ridò indietro. Come se il nostro principale problema fosse lui, Matteo Renzi. E invece no: il vero problema è che prima o poi (anche molto prima, se va avanti così) al suo posto ci sarà qualcun altro: e che a quel qualcun altro si rischia di fare un po' troppo spazio. Non è niente di personale, Matteo Renzi: ce l'avevamo col culto dell'uomo forte prima di te. Ce l'avevamo con Craxi e Almirante, con Berlusconi e Pannella, e adesso capita di avercela con te. Il presidenzialismo non ci piace, tutto qui. Se tu almeno avessi avuto il coraggio di proporcelo, ti avremmo detto di no. Quel coraggio non l'hai avuto: ci tocca dirti di no lo stesso.
L'ultimo numero lo ha fatto l'altro ieri: intervistato da Eugenio Scalfari, si è detto pronto a firmare una proposta di legge che limiti "a due i mandati del premier". L'ispirazione è molto probabilmente il Ventiduesimo emendamento alla Costituzione USA, che consente a un presidente USA di essere rieletto solo per un secondo mandato. Anche in Francia è stato approvato un limite del genere, soltanto nel 2008. Nella Federazione russa il limite è previsto solo per due mandati consecutivi, ragion per cui tra il terzo e il quarto mandato di Putin ce ne fu uno di Medvedev. In tutti questi casi, il limite riguarda figure elette direttamente dal popolo. Non risultano invece, che io sappia (ma segnalatemele voi) leggi che limitino i mandati di un capo del governo in una repubblica parlamentare: probabilmente perché una figura del genere non è eletta dal popolo, ma dal parlamento, che può indurlo a dimettersi in qualsiasi momento.
E insomma va così. Renzi insiste che la repubblica parlamentare va bene com'è, che anche la sua riforma costituzionale non sbilancerà i poteri in direzione dell'esecutivo - e però sembra il primo ad avere qualche dubbio, se suggerisce di limitare i mandati: proprio come se il nuovo capo del governo post-riforma avesse le stesse prerogative di un presidente degli USA o della Francia. Un bel lapsus: dice che vuole un tetto di due mandati, ma cos'è un "mandato" quando si parla di un presidente del consiglio dei ministri della repubblica italiana? In teoria è l'incarico, quello che ti conferisce il presidente della Repubblica e che deve ottenere un voto di fiducia in parlamento - ma in tal caso potrebbe durare anche pochi giorni! Addirittura un parlamento potrebbe giocare con la carriera politica di un leader, sfiduciandolo una prima volta, rioffrendogli l'incarico e poi gestendolo con la pistola alla tempia: al primo sgarro sei finito, non puoi più fare il capo del governo, c'è una legge che dice così - che legge geniale. Molto probabilmente Renzi non intende questo.
È più facile che per "mandato" intenda "legislatura": ovvero che dia per scontato che il parlamento eletto con l'italicum non potrà che esprimere un capo del governo, e non potrà che sostenerlo per cinque anni filati. In queste situazioni senz'altro capita di confondersi: anche perché tra sei anni, quando si rieleggerà anche un presidente della Repubblica, un parlamento così ben allineato non potrà che obbedire alle consegne di chi gestisce la maggioranza, e quindi insomma al Quirinale da qui in poi dovrebbero andarci dei tranquilli notai.
Questo perlomeno è il progetto. A quelli a cui non piace, a quelli che lo trovano inquietante, Renzi è pronto a offrire un contentino: la repubblica, spiega, me la date solo per due mandati: poi ve la ridò indietro. Come se il nostro principale problema fosse lui, Matteo Renzi. E invece no: il vero problema è che prima o poi (anche molto prima, se va avanti così) al suo posto ci sarà qualcun altro: e che a quel qualcun altro si rischia di fare un po' troppo spazio. Non è niente di personale, Matteo Renzi: ce l'avevamo col culto dell'uomo forte prima di te. Ce l'avevamo con Craxi e Almirante, con Berlusconi e Pannella, e adesso capita di avercela con te. Il presidenzialismo non ci piace, tutto qui. Se tu almeno avessi avuto il coraggio di proporcelo, ti avremmo detto di no. Quel coraggio non l'hai avuto: ci tocca dirti di no lo stesso.
sabato 11 giugno 2016
Shane Black e il portaceneri gigante
The Nice Guys (Shane Black, 2016).
Ryan Gosling è un mentecatto. Tanto per cambiare, già. Ryan Gosling è un ex sbirro che ha già dato il suo meglio, e da quel che ci è dato di capire, anche quel meglio non era un granché. È uno di quei personaggi che all'inizio dei vecchi film sonnecchiano sulla loro scrivania di detective privati, tra cicche e bicchieri vuoti, in attesa che arrivi un ispettore o una bionda fatale a svegliarli, a ributtarli nella mischia. All'inizio del film effettivamente Ryan sta dormendo immerso in una vasca da bagno, in giacca e cravatta, ma lo sveglierà sua figlia perché da qualche tempo in qua il regista Shane Black ha deciso che vuole portare al cinema anche la nuova generazione, e l'unico sistema che gli è venuto in mente è piazzare minorenni nelle sue storie - anche in quelle hard-boiled ambientate nel mondo della pornografia californiana. Funziona? Insomma. Ma è un trucco talmente vecchio che sembra quasi fresco, come certe barzellette che ti ricordi improvvisamente dopo trent'anni.
Shane Black a un certo punto dev'essersi creduto un autore, uno che ha una cifra stilistica tutta sua e la persegue a dispetto di logiche commerciali o del buon senso. Forse. È un'ipotesi, neanche la più triste. Sempre la California, fragile e letale - macchinoni che precipitano dentro villette prefabbricate - sempre gli stessi personaggi fragili e perdenti che però in un qualche modo alla fine portano a casa il risultato. Gente a cui è invariabilmente successo qualcosa di brutto e non ci vuole più pensare, piuttosto ci beve sopra fino a morirne. A metà di un film non memorabile, Ryan Gosling si ritroverà seduto a fumare sul trampolino di una piscina vuota, ingombra di mozziconi. Questo cos'è, gli chiederà Russel Crowe, un portaceneri gigante? Ho la sensazione che sarà l'unica scena che mi ricorderò del film (continua su +eventi!)
Shane Black ha gusto per i dialoghi surreali, ma non è Tarantino; sa costruire una scena d'azione ma non è Tony Scott; ha un po' di sincera nostalgia per la California anni '70 ma non ci sguazza come P. T. Anderson. Ma ci sono quei piccoli momenti in cui riesce a mostrarti la disperazione in un'immagine - un uomo in un portaceneri gigante, oppure una bambina seduta in un prato, con una torcia, che racconta una storia a delle bambole che non esistono più, ecco, quelle piccole spine nel cuore Shane Black le sa conficcare. Magari sarebbe diventato un autore davvero, se Hollywood si fosse fidata un po' di più. Magari non ci ritroveremmo davanti a un prodotto che sembra pensato apposta per l'estimatore di Shane Black (ma siamo così tanti?): un catalogo di situazioni che non erano originalissime neanche quando le usava in Arma Letale, nell'Ultimo boy scout, in Kiss Kiss Bang Bang e... basta, via, non è che abbia scritto tutti questi film Shane Black. Magari lui stesso avrebbe cose più interessanti da dirci, ma a questo punto è come il vecchio amico che ritroviamo in un bar, uno da cui vogliamo sentire esattamente le stesse storie, la stessa barzelletta, non perché ci faccia ridere ma perché ci consola sapere che si è rincoglionito almeno quanto noi.
The Nice Guys è al City Plex di Alba alle 22:20; al Cinelandia di Borgo San Dalmazzo alle 20:15 e alle 22:45; all'Impero di Bra alle 22:30; all'Italia di Saluzzo alle 20:00 e alle 22:15; al Cinecittà di Savigliano alle 20:15 e alle 22:30.
Ryan Gosling è un mentecatto. Tanto per cambiare, già. Ryan Gosling è un ex sbirro che ha già dato il suo meglio, e da quel che ci è dato di capire, anche quel meglio non era un granché. È uno di quei personaggi che all'inizio dei vecchi film sonnecchiano sulla loro scrivania di detective privati, tra cicche e bicchieri vuoti, in attesa che arrivi un ispettore o una bionda fatale a svegliarli, a ributtarli nella mischia. All'inizio del film effettivamente Ryan sta dormendo immerso in una vasca da bagno, in giacca e cravatta, ma lo sveglierà sua figlia perché da qualche tempo in qua il regista Shane Black ha deciso che vuole portare al cinema anche la nuova generazione, e l'unico sistema che gli è venuto in mente è piazzare minorenni nelle sue storie - anche in quelle hard-boiled ambientate nel mondo della pornografia californiana. Funziona? Insomma. Ma è un trucco talmente vecchio che sembra quasi fresco, come certe barzellette che ti ricordi improvvisamente dopo trent'anni.
Shane Black a un certo punto dev'essersi creduto un autore, uno che ha una cifra stilistica tutta sua e la persegue a dispetto di logiche commerciali o del buon senso. Forse. È un'ipotesi, neanche la più triste. Sempre la California, fragile e letale - macchinoni che precipitano dentro villette prefabbricate - sempre gli stessi personaggi fragili e perdenti che però in un qualche modo alla fine portano a casa il risultato. Gente a cui è invariabilmente successo qualcosa di brutto e non ci vuole più pensare, piuttosto ci beve sopra fino a morirne. A metà di un film non memorabile, Ryan Gosling si ritroverà seduto a fumare sul trampolino di una piscina vuota, ingombra di mozziconi. Questo cos'è, gli chiederà Russel Crowe, un portaceneri gigante? Ho la sensazione che sarà l'unica scena che mi ricorderò del film (continua su +eventi!)
Shane Black ha gusto per i dialoghi surreali, ma non è Tarantino; sa costruire una scena d'azione ma non è Tony Scott; ha un po' di sincera nostalgia per la California anni '70 ma non ci sguazza come P. T. Anderson. Ma ci sono quei piccoli momenti in cui riesce a mostrarti la disperazione in un'immagine - un uomo in un portaceneri gigante, oppure una bambina seduta in un prato, con una torcia, che racconta una storia a delle bambole che non esistono più, ecco, quelle piccole spine nel cuore Shane Black le sa conficcare. Magari sarebbe diventato un autore davvero, se Hollywood si fosse fidata un po' di più. Magari non ci ritroveremmo davanti a un prodotto che sembra pensato apposta per l'estimatore di Shane Black (ma siamo così tanti?): un catalogo di situazioni che non erano originalissime neanche quando le usava in Arma Letale, nell'Ultimo boy scout, in Kiss Kiss Bang Bang e... basta, via, non è che abbia scritto tutti questi film Shane Black. Magari lui stesso avrebbe cose più interessanti da dirci, ma a questo punto è come il vecchio amico che ritroviamo in un bar, uno da cui vogliamo sentire esattamente le stesse storie, la stessa barzelletta, non perché ci faccia ridere ma perché ci consola sapere che si è rincoglionito almeno quanto noi.
The Nice Guys è al City Plex di Alba alle 22:20; al Cinelandia di Borgo San Dalmazzo alle 20:15 e alle 22:45; all'Impero di Bra alle 22:30; all'Italia di Saluzzo alle 20:00 e alle 22:15; al Cinecittà di Savigliano alle 20:15 e alle 22:30.
giovedì 9 giugno 2016
Come ci si ammazza in Padania
All'onorevole Buonanno, leghista, è capitata la sorte che non augurerei al peggior nemico, che in effetti potrebbe essere lui. Sparato ad alta velocità, cuore fragile di una pallottola di lamiera, Buonanno è morto tamponando un compagno di strada sulla corsia di sicurezza, come potrebbe capitare al miglior guidatore in un momento di stanchezza o distrazione. Perché è così che vanno le cose: a diciott'anni superi un test, ritiri una patente e da quel momento puoi girare armato, anzi sei tu stesso l'arma. Non con quelle cose ridicole che tengono gli americani nel cassetto, e i politici sventolano in tv per speculare sull'ansia di chi è stato svaligiato. Parliamo di ordigni enormi, quintali di ferro o alluminio che possono passare da zero a 150 km/h con la lieve pressione di un piede. Possono ucciderti in ancora meno tempo e non è lo scenario peggiore. Possono fare di te un assassino. Succede tutti i giorni.
L'onorevole Buonanno, leghista, si mostrava preoccupato per la criminalità e non aveva nemmeno tutti i torti - probabilmente sta aumentando, com'è logico in tempo di recessione. I furti in casa soprattutto, e non c'è bisogno di sottolineare come questa categoria di reati influisca più d'altre sulla percezione della sicurezza del ceto medio proprietario. D'altro canto, gli omicidi consumati a scopo di furto o rapina, nel 2014, sono stati 27. Nello stesso anno le vittime di incidenti stradali sono state 3381. Nel Duemila erano ancora più del doppio. Una cosa giusta e di sinistra che ha fatto Berlusconi: mettere il tutor in autostrada (o se l'ha fatta Prodi, almeno Berlusconi non l'ha tolto). Una cosa scema e di destra che ha fatto Matteo Renzi: il reato di omicidio stradale.
Non si muore più in strada come una volta, ma si muore ancora tanto e lo sappiamo. È l'unica vera guerra della mia generazione: abbiamo tutti uno o due amici al camposanto a cui non portiamo più i fiori. Buonanno non era un mio amico, ma era come minimo un compagno di autostrada, due o tre volte statisticamente potremmo esserci sorpassati. Sono vicino al dolore dei suoi cari: non mi costa fatica, è lo stesso dolore che mi accompagna tutti i giorni. Là fuori ci si ammazza, ed è successo anche a gente a cui volevo bene, un po' più spesso di quanto pensavo di poter tollerare. È un problema molto più grosso di tanti altri problemi che ci fanno discutere, che ci spingono a prendercela contro una minoranza o contro un ceto politico e votare un onorevole piuttosto di un altro.
L'onorevole Buonanno, leghista, si mostrava preoccupato per la criminalità e non aveva nemmeno tutti i torti - probabilmente sta aumentando, com'è logico in tempo di recessione. I furti in casa soprattutto, e non c'è bisogno di sottolineare come questa categoria di reati influisca più d'altre sulla percezione della sicurezza del ceto medio proprietario. D'altro canto, gli omicidi consumati a scopo di furto o rapina, nel 2014, sono stati 27. Nello stesso anno le vittime di incidenti stradali sono state 3381. Nel Duemila erano ancora più del doppio. Una cosa giusta e di sinistra che ha fatto Berlusconi: mettere il tutor in autostrada (o se l'ha fatta Prodi, almeno Berlusconi non l'ha tolto). Una cosa scema e di destra che ha fatto Matteo Renzi: il reato di omicidio stradale.
Non si muore più in strada come una volta, ma si muore ancora tanto e lo sappiamo. È l'unica vera guerra della mia generazione: abbiamo tutti uno o due amici al camposanto a cui non portiamo più i fiori. Buonanno non era un mio amico, ma era come minimo un compagno di autostrada, due o tre volte statisticamente potremmo esserci sorpassati. Sono vicino al dolore dei suoi cari: non mi costa fatica, è lo stesso dolore che mi accompagna tutti i giorni. Là fuori ci si ammazza, ed è successo anche a gente a cui volevo bene, un po' più spesso di quanto pensavo di poter tollerare. È un problema molto più grosso di tanti altri problemi che ci fanno discutere, che ci spingono a prendercela contro una minoranza o contro un ceto politico e votare un onorevole piuttosto di un altro.
domenica 5 giugno 2016
Muhammad Ali non è andato in Vietnam perché analfabeta, dice Riotta che se ne intende (di analfabeti)
Se per caso vi stavate chiedendo: è possibile scrivere un brutto pezzo su Muhammad Ali? Un combattente incredibile, un attore nato, uno che sembra non aver mai lasciato un microfono senza aver detto qualcosa di buffo o interessante? Uno che ha perso un titolo mondiale a tavolino per una questione di principio, uno che il suo pezzo di secolo se l'è vissuto da protagonista? Se per caso vi stavate chiedendo: può un giornalista italiano sbagliare persino un coccodrillo su Muhammad Ali?, ebbene, sono ovviamente domande retoriche. Ecco il buon Gianni Riotta.
Il Clay patriottico lascia il posto, sei anni dopo, all’Ali obiettore di coscienza contro la guerra in Vietnam (era stato esentato per aver fallito i test attitudinali, l’esercito gli assegnava un Quoziente Intelligenza di soli 73 punti, sapeva a stento leggere e scrivere e ammise di non avere mai finito un libro, neppure quelli che firmava o il Corano «ne ho solo imparato brani a memoria»).
Persuaso che l’abbiano incastrato per punirlo della conversione all’Islam, Ali detta ai giornalisti «Non ho nulla contro quei Vietcong là», viene incriminato e squalificato, finché la Corte Suprema non riconosce la sua obiezione di coscienza e lo riabilita.
Ora: secondo voi Riotta lo sa che gli obiettori di coscienza e i riformati sono due categorie diverse? Che se davvero fosse stato "esentato per aver fallito i test", Muhammad Ali non avrebbe avuto bisogno di obiettare, farsi arrestare, farsi condannare, perdere la licenza di pugile, perdere il titolo mondiale, appellarsi alla Corte Suprema? E non c'è nessuno alla Stampa che lo sappia, che possa avvertirlo, correggerlo, e magari già che c'è spostare quelle due o tre virgole, cambiare quei due o tre verbi che non si comportano in italiano come Riotta pretenderebbe (punire qualcuno di qualcosa?)
Di tutti gli aneddoti citati da Riotta, quello dei test falliti e dell'IQ basso è di gran lunga il meno noto: in un pezzo di mille parole, cinquanta servono a ricordare che Ali non era una cima. In effetti no, non ci teneva nemmeno troppo a sembrarlo (tra le sue frasi celebri: "Ho detto che sono il migliore, non che sono il più intelligente". In sociologia il fenomeno per cui le persone tendono a definirsi "migliori" ma non "più intelligenti" è chiamato Muhammad Ali Effect). Però cercare di desumere la sua intelligenza dal test della visita di leva è abbastanza ingeneroso - forse Riotta ignora quante risposte sballate davano i suoi coetanei al test dei Tre Giorni. Ali, di cui tanti hanno lodato l'intelligenza tattica sul ring e fuori, potrebbe anche aver tentato nel 1964 di falsare i test di scrittura e spelling per non andare in guerra e continuare a pugilare. Perché magari davvero non era una cima: ma nemmeno così scemo da preferire il Vietnam al titolo mondiale dei pesi massimi.
Quello che Riotta non dice, o forse non ha capito (o è stato tagliato in fase di pubblicazione), è che nel 1965 l'esercito abbassò gli standard minimi, e Muhammed Ali ridivenne arruolabile: a quel punto si rifiutò pubblicamente di obbedire agli ordini e diventò quello che tuttora chiamiamo obiettore di coscienza - il più famoso del mondo. Un esempio straordinario non solo per gli afroamericani, non solo per gli statunitensi. Se un uomo che si guadagnava da vivere pestando a sangue Sonny Liston si rifiutava di andare in guerra, l'obiezione non era più un atto di viltà. Diventava l'esatto opposto: una prova di coraggio. Va bene. Invece secondo Riotta non c'è andato perché ha fallito i test, scriveva a stento, firmava libri che non sapeva leggere e si arrangiava imparando un po' di versetti a memoria. Le cose non stanno esattamente così, ma si capisce quanto fascino deve avere questo Ali dislessico e disgrafico per Gianni Riotta: o non è vero che nei monumenti dei grandi uomini ognuno cerca di intravedere il proprio riflesso? Non sarà una coincidenza che tra le mille cose che poteva dire di Ali, gli sia venuto in mente che aveva difficoltà di scrittura, e firmava libri lo stesso?
"Ali fu The Greatest davvero, eroe imperfetto della virtù più rara nei nostri giorni del rancore: crescere, maturare, sbagliare, correggersi, cambiar idea, restando se stessi nel cuore". Sì, prof Riotta, appunto: crescere, maturare, sbagliare, ma anche correggersi. Correggersi. O al limite farsi correggere da qualcuno; ci sarà bene qualcuno nei pressi che può dare una mano. Continuo a trovare incredibile che non ci sia.
Il Clay patriottico lascia il posto, sei anni dopo, all’Ali obiettore di coscienza contro la guerra in Vietnam (era stato esentato per aver fallito i test attitudinali, l’esercito gli assegnava un Quoziente Intelligenza di soli 73 punti, sapeva a stento leggere e scrivere e ammise di non avere mai finito un libro, neppure quelli che firmava o il Corano «ne ho solo imparato brani a memoria»).
Persuaso che l’abbiano incastrato per punirlo della conversione all’Islam, Ali detta ai giornalisti «Non ho nulla contro quei Vietcong là», viene incriminato e squalificato, finché la Corte Suprema non riconosce la sua obiezione di coscienza e lo riabilita.
Ora: secondo voi Riotta lo sa che gli obiettori di coscienza e i riformati sono due categorie diverse? Che se davvero fosse stato "esentato per aver fallito i test", Muhammad Ali non avrebbe avuto bisogno di obiettare, farsi arrestare, farsi condannare, perdere la licenza di pugile, perdere il titolo mondiale, appellarsi alla Corte Suprema? E non c'è nessuno alla Stampa che lo sappia, che possa avvertirlo, correggerlo, e magari già che c'è spostare quelle due o tre virgole, cambiare quei due o tre verbi che non si comportano in italiano come Riotta pretenderebbe (punire qualcuno di qualcosa?)
Di tutti gli aneddoti citati da Riotta, quello dei test falliti e dell'IQ basso è di gran lunga il meno noto: in un pezzo di mille parole, cinquanta servono a ricordare che Ali non era una cima. In effetti no, non ci teneva nemmeno troppo a sembrarlo (tra le sue frasi celebri: "Ho detto che sono il migliore, non che sono il più intelligente". In sociologia il fenomeno per cui le persone tendono a definirsi "migliori" ma non "più intelligenti" è chiamato Muhammad Ali Effect). Però cercare di desumere la sua intelligenza dal test della visita di leva è abbastanza ingeneroso - forse Riotta ignora quante risposte sballate davano i suoi coetanei al test dei Tre Giorni. Ali, di cui tanti hanno lodato l'intelligenza tattica sul ring e fuori, potrebbe anche aver tentato nel 1964 di falsare i test di scrittura e spelling per non andare in guerra e continuare a pugilare. Perché magari davvero non era una cima: ma nemmeno così scemo da preferire il Vietnam al titolo mondiale dei pesi massimi.
Quello che Riotta non dice, o forse non ha capito (o è stato tagliato in fase di pubblicazione), è che nel 1965 l'esercito abbassò gli standard minimi, e Muhammed Ali ridivenne arruolabile: a quel punto si rifiutò pubblicamente di obbedire agli ordini e diventò quello che tuttora chiamiamo obiettore di coscienza - il più famoso del mondo. Un esempio straordinario non solo per gli afroamericani, non solo per gli statunitensi. Se un uomo che si guadagnava da vivere pestando a sangue Sonny Liston si rifiutava di andare in guerra, l'obiezione non era più un atto di viltà. Diventava l'esatto opposto: una prova di coraggio. Va bene. Invece secondo Riotta non c'è andato perché ha fallito i test, scriveva a stento, firmava libri che non sapeva leggere e si arrangiava imparando un po' di versetti a memoria. Le cose non stanno esattamente così, ma si capisce quanto fascino deve avere questo Ali dislessico e disgrafico per Gianni Riotta: o non è vero che nei monumenti dei grandi uomini ognuno cerca di intravedere il proprio riflesso? Non sarà una coincidenza che tra le mille cose che poteva dire di Ali, gli sia venuto in mente che aveva difficoltà di scrittura, e firmava libri lo stesso?
"Ali fu The Greatest davvero, eroe imperfetto della virtù più rara nei nostri giorni del rancore: crescere, maturare, sbagliare, correggersi, cambiar idea, restando se stessi nel cuore". Sì, prof Riotta, appunto: crescere, maturare, sbagliare, ma anche correggersi. Correggersi. O al limite farsi correggere da qualcuno; ci sarà bene qualcuno nei pressi che può dare una mano. Continuo a trovare incredibile che non ci sia.
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