Il governo italiano ha sospeso gli aiuti ai palestinesi

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venerdì 6 maggio 2016

Francesco Merlo non capisce; non vuole capire; non vuole che nessuno capisca

Qualche anno fa i computer erano ancora oggetti personali, custodi delle informazioni più preziose che avessimo. Ci scaricavamo tutto quello che era più intimo e compromettente: la posta, le fatture, gli estratti conto, le foto, eccetera. Perdere un portatile era diventato una catastrofe sociale - se ci fosse stato permesso di scegliere tra smarrire il portafoglio e il laptop, non avremmo avuto dubbi. Nei film i killer a pagamento rovistavano nei cassetti per depistare il detective, ma in realtà si portavano via le memorie fisse - l'ultima situazione del genere l'ho vista al cinema tre anni fa, ed era un film italiano. Altrove avevano smesso da un po'.

Perché ormai le cose sono cambiate, e lo sappiamo. Un bel giorno - a me è successo più o meno dieci anni fa - abbiamo smesso di scaricare la posta. Poi le fatture, gli estratti conto; persino le foto. Adesso la maggior parte delle cose preziose e imbarazzanti non stanno più in una minuscola porzione di silicio che teniamo sulla scrivania - magari anche lì, ma una loro copia è da qualche parte, frammentato e distribuito tra non si sa esattamente quanti server da qualche parte nel mondo, protetto da password che cambiamo e dimentichiamo con una certa regolarità. È successo ai vostri figli, è successo pure ai vostri genitori. È stata un'evoluzione naturale, inevitabile; poter accedere a un documento personale (una bozza, un'immagine, un documento) da qualsiasi computer sia connesso in rete, per chi come me lavora in cinque o sei ambienti e anche a casa propria, è semplicemente necessario. Non mi ricordo neanche più quando ho iniziato: so solo che non potrei più smettere. È troppo comodo.

Ma è anche qualcosa di inquietante, per più di un motivo.

L'arresto di Simone Uggetti ci offre l'opportunità di soppesarne uno. Fino a qualche anno fa, per impedire a un indagato di inquinare le prove, sarebbe bastato tenerlo fuori dal suo ufficio. Sequestrargli qualche strumento di lavoro: computer, dischetti, chiavi usb, quel tipo di cose che fino a qualche anno fa i killer rubavano e i detective cercavano nei film. Ma adesso l'ufficio di Uggetti è un luogo virtuale da cui può accedere con qualsiasi smartphone al mondo. Quindi che si fa? Chiedo, perché non ho un'opinione forte in materia, né mi ritengo particolarmente giustizialista o garantista: mi piacerebbe che nessuno fosse tratto in stato di arresto prima di una condanna, ma vorrei anche che i crimini fossero perseguiti con efficienza. Quando le prove stanno nella Nuvola, come puoi impedire a un indagato di inquinarle senza rinchiuderlo, senza impedire che acceda a un qualsiasi dispositivo connesso in rete? A me non vengono in mente alternative, e purtroppo nemmeno ai magistrati. Certo, potrebbe capitare anche a noi - a chiunque. È un problema. Enorme. Parliamone.

Ma per favore, teniamo lontano Francesco Merlo: visto che evidentemente non ha capito di cosa stiamo parlando (secondo lui bastava impedire a Uggetti "di esercitare le funzioni, sequestrargli i computer, mettergli un braccialetto elettronico e, al massimo, costringerlo agli arresti domiciliari": benvenuto nel 2005), e soprattutto non ha nessuna intenzione di capirlo - figurarsi di spiegarlo ai lettori. Ne abbiamo già parlato, mi tocca ribadire: c'è una specie di diaframma linguistico tra Merlo e il mondo. Se si parla di abolire le province, lui scriverà una paginata intera sulla nozione di provincialismo. Se si parlerà di crisi del liceo classico, lui obietterà che la classicità è una cosa irrinunciabile. Dovessero sospendere le Olimpiadi di Rio per una questione di sicurezza, state ben certi che non ci parlerà dei problemi della sicurezza e di come sia più giusto combattere il terrorismo, ma scioglierà un cantico alla gloria immortale di Milone di Crotone, Eurimene di Samo. Non è tanto il fatto che non capisca niente: succede a tutti.

Ma il fatto di non porsi nemmeno il problema di dover capire qualcosa: come se in quel caos di parole che è il mondo avesse deliberato di attaccarsi perpetuamente ai significanti, ai suoni e non ai contenuti; di perdersi in definizioni che non sono mai quelle giuste e citazioni che quasi mai c'entrano un c. - fossero almeno originali, ma no, si parla di San Vittore e lui deve intonare Ma mì, sempre quei due o tre luoghi comuni che girano nel bar di paese che per caso è il quotidiano più prestigioso d'Italia (davvero, ormai lo è per caso). Noi vorremmo vivere in uno Stato di diritto che tuteli i nostri diritti - pricacy inclusa - vorremmo anche condividere tutto ciò che abbiamo e sappiamo su server in giro per il mondo: le due esigenze sono in conflitto? È una domanda fondamentale che la Repubblica non si pone perché deve dare spazio a Merlo e Merlo ha altre priorità, Merlo ha letto il provvedimento del Gip e ne disapprova lo stile - Merlo è convinto di essere un maestro di quella cosa, lo stile.

Non che abbia dimestichezza coi tecnicismi dei magistrati, sia mai: Merlo legge "decisa verosimiglianza" e si domanda: "va distinta dalla verosimiglianza indecisa?"; legge "abietto" e si chiede se ne esista il superlativo. Lo vedi sempre lì che ripete sillabe a caso convinto di essere un D'Annunzio e non un bambino nella fase della lallazione. Raccomanda ai magistrati sobrietà, raccomanda asciuttezza - nel frattempo evoca Stalin, Robespierre e la Mesopotamia, scrive "il tuono etico sul clic delle manette", definisce sobriamente San Vittore "l'Inferno", e a un certo punto ci spiega la "verità", precisamente: sulla Repubblica c'è un editorialista che ha le "verità", come sul blog di Beppe. "La verità è che il sindaco di Lodi non dovrebbe stare in carcere". Probabilmente lo scrive su un dispositivo connesso - magari nel frattempo scarica la posta, o un file infetto. C'è un enorme problema che ci portiamo ogni giorno in tasca, in borsa, che ci guarda dalle scrivanie: Merlo non lo vede. È a tre palmi dal suo naso. Niente.

Abbiamo messo la nostra libertà nella Rete, e ora non possiamo staccarci dalla Rete senza rinunciarvi: è un dilemma straordinario, ne va forse della nostra civiltà, ma su Repubblica se ne parla un'altra volta, su Repubblica c'è Francesco Merlo che deve dimostrare di averlo più grosso del Gip, il vocabolario. Allora, visto che certi problemi evidentemente sono più grandi di noi, risolviamone almeno uno un po' più piccolo; la Repubblica sta facendo schifo, si può far qualcosa? Si può evitare di avere in prima pagina un tizio che quasi mai sa di cosa parla? Io ho smesso di comprarla da un po', non mi sembra di esser l'unico.

mercoledì 4 maggio 2016

Perché Accorsi sembra uno sballato

Veloce come il vento (Matteo Rovere, 2016)


O ma lo sai che stai facendo un film di merda?

Ma come lo stai girando, tutto perfettino, con gli stacchi giusti, le curve tonde, soccia, che due balle fai venire. Ma te, ti diverti mai quando giri? 


C'è un momento, diobono, in cui non pensi alla postproduzione, alla distribuzione, all'ipoteca che ti mangerà la casa se il film va di merda e tutte le altre balle? C'è un momento in cui ti gasi e basta? Lo sai di cos'hai bisogno, te?

Di benzodiazepina. Dodici gocce e poi vai liscio.
No, scherzo.

Te hai bisogno di Loris. E sei fortunato, eccomi qua.

(Però anche la benza non ti farebbe mica 
male  sai, anzi, se hai venti carte ci passo io in farmacia, all'Operaia mi fanno gli sconti).

Ho visto Veloce come il vento e ora nessuno potrà convincermi che Stefano Accorsi non abbia passato gli anni del suo apprendistato a imitare Vasco Rossi per far ridere i compagni; se non era proprio Vasco era lo scoppiato del quartiere. Poi da cosa nasce cosa, uno spot qua, un Muccino là e vent'anni dopo Stefano Accorsi è attore di livello quasi internazionale. Il primo a crederci poco è probabilmente lui, e questo è il motivo per cui in fondo è impossibile volergli male. Ogni tanto ci pensiamo: ma che fine ha fatto? Quand'è che torna a farsi vivo, con una delle sue genialate?

(Hanno tutti fatto uno spot ridicolo ma quello di Accorsi non ce lo dimentichiamo. Prima o poi hanno tutti avuto un'"idea", ma solo "un'idea di Stefano Accorsi" è diventato un tormentone. Non c'è un perché, Accorsi non sarà un grande attore ma non è nemmeno il più cane di tutti. Non diremmo mai di Accorsi quel che si dice di solito a scuola, che uno è bravo ma non s'impegna. Accorsi s'impegna pure, Accorsi non puoi mai dire che non ci stia provando).

Veloce come il vento era, sulla carta, un film suicida. Una storia vecchia come la Turbosedici nascosta nel casolare, implausibile come un manga fine anni Settanta, o una storia di Bug Barri di Basari e Giovannini, nessuno sa di cosa sto parlando. Una ragazza minorenne al volante di una Granturismo, che durante la prima gara resta orfana (il padre si piglia un infarto nei box, la madre è fuggita anni prima) e con un fratellino a carico. Tutto questo poteva forse essere verosimile sulle pagine del Corrierino o del Giornalino, ma verso il 2015 lo spettatore italiano è ormai abituato a standard di verosimiglianza molto diversi. Poi però succedono due cose.

La prima è che Jeeg Robot, un film ancora meno plausibile su un borgataro che beve la monnezza radioattiva del Tevere e diventa Supercoatto tiene le sale per un mese intero e si presenta alla consegna dei David di Donatello col carrello della spesa. E lo riempie. Segno che il pubblico e persino la critica stanno cominciando a fottersi della verosimiglianza e a manifestare interesse per qualcosa di diverso che in mancanza d'altro chiamiamo "film di genere" (ma ha ancora senso chiamarlo così come se fossero gli anni Settanta e lo spettatore medio andasse al cinema una volta alla settimana? (Continua su +eventi!)

La seconda è che la sceneggiatura di Veloce come il vento a un certo punto è arrivata ad Accorsi, che magari non ha sempre voglia di recitare e lo capisco, ma stavolta aveva voglia di divertirsi a fare lo Scoppiato Anni Ottanta per un'ora e mezza. Perché con tanto rispetto per il giovane Rovere che ha talento, e gira sorpassi e curve e inseguimenti che Ron Howard, per dirne una, non ne ha fatti di migliori; con tanta ammirazione per la giovanissima Matilda De Angelis che regge il volante e la scena senza sbavare, Veloce come il vento non filerebbe così bene - Veloce come il vento non filerebbe nemmeno se Accorsi non riempisse ogni buco e fessura di trama. Il suo sporc-drughè, struggente ed esilarante e completamente fuori le righe, chi ha condiviso un po' di anni Ottanta nei parchetti dell'Emilia-Romagna non potrà trovarlo famigliare - quando spalanca le braccia ti sembra di sentirlo puzzare. Non so se chi è nato a nord del Po e a sud degli Appennini possa sentire lo stesso turbamento: ma qui ce l'abbiamo tutti un fratello, cugino, zio maggiore ridotto così. Cioè: ce l'avevamo. E in un qualche modo lo rimpiangiamo. Perché è vero che era un deficiente e ci ha rubato pure le posate. Però era nel nostro sangue, e quando se ne è andato è come se ci avesse tolto il divertimento. Quello non torna più, le posate si ricomprano.

 

Veloce come il vento ce lo resuscita a tradimento come fanno i ricordi d'infanzia, tirando una coperta pietosa sugli aspetti più crudi. Sembra veramente una storia restata in garage per vent'anni: ambientata prudentemente in un casolare lontano dalla Storia, e in un'Imola dove ai tavolini del bar ci sono ancora dei "gran disgraziati" in chiodo che sembrano usciti da un Frigidaire o un Lancio Story. L'unico adeguamento è stato sostituire alle siringhe le bottiglie di plastica: per il resto, c'è l'idea che nessuna elettronica potrà migliorare quella bara volante che era la Turbosedici Peugeot; nessuna sopraggiunta mafia bielorussa potrà correre più forte dei disperati col fegato-fegato-fegato spappolato. Senza Accorsi Veloce sarebbe il compitino rigoroso ma freddo di un regista che prova a fare il film-di-genere-nel-2016, e per carità, tiferemmo comunque per lui, come abbiamo tifato per Jeeg. Però se il film vince, sulla distanza, è per quell'odore di salciccia e roulotte. Certo, in Veloce come il vento c'è anche la minorenne più cazzuta del cinema italiano ("Prendo le curve ai duezento all'ora e ti preoccupi se mi faccio una scopata in macchina?") e - colpo di autentico genio - il bambino meno empatico mai visto. Il che è fantastico, perché quel bambino siamo tutti noi, che tifiamo per la brava giovanissima attrice, tifiamo per il talentuoso giovane regista - ma in realtà abbiamo solo voglia di rivedere Loris, solo lui ci ha fatto divertire.

Alla quarta settimana di programmazione, Veloce come il vento regge ancora al Comunale di Barge (21:15), al Cinelandia di Borgo San Dalmazzo (20:10, 22:40); al Nuovo Lux di Centallo (21:00). Vai, vai, ballerino.

lunedì 2 maggio 2016

Ma non riuscirete a toglierci Creep

"Ma se pensano che li dimenticheremo, si sbagliano".
"Chi?"
"I così, lì".
"I cosi chi?"
"Quel gruppo, dai... quelli che hanno chiuso il loro sito".
"Un gruppo di che?"
"Un gruppo rock, ma non ti ricordi?"
"Ma quali?"
"Quelli famosissimi, dai... hanno chiuso il loro sito, e adesso magari inizieranno a togliere le canzoni, ma credono davvero di potersi cancellare?"
"Cancellare da cosa?"
"Dalla memoria collettiva? Credono che sia tutta sulla nuvola, ormai? No, esiste anche la nostra memoria fissa, individuale".
"Dici?"
"Esistiamo noi, coi nostri ricordi. Noi continueremo a ricordarci di loro".
"Ma di loro chi?"
"Ma quelli famosi, dai... i come si chiamano... ce li ho sulla punta della lingua..."
"Dimmi almeno una canzone".
"Beh ma sai loro non erano il gruppo di cui ti ricordi solo una canzone... ogni disco era un concetto a parte, cioè, tutto andava contestualizzato..."
"Una canzone almeno te la ricorderai".
"Come no".
"Senza andare a vedere i cd".
"Non li posso più andare a vedere, stanno in cantina".
"Ecco, appunto".
"Ma insomma, dai, sono il gruppo più famoso del..."
"Ottanta? Novanta? Zero?"
"Più Novanta, anche se è riduttivo..."
"Ma dimmi almeno un pezzo".
"Mi viene in mente solo quello sbagliato..."
"Perché sbagliato?"
"Perché non li rappresenta, insomma, fu un grande successo, ma..."
"Tu dimmelo".
"Creep".
"Ah, ecco, che ci voleva".
"Quindi te la ricordi Creep".
"Certo che me la ricordo Creep".
"Volevo ben dire".
"Chi è che non si ricorda Creep".
"È un pezzo che ha cambiato tutto".
"Anche se non è proprio il più rappresentativo".
"No, però, accidenti".
"E vogliono cancellare Creep? Poveri illusi".
"Non si può cancellare Creep".

giovedì 28 aprile 2016

L'anno che ci colpì in testa

Nel gennaio del 2014 Pierluigi Bersani fu ricoverato - emorragia cerebrale. Tutto sommato gli andò bene, e un mese dopo era già in grado di votare la fiducia al governo Renzi. In aprile fu Gianroberto Casaleggio ad accusare dolori al capo. Anche lui prontamente operato per un edema, anche lui sembrò rimettersi. Bersani è del '51, Casaleggio del '54. Entrambi venivano da un anno molto complicato: la campagna elettorale, la crisi al buio, la sofferta rielezione di Napolitano, la tremolante parabola del governo Letta. In mezzo a tutto questo, la trasformazione del M5S da movimento di opinione a principale forza d'opposizione parlamentare, con le inevitabili defezioni ed estromissioni.

Per la Z era forse previsto
un secondo volume (zuzzurellone!
zimbello! zozzo!)
A distanza di qualche anno forse cominciamo a dimenticarci di quanto fu pesante il 2013. Lo fu per me, che avevo un posto fisso e scribacchiavo - lo fu senz'altro molto di più per personaggi pubblici e leader che si trovarono, contemporaneamente, alla berlina sui media, e soli davanti alle decisioni più importanti. Non è così assurdo ipotizzare che lo stress pre- e post-elettorale sia stato una delle cause del malore di Bersani: e Casaleggio forse negli stessi mesi era sottoposto a una tensione ancora maggiore. In più, doveva far fronte alla curiosità faziosa dei media: un'esposizione a cui Bersani era abituato per formazione, mentre per un consulente-imprenditore come lui si trattava di una relativa, e sgradita, novità.

Certo, Beppe Grillo la taglia un po' troppo semplice quando dice: l'avete ammazzato voi giornalisti. Ed è abbastanza indicativo che di fronte all'intrusione dei media, il cosiddetto guru delle nuove tecnologie abbia reagito alla vecchia maniera, accumulando querele. Diciamo che trasformare un'idea un po' vaga di democrazia dal basso in quella macchina da guerra che è diventato il M5S richiedeva uno sforzo di energia che qualcuno ha pagato. A un certo punto anche Grillo si sentiva "stanchino": Casaleggio era già stato operato almeno una volta. La politica è sangue, sudore, riflessi nervosi, materia cerebrale. I giornalisti certo non usano i guanti, ma in generale è il pubblico che non ha pietà. Io perlomeno nel mio piccolo non ne ha avuta, e lo sfogo di Grillo un po' lo capisco.

mercoledì 27 aprile 2016

Tutti nazisti anche quest'anno, buon 25 aprile

È un discorso che si è già fatto, ma se ripetere non sempre aiuta, sicuramente non nuoce: i rappresentanti della Brigata Ebraica hanno tutto il diritto di partecipare ai cortei del 25 aprile senza essere fischiati.

www.combattentiliberazione.it
A chi li contesta - non sono poi in tantissimi - manca senz'altro un po' di educazione, non tanto nel senso di buone maniere. Da qualche parte c'è una lezione sulla memoria e sulla Resistenza che qualcuno avrebbe dovuto studiare meglio; ci sono concetti come sionismo ed ebraismo che non dovrebbero essere così fumosi. E così via. È una responsabilità che ci dobbiamo prendere un po' tutti sulle spalle, come educatori o anche solo come gente che scrive on line - visto che siamo tutti nel nostro piccolo educatori, siamo tutti gente che scrive on line. Nella nostra ideale festa del 25 aprile è invitato chiunque voglia ricordare i combattenti contro il nazifascismo, e se proprio si vuole contestare qualcuno, si contesta chi rimane a casa.

Ah, e il Gran Muftì non c'entra niente.

Perché se prendersela con tutti gli ebrei per l'occupazione della Palestina è un gesto ignorante e arrogante, accusare tutti i filopalestinesi di intelligenza col nazismo è più o meno sullo stesso livello di ignoranza e arroganza. Anche questo, mi rendo conto, è un discorso trito e ritrito: durante la Seconda Guerra Mondiale ci furono palestinesi che combatterono Hitler e altri (un po' di più) che collaborarono con lui - qualcosa di simile a quel che successe in Italia, tutto sommato. Questo toglie agli italiani il diritto di festeggiare il 25 aprile? Questo dovrebbe impedire ai palestinesi di chiedere la liberazione da un'occupazione militare? Lo sfogo di Peppino Caldarola mi sembra indicativo di un atteggiamento lievemente autoreferenziale: le contestazioni tra filopalestinesi e rappresentanti della Brigata avranno coinvolto al massimo qualche centinaia di persone. È senz'altro un incidente fastidioso e - parlo almeno per me - di una prevedibilità mortale. Si può fare qualcosa per evitarlo in futuro? Non lo so. Ma il punto è che per Caldarola non vale nemmeno la pena: se succede qualcosa del genere, va chiuso il 25 aprile, fine. Ah: e chi sventola una bandiera palestinese è un nazista.

Ecco: io sarei disponibile anche a scrivere tutti gli anni lo stesso pezzo in cui spiego che chi sventola la bandiera della Brigata Ebraica non è responsabile dell'incancrenirsi della questione israelo-palestinese. Ma se dall'altra parte, ogni volta, mi tocca sentire che tutti palestinesi sono nazisti, e anche tutti i loro amici, e anche gli amici dei loro amici... mi sa che ogni anni ripartiremo da zero.

martedì 26 aprile 2016

Kate Winslet è il boss

Codice 999 (Triple Nine, John Hillcoat).

Che fine ha fatto Kate?
Un gruppo di buoni attori, di quelli che li vedi in tanti film e vincono pure i premi, ma da soli non fanno il cartellone, avete presente? Un gruppo di buoni attori senza troppe pretese vuole fare un colpo al botteghino, un film di genere dove esplodono macchine e arti umani, e poi dividersi il bottino. Quante possibilità hanno di riuscirci? Poche, è un segmento molto inflazionato. Però, forse, pescando una sceneggiatura che era in ballo da anni... offrendo alla Winslet un ruolo diverso dal solito... attirando in un tranello Casey Affleck...

Codice 999 è un poliziesco corale, come a dire uno di quei film in cui bisogna incastrare gli impegni di sette od otto attori di primo livello e il rischio che si corre è di sembrare comunque un Heat dei poveri. Il punto di vista oscilla continuamente tra buoni e cattivi, ma è un oscillare del tutto meccanico: se Heat o The Departed ne approfittano per mostrare che i due fronti si assomigliano più di quanto dovrebbero, e che insomma il bene e il male son concetti relativi ecc., Codice 999 è semplicemente un canovaccio scritto così, perché si usa così. I poliziotti sono marci, e i cattivi sono ancora più marci - tanto che alcuni di loro sono poliziotti deviati. Perché sono marciti? Non c'è un perché - cioè, Chiwetel Ejiofor ha decisamente sposato la persona sbagliata (la sorella di una boss russo-israeliana), che tutto sommato può essere un motivo valido per far esplodere le persone. No, la gente marcisce perché sai, la società, tutti sono armati, c'è tanta violenza a New York, Los Angeles, Atlanta - beh, almeno la location è una novità. In realtà no, perché sai come va con le città americane, insomma, grattacieli e sobborghi coi latinos violentissimi che comunque svolgono solo crimini di bassa manovalanza.

Qui era fatto anche il fotografo
Ecco, la cosa più interessante di Codice 999, se non fosse Kate Winslet, sarebbe il modo in cui s'infischia allegramente del politically correct, e ti piazza una gang di afroamericani e latinos ricattati da una gang ancora più cattiva di (D*o ci perdoni), ebrei russi ma di stanza in Israele, che per mettere a segno il colpo impossibile decide di ammazzare l'unico poliziotto non marcio di Atlanta, che occasionalmente è quasi l'unico bianco rimasto sul set: Casey Affleck. (In verità c'è anche Woody Harrelson, suo zio, che è un capo della polizia marcissimo - tira i mozziconi di crack che trova sui luoghi del delitto - ma è ancora un bravo segugio e sa difendere la sua famiglia).

La cosa è talmente smaccata che fino a un certo punto ti aspetti il colpo di scena, cioè dai, è impossibile... (continua su +eventi!)

La cosa è talmente smaccata che fino a un certo punto ti aspetti il colpo di scena, cioè dai, è impossibile che i neri siano i cattivi, i latinos siano ancora più cattivi però cialtroni e iperviolenti che non ragionano, gli ebrei i più cattivi di tutti che tramano trame - e i bianchi quelli buoni, quelli che danno sempre il meglio, che vorrebbero "fare la differenza". C'è persino una poliziotta asiatica che è un mago al computer.

Si sa come vanno le sceneggiature in questi casi: prima ti fanno credere una cosa e poi... scommetti che alla fine salta fuori che in cima a tutta la piramide del Male c'era il capo Harrelson con la sua ridicola cravatta stellestrisce? E quella brava coi computer in realtà faceva finta? E invece? E invece non è che posso dire il finale ma insomma, forse è persino una buona notizia: finalmente un film in cui ai neri capita di essere i cattivi (però professionali), agli ebrei capita di fare i mafiosi (ok, non è una novità) e ai bianchi di salvare la giornata, e nessuno lo trova razzista. Neanche in patria sembra che ci siano state molte polemiche. C'è anche Gal Gadot in quota israeliana ed è uno spreco terribile - una truzza mafiosa senza qualità, serve a far risaltare l'intelligenza della sorella Kate.

Il film ha un buon ritmo ma non si ferma mai - soffre di quell'affanno tipico di sceneggiatura troncata perché è vero che Hillcoat ha fatto La strada, ma non è né Mann né Scorsese e non può concedersi quella mezz'ora in più per spiegare perché certi personaggi si comportino in certi assurdi modi. Il risultato, temo, è che tra un paio d'anni ci ricorderemo ancora tutti dei film di Mann e di Scorsese, e di Codice 999 resterà il vago ricordo di un film in cui Harrelson si re-inventava poliziotto marcio ma completamente diverso dal suo true detective, e soprattutto Kate Winslet si trasfigurava in imperatrice ebreorussa del male, un'Imma Savastano dove meno te lo aspetti.

Codice 999 è al Cinelandia di Borgo San Dalmazzo (20:15, 22:45); all'Impero di Bra (22:30); all'Italia di Saluzzo (20:00, 22:15); al Cinecittà di Savigliano (20:20, 22:30).

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