[Questo pezzo è uscito ieri su TheVision]. Sono giorni convulsi in libreria. Molti stanno per partire per le vacanze, molti non chiuderanno le valigie soddisfatti se prima non saranno riusciti a infilarci venti chili di volumi freschi di stampa, da consumare sotto l'ombrellone. Ma non è questo il vero motivo per cui c'è una coda alla cassa. In nove casi su dieci la fila ha preso forma dietro un acquirente che ha chiesto se può pagare con la Carta Del Docente.
Il cassiere trattiene un sospiro. La Carta Del Docente, certamente, si accomodi. Ma a quel punto il cliente, un prof sulla cinquantina, deve: estrarre il cellulare, entrare nell'app che stampa i buoni, procedere con l'autenticazione, lagnarsi perché in quella libreria il cellulare non prende (fenomeno interessante e ancora poco studiato: molte librerie italiane sono angoli ciechi della rete satellitare. Forse perché sorgono in edifici storici; forse tonnellate di fogli pressati filtrano le radiazioni in modi che la scienza ancora non conosce; forse l'elettromagnetismo ci sta dando un ultimatum: o me o i libri di Cazzullo). A quel punto di solito il cassiere invita il docente a spegnere e riaccendere, o fare due passi in strada, in certi casi l'app riparte. Ma stavolta no, stavolta è proprio giù il server del Ministero. Passa un commesso, ammette che è due giorni che è così. Da quando i sindacati hanno consigliato gli insegnanti di spendere tutto il bonus il prima possibile o almeno entro il 31 agosto.
Non è il caso di farsi prendere dal panico. L'allarme dei sindacati è rientrato in poche ore, il ministero ha già fatto sapere che i soldi non spesi in agosto saranno riaccreditati, come l'anno scorso, in autunno. Salvo imprevisti, gli insegnanti avranno i loro 500 euro a disposizione anche nel 2018/19. Eppure c'è stato un momento, forse solo una mezza giornata, in cui la Carta del Docente se l'è vista brutta. A fine giugno, i senatori 5Stelle della Commissione Cultura avevano messo nero su bianco che il Bonus era una mancia elettorale, una "misura estemporanea e demagogica che non ha alcun effetto positivo a lungo termine", uno "spreco di risorse preziose". In quel momento magari la priorità era marcare la differenza con la passata gestione. In seguito potrebbero essere maturate altre considerazioni. Il M5S è un po' in affanno in questa prima fase del governo Conte; gli insegnanti sono un segmento delicato del loro successo elettorale; molti venivano dal PD e potrebbero tornare all'ovile: meglio non tagliar loro la paghetta. Il guaio delle mance elettorali è che si trasformano quasi subito in privilegi acquisiti. Elargirle è facile, ma non ti fa necessariamente vincere le elezioni. Tagliarle è più difficile e te le fa perdere di sicuro. E così anche l'anno prossimo avremo code a fine luglio in libreria, ai botteghini del cinema, del teatro, ovunque il prof potrebbe pagare con il Bonus, se solo riuscisse ad autenticarsi, se solo ci fosse rete nel locale, se solo il server ministeriale non fosse appena andato giù...
È difficile criticare la Carta del Docente. Se sei un insegnante (io lo sono), dai la sensazione di sputare nel piatto dove ti hanno offerto il dessert. Con tutti i problemi che ci sono al mondo. C'è un nuovo governo che chiude i porti ai naufraghi e io ancora me la prendo perché Renzi mi allungava 500 euro all'anno per il cinema e i libri. Mi rendo conto. Credo comunque che occorra parlarne, proprio perché qualcosa qui è andato storto davvero. Gli insegnanti erano per il PD di Renzi un settore strategico – almeno quelli a tempo indeterminato. A un certo punto doveva aver calcolato di averli tutti dalla sua parte. Prima gli 80 euro al mese, poi il bonus cultura: non parliamo di fumose riforme o vacui discorsi sulla dignità e l'autorevolezza e blablablà: parliamo di contanti in busta. Gli altri chiacchieravano, Renzi sborsava cash. Certo, di tutto questo ai precari non arrivava nulla, ma gli insegnanti di ruolo avrebbero dovuto erigere altari a Renzi nelle scuole di ogni ordine e grado, di fianco a tutte le macchinette del caffè. Se non è successo, vale la pena di chiedersi il perché. Riuscire a farsi detestare dalle persone a cui aumenti la paga è un'impresa notevole, che merita un approfondimento. In attesa di studi seri, tutto quel che posso fare è contribuire con qualche ipotesi, qualche sensazione captata tra la sala insegnanti e la libreria.
La prima sensazione che riesco a captare, forte e chiara, è l'odio profondo per la maledetta app... (continua su TheVision).
La prima sensazione che ricevo, forte e chiara, è l’odio profondo per la maledetta app che si pianta proprio nel momento in cui ti serve, che dimentica la password, che ti trasforma in un analfabeta digitale davanti a tutti quando sei davanti alla cassa e vorresti soltanto fuggire il più lontano possibile col tuo malloppo di cultura. In realtà il software del Ministero non è così male, il problema è a monte: i docenti di ruolo italiani sono i più anziani d’Europa. Metà di loro ha passato i cinquanta, e da parecchio. Li avete presente, i cinquantenni con gli smartphone, sì? Anche se la procedura della carta del docente fosse la più semplice del mondo (e non lo è), è chiaro che per loro sarà comunque faticosa. Non dovrebbe essere impossibile: dopotutto è gente che nel giro di cinque anni è passata senza troppi patemi dal registro cartaceo a quello digitale. Tant’è che poi la maggior parte di loro ce l’ha fatta: ormai portano anche il tablet in classe – molti lo hanno comprato proprio grazie al bonus. Con un po’ di sforzo, di tempo, e una rete wifi decente, ecco spuntare dallo smartphone il voucher richiesto; parte di questo tempo se ne va anche a imprecare contro Renzi, che poteva semplicemente accreditarci 500 euro: in fondo cosa sono 500 euro per un dipendente pubblico? Quaranta euro al mese.
Una paghetta, insomma. Non a caso l’altra categoria a cui il governo Renzi decise di erogarla erano i diciottenni. Ora, se all’improvviso regali 500 euro a un diciottenne, il minimo che tu possa aspettarti è un po’ di umana gratitudine (attenderai invano, ma è un altro discorso). Ma se eroghi gli stessi 500 euro a un tuo dipendente – uno che magari aspetta da anni il rinnovo del contratto – lui può anche sentirsi preso in giro. La paghetta, che a 18 anni è una gran cosa, a 55 è un’umiliazione. In generale l’adulto è convinto di sapere gestire i propri soldi, senza bisogno che il governo controlli che li spenda in libri e teatro anziché in dolciumi e balocchi. Questo a mio parere è stato il vero errore: trattare gli insegnanti come i loro eterni avversari, i ragazzini. Del resto, questo tipo di bonus voleva essere anche un sostegno all’industria culturale. A inventarlo e proporlo a Renzi fu Marco Lodoli, uno scrittore/insegnante – un caso abbastanza frequente di conflitto d’interessi: chi al mattino insegna e la sera scrive forse non può evitare di pensare che il mondo sarebbe migliore se i colleghi che al mattino insegnano, la sera leggessero i suoi libri.
In controluce s’intuisce una concezione un po’ antica della classe docente: non una categoria professionale che deve adeguarsi a determinati standard e meritare il rispetto dei datori di lavoro e degli utenti, ma una casta di spiriti eletti. Un po’ frustrati dalle incombenze mattiniere, celebrano la loro identità leggendo libri, andando al cinema o in teatro e facendo tutte quelle cose che dovrebbero elevare gli intellettuali. Ma gli insegnanti oggi non sono più così. Non sono giovani, è vero, ma neanche avanzi di scuola crociana: senza scomodare il famigerato ’68, molte cose sono cambiate negli ultimi decenni. Insegnare è faticoso, prende tempo, non è che te ne avanzi così tanto per fare la clacque in un teatro che senza i tuoi biglietti chiuderebbe, o per leggere libri che non hanno a che vedere con il tuo aggiornamento professionale. Noi docenti non siamo il serbatoio di riserva di spettatori e lettori che salverà l’industria culturale italiana. O forse sì, ma non ci piace essere considerati il parco buoi dell’editoria. Siamo adulti, abbiamo le nostre esigenze, senz’altro ci piace leggere libri e qualche volta ci viene pure voglia di frequentare luoghi affascinanti e desueti come il cinema o il teatro. Non è che quaranta euro al mese di voucher ci facciano schifo, ma forse chi pensava di comprarci così, ci ha un po’ sottovalutato.
Il governo italiano ha sospeso gli aiuti ai palestinesi
Il governo italiano ha sospeso gli aiuti ai palestinesi.
Noi no. Donate all'UNRWA.
Pages - Menu
martedì 31 luglio 2018
venerdì 27 luglio 2018
Hai il diritto di fare il razzista, io di fartelo notare
[Questo pezzo è uscito ieri su TheVision]. Capita un paio di sere ogni estate. Mentre cerco di parcheggiare sotto casa, trovo una camionetta della polizia. Lì per lì non ci faccio caso. Poi verso le dieci di sera, invece dei soliti echi di pianobar, comincio a udire cazzate alla finestra. Ce l'hanno coi musulmani, con l'Europa, ancora loro? Sono arrivati i tizi di Forza Nuova, più puntuali e molesti di un circo Togni. Sono sempre una ventina, probabilmente nel pulmino non ce ne stanno di più. Non fanno numeri di giocoleria, sanno solo sventolare tricolori, uno per braccio, forse nel tentativo di sembrare il doppio. Non mangiano spade, non sputano fuoco, al massimo sempre quelle tre cazzate, l'Europa è Cristiana Non Musulmana e così via. La gente transita un po' perplessa: il mio piazzale è equidistante tra un kebab e la gelateria. Ma in fondo che male c'è. Hanno diritto di dire quello che vogliono, no? In Italia c'è libertà di parola, e quindi perché non occupare un parcheggio con venti ragazzotti, quaranta bandieroni e un megafono e scandire per due ore "L'Europa è Cristiana, non Musulmana"?
E se io scendessi ad avvertire che hanno rotto i coglioni: non sarebbe libertà di parola anch'essa?
È una domanda retorica. Chi ci ha provato le ha prese un po' da loro, un po' dalla polizia: poi è stato denunciato e condannato a pagare multe da 2000 euro. Sembra insomma che la libertà di parola dei forzanovisti sia molto preziosa. Dev'essere il motivo per cui, ogni volta che me li ritrovo nel piazzale, tutto intorno è silenzio: il sindaco fa bloccare il traffico. Il sindaco in effetti non sembra mai molto entusiasta di trovarseli tra i piedi, ma in questura pare che ci tengano molto al diritto di parola dei forzanuovisti. Ci tengono talmente che di solito mandano almeno due camionette, più di una quarantina di agenti bardati di tutto punto, sicché i ragazzotti di Forza Nuova che vengono dal Veneto a sgolarsi sul concetto dell'Europa Cristiana non hanno solo due bandieroni a testa, ma anche due o tre o quattro agenti di pubblica sicurezza che vegliano sulla loro incolumità e sulla loro libertà di espressione. Così la mamma è contenta, dev'essere una tizia assai apprensiva, tesoro, dove vai? Vado in Emilia Romagna a difendere la civiltà cristiana. Tesoro, ma sei sicuro? Tranquilla mamma, ci assegnano quattro agenti a testa, e li paghi tu con le tue tasse, sei contenta?
Se vuoi protestare contro il tour estivo di Forza Nuova devi trovarti in una piazza ad almeno 500 metri di distanza, e accomodarti dietro la transenna, dove ci sono i poliziotti più simpatici che spiegano ai cittadini che non ci possono fare niente, anche loro sono antifascisti, siamo tutti antifascisti, però ehi, la libertà di parola dei forzanuovisti è tutelata dalla Costituzione e quindi dietro la transenna e muti. Ché tra un po' il siparietto finisce, i ragazzotti tornano a casa in pulmino e i poliziotti si pigliano auspicabilmente una serata di straordinario in busta, win win e buonanotte. Vien da pensare che il senso sia tutto qui: questi sbandieratori da noi non se li fila nessuno, e dire che di razzisti anche qui sarebbe pieno, ma più che razzisti sembrano la caricatura. Non ce l'hanno un po' d'orgoglio anche loro, non si vergognano di essere trattati dalle forze dell'ordine come una specie protetta? Anche a Brescia, ho letto che la polizia li scorta mentre fanno le ronde, perché da soli non si azzarderebbero ad andare in giro nei quartieri difficili. Dunque, se ho capito bene: nei quartieri difficili di Brescia si sente la mancanza delle forze dell'ordine; da questa mancanza scaturisce la necessità di una ronda di Forza Nuova, e a questo punto la polizia ci va per scortare i ragazzotti di Forza Nuova che da soli in effetti potrebbero farsi male. Qualcosa non mi torna.
D'altro canto devono pur potersi esprimere: libertà di parola! Quel che non sopportano è che gli altri si esprimano su di loro. Alla vigilia della finale della Coppa del Mondo di calcio un giornalista sportivo molto vicino a Casa Pound scrive un tweet dove saluta la nazionale croata "completamente autoctona, un popolo di 4 milioni di abitanti, identitario, fiero e sovranista", contro il melting pot della selezione francese. Nessuno lo picchia per quel tweet, nessuno lo minaccia; qualcuno ridacchia perché ha scritto "melting pop" che come refuso è abbastanza geniale; molti lo prendono in giro, ma ehi, non si può piacere a tutti, no? Specie se manifesti insofferenza con tutti quelli che non sono "autoctoni", cioè più o meno chiunque. E sicuramente un po' di polverone aveva messo in conto di sollevarlo; non è un ragazzino. Però succede che prenda le distanze la Mediaset, nientemeno: e questo forse non l'aveva calcolato Il tizio in questione infatti non scrive solo su "Il Primato Nazionale / Quotidiano Sovranista": è anche un riconoscibilissimo dipendente dell'azienda, e Mediaset tra l'altro è in una fase delicata. L'approccio allarmista adottato in campagna elettorale nei confronti dei migranti si è molto stemperato, ormai è normalissimo ascoltare opinionisti in prima serata su Rete4 che spiegano che l'Italia ha bisogno di badanti, quindi di migranti – regolari, s'intende – che Salvini dovrebbe pensare a farne entrare di più di regolari, invece di prendersela con quei poveretti sui barconi. Insomma Mediaset sta correggendo il tiro, e così le redazioni giornalistiche e sportive approfittano del tweet del suo dipendente per prendere le distanze dal "contenuto razzista" del tweet. Apriti cielo. Come puoi parlare di "razzismo" per un tweet che difende il sovranismo degli autoctoni? Pare che non sia ammissibile (continua su TheVision).
Paolo Bargiggia ha annunciato denunce: non vuole essere chiamato razzista. Subito dopo ha fatto notare che comunque di razze si parla anche nella Costituzione. Già, peccato che se ne parli unicamente per respingere ogni tipo di discriminazione, e quindi anche quelle su base razziale (il dibattito in Assemblea Costituente parla chiaro). In ogni caso, la Costituzione riconosce anche la libertà di parola, quindi lui dice quel che vuole. Anche se, in effetti, quello che sta dicendo è che gli piace che i popoli restino autoctoni, cioè non si mescolino con gli altri, ma allo stesso tempo non vuole essere chiamato razzista per questo – anche se la Costituzione comunque parla di razze e quindi ne parla anche lui. Posso anche accettarlo, in fondo anche Bargiggia ha il diritto di dire quello che pensa, di contraddirsi e di ridicolizzare le sue stesse idee. Ma perché qualcun altro non può dirgli che è un razzista? Perché l’azienda per cui lavora non si può permettere di far notare che la sua uscita era fuori luogo?
È un vecchio discorso. Nessuna libertà è illimitata: di solito finisce dove comincia quella del tuo vicino. Se lo offendi, se lo disturbi cianciando di Europa cristiana alla finestra, lui dovrebbe avere il diritto di fartelo notare. Hai il diritto di parlare di razze, anche se per la scienza si tratta di un concetto desueto, da un punto di vista storico stai esplicitamente rifacendoti a ideologie genocide e da quello umano stai solo dando fastidio al prossimo. Sul serio: ne hai il diritto. Prova invece a bestemmiare in pubblico, e scoprirai che la bestemmia è tuttora sanzionata. E se istighi all’odio razziale e alla discriminazione? Il reato esiste. Certo, i tuoi stessi avversari potrebbero decidere di lasciartelo fare perché far decidere a un giudice se questo o quel discorso costituisca o meno un incitamento all’odio non sembra quasi mai una buona idea.
Ma qui siamo oltre. Non solo non dobbiamo permetterci di accusarti di incitare all’odio, ma non possiamo nemmeno chiamare i tuoi deliri con il loro nome. Se credi che esistano le razze – e per di più che esistano razze “autoctone” in quel crocevia di popoli che è stata per 2mila anni la penisola balcanica – se pensi che sia meglio evitare che si incrocino, confondendo forse la storia dell’umanità con la pollicultura, perché non vuoi essere chiamato razzista? Di cosa ti vergogni? I fascisti negli anni Trenta di certo non si vergognavano. Va’ pure in giro a spiegare che disprezzi la maggioranza delle persone e poi accettane le conseguenze.
E invece no. La maggioranza non si deve permettere. La legge vi deve tutelare. La polizia deve mobilitarsi per difendere ogni esaltato che va in giro a sbandierare il suo odio per il prossimo. E se qualcuno fischia, sarà senz’altro un emissario del malvagio “pensiero unico” che, se posso articolare, credo sia questo: avete rotto i coglioni. Vi piace essere autoctoni? Bravi, fate gli autoctoni a casa vostra, non disturbatevi a venire fin sotto casa mia.
E se io scendessi ad avvertire che hanno rotto i coglioni: non sarebbe libertà di parola anch'essa?
È una domanda retorica. Chi ci ha provato le ha prese un po' da loro, un po' dalla polizia: poi è stato denunciato e condannato a pagare multe da 2000 euro. Sembra insomma che la libertà di parola dei forzanovisti sia molto preziosa. Dev'essere il motivo per cui, ogni volta che me li ritrovo nel piazzale, tutto intorno è silenzio: il sindaco fa bloccare il traffico. Il sindaco in effetti non sembra mai molto entusiasta di trovarseli tra i piedi, ma in questura pare che ci tengano molto al diritto di parola dei forzanuovisti. Ci tengono talmente che di solito mandano almeno due camionette, più di una quarantina di agenti bardati di tutto punto, sicché i ragazzotti di Forza Nuova che vengono dal Veneto a sgolarsi sul concetto dell'Europa Cristiana non hanno solo due bandieroni a testa, ma anche due o tre o quattro agenti di pubblica sicurezza che vegliano sulla loro incolumità e sulla loro libertà di espressione. Così la mamma è contenta, dev'essere una tizia assai apprensiva, tesoro, dove vai? Vado in Emilia Romagna a difendere la civiltà cristiana. Tesoro, ma sei sicuro? Tranquilla mamma, ci assegnano quattro agenti a testa, e li paghi tu con le tue tasse, sei contenta?
Se vuoi protestare contro il tour estivo di Forza Nuova devi trovarti in una piazza ad almeno 500 metri di distanza, e accomodarti dietro la transenna, dove ci sono i poliziotti più simpatici che spiegano ai cittadini che non ci possono fare niente, anche loro sono antifascisti, siamo tutti antifascisti, però ehi, la libertà di parola dei forzanuovisti è tutelata dalla Costituzione e quindi dietro la transenna e muti. Ché tra un po' il siparietto finisce, i ragazzotti tornano a casa in pulmino e i poliziotti si pigliano auspicabilmente una serata di straordinario in busta, win win e buonanotte. Vien da pensare che il senso sia tutto qui: questi sbandieratori da noi non se li fila nessuno, e dire che di razzisti anche qui sarebbe pieno, ma più che razzisti sembrano la caricatura. Non ce l'hanno un po' d'orgoglio anche loro, non si vergognano di essere trattati dalle forze dell'ordine come una specie protetta? Anche a Brescia, ho letto che la polizia li scorta mentre fanno le ronde, perché da soli non si azzarderebbero ad andare in giro nei quartieri difficili. Dunque, se ho capito bene: nei quartieri difficili di Brescia si sente la mancanza delle forze dell'ordine; da questa mancanza scaturisce la necessità di una ronda di Forza Nuova, e a questo punto la polizia ci va per scortare i ragazzotti di Forza Nuova che da soli in effetti potrebbero farsi male. Qualcosa non mi torna.
D'altro canto devono pur potersi esprimere: libertà di parola! Quel che non sopportano è che gli altri si esprimano su di loro. Alla vigilia della finale della Coppa del Mondo di calcio un giornalista sportivo molto vicino a Casa Pound scrive un tweet dove saluta la nazionale croata "completamente autoctona, un popolo di 4 milioni di abitanti, identitario, fiero e sovranista", contro il melting pot della selezione francese. Nessuno lo picchia per quel tweet, nessuno lo minaccia; qualcuno ridacchia perché ha scritto "melting pop" che come refuso è abbastanza geniale; molti lo prendono in giro, ma ehi, non si può piacere a tutti, no? Specie se manifesti insofferenza con tutti quelli che non sono "autoctoni", cioè più o meno chiunque. E sicuramente un po' di polverone aveva messo in conto di sollevarlo; non è un ragazzino. Però succede che prenda le distanze la Mediaset, nientemeno: e questo forse non l'aveva calcolato Il tizio in questione infatti non scrive solo su "Il Primato Nazionale / Quotidiano Sovranista": è anche un riconoscibilissimo dipendente dell'azienda, e Mediaset tra l'altro è in una fase delicata. L'approccio allarmista adottato in campagna elettorale nei confronti dei migranti si è molto stemperato, ormai è normalissimo ascoltare opinionisti in prima serata su Rete4 che spiegano che l'Italia ha bisogno di badanti, quindi di migranti – regolari, s'intende – che Salvini dovrebbe pensare a farne entrare di più di regolari, invece di prendersela con quei poveretti sui barconi. Insomma Mediaset sta correggendo il tiro, e così le redazioni giornalistiche e sportive approfittano del tweet del suo dipendente per prendere le distanze dal "contenuto razzista" del tweet. Apriti cielo. Come puoi parlare di "razzismo" per un tweet che difende il sovranismo degli autoctoni? Pare che non sia ammissibile (continua su TheVision).
Paolo Bargiggia ha annunciato denunce: non vuole essere chiamato razzista. Subito dopo ha fatto notare che comunque di razze si parla anche nella Costituzione. Già, peccato che se ne parli unicamente per respingere ogni tipo di discriminazione, e quindi anche quelle su base razziale (il dibattito in Assemblea Costituente parla chiaro). In ogni caso, la Costituzione riconosce anche la libertà di parola, quindi lui dice quel che vuole. Anche se, in effetti, quello che sta dicendo è che gli piace che i popoli restino autoctoni, cioè non si mescolino con gli altri, ma allo stesso tempo non vuole essere chiamato razzista per questo – anche se la Costituzione comunque parla di razze e quindi ne parla anche lui. Posso anche accettarlo, in fondo anche Bargiggia ha il diritto di dire quello che pensa, di contraddirsi e di ridicolizzare le sue stesse idee. Ma perché qualcun altro non può dirgli che è un razzista? Perché l’azienda per cui lavora non si può permettere di far notare che la sua uscita era fuori luogo?
È un vecchio discorso. Nessuna libertà è illimitata: di solito finisce dove comincia quella del tuo vicino. Se lo offendi, se lo disturbi cianciando di Europa cristiana alla finestra, lui dovrebbe avere il diritto di fartelo notare. Hai il diritto di parlare di razze, anche se per la scienza si tratta di un concetto desueto, da un punto di vista storico stai esplicitamente rifacendoti a ideologie genocide e da quello umano stai solo dando fastidio al prossimo. Sul serio: ne hai il diritto. Prova invece a bestemmiare in pubblico, e scoprirai che la bestemmia è tuttora sanzionata. E se istighi all’odio razziale e alla discriminazione? Il reato esiste. Certo, i tuoi stessi avversari potrebbero decidere di lasciartelo fare perché far decidere a un giudice se questo o quel discorso costituisca o meno un incitamento all’odio non sembra quasi mai una buona idea.
Ma qui siamo oltre. Non solo non dobbiamo permetterci di accusarti di incitare all’odio, ma non possiamo nemmeno chiamare i tuoi deliri con il loro nome. Se credi che esistano le razze – e per di più che esistano razze “autoctone” in quel crocevia di popoli che è stata per 2mila anni la penisola balcanica – se pensi che sia meglio evitare che si incrocino, confondendo forse la storia dell’umanità con la pollicultura, perché non vuoi essere chiamato razzista? Di cosa ti vergogni? I fascisti negli anni Trenta di certo non si vergognavano. Va’ pure in giro a spiegare che disprezzi la maggioranza delle persone e poi accettane le conseguenze.
E invece no. La maggioranza non si deve permettere. La legge vi deve tutelare. La polizia deve mobilitarsi per difendere ogni esaltato che va in giro a sbandierare il suo odio per il prossimo. E se qualcuno fischia, sarà senz’altro un emissario del malvagio “pensiero unico” che, se posso articolare, credo sia questo: avete rotto i coglioni. Vi piace essere autoctoni? Bravi, fate gli autoctoni a casa vostra, non disturbatevi a venire fin sotto casa mia.
martedì 24 luglio 2018
Salvini (non guarda più nessuno in faccia)
Salvini chiude i porti ai poveracci,
Salvini ha già aumentato i morti in mare.
Salvini dà il permesso di sparare;
Salvini ride e sfoggia gli avambracci.
Salvini ai ricchi toglie tasse e lacci,
e anche a Bruxelles non devono seccare:
che lui fa tutto quello che gli pare.
Salvini è il capo, l'hai capito? Stacci.
Ormai non guarda più nessuno in faccia:
anche allo specchio passerebbe dietro
la notte, quando deve andare a letto.
Non è che si vergogni, o si dispiaccia;
arriccia forse il naso e dice al vetro:
"Ma guarda questi stronzi, chi hanno eletto".
Salvini ha già aumentato i morti in mare.
Salvini dà il permesso di sparare;
Salvini ride e sfoggia gli avambracci.
Salvini ai ricchi toglie tasse e lacci,
e anche a Bruxelles non devono seccare:
che lui fa tutto quello che gli pare.
Salvini è il capo, l'hai capito? Stacci.
Ormai non guarda più nessuno in faccia:
anche allo specchio passerebbe dietro
la notte, quando deve andare a letto.
Non è che si vergogni, o si dispiaccia;
arriccia forse il naso e dice al vetro:
"Ma guarda questi stronzi, chi hanno eletto".
lunedì 23 luglio 2018
Dove c'è una scuola ghetto, guardati intorno: troverai anche una scuola cattolica
[Questo pezzo è uscito venerdì scorso su TheVision]. Due bambini nati nello stesso ospedale vivono nella stessa strada. I loro genitori lavorano nello stesso cantiere. Un bambino a settembre andrà nella scuola dell'infanzia del quartiere; l'altro no. Forse dovrà prendere un pulmino e andare in una scuola da qualche parte in provincia, oppure resterà a casa. Il primo bambino, ovviamente, ha la cittadinanza italiana: il secondo no. A chi si chiedeva a cosa sarebbe servita una legge sullo ius soli: a evitare aberrazioni come questa. Non è una proiezione, non è un episodio sporadico: è la situazione in cui potrebbero per esempio trovarsi a settembre più di sessanta bambini a Monfalcone, provincia di Gorizia. Il sindaco non li vuole nelle scuole dell'infanzia statali.Ovviamente è più complicato di così. Due istituti comprensivi di Monfalcone hanno fissato un tetto del 45% di alunni "stranieri" per classe che taglierebbe fuori appunto una quarantina di bambini. Il sindaco, Anna Cisint (Lega) ha sostenuto la scelta dei due istituti, e a sua volta ha ricevuto il sostegno del suo leader e ministro degli interni, Matteo Salvini. I sindacati hanno fatto un esposto in procura; il ministro dell'istruzione (anche lui d'area leghista) ha cercato di placare gli animi ventilando la possibilità di aprire altre due sezioni. Ma insomma siamo ormai a fine luglio e più o meno quaranta famiglie non sanno ancora se i loro figli di tre anni frequenteranno una scuola dell'infanzia, e quale. È quel tipo di incertezza che può costare un posto di lavoro a un famigliare: se il bambino resta a casa, qualcuno dovrà rimanere con lui. Più facilmente una madre o una sorella. La Cisint teme che accogliendo più "stranieri" le scuole diventino un ghetto.
Metto la parola "stranieri" tra virgolette, perché in molti casi parliamo probabilmente di bambini nati in Italia che una legge un po' medievale considera non cittadini del Paese in cui hanno trascorso i primi tre anni di vita. La Cisint dà per scontato che non siano molto integrati, e se continueranno a restare in famiglia non c'è dubbio che non si integreranno; se poi in famiglia non hanno imparato a parlare in un buon italiano, non è restando in casa che lo impareranno. Tra tre anni in ogni caso dovranno iscriversi alla scuola dell'obbligo, probabilmente proprio negli stessi istituti comprensivi che ora vorrebbero tenerli fuori. Insomma il ghetto è solo rimandato. Non è che il sindaco non se ne renda conto. Lei insiste che i bambini dovrebbero essere assorbiti dalle scuole dei distretti limitrofi. Fin qui non ha ottenuto nulla, ma il braccio di ferro potrebbe andare avanti fino all'inizio delle lezioni.
Sarebbe abbastanza facile accusare la Cisint di xenofobia e razzismo. Di sicuro molti suoi elettori sono xenofobi; lei stessa non sembra impegnarsi molto per combattere questa impressione: qualche mese fa ostacolò la nascita di un centro islamico perché secondo lei "le moschee in Italia non sono previste". È riuscita perfino a espellere lo sport nazionale bengalese, il cricket, dalla Festa dello Sport di Monfalcone. Il caso delle scuole d'infanzia però è più delicato. Quello che propone, almeno in senso astratto, è ragionevole; è la stessa cosa che cercherebbe di fare un sindaco di qualsiasi altra area politica, anche progressista. Non vuole respingere i bambini "stranieri", o nasconderli sotto il tappeto. Vorrebbe semplicemente spalmarli su una superficie più vasta, in modo da favorire l'assimilazione culturale, che preferiamo chiamare "integrazione".
Com'è stato scritto fino alla noia (ma alcuni non hanno intenzione di leggere) l'emergenza stranieri in Italia è tutto fuorché un'emergenza. Non stanno arrivando molti stranieri, in percentuale: il flusso è costante ma stabile. Eppure chi soffia sul fuoco dell'intolleranza ha buon gioco a mostrare come in certe realtà gli immigrati sembra abbiano preso il sopravvento sulla popolazione locale. A una certa ora del pomeriggio sembra che in giro ci siano soltanto stranieri; e anche davanti alle scuole, altro che otto per cento. Gli immigrati tendono a insediarsi a macchia di leopardo, e questo favorisce lo sviluppo di un sentimento xenofobo sia nei quartieri dove gli italiani temono l'accerchiamento, sia in quelle larghe zone del Paese dove gli immigrati sono talmente pochi che vengono ancora percepiti come alieni dallo spazio profondo. Se davvero li si potesse distribuire più uniformemente nel territorio, sarebbe molto più facile integrarli. È in fondo il principio per cui i centri di permanenza sono stati disseminati in tutte le regioni; lo stesso principio per cui l'Italia chiede ai Paesi europei di ospitare quote più alti di richiedenti asilo. In piccolo, è la stessa logica che la Cisint cerca di applicare alla sua Monfalcone. È un distretto industriale che sopravvive alla crisi: gli immigrati sono arrivati perché cercano lavoro, e alla Fincantieri e in altre aziende della zona il lavoro c'è. Che iscrivano i propri figli già alle scuole d'infanzia è una buona notizia; significa che in molti casi lavorano anche le madri, e il lavoro è un fattore cruciale dell'emancipazione femminile. Sempre che ci siano scuole disponibili: a Monfalcone forse non ci sono. Ma sono davvero così tanti, e così prolifici, i lavoratori di cittadinanza non comunitaria in città? (Continua su TheVision)
Quel che succede a Monfalcone non è una novità. Casi simili salgono ciclicamente alla ribalta. Qualche anno fa a Luzzara un preside finì sotto i riflettori perché aveva osato istituire una classe primaria di soli “stranieri”. Alle accuse di voler creare un ghetto fece presente che gli “stranieri” erano il 75% degli iscritti. Di fronte a numeri del genere, c’è poco da fare. Ma sono i numeri veri? Luzzara in provincia di Reggio nell’Emilia è davvero un crogiuolo di popoli dove solo il 25% dei bambini risulta di cittadinanza italiana? In realtà, si scoprì poco dopo, di bambini italiani ce n’erano eccome: ma si iscrivevano più facilmente alla scuola cattolica a poche centinaia di metri di distanza. Una scuola paritaria, finanziata anche dal Comune. Una scuola che ufficialmente non selezionava gli alunni sulla base della provenienza geografica delle famiglie, sulla loro cultura o religione, eppure contava solo otto alunni “stranieri”. In queste situazioni non c’è bisogno di essere sgradevoli: sono le stesse famiglie, di solito, a ghettizzarsi da sole. Chi non è cattolico difficilmente iscrive il figlio a una scuola della parrocchia. Eppure quella scuola, in teoria, è “paritaria”.
Il caso di Luzzara ce lo ha insegnato, ogni volta che da qualche parte nella provincia italiana sembra essere spuntato un ghetto scolastico, come un fungo della notte, conviene guardarsi intorno: magari a un isolato di distanza c’è un’altra scuola dove i bambini “stranieri” sono ancora pochi come granelli di caffè finiti per caso in una zuccheriera (una scuola paritaria, ovviamente, c’è anche a Monfalcone). È il caso di ricordarsene quando periodicamente la lobby cattolica torna all’assalto chiedendo buoni scuola e “libertà di scelta” per i genitori che non vogliono usufruire delle scuole del servizio pubblico. Il che è legittimo, ci mancherebbe altro, nessuno impedisce a un genitore di mandare il figlio in una scuola un po’ più bianca delle altre. Ma dovrebbe almeno farlo coi propri soldi, e non a spese del contribuente. Se davvero i ghetti sono un pericolo per la collettività, se siamo d’accordo tutti su questo: e sembrano essere d’accordo persino i sindaci leghisti.
mercoledì 18 luglio 2018
Lo Stato deve ricominciare a finanziare i partiti. Seriamente.
[Questo pezzo è uscito martedì su TheVision]. I Cinque Stelle sono al settimo cielo, o almeno ci tengono a mostrarlo. Hanno sbocciato lo champagne in piazza Monte Citorio, alla faccia della sovranità alimentare. Cosa si festeggia? L'abolizione dei vitalizi, nientemeno. "Per quanto tempo abbiamo aspettato che questi privilegi venissero cancellati! Ora ci siamo!", cinguetta giulivo il vicepresidente Di Maio. In realtà è solo una delibera dell'ufficio di presidenza della Camera, al Senato per ora non cambia nulla. Inoltre i vitalizi sono già stati aboliti da Monti nel 2011, delibera riduce soltanto i vitalizi già assegnati, ricalcolandoli col metodo contributivo. Ah, e forse è incostituzionale. Ma non importa: champagne. Bisogna festeggiare, e bisogna farlo proprio nel momento in cui l'alleato-rivale, Matteo Salvini, soffre di un piccolo problema di liquidità: 49 milioni di rimborsi elettorali alla Lega che non si trovano più. Salvini in questo paio di mesi ha rubato la scena a Di Maio e al presidente del Consiglio, tale Antonio Conte, ma quei soldi sono il suo punto debole. Il decreto sui vitalizi non porta un granché nelle casse dello Stato, ma come mossa propagandistica è un colpo sotto la cintura al leader leghista. Lui non trova 49 milioni, I 5Stelle con una delibera ne hanno già recuperati 40. Champagne.Salvini in effetti si trova in una posizione difficile. La sua linea di difesa è accusare la Lega di Bossi, ma anche in quel partito Matteo Salvini era un dirigente importante, un eurodeputato già primatista per assenteismo. Quando Bossi e il tesoriere Belsito finiscono nei guai, Salvini quatto quatto fonda una nuova Lega indistinguibile dalla vecchia, che si costituisce parte civile nel processo. Salvini si considera danneggiato da chi ha riempito i conti del partito truccando i bilanci: però continua a incassare centinaia di milioni dagli stessi conti. "Ti diffido dallo spendere quanto da te dichiarato corpo del reato", gli scrive l'avvocato di Bossi. Salvini i soldi li ha incassati comunque, e probabilmente li ha anche già spesi. Del resto non si porta un partito dal 4 al 17% in quattro anni gratis.
In tutto questo tempo Salvini non è mai rimasto fermo, anche il suo più acerrimo oppositore glielo deve riconoscere. Si è girato l'Italia in lungo e in largo, mentre a Bruxelles continuano ad aspettarlo invano; a ogni città una felpa diversa, son soldi anche quelli. Ha riorganizzato il partito, ha conquistato la ribalta sulle tv e su internet con campagne virali ed efficaci; tutto questo ha un costo. Il che non significa necessariamente che Salvini abbia speso molto: l'appoggio della Mediaset gli ha senz'altro fornito un grosso aiuto. In generale, poi, tutti i partiti hanno drasticamente ridotto le spese elettorali, e questo può averlo favorito nel momento in cui si trovava un gruzzoletto su un conto e preferiva spenderlo prima che venisse sequestrato. La democrazia italiana è diventata all'improvviso scalabile, e il successo repentino della Lega salviniana e del M5S ne è la prova. Cosa sta succedendo? Perché i partiti hanno smesso di stampare manifesti, organizzare eventi, investire in comunicazione?
Perché mancano i soldi.
Il buco della Lega è solo la punta dell'iceberg. Persino Forza Italia è in difficoltà, Berlusconi non paga più i debiti. Ma prendiamo il PD, erede delle due più radicate tradizioni politiche della Repubblica Italiana: non se la passa bene. Non trova più la sua identità, non trova più la sua unità, ma fa anche una certa fatica a trovare i soldi. Continua a licenziare i propri dipendenti, in un progressivo ridimensionamento che sembra non aver fine. Anche nelle regioni dove è più radicato, le Feste dell'Unità (talvolta ribattezzate "Democratiche") sempre più spesso chiudono in rosso. È il tramonto di un modello che si basava sul volontariato degli attivisti, giovani operai e pensionati, e poi col tempo sempre meno giovani e operai e sempre più pensionati. Era chiaro da almeno vent'anni che le Feste non avrebbero retto il passaggio di consegne a una generazione più precaria e meno attivista: c'era il tempo per trovare nuove forme di autofinanziamento, ma i quadri del PD non sembrano essersene molto preoccupati.
Può darsi che considerassero i ricavi delle feste delle briciole: il grosso delle entrate arrivava dallo Stato, ma ecco: i dirigenti del PD hanno fatto di tutto per ridurre anche quello. Fu il governo Letta, nel 2014, a ottenere dal parlamento la sostanziale abolizione dei rimborsi elettorali. Non era una semplice concessione al pauperismo del Movimento grillino: già in una delle prime Leopolde Renzi sosteneva che il finanziamento pubblico andasse "abolito o drasticamente ridotto". Ma a quel punto dove avrebbe trovato il PD i soldi per fare politica? Guardando alla trionfale campagna di Obama, Renzi chiedeva di favorire il finanziamento privato "attraverso donazioni private in totale trasparenza, tracciabilità e pubblicità". Insomma si immaginava che gli imprenditori gli avrebbero dato una mano contro Berlusconi, che tenerezza – ma in quel momento era in fase crescente, Marchionne si era incuriosito, Farinetti era entusiasta. Sembra passato così tanto tempo (continua su TheVision).
lunedì 16 luglio 2018
Storia di un finto povero
17 luglio – Sant'Alessio (V secolo), povero di rango
Lo trovarono secco nel sottoscala, il mendicante, nella casa del patrizio che diciassette anni prima gli aveva dato riparo. "Anche mio figlio, come te, è in giro per il mondo", gli aveva detto: "ovunque sia, prego che un altro padre gli dia un tetto e un giaciglio per dormire". Quando l'ospite morì, e furono per raccogliere dal pavimento le sue ossa irrigidite, si accorsero che la mano stringeva un cartiglio, e che c'era scritto qualcosa; ma non si riusciva a leggere, il morto non mollava la pergamena.
Ci provarono i medici ad aprirgli la mano, i pompieri e i pretoriani, ormai era diventata una specie di sfida. Alla fine chiamarono gli imperatori Arcadio e Onorio, tutti e due, perché l'autore della leggenda probabilmente non era sicuro su quale imperasse a Roma e quale a Costantinopoli; e in effetti probabilmente all'inizio la storia era ambientata nella nuova Roma sul Bosforo, ma poi un copista si confuse, probabilmente un locale, sai come la pensano: di Roma ce n'è una sola, hai voglia a spiegare che ce ne sono almeno tre. In una versione successiva interviene il Papa direttamente, così è chiaro in quale Roma siamo. Dunque ecco arriva il Papa in questo palazzo sull'Aventino, ah ma quindi è in questa casa che dormiva quel sant'uomo del mendicante? Gli volevano tutti tanto bene. Cos'avete detto che ha nella mano? Un cartiglio? Ecco qui (la mano morta si apre senza fatica). C'è scritto... c'è scritto che si chiama Alessio e che ringrazia suo padre per l'ospitalità.
Al padrone di casa si ferma il cuore.
Il papa all'improvviso si rammenta. "Ma tu avevi un figlio che si chiamava Alessio, no? Quello che mollò la fidanzata davanti all'altare, quando fu? Trent'anni fa? Ma non se n'era andato per il mondo?"
"Alessio, figlio mio".
"Vuoi dire che per tutto questo tempo non l'hai riconosciuto?"
"Figlio mio!"
"Anche lui però poteva dirti qualcosa, eh".
Di tutti i santi del calendario, Alessio è forse quello che capisco meno. Tutti i suoi atti di eroica santità, ai miei occhi di abitante del 21esimo secolo, mi sembrano un mix indigeribile di ingenuità e stronzaggine. Mollare la sposa all'ultimo momento perché Dio è più importante, ok, può succedere a tutti di cambiare idea all'ultimo momento, per fortuna lei ti capisce, condivide la tua scelta di castità e si fa monaca, a questo punto perché non dovresti farti monaco anche tu? No, tu te ne scappi via, posso capire anche questo. Decidi di dare tutto quello che possiedi ai poveri, molto giusto, salvo che sei andato via senza un soldo e quindi sei povero anche tu: se fossi rimasto a casa dei tuoi almeno avresti avuto a disposizione un budget da destinare in imprese benefiche, microcredito eccetera, e invece niente: vuoi combattere la povertà con la povertà, una di quelle cose omeopatiche. Ti è mai venuto in mente che invece potevi metterti a lavorare? In fondo sei un giovane sano, puoi benissimo trovarti un mestiere e poi elargire elemosine a tutti i poveri che incontri, il Vangelo si rispetta anche così – eh, no, dopotutto sei un patrizio romano, o campi nel lusso o fai l'elemosina, ma lavorare è fuori discussione.
A un angolo di strada di Edessa di Siria, dove potrebbe stazionare un povero vero, uno che ha problemi seri, un cieco, uno storpio, un lebbroso ci vai tu che per affettare la miseria non ti lavi per anni; e l'espediente funziona, la gente ti annusa e caccia i pezzi d'argento, che poi nottetempo tu dividi davvero coi poveri, e vabbe', se questo è il posto che ti sei trovato nel mondo buon per te; ma a quel punto che fai? Decidi di tornare a Roma. La nostalgia, posso capire. ma incontri tuo padre e non gli dici chi sei. Ti fai ospitare 17 anni da tuo padre, tuo padre che è in pensiero per te e si torce il cuore all'idea che tu sei in giro per il vasto mondo senza un soldo ed è sicuramente colpa sua, è stato il padre peggiore del mondo, se solo potesse avere una seconda possibilità, e tu stai lì per 17 anni e questa seconda possibilità non gliela dai.
E va bene, chi sono io per giudicare, son tre giorni che non telefono ai miei. Però alla fine prima di morire glielo scrivi sul cartiglio, così fa ancora in tempo a guastarsi la vecchiaia dal rimorso che non ti ha riconosciuto – eh no vabbe' ma allora vaffanculo, Sant'Alessio, sei la leggenda di santi più stronza che conosco. Talmente stronzo che sembri vero. Cioè qui non parliamo di draghi che rapiscono fanciulle o dormienti in una grotta o martiri che accarezzano i leoni; qui c'è un hippy di buona famiglia che sembra stato ritratto l'altro ieri. Figurati se non ce n'è stato almeno uno a Roma o Costantinopoli od ovunque, figurati se in mille anni non è mai successo che un giovinastro mollasse la famiglia per fare il barbone, in teoria in giro per il mondo ma ben presto a pochi metri dalla casa dei genitori. I quali magari a un certo punto si erano impietositi e lo ospitavano pure nella mansarda a uso foresteria, magari fingendo di non riconoscerlo perché il ragazzo ha un suo distorto senso della dignità, che non gli impedisce di chiedere scusa a mamma e papà ma non di chiedere moneta sotto il loro portico di casa. Magari ce n'è stato uno sia a Edessa che a Bisanzio che a Roma, che si svegliavano presto senza mettere a posto la cameretta e uscivano in strada a mendicare, e alla fine che gli vuoi dire? Dopo un po' sei parte del paesaggio urbano, il giorno che non ti vedono sulla panchina si preoccupano.
La leggenda di Sant'Alessio, che io trovo tanto stronza, era una delle più popolari nell'Alto Medioevo. Serviva probabilmente a spiegare che in ogni mendicante ci potrebbe essere un principe, e quindi come tale va trattato; o anche più di un principe: un figlio nostro. Nei tempi in cui capitava a tutti di aver figli in giro per il mondo, su barchette sospesa sui flutti del Mediterraneo o intruppati in qualche legione a portare la pace dove ancora non la sapevano apprezzare; ma ovunque si fossero perduti, avrebbero potuto contare sull'ospitalità, che è la legge più antica. E che ci riguarda tutti, uomini di terra o di mare: se qualcuno è senza tetto, è figlio nostro. Anche se non fosse mai esistito un Alessio, a un certo punto la leggenda ne produsse almeno uno: il primo che mi viene in mente è San Benedetto Labre, un ragazzo francese che nel Settecento arrivò a Roma a piedi senza lavarsi mai, la sua Vita sembra un servizio di Chi l'ha visto. I romani lo presero in simpatia, decisero che era un santo e che faceva i miracoli. Si vede che sotto i pidocchi era un bel ragazzo, ma in un certo senso aveva il terreno preparato dalla storia di Sant'Alessio. Ma io lo so cosa state pensando, voi tre che siete arrivati fin qui (continua sul Post).
Lo trovarono secco nel sottoscala, il mendicante, nella casa del patrizio che diciassette anni prima gli aveva dato riparo. "Anche mio figlio, come te, è in giro per il mondo", gli aveva detto: "ovunque sia, prego che un altro padre gli dia un tetto e un giaciglio per dormire". Quando l'ospite morì, e furono per raccogliere dal pavimento le sue ossa irrigidite, si accorsero che la mano stringeva un cartiglio, e che c'era scritto qualcosa; ma non si riusciva a leggere, il morto non mollava la pergamena.
Ci provarono i medici ad aprirgli la mano, i pompieri e i pretoriani, ormai era diventata una specie di sfida. Alla fine chiamarono gli imperatori Arcadio e Onorio, tutti e due, perché l'autore della leggenda probabilmente non era sicuro su quale imperasse a Roma e quale a Costantinopoli; e in effetti probabilmente all'inizio la storia era ambientata nella nuova Roma sul Bosforo, ma poi un copista si confuse, probabilmente un locale, sai come la pensano: di Roma ce n'è una sola, hai voglia a spiegare che ce ne sono almeno tre. In una versione successiva interviene il Papa direttamente, così è chiaro in quale Roma siamo. Dunque ecco arriva il Papa in questo palazzo sull'Aventino, ah ma quindi è in questa casa che dormiva quel sant'uomo del mendicante? Gli volevano tutti tanto bene. Cos'avete detto che ha nella mano? Un cartiglio? Ecco qui (la mano morta si apre senza fatica). C'è scritto... c'è scritto che si chiama Alessio e che ringrazia suo padre per l'ospitalità.Al padrone di casa si ferma il cuore.
Il papa all'improvviso si rammenta. "Ma tu avevi un figlio che si chiamava Alessio, no? Quello che mollò la fidanzata davanti all'altare, quando fu? Trent'anni fa? Ma non se n'era andato per il mondo?"
"Alessio, figlio mio".
"Vuoi dire che per tutto questo tempo non l'hai riconosciuto?"
"Figlio mio!"
"Anche lui però poteva dirti qualcosa, eh".
Di tutti i santi del calendario, Alessio è forse quello che capisco meno. Tutti i suoi atti di eroica santità, ai miei occhi di abitante del 21esimo secolo, mi sembrano un mix indigeribile di ingenuità e stronzaggine. Mollare la sposa all'ultimo momento perché Dio è più importante, ok, può succedere a tutti di cambiare idea all'ultimo momento, per fortuna lei ti capisce, condivide la tua scelta di castità e si fa monaca, a questo punto perché non dovresti farti monaco anche tu? No, tu te ne scappi via, posso capire anche questo. Decidi di dare tutto quello che possiedi ai poveri, molto giusto, salvo che sei andato via senza un soldo e quindi sei povero anche tu: se fossi rimasto a casa dei tuoi almeno avresti avuto a disposizione un budget da destinare in imprese benefiche, microcredito eccetera, e invece niente: vuoi combattere la povertà con la povertà, una di quelle cose omeopatiche. Ti è mai venuto in mente che invece potevi metterti a lavorare? In fondo sei un giovane sano, puoi benissimo trovarti un mestiere e poi elargire elemosine a tutti i poveri che incontri, il Vangelo si rispetta anche così – eh, no, dopotutto sei un patrizio romano, o campi nel lusso o fai l'elemosina, ma lavorare è fuori discussione.
![]() |
| Anonimo, Ritrovamento del corpo di sant'Alessio, XVIII secolo |
E va bene, chi sono io per giudicare, son tre giorni che non telefono ai miei. Però alla fine prima di morire glielo scrivi sul cartiglio, così fa ancora in tempo a guastarsi la vecchiaia dal rimorso che non ti ha riconosciuto – eh no vabbe' ma allora vaffanculo, Sant'Alessio, sei la leggenda di santi più stronza che conosco. Talmente stronzo che sembri vero. Cioè qui non parliamo di draghi che rapiscono fanciulle o dormienti in una grotta o martiri che accarezzano i leoni; qui c'è un hippy di buona famiglia che sembra stato ritratto l'altro ieri. Figurati se non ce n'è stato almeno uno a Roma o Costantinopoli od ovunque, figurati se in mille anni non è mai successo che un giovinastro mollasse la famiglia per fare il barbone, in teoria in giro per il mondo ma ben presto a pochi metri dalla casa dei genitori. I quali magari a un certo punto si erano impietositi e lo ospitavano pure nella mansarda a uso foresteria, magari fingendo di non riconoscerlo perché il ragazzo ha un suo distorto senso della dignità, che non gli impedisce di chiedere scusa a mamma e papà ma non di chiedere moneta sotto il loro portico di casa. Magari ce n'è stato uno sia a Edessa che a Bisanzio che a Roma, che si svegliavano presto senza mettere a posto la cameretta e uscivano in strada a mendicare, e alla fine che gli vuoi dire? Dopo un po' sei parte del paesaggio urbano, il giorno che non ti vedono sulla panchina si preoccupano.
![]() |
| Nausicaa s'imbatte sulla spiaggia in un migrante economico. |
Iscriviti a:
Post (Atom)







