10 novembre – San Leone Magno (400 ca. – 461), papa combattente e combattuto.
Il nome, dicono, è un destino: spero non sia il mio caso, ma fu quello per esempio di Leone Magno, che combatté per tutto il suo pontificato e qualche volta vinse. Contro i discepoli di Priscilliano, un santone che mescolava profeti e oroscopo e stava allontanando le chiese spagnole dal controllo di Roma: ma Leone lottò finché non convinse l'imperatore Graziano che Priscilliano era un eretico e uno stregone, e lo fece giustiziare. Contro i manichei, che credevano che l'universo fosse il risultato di una lotta tra Luce e Tenebre e avevano fatto breccia non solo tra i poveracci impressionabili, ma anche su intellettuali promettenti come il giovane Agostino d'Ippona; per cui a Leone non bastava confutarli dottamente: li denunciava all'autorità imperiale, che avrebbe proceduto a torturarli. Contro i monofisiti, che in Oriente predicavano la natura solo divina di Cristo e stavano portando dalla loro parte tutta la chiesa di Costantinopoli e di oriente: ma Leone s'impuntò, chiese e ottenne un nuovo concilio che mise fuorilegge pure i monofisiti. Contro i vescovi delle Gallie che credevano di potersi nominare tra loro (come in effetti avevano spesso fatto) invece di riconoscere l'autorità del vescovo di Roma, non un vescovo tra tanti ma il successore dell'apostolo Pietro. Contro la stessa lingua latina che si stava un po' rammollendo nelle cancellerie: a causa delle migrazioni certi accenti forse non si sentivano più, certe sfumature si erano perse. Servivano nuove regole per scrivere in prosa e Leone Magno se le inventò, forse improvvisando, e poi gliele copiarono per secoli, lo chiamarono cursus leonino.
L'Occidente intanto franava, gli Unni premevano sui Goti che premevano sui Vandali che in un qualche modo si erano trovati in fondo alla catena e schizzarono sui territori dell'Impero in modo impressionante, dalla Spagna al Marocco alla Tunisia, e dalla Tunisia (via nave) di nuovo a Roma. Leone, che pochi anni prima forse era riuscito davvero a convincere Attila a non scendere a Roma, nel 455 poté solo negoziare col re dei Vandali (Genserico) i termini del saccheggio. Leone insomma combatté per tutta la sua carriera, forse per tutta la vita: a volte vinse, a volte venne a patti. Un patriarca riottoso si poteva far deporre; un vescovo ribelle si poteva ridurre a più miti consigli; contro i ribelli, in generale, non è difficile prevalere: basta metterci la tigna, alzarsi ogni mattina qualche ora prima di loro e passarla a concepire nuovi sistemi per confutarli, per perseguitarli, per accerchiarli e far terra bruciata intorno a loro. I ribelli non sono il vero problema. Magari. In fondo sono persino simpatici, ci aiutano a tenere la barra, ci danno un motivo per alzarci prima la mattina, per dimostrare che hanno torto e noi ragione, i ribelli ci servono (quegli stronzi). I veri nemici invincibili non sono certamente loro, a un certo punto Leone dovette rendersene conto. E chi sono allora? (Continua sul Post).
Le abitudini.
Contro le abitudini anche Leone lottò invano. Il Papa che aveva fermato Attila e rovesciato un intero concilio, non riusciva nemmeno a evitare che i suoi fedeli si voltassero un attimo indietro a fare un inchino a un vecchio dio pagano, il Sole, quando entravano nella sua chiesa (la vecchia San Pietro, poi demolita per costruire la nuova).
“…alcuni cristiani prima di entrare nella basilica di San Pietro apostolo, dedicata all’unico Dio, vivo e vero, dopo aver salito la scalinata che porta all’atrio superiore, si volgono verso il sole e piegando la testa si inchinano in onore dell’astro fulgente. Siamo angosciati e e ci addoloriamo molto per questo fatto che viene ripetuto in parte per ignoranza e in parte per mentalità pagana”.
Leone sapeva bene che quegli inchini non erano neanche più un sussulto di paganesimo, ma qualcosa di ancora più labile e residuale: un’abitudine; ma non la tollerava. Non poteva. Se cominci ad accettare che i vecchi si voltino indietro, finirà che i giovani impareranno dai vecchi, e l’abitudine non finirà mai. “Anche se alcuni intendono venerare il Creatore della luce leggiadra, e non la luce stessa che è una creatura, devono astenersi da ogni apparenza di ossequio, perché chi ha lasciato il culto degli dei, qualora trovasse tra noi simile usanza, potrebbe praticare, come incensurabile, questo elemento delle vecchie credenze perché lo vedrebbe comune ai cristiani e agli infedeli”.
Alla fine però la spuntò, direte voi. Oggi i cristiani non si inchinano più al Sole nascente, vero? Sì, ma non fu l’ostinazione di Leone a superare il problema. Alla fine la Chiesa procedette nel solito modo: visto che la gente continuava a inchinarsi a oriente, da Leone in poi si mise a costruire le chiese con l’altare orientato verso il sole del mattino. Così l’inchino pagano sarebbe passato inosservato, e dopo un po’ nessuno si sarebbe accorto che era un residuo pagano. Ne costruirono per altri mille anni, quindi potrebbe essere capitato pure a voi, di inchinarvi senza accorgervene al dio Sole. Contro i priscilliani e le loro scemenze new age si può trionfare. Sopra i manichei e il loro mondo in bianco e nero, si può stendere una passata di grigio in mille sfumature. Ma lottare contro le piccole abitudini quotidiane, quella è il combattimento che Leone stava perdendo, e forse lo perderemo anche noi. Quando crediamo che il vero nemico sia un antivaccinista o uno sciachimista, e non la persona qualunque che non riesce a differenziare i rifiuti, o a lasciare la macchina nel box lunedì mattina, che non riesce a modificare le sue abitudini. Il destino dell’uomo è nel suo nome, dicevano gli antichi, il che senz’altro fu vero per Leone Magno e sarebbe un grosso problema per me, se nel frattempo non avessi formulato un’ipotesi ancora peggiore: che il destino dell’uomo sia nelle sue abitudini.
Il governo italiano ha sospeso gli aiuti ai palestinesi
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sabato 10 novembre 2018
mercoledì 7 novembre 2018
Trump resiste grazie ai borghi putridi
Anche se ormai si è capito com'è andata (i Democratici si riprendono la Camera, i Repubblicani tengono il Senato), ci vorrà ancora qualche ora per conoscere tutti i numeri di queste elezioni USA di metà mandato. E anche quando gli ultimi seggi saranno stati assegnati (ballottaggi esclusi) servirà ancora un po' di tempo per avere i due dati che in Europa sarebbero i più importanti di tutti, ovvero: sul 100% dei cittadini USA che si sono recati alle urne, quanti hanno votato democratico, quanti hanno votato repubblicano? In fondo non dovrebbe essere difficile ottenere questo paio di numeri. Ma fate l'esperimento: provate ad andare in uno degli aggiornatissimi speciali on line che le testate anglosassoni più prestigiose hanno dedicato alle elezioni. In mezzo a tanti coloratissimi grafici e tabelle e mappe provate a cercare se c'è questo semplice dato: quanti elettori hanno scelto il partito di Trump, quanti hanno scelto l'altro. Non lo troverete.
Non troverete nemmeno la considerazione che sto per fare, e che credo dovrebbe essere condivisa da qualsiasi sincero democratico (e repubblicano): il sistema elettorale USA è profondamente iniquo, ed è solo in virtù della sua iniquità che un partito continua a governare il Paese e a esercitare il controllo su un ramo del Congresso, malgrado la maggioranza degli elettori abbia votato per un altro Presidente due anni fa e per un altro partito oggi. A questo punto, se si trattasse di un Paese dell'Europa continentale, la questione sarebbe chiusa: è abbastanza ovvio, da questa parte dell'oceano, associare a una maggioranza di elettori una maggioranza parlamentare e un esecutivo. Negli USA non è così e forse sarebbe il caso di cominciare a preoccuparsene di più. È vero, è la culla della democrazia moderna. Ma poi la democrazia è andata per il mondo, è cresciuta, ha imparato a fare di conto.
Negli USA invece è successo qualcosa, o forse è meglio dire che non è successo niente: si vota ancora come due secoli fa, quando ci si recava ai seggi in calesse. In apparenza tutto è più sofisticato: l'informazione, soprattutto, ha fatto passi da gigante e segue le campagne con un grande dispiego di mezzi, ipnotizzandoci con grafici luccicanti che, fateci caso, omettono le percentuali crude degli elettori. Tanto è un numero inutile: contano soltanto i seggi. Al Senato, soprattutto – e infatti i Repubblicani resistono lì. Al Senato ogni Stato esprime due seggi, che sia grande come la California, denso come il New Jersey o quasi disabitato, come l'Indiana. Ecco, prendiamo per esempio l'Indiana. A queste elezioni dovrebbero aver votato due milioni di cittadini, su quattro milioni e mezzo di elettori registrati e sei milioni di abitanti. Al repubblicano Mike Braun è quindi bastato poco più di un milione di voti per ottenere un seggio in Campidoglio, mentre al democratico Beto O'Rourke, che correva per i democratici in Texas, quattro milioni scarsi non sono stati sufficienti (Ted Cruz, il suo avversario repubblicano, ne ha presi appena duecentomila in più). Se l'affluenza fosse più alta (e in queste ultime elezioni sta aumentando), il sistema risulterebbe ancora più iniquo, dal momento che prevede che il mezzo milione di cittadini del Wyoming sia rappresentato a Washington da due senatori, esattamente come i quaranta milioni di cittadini della California. Neanche a farlo apposta, in Wyoming votano per lo più repubblicano, mentre in California la sfida era un derby tra candidati democratici. Il calcolo è abbastanza brutale: il voto di un elettore californiano al Senato vale ottanta volte meno di quello del Wyoming. Chi può avere concepito un sistema così iniquo? Nessuno.
Il principio che assegna due rappresentanti a ogni Stato si trova nel primo articolo della Costituzione del 1787, quando di Stati Uniti ce n'erano appena tredici, tutte ex colonie inglesi aggrappate sulla costa est. I firmatari non potevano sapere quanto sarebbe diventata grande e complessa l'Unione che tenevano a battesimo. Soprattutto non avrebbero potuto immaginare quanto grande sarebbe stato lo squilibrio tra le zone più urbanizzate e quelle che dopo 250 anni risultano ancora scarsamente popolate. Un principio comunque lo avevano ben chiaro, visto che lo avevano appena impugnato per scacciare gli inglesi: non c'è tassazione senza rappresentazione. I californiani pagano meno tasse degli abitanti del Wyoming? Di sicuro non ottanta volte in meno. Perché il loro voto deve valere così poco? Nel Regno Unito dell'Ottocento, anche a causa delle migrazioni interne causate dalla rivoluzione industriale, i distretti elettorali spopolati in cui bastavano poche centinaia di voti per ottenere un seggio a Westminster venivano chiamati Rotten boroughs, "borghi putridi". Il sistema era così iniquo che una riforma si rese inevitabile. Negli USA purtroppo sta succedendo l'opposto: invece di rendere più equo il meccanismo di rappresentanza al Senato, i legislatori approfittano della loro posizione per distorcere quello più proporzionale della Camera, attraverso il procedimento che già nell'Ottocento era stato battezzato Gerrymandering, (dal nome di un governatore del Massachussetts, Gerry, che aveva ridisegnato un distretto a forma di salamandra). Non sono stati soltanto i Repubblicani ad approfittare del diritto di poter ridisegnare i distretti a piacere, ma è soprattutto grazie a loro che qua e là in tutta l'Unione abbiamo distretti a forma di drago o di serpente. Il principio è sempre lo stesso: disseminare le comunità da cui ci si aspetta un voto omogeneo in tante diverse circoscrizioni dove il loro voto risulterà in minoranza. Il Gerrymandering è un fenomeno odioso, ma perfettamente legale, e in un qualche modo autorizzato dalla consuetudine: in fondo la stessa mappa dei Cinquanta Stati (alcuni piccoli e popolatissimi, altri grandi e disabitati) è a suo modo un Gerrymandering.
Il Gerrymandering è solo uno dei tanti fenomeni che di fatto limitano o distorcono il meccanismo elettorale USA. Rispetto ad altri forse ci interessa di più perché a un certo punto abbiamo pensato di importarlo in Italia – del resto si sa, gli americani ci piacciono con tutte le loro magagne. Una delle primissime bozze della riforma costituzionale Renzi-Boschi prevedeva che il Senato italiano diventasse una copia di quello federale americano, con due seggi per ogni regione (tranne la Val d'Aosta). Il risultato non sarebbe stato iniquo quanto quello di Washington, ma comunque il voto di un cittadino lombardo (ce ne sono dieci milioni) sarebbe stato trenta volte meno determinante di quello di un cittadino molisano (ce ne sono appena trecentomila). L'idea per fortuna tramontò abbastanza presto, ma è indicativo anche solo che qualche politico italiano ne abbia parlato come di una proposta ragionevole. La versione definitiva della riforma aveva riabbracciato l'idea che i seggi vanno assegnati in modo più proporzionale, ma anche a causa della necessità di riconoscere alle regioni a Statuto Speciale una quantità fissa di seggi, manteneva un rapporto assolutamente sbilanciato, al punto che il voto dell'elettore molisano sarebbe stato comunque cinque volte più determinante di quello dell'elettore ligure. Uno squilibrio senza senso, che penalizzava le regioni più popolate ed economicamente dinamiche senza un motivo chiaro che non fosse quello di imitare le istituzioni USA, se non nei loro pregi almeno nei difetti più evidenti. La riforma non è passata, probabilmente per altri motivi: ma prima o poi qualcuno tornerà a parlarne, e gli stessi Renzi e Boschi non è che si siano dati per vinti. Ecco, per quando succederà, meglio farsi un appunto: magari certe cose dagli americani le possiamo ancora copiare, ma il Gerrymandering per favore no. Molise e Val D'Aosta sono bellissime regioni che hanno diritto a essere rappresentate equamente, non borghi putridi.
martedì 6 novembre 2018
Quanto fascista sei? (no, adesso, seriamente).
C'è stato un momento, almeno io me lo ricordo, in cui tutta l'internet italiana non discuteva della fine del fidanzamento di Salvini, e nemmeno delle opinioni di Calenda sui videogiochi. E di cosa discutevamo in quei giorni? Del fascistometro di Michela Murgia. Una simpatica trovata pubblicitaria che ha fatto arrabbiare molti lettori, difficile adesso ricordare il perché. Forse perché il fascismo è una cosa un po' più complessa. Ecco, probabilmente il motivo era quello. Sarà per questo che a un certo punto, mentre avevo molte altre cose da fare, mi sono ritrovato a concepire un fascistometro alternativo, molto più rispettoso della complessità del fenomeno. Eccolo qui, e spero che non vi spiaccia troppo. Tanto anche se vi spiace ci cascherete lo stesso. Si fa in un paio di minuti, giuro.
Clicca qui per accedere al test: Quanto fascista sei?
giovedì 1 novembre 2018
Il ritorno di Tutti i Santi, o quasi
Ognissanti non è un giorno come gli altri, su questa pagina. La rubrica sulla vita dei Santi, inizialmente snobbata dalla più parte dei lettori, col tempo si è conquistata la sua nicchia e oggi è uno dei principali motivi per cui qualcuno ancora si ritrova qui, o sulle mie pagine del Post. Io nel frattempo ho scritto altre cose che adesso non ha senso andarsi a rileggere; ma i santi tornano tutti gli anni, è il loro bello. Certo, avrei potuto scriverne meglio. No, sul serio, alcuni mi sono venuti davvero imbarazzanti. Altri così così. Altri persino molto belli, tranne quei due o tre errori che mi fanno vergognare. Insomma se avessi il tempo li rifarei da capo, ma questo si potrebbe dire per qualsiasi cosa.
(A proposito: io sto bene anche se qualcuno ha notato che qui non scrivo da due mesi. Ovviamente sono molto impegnato, ma altre volte che mi è capitato di essere molto impegnato scrivevo comunque come un matto, mentre stavolta no e non sono sicuro del perché. Stava diventando più faticoso che divertente e non è che ho smesso: non sono più riuscito a cominciare. C'entrerà anche il fatto che se invece mi vengono da scrivere due cazzate estemporanee c'è facebook, e tutto finisce lì).
Così, in attesa che mi passi questa specie di blocco che forse è semplicemente la maturità (la vecchiaia), ho pensato di usare il vecchio blog per riprendere i vecchi Santi e rifarli meglio.
Proprio così, mi spiace. Nelle prossime settimane – nei prossimi mesi – nei prossimi anni – sul blog ricompariranno Santi di cui si era già parlato. Non diventerà un blog di soli Santi: spero di avere altri argomenti; però ogni tanto ci saranno i Santi e a volte saranno i soliti Santi che potreste avere già letto. Alcuni pezzi saranno quasi uguali agli originali, tranne quei due o tre errori che vorrei non avere mai commesso. Altri saranno molto diversi, magari completamente diversi. Alcuni cominceranno uguali e poi diventeranno diversissimi, e il bello è che per saperlo vi toccherà rileggerli tutti da capo (ah ah ah). Alcuni scompariranno e nessuno ricorderà che siano mai esistiti, qualcuno in un commento si chiederà: ma che fine ha fatto quel pezzo su San Tale? Sssst, non è mai esistito San Tale, te lo sei sognato. Cancellerò anche molti riferimenti a Umberto Eco, non perché non siano pertinenti, ma perché senza accorgermene lo citavo in un pezzo su due ed è triste scoprirsi alla mia età ancora fanboy di Eco – meglio che fanboy di un sacco di altra gente, ma comunque. L'unica cosa sicura è che continueranno a essere pezzi poco seri, con un sacco di asserzioni buttate lì senza fonti.
Anche sul Post i pezzi saranno un po' rieditati, ma resteranno appesi al link che hanno adesso. Anzi alcuni finalmente si ripotranno leggere nella loro forma integrale, visto che a un certo punto c'è stato un pasticcio col codice e alcune pagine si sono nascoste (non perse). Così alla fine di questa opera di riscrittura avremo su questo blog due versioni di quasi tutti i brani, più la versione del Post che sarà diversa da entrambe. Insomma molto più casino di prima. Trovo la cosa irresistibilmente medievale e assai appropriata.
Per secoli nei conventi un frate a turno ha intrattenuto a pranzo i confratelli leggendo le agiografie sanguinolente di Iacopo da Varazze. Questo blog quasi per caso si è ritrovato a fare la stessa cosa. Voi che ci capitate in pausa pranzo (o in attesa di un autobus – o dello stimolo giusto al gabinetto) avete la rara opportunità di sentirvi parte di una conversazione millenaria! Prego, è un piacere (nei prossimi giorni qui sotto rimetterò anche a posto il cestino della questua).
(A tutti quelli che hanno chiesto di farci un libro: ci si è provato, anche più di una volta: ma anche se non ci fosse la crisi dell'editoria, la crisi economica, la crisi climatica... temo che sarebbe comunque colpa mia: mi sono scelto uno degli argomenti meno pubblicabili in Italia e l'ho sviluppato nel modo più frammentario possibile. Tanta carta risparmiata, mettiamola così).
(A proposito: io sto bene anche se qualcuno ha notato che qui non scrivo da due mesi. Ovviamente sono molto impegnato, ma altre volte che mi è capitato di essere molto impegnato scrivevo comunque come un matto, mentre stavolta no e non sono sicuro del perché. Stava diventando più faticoso che divertente e non è che ho smesso: non sono più riuscito a cominciare. C'entrerà anche il fatto che se invece mi vengono da scrivere due cazzate estemporanee c'è facebook, e tutto finisce lì).
Così, in attesa che mi passi questa specie di blocco che forse è semplicemente la maturità (la vecchiaia), ho pensato di usare il vecchio blog per riprendere i vecchi Santi e rifarli meglio.
Proprio così, mi spiace. Nelle prossime settimane – nei prossimi mesi – nei prossimi anni – sul blog ricompariranno Santi di cui si era già parlato. Non diventerà un blog di soli Santi: spero di avere altri argomenti; però ogni tanto ci saranno i Santi e a volte saranno i soliti Santi che potreste avere già letto. Alcuni pezzi saranno quasi uguali agli originali, tranne quei due o tre errori che vorrei non avere mai commesso. Altri saranno molto diversi, magari completamente diversi. Alcuni cominceranno uguali e poi diventeranno diversissimi, e il bello è che per saperlo vi toccherà rileggerli tutti da capo (ah ah ah). Alcuni scompariranno e nessuno ricorderà che siano mai esistiti, qualcuno in un commento si chiederà: ma che fine ha fatto quel pezzo su San Tale? Sssst, non è mai esistito San Tale, te lo sei sognato. Cancellerò anche molti riferimenti a Umberto Eco, non perché non siano pertinenti, ma perché senza accorgermene lo citavo in un pezzo su due ed è triste scoprirsi alla mia età ancora fanboy di Eco – meglio che fanboy di un sacco di altra gente, ma comunque. L'unica cosa sicura è che continueranno a essere pezzi poco seri, con un sacco di asserzioni buttate lì senza fonti.
Anche sul Post i pezzi saranno un po' rieditati, ma resteranno appesi al link che hanno adesso. Anzi alcuni finalmente si ripotranno leggere nella loro forma integrale, visto che a un certo punto c'è stato un pasticcio col codice e alcune pagine si sono nascoste (non perse). Così alla fine di questa opera di riscrittura avremo su questo blog due versioni di quasi tutti i brani, più la versione del Post che sarà diversa da entrambe. Insomma molto più casino di prima. Trovo la cosa irresistibilmente medievale e assai appropriata.
Per secoli nei conventi un frate a turno ha intrattenuto a pranzo i confratelli leggendo le agiografie sanguinolente di Iacopo da Varazze. Questo blog quasi per caso si è ritrovato a fare la stessa cosa. Voi che ci capitate in pausa pranzo (o in attesa di un autobus – o dello stimolo giusto al gabinetto) avete la rara opportunità di sentirvi parte di una conversazione millenaria! Prego, è un piacere (nei prossimi giorni qui sotto rimetterò anche a posto il cestino della questua).
(A tutti quelli che hanno chiesto di farci un libro: ci si è provato, anche più di una volta: ma anche se non ci fosse la crisi dell'editoria, la crisi economica, la crisi climatica... temo che sarebbe comunque colpa mia: mi sono scelto uno degli argomenti meno pubblicabili in Italia e l'ho sviluppato nel modo più frammentario possibile. Tanta carta risparmiata, mettiamola così).
sabato 20 ottobre 2018
Non è una scuola per insegnanti (maschi)
"Scusami, sto cercando una maestra".
È un cattivo segno quando i genitori la prima volta ti danno del tu. Non è mancanza di rispetto. È proprio che non hanno capito che mestiere stai facendo.
"Ci sono io".
"Sì, ma cercavo una maestra".
"Beh io insegno qui".
In questi casi la giacca può fare la differenza. Senza giacca è possibile che ti prendano per un bidello. Con la giacca puoi passare anche per un vicepreside. Ma un maestro no, non pensano mai al maestro.
"Ah, mi scusi, non avevo capito".
È una questione di istanti: alla sorpresa subentra il sospetto. D'accordo, ho davanti un insegnante di sesso maschile. Cos'è andato storto con lui? Perché non è da qualche parte a fare un lavoro meglio pagato? Che errori ha commesso? Che peccati sta scontando? Forse semplicemente non aveva abbastanza ambizione.
È difficile essere insegnanti di sesso maschile? Probabilmente non quanto essere ingegneri di sesso femminile. O vigili del fuoco di sesso femminile. O insomma avere il sesso femminile, in generale, in tutti i luoghi di lavoro dove è minoritario e cioè praticamente dappertutto tranne che a scuola e forse in qualche infermeria. Questo è più vero nelle scuole italiane che in quelle di altri Paesi; più nelle scuole primarie che nelle secondarie (all'università, man mano che aumenta il prestigio e il salario, il rapporto si inverte). È una di quelle disparità intorno alle quali ancora oggi è costruita la nostra società. Anche nei più avanzati Paesi al mondo, ci si aspetta ancora che la donna trascorra mediamente più tempo dell'uomo in casa e coi figli: l'insegnamento è un mestiere che lo consente. Certo, con l'aumento del benessere aumenta la fluidità: una donna può permettersi di dedicarsi alla carriera mentre il marito si accontenta di fare un mestiere che gli piace e che gli consente di gestirsi qualche pomeriggio coi figli. Proprio per questo è allarmante il fatto che nei prossimi anni in Europa il gap tra insegnanti maschi e femmine aumenterà. Evidentemente la società si sta irrigidendo, e la scuola non può che rifletterlo. Per esempio, quando i maestri australiani ammettono di avere difficoltà con il contatto fisico, è chiaro che sono vittima di uno stereotipo di genere: nessuno si spaventa se una maestra tocca un bambino, perché con un collega maschio dovrebbe essere diverso? Allo stesso tempo lo stereotipo si basa su un senso comune confermato da dati statistici: la maggior parte dei sex-offenders risultano essere di sesso maschile, e spesso gli individui con tendenze pedofile scelgono una professione che consenta loro di lavorare a contatto coi bambini. Certo, se ci fossero più insegnanti maschi, il sospetto si diraderebbe (ma aumenterebbe anche la possibilità che un maestro risulti davvero un sex-offender). Negli Stati Uniti i maestri elementari non hanno smesso di essere una rarità, ma stanno diventando una rarità ricercata: pare infatti che a parità di condizioni, ottengano mediamente risultati migliori delle colleghe. Ma se questo accade è proprio perché insegnare, per un uomo, è ancora uno stigma sociale, un potenziale disonore che dissuade dall'intraprendere la professione chiunque non sia fortemente motivato. I maestri, insomma, sarebbero buoni proprio perché sono rari: il che significa che diventeranno sempre meno buoni man mano che aumentano e forse ci accorgeremo di aver ottenuto l'uguaglianza quando cominceremo a trovarne di scarsi (continua su TheVision).
Insomma non soltanto siamo pochi, noi insegnanti maschi, ma rischiamo di estinguerci. Eppure oggi nessuno osa più sostenere pubblicamente che le donne siano biologicamente meglio predisposte all’insegnamento e ad altre professioni che costituiscono una specie di prolungamento delle mansioni di cura che tradizionalmente le spettavano nella famiglia (infermiere, cuoche, cameriere). La spiegazione che va per la maggiore è quella del condizionamento sociale: così come non nasci predisposto per bambole o soldatini, ma non puoi evitare di giocare con quello che i genitori ti comprano e desiderare quello che vedi in mano ai coetanei del sesso in cui ti riconosci, allo stesso modo, una scuola col 90% di maestre di sesso femminile non può che indirizzare le bambine verso quella direzione. Proprio per questo sarebbe necessario portare più maestri nelle scuole di ogni ordine e grado. Si arriverà alle quote azzurre? Per ora nessuno ne parla seriamente. La proposta che ha più successo è sempre quella: rendere l’insegnamento una professione più appetibile.
Più valorizzata, più dinamica (con più possibilità di “fare carriera”, qualsiasi cosa significhi), e soprattutto più remunerata per tutti. Negli USA lo stipendio medio di un insegnante è uno dei più bassi tra i lavoratori di sesso maschile, mentre è assolutamente nella media dei salari femminili. A questo punto la soluzione viene da sé: offriamo di più, e anche gli uomini cominceranno ad arrivare. In quanto insegnante maschio, sono ovviamente a favore di questa opzione (sarei probabilmente a favore anche se fossi un’insegnante femmina, transgender o genderfluid), ma non mi faccio molte illusioni. Mi sembra la classica risposta liberale a un problema democratico. Pochi uomini? Aumentiamo la paga. Domanda, offerta. Sembra facile. Ma le risorse, dove le troviamo?
Il liberale ha una risposta anche a questo: aumentiamo le rette. Se i genitori vogliono una società meno legata agli stereotipi di genere, che la paghino. Il rischio è che la parità di genere diventi un lusso di chi può pagarsi la scuola migliore. La maggioranza della popolazione ha altre priorità; specie in un Paese come il nostro, in cui frequenta scuole pubbliche. E questo accadrebbe anche se la scuola italiana non fosse la Cenerentola che è diventata dopo i tagli dell’ultimo decennio; anche se finalmente un governo (sicuramente non questo) decidesse di investire davvero nell’istruzione: anche allora, tra tante spese da fare, molto difficilmente si troverebbero soldi per rendere l’insegnamento una carriera competitiva.
È una questione meramente quantitativa: se vuoi che tutti i bambini d’Italia vadano a scuola, devi preoccuparti di offrire a tutti un’istruzione dignitosa, ma soprattutto economica. Un insegnante di scuola pubblica primaria o secondaria inferiore guadagnerà sempre un po’ meno di un coetaneo che lavora nel settore privato, o meglio, avrà sempre la sensazione di guadagnare poco, rispetto alla fatica che accumula e all’importanza di quello che fa (credere che quel che fa è importante gli è del resto necessario, sennò non sopravviverebbe). A chi davvero nella vita preme il successo, non verrà mai in mente di fare l’insegnante. Non possiamo offrire a tutti uno stipendio da favola: qualche istituto di élite lo può fare, ma noi non educhiamo le élite, non siamo il ristorante stellato. Siamo la mensa. Forse possiamo offrirti altre cose: più benessere, la stima di chi vive nel tuo quartiere, persino qualche soldo in più che probabilmente ti meriti. Ma non puoi aspettarti di guadagnare come in uno studio privato. Se scegli di lavorare per la scuola pubblica, è perché ci credi, perché hai deciso che quello è il tuo campo di battaglia, perché è qualcosa che ti realizza o per lo meno non ti fa sentire inutile. E poi certo, è un lavoro che ti lascia a disposizione qualche mezza giornata in più (molte meno di quanto creda la gente, ma è meglio non dirlo troppo in giro, se vogliamo che resti un mestiere appetibile).
Insomma l’identikit dell’insegnante di sesso maschile – meglio scriverlo di nascosto, in fondo al pezzo – è quello di un romantico cavaliere di ventura. La buona notizia è che ce ne sono ancora di uomini così: bisogna solo perfezionare il reclutamento. È gente un po’ matta, senz’altro, ma se gli dai la battaglia giusta possono funzionare. Non puoi comprarli con due spicci in più (anche se non guastano). Devi far loro balenare l’idea che ci sia una crociata da vincere, un drago da sconfiggere, anche solo qualche mulino a vento da rimettere al suo posto. E devi controllare che si vestano in modo decente: altrimenti i genitori continueranno a scambiarli per i bidelli.
È un cattivo segno quando i genitori la prima volta ti danno del tu. Non è mancanza di rispetto. È proprio che non hanno capito che mestiere stai facendo.
"Ci sono io".
"Sì, ma cercavo una maestra".
"Beh io insegno qui".
In questi casi la giacca può fare la differenza. Senza giacca è possibile che ti prendano per un bidello. Con la giacca puoi passare anche per un vicepreside. Ma un maestro no, non pensano mai al maestro.
"Ah, mi scusi, non avevo capito".
È una questione di istanti: alla sorpresa subentra il sospetto. D'accordo, ho davanti un insegnante di sesso maschile. Cos'è andato storto con lui? Perché non è da qualche parte a fare un lavoro meglio pagato? Che errori ha commesso? Che peccati sta scontando? Forse semplicemente non aveva abbastanza ambizione.
È difficile essere insegnanti di sesso maschile? Probabilmente non quanto essere ingegneri di sesso femminile. O vigili del fuoco di sesso femminile. O insomma avere il sesso femminile, in generale, in tutti i luoghi di lavoro dove è minoritario e cioè praticamente dappertutto tranne che a scuola e forse in qualche infermeria. Questo è più vero nelle scuole italiane che in quelle di altri Paesi; più nelle scuole primarie che nelle secondarie (all'università, man mano che aumenta il prestigio e il salario, il rapporto si inverte). È una di quelle disparità intorno alle quali ancora oggi è costruita la nostra società. Anche nei più avanzati Paesi al mondo, ci si aspetta ancora che la donna trascorra mediamente più tempo dell'uomo in casa e coi figli: l'insegnamento è un mestiere che lo consente. Certo, con l'aumento del benessere aumenta la fluidità: una donna può permettersi di dedicarsi alla carriera mentre il marito si accontenta di fare un mestiere che gli piace e che gli consente di gestirsi qualche pomeriggio coi figli. Proprio per questo è allarmante il fatto che nei prossimi anni in Europa il gap tra insegnanti maschi e femmine aumenterà. Evidentemente la società si sta irrigidendo, e la scuola non può che rifletterlo. Per esempio, quando i maestri australiani ammettono di avere difficoltà con il contatto fisico, è chiaro che sono vittima di uno stereotipo di genere: nessuno si spaventa se una maestra tocca un bambino, perché con un collega maschio dovrebbe essere diverso? Allo stesso tempo lo stereotipo si basa su un senso comune confermato da dati statistici: la maggior parte dei sex-offenders risultano essere di sesso maschile, e spesso gli individui con tendenze pedofile scelgono una professione che consenta loro di lavorare a contatto coi bambini. Certo, se ci fossero più insegnanti maschi, il sospetto si diraderebbe (ma aumenterebbe anche la possibilità che un maestro risulti davvero un sex-offender). Negli Stati Uniti i maestri elementari non hanno smesso di essere una rarità, ma stanno diventando una rarità ricercata: pare infatti che a parità di condizioni, ottengano mediamente risultati migliori delle colleghe. Ma se questo accade è proprio perché insegnare, per un uomo, è ancora uno stigma sociale, un potenziale disonore che dissuade dall'intraprendere la professione chiunque non sia fortemente motivato. I maestri, insomma, sarebbero buoni proprio perché sono rari: il che significa che diventeranno sempre meno buoni man mano che aumentano e forse ci accorgeremo di aver ottenuto l'uguaglianza quando cominceremo a trovarne di scarsi (continua su TheVision).
Insomma non soltanto siamo pochi, noi insegnanti maschi, ma rischiamo di estinguerci. Eppure oggi nessuno osa più sostenere pubblicamente che le donne siano biologicamente meglio predisposte all’insegnamento e ad altre professioni che costituiscono una specie di prolungamento delle mansioni di cura che tradizionalmente le spettavano nella famiglia (infermiere, cuoche, cameriere). La spiegazione che va per la maggiore è quella del condizionamento sociale: così come non nasci predisposto per bambole o soldatini, ma non puoi evitare di giocare con quello che i genitori ti comprano e desiderare quello che vedi in mano ai coetanei del sesso in cui ti riconosci, allo stesso modo, una scuola col 90% di maestre di sesso femminile non può che indirizzare le bambine verso quella direzione. Proprio per questo sarebbe necessario portare più maestri nelle scuole di ogni ordine e grado. Si arriverà alle quote azzurre? Per ora nessuno ne parla seriamente. La proposta che ha più successo è sempre quella: rendere l’insegnamento una professione più appetibile.
Più valorizzata, più dinamica (con più possibilità di “fare carriera”, qualsiasi cosa significhi), e soprattutto più remunerata per tutti. Negli USA lo stipendio medio di un insegnante è uno dei più bassi tra i lavoratori di sesso maschile, mentre è assolutamente nella media dei salari femminili. A questo punto la soluzione viene da sé: offriamo di più, e anche gli uomini cominceranno ad arrivare. In quanto insegnante maschio, sono ovviamente a favore di questa opzione (sarei probabilmente a favore anche se fossi un’insegnante femmina, transgender o genderfluid), ma non mi faccio molte illusioni. Mi sembra la classica risposta liberale a un problema democratico. Pochi uomini? Aumentiamo la paga. Domanda, offerta. Sembra facile. Ma le risorse, dove le troviamo?
Il liberale ha una risposta anche a questo: aumentiamo le rette. Se i genitori vogliono una società meno legata agli stereotipi di genere, che la paghino. Il rischio è che la parità di genere diventi un lusso di chi può pagarsi la scuola migliore. La maggioranza della popolazione ha altre priorità; specie in un Paese come il nostro, in cui frequenta scuole pubbliche. E questo accadrebbe anche se la scuola italiana non fosse la Cenerentola che è diventata dopo i tagli dell’ultimo decennio; anche se finalmente un governo (sicuramente non questo) decidesse di investire davvero nell’istruzione: anche allora, tra tante spese da fare, molto difficilmente si troverebbero soldi per rendere l’insegnamento una carriera competitiva.
È una questione meramente quantitativa: se vuoi che tutti i bambini d’Italia vadano a scuola, devi preoccuparti di offrire a tutti un’istruzione dignitosa, ma soprattutto economica. Un insegnante di scuola pubblica primaria o secondaria inferiore guadagnerà sempre un po’ meno di un coetaneo che lavora nel settore privato, o meglio, avrà sempre la sensazione di guadagnare poco, rispetto alla fatica che accumula e all’importanza di quello che fa (credere che quel che fa è importante gli è del resto necessario, sennò non sopravviverebbe). A chi davvero nella vita preme il successo, non verrà mai in mente di fare l’insegnante. Non possiamo offrire a tutti uno stipendio da favola: qualche istituto di élite lo può fare, ma noi non educhiamo le élite, non siamo il ristorante stellato. Siamo la mensa. Forse possiamo offrirti altre cose: più benessere, la stima di chi vive nel tuo quartiere, persino qualche soldo in più che probabilmente ti meriti. Ma non puoi aspettarti di guadagnare come in uno studio privato. Se scegli di lavorare per la scuola pubblica, è perché ci credi, perché hai deciso che quello è il tuo campo di battaglia, perché è qualcosa che ti realizza o per lo meno non ti fa sentire inutile. E poi certo, è un lavoro che ti lascia a disposizione qualche mezza giornata in più (molte meno di quanto creda la gente, ma è meglio non dirlo troppo in giro, se vogliamo che resti un mestiere appetibile).
Insomma l’identikit dell’insegnante di sesso maschile – meglio scriverlo di nascosto, in fondo al pezzo – è quello di un romantico cavaliere di ventura. La buona notizia è che ce ne sono ancora di uomini così: bisogna solo perfezionare il reclutamento. È gente un po’ matta, senz’altro, ma se gli dai la battaglia giusta possono funzionare. Non puoi comprarli con due spicci in più (anche se non guastano). Devi far loro balenare l’idea che ci sia una crociata da vincere, un drago da sconfiggere, anche solo qualche mulino a vento da rimettere al suo posto. E devi controllare che si vestano in modo decente: altrimenti i genitori continueranno a scambiarli per i bidelli.
mercoledì 5 settembre 2018
I pazzi e il Pendolo
Tutto questo non potevamo aspettarcelo: ai posteri cercheremo di spiegarla così. Complottisti al governo, antivaccinisti alla sanità; sottosegretari che non credono alle missioni lunari. Si discute se possa presiedere la Rai un giornalista che ha diffuso notizie sul satanismo di Hilary Clinton. Tutta questa paranoia non l'abbiamo vista arrivare: come avremmo potuto? È troppo irrazionale, e tutto quello che è irrazionale non dovrebbe essere reale. Ai posteri cercheremo di spiegarla così, ma non è detto che ci cascheranno: ma certo che potevate aspettarvelo. Ci sarebbe bastato guardare meglio in giro, studiare con più attenzione i fenomeni, anche soltanto leggere i libri giusti. Ce n'era uno che prevedeva tutto questo con trent'anni d'anticipo, e non era un saggio di antropologia o di sociologia, macché: un romanzo. Un best-seller, addirittura – certo, non il più leggibile dei best-seller.Solo per voi, figli della dottrina e della sapienza, abbiamo scritto quest'opera...Si chiamava Il pendolo di Foucault, e trent'anni esatti fa era l'argomento più caldo dell'estate (bisogna dire che era un'estate dolce e pigra, Gimme Five di Jovanotti duellava con Nick Kamen in cima alle classifiche, Craxi aveva finalmente acconsentito a un governo De Mita che sarebbe durato un altro anno, gli Europei di calcio erano già finiti da un mese e le olimpiadi di Seoul sarebbero iniziate soltanto in settembre). In quell'agosto sostanzialmente tranquillo, sulla stampa italiana cominciarono ad apparire recensioni non autorizzate del secondo romanzo di Umberto Eco, che sarebbe uscito soltanto in autunno. Tutto questo malgrado le proteste dell'autore e del suo editore, Bompiani, che poi sarebbero stati accusati di avere occultamente orchestrato la fuga di notizie per vendere ancora più copie. Non che ne avessero la minima necessità: il primo romanzo di Eco, Il nome della rosa, era appena uscito dalle classifiche italiane di vendita dopo otto anni. Tradotto in più di 40 lingue, si stima che abbia venduto più di trenta milioni di copie: nel dicembre di quello stesso 1988 il film di Jean-Jacques Annaud con Sean Connery sarebbe stato visto su Rai1 da 17 milioni di telespettatori, il pubblico di una partita della nazionale.
"Quando uno tira in ballo i Templari è quasi sempre un matto"
[seguono centinaia di pagine sui templari].
[seguono centinaia di pagine sui templari].
Nel 1988 insomma Umberto Eco dava l'impressione di poter piazzare milioni di copie persino di un trattato di cabala babilonese. A qualcuno il Pendolo sembrò esattamente questo: un gioco esageratamente intellettualistico. A chi si aspettava un altro godibile giallo medievale, stavolta Eco infliggeva un labirinto narrativo articolato non solo nello spazio (Gerusalemme, Parigi, Milano, le Langhe) ma nel tempo (dal processo dei Templari agli intrighi massonici dell'Ottocento, dalla Resistenza al '68 alla Milano-da-bere contemporanea), affidato a due voci narranti – addirittura scritto in due font diversi.
Eppure il Pendolo, a rileggerlo trent'anni dopo, non sembra così complicato. C'è da dire che nel frattempo il best-seller postmoderno, il genere che Eco stava collaudando, è diventato un prodotto editoriale codificato: il citazionismo spinto e l'uso sistematico dei flashback non sorprendono più. Ma il sospetto è che già nel 1988 Eco li stesse usando soprattutto per mettere alla prova il lettore (come aveva dichiarato nelle Postille al Nome della rosa): gran parte delle difficoltà si concentrano nei primi capitoli. Proprio il più faticoso, il delirio iniziale di Casaubon al Conservatoire des Arts et Métiers, fu scelto per essere pubblicato in anteprima dall'Espresso. Più che a promuoversi, Eco sembrava deciso a sacrificare parte del pubblico che aveva conquistato. Poteva permetterselo (continua su TheVision).
Il Pendolo scalò immediatamente le classifiche, divivendo i critici (memorabile la stroncatura di Salman Rushdie) e spaventando molti lettori.
Se Il nome della rosa inghiottiva il lettore in un universo compatto, un medioevo ricostruito in laboratorio, Il Pendolo disorientava, accostando pagine autobiografiche ai divertissement eruditi alla Diario minimo. Era un testo scoppiettante, che attirava e respingeva, e verso il finale non resisteva alla tentazione di ammazzare qualche protagonista in scena come certi feuilleton ottocenteschi tanto amati dall’autore. La trama ruotava intorno a un gruppo di intellettuali che, per interesse anche economico, cominciano a frequentare il mondo dell’occultismo, fino a venire risucchiati in un apparente complotto universale che – come nel Nome – si rivela poi solo un grande equivoco. Nel Pendolo, Eco usciva dal suo confortevole Medioevo per cimentarsi con la contemporaneità, arrivando a prestare alcuni ricordi d’infanzia a uno dei protagonisti, Jacopo Belbo. Spesso i protagonisti dei thriller sono versioni idealizzate dei loro autori, uomini tutti d’un pezzo. Nel Pendolo tutto il contrario: Belbo è un Eco che non ce l’ha fatta, che non è riuscito a diventare uno scrittore e non se ne dà pace. Una cultura enciclopedica non lo riscatta dalla mediocrità, anzi sembra fornirgli strumenti più affilati per torturarsi. Troppo giovane per la Resistenza, troppo maturo per la Contestazione, Belbo mentre confida i suoi sogni di riscatto eroico al suo personal computer, continua a compromettersi col sistema; tra le sue mansioni di collaboratore editoriale c’è quella di selezionare i gonzi, gli autori di manoscritti da attirare nella truffaldina ragnatela escogitata dal diabolico editore Garamond. Personaggi ancora più mediocri di lui, poeti da strapazzo ed eruditi della domenica, impiegati e funzionari con un sogno di gloria nel cassetto: chi avrebbe mai pensato che sarebbero legione, movimento, forza di governo? Eco nel 1988 ci stava pensando.

Il pensiero complottista, ci spiegava, farà seguaci non soltanto tra i poveri di spirito, ma anche tra gli intellettuali come Belbo, sedotti anche per un solo istante da un Piano che spieghi ogni mistero e giustifichi ogni fallimento. È una lezione sulla quale forse non abbiamo ancora riflettuto abbastanza, oggi, mentre insistiamo a interpretare il trionfo dei movimenti complottisti e xenofobi come un problema di analfabetismo funzionale (eppure il partito più votato dai laureati è il M5S). L’avversario che ci additava trent’anni fa non era l’ignoranza, ma erano la frustrazione, l’insoddisfazione, l’incapacità di rassegnarsi alla mediocrità. Lo avrebbe ribadito sette anni più tardi in quella famosa lezione alla Columbia che oggi si ritrova in libreria sotto il titolo Il fascismo eterno: “L’ Ur-Fascismo scaturisce dalla frustrazione individuale o sociale. Il che spiega perché una delle caratteristiche tipiche dei fascismi storici sia stato l’appello alle classi medie frustrate, a disagio per qualche crisi economica o umiliazione politica, spaventate dalla pressione dei gruppi sociali subalterni. Nel nostro tempo in cui i vecchi proletari stanno diventando piccola borghesia (e i Lumpen si autoescludono dalla scena politica), il Fascismo troverà in questa nuova maggioranza il suo uditorio”.
Sfogliando manoscritti alla ricerca di gonzi da spennare, Belbo aveva scoperto alcuni temi ricorrenti: l’occultismo, i misteri del passato, i soliti Templari (“Quando uno tira in ballo i Templari è quasi sempre un matto”). Nel 1988 forse era presto per capire che Il Pendolo metteva a fuoco con precisione chirurgica la transizione tra anni Settanta e Ottanta, il momento in cui in certe piccole librerie di Milano i saggi sui templari avevano rimpiazzato quelli sul marxismo. L’irrazionalismo di uno Zolla o di un Cioran poteva apparire ancora un fenomeno di nicchia, una nuvola pittoresca e inoffensiva che veniva a stemperare gli incubi ideologici degli anni di piombo. L’impegno con cui Eco si dedicava a smontarlo e sbeffeggiarlo poteva sembrare eccessivo; un voler tirare alle zanzare col cannone. Nel 1988 c’erano cose che ci preoccupavano di più, anche se oggi è difficile ricordare cosa.

Quando nel 2003 le librerie furono infestate da un thriller fanta-storico, Il Codice Da Vinci di Dan Brown, qualcuno si ricordò che l’idea di un Gesù fondatore della stirpe dei Merovingi non era poi così nuova. Ne aveva parlato per esempio Eco; ma la circostanza è un po’ più bizzarra. La trama del Codice era stata anticipata in una pagina del Pendolo in cui i tre protagonisti si divertivano a interpretare le frasi emesse da un computer in sequenza casuale. Lo stesso Eco avrebbe più volte definito Dan Brown come un suo personaggio; e in effetti, il suo stile un po’ meccanico ricorda quello di un computer che si sforza di imitare gli scrittori in carne e ossa. Al di là delle coincidenze abbastanza facili da spiegare (sia Eco che Brown attingevano la loro mitologia da testi precedenti), quel che sorprende è che sia Il Pendolo a funzionare come una parodia del Codice, benché sia uscito quindici anni prima. Una parodia che non solo mette in luce l’ingenuità del complottismo alla Dan Brown, ma ne preannuncia persino il successo. Attenzione, voleva dirci il Pendolo: questa roba sembra ridicola, inoffensiva, ma funziona.
Torniamo a oggi. Quando è crollato il ponte Morandi, nel giro di poche ore su internet sono fiorite le prime ipotesi complottiste sulla “demolizione programmata”. È la prassi, dall’undici settembre in poi; dietro non c’è nessuna mente diabolica, né un’epidemia di analfabetismo di ritorno: solo l’umana esigenza di inserire ogni tragedia in un Piano che la giustifichi e ne dia la colpa a qualcun altro. È un fenomeno interessante, inquietante e ancora abbastanza oscuro: dovremmo analizzarlo meglio, forse avremmo dovuto cominciare a studiarlo per tempo: ma in fondo chi se lo sarebbe aspettato che queste buffonate sarebbero diventate così importanti? Ai posteri cercheremo di spiegarla così. E se siamo fortunati, magari i posteri non avranno letto quello strano romanzo in cui Umberto Eco ci metteva in guardia, ormai trent’anni fa.
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