Il governo italiano ha sospeso gli aiuti ai palestinesi

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martedì 14 maggio 2019

Gli angeli zappano per te

15 maggio – Sant’Isidoro lavoratore, contadino col pilota automatico (1070-1130)



[2013]. Un altro Isidoro; questo non si nasconde in remoti conventi, non soffre di misteriose patologie e non inventa Internet; al limite può essere considerato il primo utilizzatore di un pilota automatico, perché è sostituito nelle sue incombenze da un angelo che si mette a zappare quando Isidro ha bisogno di pregare; e ne aveva bisogno spesso, essendo un santo.

Isidoro il contadino viveva con la moglie, Maria Toribia (beata, patrona dei lavori domestici) nei pressi di Madrid, cittadina araba riconquistata di fresco da sovrani cristiani, che mai avrebbe sospettato di trovarsi al centro di una nazione molto di là da essere disegnata sulle cartine, la Spagna. Colleghi invidiosi notano la sua abitudine ad assentarsi spesso dalla postazione di lavoro; se ne lamentano con il boss, ma questi constata che a parità di salario la produttività di Isidro è superiore a quella dei compagni. Miracolo! O più semplicemente Isidro ha scoperto le virtù rigeneranti del break, quattro secoli prima dell’introduzione del caffè nella penisola iberica.

Perciò Sant’Isidoro l’agricoltore è anche il vostro patrono in questo esatto momento, cari internauti che senza nessuna necessità al mondo siete venuti a vedere se c’era qualcosa di nuovo da leggere qui: e ve la meritate, lettori in pausa caffè, senza di voi nessuno avrebbe mai inventato l’internet; che consta al 70% di siti frequentati da gente che procrastina impegni professionali mentre sorbisce bevande calde. E fate bene, sarete molto più produttivi dopo che vi sarete rilassati un po’. Ma facciamola comunque corta – l’angelo ha detto che vi copre altri due minuti, non di più.

domenica 12 maggio 2019

Epifanio di Salamina e la castrazione semantica

12 maggio – Epifanio di Salamina (315-403), dottore della Chiesa, blastatore di eretici

Epifanio un po’ lo invidio. Erano tempi un po’ più semplici, almeno per gli intellettuali: esistevano le Scritture, un po’ di patristica, qualche classico pagano ancora universalmente rispettato, e il resto erano fake news, sciocchezze, teorie del complotto da liquidare senza pietà. Non ci mettevi neanche molto: un versetto biblico assestato al momento giusto ti buttava giù tutto l’impianto gnostico, ammesso che gli gnostici avessero un impianto. Epifanio scrisse moltissimo (anche per questo lo invidio) e la sua opera che conosciamo meglio, diciamo pure la sua opera che conosciamo un po’, ha un titolo fantastico: Panarion. Lo trovate a volte tradotto come “Contravveleno”, e i latini preferivano chiamarlo col titolo generico “Adversus omnes haereses”, già appioppato a un Ireneo e a uno pseudotertulliano. Ma Panarion è molto più incisivo e pratico, Panarion era la cassetta del pronto soccorso, con le ampolline degli antidoti e le pinze, le tenaglie, i seghetti, tutto quello che poteva servire ai medici di quei tempi.

In libreria è disponibile
solo a puntate
(piuttosto costose).
Quando scriveva il Panarion, Epifanio non voleva soltanto debunkare gli eretici, ma anche fornire gli strumenti più pratici a chiunque si trovasse in una situazione d’emergenza, circondato da eretici da contrastare nel modo più rapido ed efficace possibile. Quindi ecco un prontuario di tutte le eresie, ramificate e catalogate come malattie, ed ecco un elenco di tutti gli argomenti che puoi usare contro di loro. Molti di questi argomenti – proprio come le medicine del tempo – erano più tossici delle eresie che contrastavano: per difendere la vera fede Epifanio non esita a mettere in giro contro i nemici le fantasie più nere raccattate chissà dove: deliri orgiastici e pranzi rituali a base di sangue di neonati che ritroveremo migliaia d’anni più tardi ancora sugli scaffali delle librerie dei nazisti. La messa nera come ce la immaginiamo oggi nei film dell’orrore forse l’ha descritta per primo Epifanio. Il quale da buon Padre della Chiesa un po’ si vergognava di allestire questi siparietti scandalistici, ma continuava ad avvertire il lettore che erano necessari. Qualsiasi gossip era necessario, contro il nemico. E i nemici erano dappertutto, per dire Epifanio era uno che se trovava in giro immagini religiose le strappava con sdegno, del resto la Bibbia era molto precisa su quel punto, per dire che anche papa Francesco sarebbe un eretico dal punto di vista di Epifanio.


Origene
Tra le voci che Epifanio contribuisce a diffondere, c’è quella contro Origene di Alessandria, il celebre teologo di due secoli prima. Anche dopo essere stato dichiarato eretico, Origene continuò ad avere ammiratori insospettabili tra cui Girolamo e Ambrogio. Epifanio invece non lo poteva soffrire e inveiva su di lui come Burioni sugli antivaccinisti, nel mentre che raccoglieva le voci più infamanti sui suoi seguaci. Origene, tra le altre turpi cose, si sarebbe evirato per evitare le tentazioni della carne: questa cosa perlomeno raccontavano su di lui i suoi detrattori da più di cent’anni, ed Epifanio non aveva nessun interesse a negarla. Nel Panarion però accoglie un’altra ipotesi, meno nota, e cioè che Origene, invece di tagliarselo, ricorresse a una pozione a base di erbe che otteneva lo stesso risultato: in pratica Origene avrebbe sperimentato su di sé la castrazione chimica e qui finisce il pezzo su Epifanio e comincia il vero pezzo che volevo scrivere, un pezzo sulla castrazione chimica.


In realtà è un pezzo che ho già scritto e mi piacerebbe migliorare, ma non ho tutto il tempo del mondo, come Epifanio, né posseggo la concentrazione di Origene. Inoltre, non so se avete notato come funziona il grande dibattito delle idee su internet: uno ha una serie di argomenti che amerebbe studiare, su cui amerebbe scrivere, ma chi se li leggerà? Chi è che una mattina qualsiasi potrebbe decidere di passare la pausa caffè a leggersi due cartelle sulla castrazione chimica? Nessuno. E così bisogna aspettare. Cosa? Che un politico tiri fuori l’argomento: di solito in campagna elettorale. In sostanza il politico è l’accattone con la fisarmonica, io l’orso che balla. Anche il dibattito politico del resto funziona così ormai, è una specie di contest tra dj che ci fanno ballare, non con le canzoni ma con gli argomenti. Uno tira fuori, che ne so, l’abolizione della povertà, e per due o tre giorni balliamo tutti ah ah ah, abbiamo davvero abolito la povertà? Poi ne arriva un altro con la flat tax (ma a tre aliquote), e ci mettiamo a ballare su quella. Vince il dj con la playlist di argomenti più ballabili, quello che li riesce a mixare eliminando i tempi vuoti – e va da sé che in questo periodo Salvini non ha rivali, è teso come una molla, non ti concede un secondo. Qualsiasi cosa succeda lui ha una soluzione pronta, una parolina magica che risolve: No euro! Flat tax! Educazione Civica e Grembiulini! Case chiuse! Chiudiamo i porti! Qualche giorno fa aveva anche Castrazione chimica, ed è appunto il momento in cui sono andato a riprendermi le mie due cartelle sull’argomento dal mio panarion personale.


Salvini
Quel che mi affascina delle formulette salviniane è che sono davvero promesse elettorali a costo zero: i porti sono già chiusi ai migranti, e Salvini non li ha veramente resi meno accessibili. L’educazione civica si fa già; i grembiulini alle primarie si indossano ancora; la flat tax a più aliquote esiste già; la prostituzione è già legale. E la castrazione chimica? Beh, in Italia la castrazione chimica sarebbe una relativa novità. Con un piccolo dettaglio: che non è una vera castrazione. Non condivide con la castrazione i dettagli che rendono la parola più vivida, più memorabile, più spendibile per un politico che voglia fare la voce grossa e restare in mente all’elettore: non è una mutilazione, non è irreversibile, non è sanguinosa, non è nemmeno una punizione. È una cura ormonale. Che probabilmente non funziona (non basta intervenire sugli ormoni per prevenire i comportamenti violenti), ma notate il paradosso: il tizio che si gonfia il torace proponendo di castrare i maniaci sessuali, in realtà sta dicendo che sono malati e che andrebbero curati (e non imprigionati). E noi che subito scattiamo sdegnati per dimostrare il nostro progressismo, ecco, forse ci facciamo fregare anche stavolta. Davvero saremmo contrari a una cura ormonale come alternativa alla detenzione?

Orwell
Quando usa la parola “castrazione” Salvini evoca nel suo pubblico le immagini violente di forbici, coltelli, tenaglie da norcino. Ce lo conferma il De Mauro Paravia: castrare significa “asportare o far atrofizzare gli organi della riproduzione di un animale”. Asportati o atrofizzati che siano, si dà per scontato che quegli organi siano irrecuperabili. Anche l’accostamento immediato con “chimica”, una bella parola moderna, asettica, non cambia molto il risultato; una mutilazione è una mutilazione anche se al posto della lama di coltello è praticata mediante capsule colorate. Sempre legge del taglione è, quella abolita non già grazie a Beccaria, ma addirittura da Rotari re dei Longobardi. E la discussione potrebbe finire qui: grazie ministro ma l’alto medioevo non c’interessa, neanche nella versione chimica. A questo punto di solito interviene qualcuno con l’argomento ‘il medioevo non ti piace perché non hanno ancora toccato i tuoi bambini’, e la discussione prosegue all’infinito, senza offrire più nessuno spunto di interesse.

La castrazione chimica è una cosa che non esiste. È un nome feroce, che evoca lame arrugginite e barbare mutilazioni, appioppato a una banale cura ormonale senza effetti definitivi. Come andare dal barbiere a “decapitarsi” barba e capelli. O dal dentista affinché ci “amputi” un dente cariato. Allo stesso modo, da qualche anno in alcuni Paesi il condannato per reati sessuali può chiedere di essere “castrato” chimicamente per usufruire di uno sconto di pena. È chiaro? In cambio di un po’ di pilloline tornano fuori prima. E una volta fuori, chi di voi madri e padri premurosi sarà in grado di accertare che il maniaco continui ad assumere la pillolina?


Aveva ragione Orwell: chi controlla il significato delle parole, controlla il Potere. Allo stesso tempo aveva torto: lui pensava che il Potere avrebbe chiamato “libertà” la dittatura, “amore” le torture; per ora le cose vanno in modo diverso. C’è in circolazione una cura (per la verità ancora non molto sicura), per i maniaci sessuali, e il Potere decide di chiamarla “castrazione”, per darsi un tono. Salvini non è un boia che si atteggia a damerino, ma l’esatto contrario. Per rimanere popolare deve fare il gradasso. Certo, se proponesse la libertà anticipata ai pedofili in cambio di una cura ormonale senza effetti definitivi, sarebbe sommerso di fischi. Ma è proprio quello che sta facendo: salvo che la cura ormonale ha questo nome formidabile, “castrazione chimica”. Senti che suono che fa, senti come ti riempie la bocca. E tanto meglio se nel frattempo ti svuota anche le galere, con quel che costa un carcerato.

E funziona? Dipende dai punti di vista. Probabilmente non salva nessuno dalle insidie degli stupratori. Ma come arma mediatica è fenomenale: vuoi mettere quant’è liberatorio e popolare poter affacciarsi al balcone e gridare “castrazione chimica”, ogni volta che una donna o un bambino ci va di mezzo? Tanto più che se si trovasse qualcosa di realmente efficace contro la violenza sessuale, il mondo si svuoterebbe di donne e bambini abusati e genitori impauriti, e a quel punto gridare al balcone non servirebbe più, bisognerebbe inventarsi qualcos’altro. Ma finché c’è un problema vero, e uno slogan efficace, non c’è nessuna necessità di risolvere il problema. No, neanche quello dei vostri bambini, mi spiace.

Forse allora aveva ragione Pasolini, in una sequenza di quel film orribile. Perché mai il Potere dovrebbe mutilare realmente le sue vittime, quando può mettere in scena la mutilazione all’infinito? “Imbecille, non lo sai che vorremmo ucciderti mille volte fino all’infinità possibile prima di ucciderti per davvero?

sabato 4 maggio 2019

Il Cristo come non l'avevano mai visto

(Questo pezzo è il seguito di Il selfie di Gesù, pubblicato il luglio scorso. Credo che si possa leggere anche separatamente. Si parlava di immagini acheropite, ovvero non prodotte da mano umana, ma impresse miracolosamente sulla tela: se ne parlava come di possibili antenati della fotografia. E seguendo la pista di una immagine del volto di Gesù smarrita nel medioevo, si arrivava alla Sindone).

4 maggio – Santa Sindone.


Sempre lei. Il telo più studiato del mondo, a quanto dicono. Qualche mese fa l’ennesima ricerca sulla Sindone approdò sulle prime pagine, il che di solito è un buon segno: quando si tira fuori la Sindone di solito è perché non sta succedendo niente di troppo drammatico nel mondo. Scoprimmo che “metà delle macchie di sangue sono false“, un titolo che è capolavoro nel creare dibattito senza scontentare nessuno e suggerire che metà del sangue potrebbe anche essere vero. Non credo che i responsabili dello studio in questione abbiano sollecitato un titolo del genere, eppure in un qualche modo un titolo del genere è il compendio di tutta la sindonologia: anche chi vuole dimostrare che la Sindone non è acheropita, ovvero è stata dipinta da mani umane, dà la sensazione di non desiderare mai dimostrarlo del tutto. Perché da un punto di vista epistemologico forse è impossibile dimostrare una cosa senza ragionevole dubbio? Certo, ma soprattutto perché a quel punto il mistero finirebbe, e non si potrebbero più finanziare ulteriori ricerche. Per fortuna dall’altra parte ci sono e ci saranno sempre sindonologi convinti che quel tessuto è acheropita, è miracoloso, è una proiezione tridimensionale di un cadavere palestinese del primo secolo. I sindonologi scettici lottano contro i sindonologi credenti, ma solo gli uni danno in fondo agli altri la ragione d’essere, e viceversa. A volte viene il sospetto che ormai si siano messi d’accordo, che una volta al mese vadano in trattoria insieme e alla dodicesima bottiglia di rosso ci scappino anche gli scherzi da prete, professoressa, stia più attenta guardi che macchia ha fatto, sembra il costato di Nostro Signore. Monsignore, ha ragione! e la sua chiazza di sugo sembra la stimmate sul piede. Forse dovremmo testare il tessuto per il ragù, è mai stata fatta una prova col ragù? Attenzione attenzione adesso io con la delizia al lampone provo a fare la stimmate della mano destra, se viene credibile il conto lo pagate voi. Eccetera.


Batti un cinque gnomo zoppo

La Sindone, tra le altre cose, è un insieme di macchie, e le macchie sono pericolose, anche lasciando stare Rorschach. Nelle macchie ognuno trova sempre quello che vuole trovare. La pareidolia ha origine dalla nostra stessa necessità di riconoscere al volo i volti, e decifrare rapidamente le loro espressioni. Nel corso di milioni di anni siamo diventati piuttosto bravi; il prezzo da pagare è che ogni macchia sul muro ci sembra una faccia, e ogni faccia ci vuol dire qualcosa, c’è chi ci perde la testa. Prima di affrontare la Sindone avevo studiacchiato un po’ un’immagine acheropita persino più famosa, la vergine della Guadalupe: anch’essa, come il Mandylion di Edessa, non fu immediatamente considerata acheropita: all’inizio i fedeli sapevano che era stata dipinta da un pittore (l'”indio Marcos”) ma forse all’inizio anche la pittura era una dote così rara e pregiata che si confondeva col miracolo; come nel secolo iconoclasta a Bisanzio, la sola capacità di disegnare qualcosa di simile al vero faceva di te un medium tra il divino e l’umano; poi il tempo passa, un sacco di gente impara a disegnare anche meglio di te, addirittura qualcuno inventa la fotografia e a quel punto un’immagine eccezionale deve distinguersi in qualche altro modo: nasce la leggenda dell’indios José che avrebbe ricevuto la tilma miracolosa dalla madonna sul sacro monte (sacro alla dea azteca Tonantzin, ma quella è un’altra storia). La vergine della Guadalupe diventa dunque una foto, salvo che dopo un po’ siamo talmente abituati alle foto vere che non riusciamo più a credere che la vergine della Guadalupe lo sia. Servono altre prove, e così qualcuno comincia a ingrandire le foto alla ricerca di cosa? Di macchie, si trovano soltanto macchie, ma le macchie dicono tutto quello che vuoi. La vergine ha praticamente gli occhi chiusi, ma se ingrandisci quella piccola fessura di occhio aperto ci trovi… niente, probabilmente non ci trovi niente, i buchi del tessuto, ma se ingrandisci le foto in bianco e nero trovi macchie d’inchiostro e la pareidolia fa il resto: in quelle macchie d’inchiostro vengono identificati i testimoni del miracolo, le persone che stavano guardando la tilma nel momento in cui s’impressionò con l’immagine della vergine. Che storia affascinante, che puttanata incredibile, a che livello ci si abbassa quando si cercano motivi per credere in qualcosa. Ci sono studiosi che sfidano il ridicolo, e a volte lo vincono.
Nel 2009 Barbara Frale è una stimata medievalista. I suoi studi sui Templari – studi rigorosi, basati sulla lettura degli atti del processo francese del XII secolo, finalmente resi disponibili dal Vaticano – sono stati apprezzati tra gli altri da Umberto Eco. La Frale in realtà ha anche altri interessi, non vorrebbe fossilizzarsi sull’argomento della sua tesi di laurea, ma (spiega in un’intervista), ogni volta che propone agli editori un argomento, quelli le rispondono: non hai mica invece qualche cosa sui Templari? Barbara Frale qualcosa in effetti ce l’ha. È un’idea spericolata, che potrebbe appannarne la reputazione. Le si è presentata alla mente durante lo studio dei verbali del processo, in uno di quei momenti in cui all’improvviso unisci due puntini e ti capita di urlare Eureka, sì, succede anche agli storici. È un’intuizione folle, bisognerebbe essere prudenti. Ma gli editori insistono, e l’idea rimane lì, un chiodo fisso.



Quel che succede in seguito sembra un capitolo di un romanzo di Eco: la storia appassionante di una studiosa sedotta dal demone più insidioso (per uno storico): lo spettro della Somiglianza. Cosa altro può spingere la Frale a pubblicare per il Mulino un libro in cui cerca di dimostrare che la Sindone non è, come dicono gli esami al carbonio, un panno trecentesco, ma lo stesso Mandylion custodito prima a Edessa e poi fatto portare a Costantinopoli dal basileo Romano I? È una tesi temeraria, che finisce per posarsi su una premessa ancora più ardita: la Sindone sarebbe un tessuto medio-orientale del primo secolo, le lesioni dovute alla piegatura sono compatibili con i contenitori in cui nel deserto gli Esseni tenevano i lenzuoli; sul panno oltre alla sagoma del morto si vedono delle scritte, in greco, degli sgorbi che potrebbero essere ebraico, e sia il greco che l’ebraico sono del primo secolo, nel tredicesimo sarebbero risultati incomprensibili; ciò dimostrerebbe che la Sindone non è un documento del XIV secolo ma del primo dopo Cristo; insomma la Sindone è vera, la Frale non arriva a dirlo, ma afferma che prima era custodita in un recipiente dagli Esseni, poi è passata a Edessa, poi a Costantinopoli, poi durante l’imbarazzante saccheggio del 1204 i templari l’hanno presa, l’hanno trovata un documento incredibile che provava che Gesù Cristo oltre a Dio era stato un uomo ed era morto come un uomo (seppure temporaneamente): una testimonianza che avrebbe messo a tacere ogni rigurgito monofisita, ogni tentativo degli eretici di sostenere che Gesù fosse solo Dio e non uomo, che il suo corpo fosse un fantasma, un mero involucro, eccetera eccetera.

Di eretici del genere ce n’erano molti al tempo: in particolare nella Francia meridionale, dove avevano prosperato i Catari (Albigesi) fino ai massacri del 1222-1229; qui anche i Templari avevano molte basi, il che forniva ai loro detrattori un argomento irresistibile: siete catari mascherati, vi siete fatti templari per sfuggire alle persecuzioni. Contro queste dicerie, i Templari decidono di ricorrere alla Sindone, simbolo ma anche dimostrazione della corporeità del Cristo; la usano per le cerimonie di iniziazione ma non raccontano a nessuno di esserne giunti in possesso, forse perché poi avrebbero dovuto ammettere di averla rubata ai bizantini. La Frale scrive tutto questo, il Mulino glielo pubblica, il libro viene recensito con tutti gli onori (un paginone centrale su Repubblica), molti colleghi restano perplessi. Roba da Indiana Jones, anzi peggio, da Dan Brown. La Frale non demorde, risponde alle critiche più cattive, scrive altri due libri sull’argomento, ormai tra le due squadre di sindonologi ha scelto da che parte stare; e indietro non si torna.



La pareidolia è probabilmente un vantaggio evolutivo: ci consente di riconoscere i volti e decifrare le emozioni. E allo stesso tempo ci condanna a riconoscere anche quello che non c’è, a trovare il senso anche a macchie che non lo hanno. Da uno storico rigoroso ci aspettiamo che resista alle seduzioni della pareidolia; non di quella che ci fa identificare occhi e naso in una macchia di umidità sul muro, ma quella che ci istiga a riconoscere cause ed effetti nelle macchie casuali della storia. La pagina più bella del libro della Frale è quella in cui Costantino Porfirogenito scopre le forme del Cristo sul Mandylion, appena recuperato dagli arabi di Edessa. Ricordiamo la scena: i figli dell’imperatore sono davanti alla tela e non vedono niente. Costantino invece (che dell’imperatore è soltanto il genero, ma poi ne diventerà il successore) vede l’immagine e ne resta profondamente turbato. Questo per la Frale significa due cose: primo, l’immagine si vede solo da lontano. Proprio come la Sindone. Secondo: è un’immagine incredibile, scandalosa per i bizantini del tempo, abituati a icone ieratiche e stilizzate. Il mandylion non è ieratico, non è stilizzato, è un’immagine di realismo insopportabile, pare dipinto col sangue e col sudore. Il mandylion è la sindone (per la Frale). Da qualche parte era stato pur scritto che il mandylion era “piegato in otto”: ecco spiegato perché veniva rappresentato solo come un piccolo panno col volto di Gesù; il resto del corpo restava nascosto sotto, difeso da quelle pieghe che col tempo lo avrebbero consumato. È una scena affascinante, ed è a quel fascino a mio parere che la Frale non ha saputo resistere. Il resto sono dettagli: le scritte greche con gli errori di grammatica, gli sgorbi che forse sono alfabeto ebraico ma si vedono così male che potrebbero essere rune di Tolkien, addirittura le tracce di monete sugli occhi (monete con scritte in latino!) e una traccia di terriccio sul naso – dunque il modello doveva essere caduto, sulla via del supplizio, almeno una volta. Tutte macchioline, che la Frale ha voluto leggere così perché ormai si era convinta che la Sindone è autentica: pareidolia. Uno storico deve diffidarne, ma a quel punto forse si troverebbe senza più piste da seguire, senza più storie da raccontare. Io che storico non sono, potrei contribuire semplicemente mostrando come le macchie possono assomigliare anche a tutt’altro. Per esempio:
Torniamo al ritrovamento del Mandylion. Ricordiamo i dettagli. Nel 943 l’imperatore Romano I aveva mandato un suo plenipotenziario a trattare coi musulmani di Edessa, una città che se davvero aveva avuto il Mandalyon, ormai lo aveva perso da più di un secolo. Il plenipotenziario fa un’offerta davvero irrifiutabile: libertà per i prigionieri, immunità eterna, eccetera. I musulmani decidono che se il prezzo da pagare per un accordo del genere è un’immagine del Cristo, si può anche provare a farne una. Dev’essere però un falso credibile. Bisogna trovare un pittore. Ahi, non ce n’è. Siamo in terra d’Islam, l’iconoclastia ha vinto, i pittori non dipingono Dio e per sicurezza ormai non dipingono più nessuna figura umana, nessuna figura vivente, nessuna figura tout court. Solo figure geometriche e calligrafia. Ormai non c’è più nessuno che sappia mettere assieme due occhi e un naso sulla tela, e alle porte della città c’è un nemico che offre un sacco di soldi e la liberazione dei personaggi in cambio di una faccia su una tela. Se solo ci fosse un modo di fissare una faccia su una tela.
E se qualcuno avesse trovato il modo?

Abbiamo già visto che un primo Mandylion viene rifiutato dal plenipotenziario in quanto falso. Nell’occasione però il plenipotenziario ha avrà avuto la possibilità di chiarire alcuni dubbi sull’immagine, insomma di spiegare che immagine si aspettava di trovare a Edessa: dai, siete saraceni, veniamoci incontro, io devo riportare al mio boss un’immagine così e così, trovatemene una e siamo a posto. È una proposta ragionevole; salvo che a Edessa non c’è nessuno che la sa realizzare. Che si fa?

Va bene, si sarà detto qualche notabile di Edessa, se non sappiamo disegnare i volti, ci sarà pure qualche modo per ottenerli senza disegnare. Abbiamo tintori, abbiamo tessitori, abbiamo un sacco di artigiani: ingegniamoci. Qualcuno magari ricordava d’aver letto da qualche parte di un antico sistema per proiettare immagini su tela; qualcuno in sostanza potrebbe aver ricostruito la camera oscura, come l’aveva descritta secoli prima Aristotele e come la descriverà cinquant’anni più tardi il grande scienziato egiziano Alhazen (Ibn al-Ḥasan). E qualche altro artigiano potrebbe anche aver trovato qualcosa in più, qualcosa che in Occidente ci abbiamo messo altri secoli a scoprire o forse non abbiamo nemmeno scoperto: un processo chimico, un reagente strano, insomma, qualcosa che lascia impronte di luce sulla tela. Fantastico.


Però a questo punto serve un modello. Che assomigli al Cristo, ma che ne sanno i musulmani di Edessa del cristo? È un profeta del Corano, morto malissimo, in seguito a una di quelle barbare torture occidentali. Sanguinava qui, qui, e qui. Hmmm. Ci vorrebbe un modello. Andate al suk a prendermi un mendicante che abbia libera una mezza giornata. Uno abbastanza giovane, con la barba e coi baffi e i capelli lunghi. Se non vanno di moda procurate parrucca e barba finta. Ah, eccolo qua. Dunque, dobbiamo immaginarcelo che sanguina. Come si sanguina quando ti fustigano e poi ti crocefiggono? Qualcuno ha un’idea? Le frustate anche anche, ma la crocefissione è proprio un mistero. E quei maledetti cristiani vorrebbero un ritratto dal vero, ma come si fa? (I cristiani in realtà non pretendono tutto questo realismo; non sono nemmeno pronti per accettarlo, ma i musulmani di Edessa non se ne rendono conto. Per loro qualsiasi disegno di un corpo umano è qualcosa di estremo: quando si trovano costretti a realizzarne uno, ottengono il più estremo di tutti).
Ma insomma stiamo parlando di una ricompensa di 12.000 corone d’oro, oltre alla libertà per duecento prigionieri di guerra. Non possono correre il rischio di sbagliare, così qualcuno prima o poi lo propone: crucifiggiamo il modello, vediamo come reagisce, dove si raggruma il sangue ecc. Il tizio magari non è entusiasta, ma lo confortano: non ti faremo male davvero, beh, magari un po’ sì, ma sarai adeguatamente ricompensato, inoltre diventerai famoso, presso quei cani idolatri. E poi magari quando si calma lo ammazzano davvero, non si può escludere, e la Sindone oltre a essere la prima foto dell’umanità sarebbe il primo snuff. Il trucco riesce: gli artigiani di Edessa riescono a produrre un sudario con la figura intera e sanguinante, avanti e dietro. Questa è roba forte, questo farà impazzire quei pagani adoratori del corpo e del sangue. Lo impacchettano, lo consegnano al plenipotenziario, e appena quello è partito a cavallo scoppiano a ridere e a tirarsi manate sulle spalle: c’è cascato, chi l’avrebbe detto. Il plenipotenziario in realtà ci crede fino a un certo punto, è anche lui uomo di mondo, ma magari intasca una percentuale, e in ogni caso è sempre meglio che tornare a Bisanzio a mani vuote.



La Veronica vaticana
A Bisanzio all’inizio non capiscono: si aspettavano il solito disegno stilizzato, la tipica macchia gialla triangolare, e invece ecco una macchia molto diversa; quasi invisibile, ma incredibilmente realistica. La ripiegano ben bene perché forse non ne sopportano la vista. Trecento anni dopo, Costantinopoli è saccheggiata dai crociati; i templari si impossessano della reliquia e magari la utilizzano davvero per le loro cerimonie di iniziazione. Dopo il processo e lo scioglimento dell’ordine (1315), qualcuno in Francia meridionale rimane in possesso della Sindone: qualcuno che non ha più remore a mostrarlo nella sua interezza e nella sua nudità. I catari ormai sono scomparsi, i templari disciolti o entrati in clandestinità, il dibattito sulla corporeità del Cristo non è più così cruciale. In Occidente tutti sono convinti che Gesù sia vero Dio e vero Uomo, lo imparano a catechismo da bambini e poi nella vita si preoccupano d’altro. La sindone è interessante, ma non più sconvolgente. L’autorità religiosa non appare ansiosa di avallarne il culto, anche perché più o meno dal 1350 è una proprietà dei Savoia, mentre a Roma hanno la loro Veronica da esporre. In teoria l’autenticità di una reliquia non esclude l’altra – non è come il teschio di San Giovanni, di cui uno per forza dev’essere autentico, e gli altri fasulli. Il conflitto tra la Sindone e le veroniche medioevali è più sottile ed è a ben vedere il discrimine tra Medioevo e Rinascimento, e il motivo per cui a un certo punto il Vaticano la sua Veronica ha preferito nasconderla, come qualcosa che non potrebbe funzionare più. Eppure per secoli ha funzionato. Per secoli è apparso assolutamente plausibile, che l’immagine miracolosa del volto di Gesù fosse una chiazza barbuta triangolare. In fondo era un’immagine perfettamente coerente coi codici pittorici del medioevo, e forse le persone si raffiguravano così, nella fantasia e nei sogni, proprio come i nostri genitori sognavano in bianco e nero perché la loro fantasia era plasmata da cinema e tv senza colori. A un certo punto però qualcosa cambia: i pittori introducono la prospettiva, i ritratti diventano più tridimensionali, la figura umana perde quel tasso di stilizzazione che ancora conservava nei più realisti dei pittori medievali; una nuova generazione di artisti e studiosi si concentra sull’anatomia. Tra Giotto e Masaccio non c’è nemmeno un secolo: la Sindone è da qualche parte lì in mezzo e non ci sarebbe bisogno di trovare tracce di sangue vero per considerarla un miracolo: anche se è un manufatto, è un manufatto senza precedenti, realizzato con una tecnica che non conosciamo e con il possibile impiego di una camera oscura, almeno una generazione prima che cominci a usarla Leonardo Da Vinci a fine ‘400 (e infatti c’è chi ha proposto che l’abbia realizzata lui, su una tela però già vecchia). Secondo Hans Belting “non ha avuto successo nella storia dell’immagine”: è rimasta un unicum e non ha ispirato altri pittori a uscire dalle regole della raffigurazione tardomedievale. Il fatto che proprio in quei decenni gli artisti si stessero emancipando da quelle regole sarebbe soltanto una coincidenza. Questo più o meno è il quadro che abbiamo davanti, e che dovremmo accettare come il più plausibile.

Oppure potremmo strabuzzare un po’ gli occhi e cedere alla tentazione delle macchie. Le macchie raccontano la storia che vorremmo sentirci raccontare, che nel mio caso magari è questa: il realismo occidentale nasce un po’ per caso in una città musulmana del decimo secolo, dove un gruppo di artigiani, costretti a produrre il ritratto di un cadavere senza avere nessuna competenza pittorica, inventa per caso un procedimento fotografico. Dopo averlo inventato lo dimentica subito, perché le raffigurazioni sono comunque devianze occidentali di cui diffidare. Quanto agli occidentali, per quattro secoli nemmeno si rendono conto nemmeno di cos’hanno per le mani, finché dopo essere passato di mano più volte, il primo negativo fotografico della Storia arriva a Torino e comincia a ispirare qualche pittore che passa di lì. È una storia che non si può dimostrare. Soltanto raccontare. Ecco fatto, spero che nessuno se la prenda.

sabato 27 aprile 2019

Santa Zita che rubi per noi

27 aprile – Santa Zita di Lucca (1218-1278), domestica ladruncola.

Certi santi sono semplicemente persone diventate famose all'improvviso, a volte non si sa nemmeno il perché. Quando muore, 741 anni fa, Zita è ancora un'anziana domestica della famiglia Fatinelli. Trent'anni dopo i diavoli delle Malbolge di Dante definiscono già "anzian di Santa Zita" un magistrato lucchese appena precipitato nel girone dei barattieri. Diventata nel giro di una generazione uno dei simboli della sua città, Zita sarà proclamata santa soltanto quattro secoli dopo, quando in molte nazioni toccate dalla riforma protestante l'eco del suo successo si era ormai spento, rapidamente come si era acceso. Quanti miracoli abbia compiuto Santa Zita dal Trecento in poi non è chiaro; per molto tempo non si sentì la necessità di documentarli. Si trattava in ogni caso di quel tipo di miracoli domestici, poco eclatanti, che singolarmente non ti fanno vincere nessuna causa di canonizzazione, ma messi tutti assieme ti rendono una delle sante più invocate e apprezzate – per farla breve: Zita è la santa che s'invoca quando perdi le chiavi di casa. Pensateci: c'è qualcosa di più angoscioso del momento in cui perdi le chiavi di casa? C'è un sollievo più subitaneo e appagante di quello che provi quando le ritrovi? E nove volte su dieci le ritrovi. Poi corri ad accendere un cero a Santa Zita. Altri santi ti guariscono dalle malattie, forse, o ti mostrano la via, certamente. Ma una santa che ti trova le chiavi nella borsa o in un tombino non è affatto da snobbare, ammettiamolo. E come mai il patronato dei mazzi di chiavi è capitato a una domestica lucchese? Non bastava San Pietro, che ha in mano le chiavi del cielo in centinaia di quadri dal Rinascimento in poi? Eh, ma Pietro è il primo papa: vi verrebbe mai in mente di disturbare un papa perché al mattino prima di uscire non trovate il telecomando del cancello? Zita invece, neanche a farlo apposta, era una serva (oggi è la patrona delle serve). Che tipo di serva? Il tipo un po' ladruncolo.

A fine anni '80 i paleopatologi dell'Università di Pisa hanno potuto studiare la mummia di Santa Zita e hanno scoperto, per esempio, che era intossicata dai fumi delle candele o della cucina di casa Fatinelli, e che negli ultimi mesi di vita prendeva forse medicine a base di piombo.

Ci sono santi pirati, santi ubriaconi, sante puttane, santi esattori. Ufficialmente li veneriamo perché a un certo punto hanno corretto i loro errori, si sono purificati e sono diventati graditi a dio; ma il momento in cui ci rivolgiamo davvero a loro è quando ci sentiamo pirati, ubriachi, puttane, esattori. La speranza è che anche immersi nella gloria di Dio, conservino una scheggia di memoria della loro vita peccaminosa, tanto simile alla nostra. Zita, per esempio, era una ladruncola. Non rubava per arricchirsi, forse per cleptomania o per il gusto di farlo o in polemica con la ricca famiglia presso cui viveva e lavorava; non lo faceva nemmeno così spesso, visto che il padre di famiglia si fidava abbastanza da averle affidato le chiavi di casa; ovviamente le cronache ci dicono che rubacchiava per i poveri e a maggior gloria di Dio, al punto che Dio in molti casi la copriva. C'è carestia, Zita si mette a regalare le fave che trova in un cassone di casa Fatinelli. Dopo un po' il cassone è vuoto e il signor Fatinelli chiede a Zita di consegnarlo a un cliente che le ha acquistate e pagate. Zita è disperata, ma quando apre il cassone le fave sono tutte al loro posto. Oppure: la notte di Natale Zita esce di chiesa infreddolita perché non c'è mantello che non abbia già regalato a un povero. La signora Fatinelli impietosita le presta una pelliccia; ovviamente nel tragitto per arrivare a casa Zita riesce a trovare un povero a cui la pelliccia serve più che a lei. Ma il giorno dopo la pelliccia viene miracolosamente ritrovata. Oppure: invece di impastare il pane com'è sua specifica mansione, Zita è in giro a soccorrere questo o quel povero. I domestici borbottano, stavolta quella esagera, irrompono in cucina: gli angeli stanno cucinando al posto suo. O ancora: il signor Fatinelli la incrocia per le scale con un sacco pieno di pane (pane avanzato, puntualizzano gli agiografi). Zita, cos'hai nel sacco? "Mah, niente, rose e fiori". Apre il grembiule: sono davvero rose e fiori, il pane non c'è più. È un miracolo talmente tipico che lo troviamo smontato e rimontato nella vita di tante altre sante.

Te la sei cavata anche stavolta
Ci sono santi che si impongono per la loro fedeltà al modello che incarnano: di sante domestiche un po' ladruncole ce n'è più d'una, ma Zita finisce in qualche modo per riassumerle tutte e farsi attribuire i miracoli che sono capitati alle altre. A volte è anche una questione di nomi: Zita in toscano significava fanciulla (la radice è antichissima, si ritrova in persiano e in altre lingue indoeuropee). In alcuni volgari meridionali assumerà il senso più specifico di "fidanzata"; in Italia centrale conserva quello di "nubile", da cui deriverà poi "zitella". Zita non è madre di nessuno, è madre di tutti.

Certi santi ci mostrano la via per lasciarsi da parte le debolezze umane e ascendere al divino; altri funzionano proprio al contrario, sono umanissimi ma in un qualche modo li abbiamo fatti ascendere al cielo, in modo più o meno regolare, e adesso ci aspettiamo che ci diano una mano. Il culto dei santi, è già stato osservato, è un compromesso millenario tra il politeismo di matrice greco-romana e il rigoroso monoteismo che picchiava da est: l'unico sistema per accettare un Dio unico e giudice era circondarlo immediatamente da una folla di burocrati, lacchè e intermediari con cui sembrava più ragionevole poter interagire. Ufficialmente i santi "intercedono", ci aiutano a portare avanti le pratiche. In realtà sappiamo tutti che molte pratiche all'Assoluto non arrivano, e anche ai piani alti ci imbarazzerebbe che salissero certe nostre richieste molto terra-terra, ad es., dove ho messo il mio mazzo di chiavi? I santi ci schermano, svolazzando ci proteggono dalla luce implacabile di quell'occhio nel triangolo. O Signore, non son degno di partecipare alla tua mensa; ma di' solo una parola, o fa' finta di niente mentre la tua serva mi passa un boccone. Se poi il Giorno del Giudizio San Pietro si tastasse la tunica nervoso, ma dove ho messo le chiavi? le avevo appoggiate un attimo qui e non ci sono più e tra un quarto d'ora si va in scena, le trombe già squillano, ma i cancelli del cielo sono aperti e nessuno sa come chiuderli, dov'è Zita quando serve? Zita? Qualcuno ha visto Zita? Che colpo sarebbe, Santa Zita, fallo per noi.

giovedì 25 aprile 2019

Perché non avete orecchie

25 aprile - San Marco evangelista (primo secolo)

[2012]. Un profeta grida nel deserto e battezza i peccatori nelle acque del Giordano; tra di loro vi è un nuovo giovane predicatore, che dopo una quarantena nel deserto si mette a proclamare una buona novella, attraverso parabole enigmatiche e profezie di sventura.
Basilica di York, Eire.
Gli va meglio con le guarigioni miracolose: usa sistemi un po' singolari, (fango, sputi), ma tutto sommato funzionano. Un paio di volte si ritrova a dover moltiplicare pani e pesci per le folle che si radunano ad ascoltarlo. Quel che dice però non è sempre chiaro, nemmeno ai dodici collaboratori più stretti, che a volte hanno troppa soggezione per chiedere spiegazioni. In seguito il predicatore viene accusato di sedizione, arrestato e fatto uccidere. Ma il terzo giorno le donne trovano nel sepolcro, al posto del corpo, un ragazzo vestito di bianco che parla di resurrezione, e scappano impaurite. Questo è in breve il Vangelo di Marco, che se non si trovasse mimetizzato in mezzo agli altri risulterebbe un testo abbastanza inquietante: c'è un Gesù senza Natale e senza Pasqua, sempre un po' arrabbiato perché la gente non capisce. Alla fine di diversi episodi, miracoli o parabole, c'è quel classico versetto alla Marco, come “E si meravigliava per la loro incredulità”, “Chi ha orecchie per intendere intenda”. Solo i bambini lo smuovono un po' dal suo sempiterno cipiglio (“a chi è come loro appartiene il Regno di Dio”). Insomma è un tizio burbero, con un cuore che lascia vedere solo a sprazzi:
Ora, quella donna che lo pregava di scacciare il demonio dalla figlia era greca, di origine siro-fenicia. Ed egli le disse:“Lascia prima che si sfamino i figli; non è bene prendere il pane dei figli e gettarlo ai cagnolini”. Ma essa replicò: “Sì, Signore, ma anche i cagnolini sotto la tavola mangiano le briciole dei figli”. Allora le disse: “Per questa tua parola va', il demonio è uscito da tua figlia”.
L'episodio c'è anche in Matteo, dove Gesù concede anche un complimento (“Donna, davvero grande è la tua fede!”). In Marco si limita a dire “va'”, e poi passa ad altro. Non è così difficile mettersi nei panni degli apostoli, sempre timidi e vagamente terrorizzati, “stupiti in sé stessi” “Essi però non comprendevano, e avevano timore a chiedere spiegazioni”. Marco è l'evangelista del leone, e il suo Gesù sembra davvero un re leone nella gabbia di un'umanità che non lo capisce. “O generazione incredula! Fino a quando starò con voi? Fino a quando dovrò sopportarvi?” (9,19). L'unico Vangelo che suggerisce al lettore che Cristo sulla terra abbia avuto fretta di andarsene.

Ragioni per cui amo Wikipedia.
È anche il più breve: nessuna genealogia, nessuna storia sull'infanzia di Gesù (al punto da far sorgere più di un sospetto di adozionismo: Gesù diventerebbe figlio di Dio solo col battesimo nel Giordano, quando si sente una voce dal cielo dire “Tu sei il Figlio mio prediletto”). All'inizio non era inclusa nemmeno – cosa più sorprendente – un'apparizione di Gesù risorto: solo questo ragazzo vestito di bianco che dice alle donne “Non abbiate paura, Gesù è risorto, andate a dire a Pietro che vi precede in Galilea”. Al che le donne scappano terrorizzate “e non dissero niente a nessuno, perché avevano paura”. La versione più antica finisce così: non molto promettente, per il testo fondativo di una religione. Del resto, se le donne non l'hanno detto a nessuno, come facciamo a saperlo? Logica e sintassi greca dell'ultima frase ci lasciano il sospetto che esistesse un seguito, andato perduto quasi subito e rimpiazzato a volte con un solo versetto, a volte con una paginetta che è quella che di solito troviamo nelle nostre traduzioni.

In questo finale Gesù appare di nuovo a Maria di Magdala, che lo dice agli apostoli (“Ma essi non vollero credere”), poi a due di loro (ma gli altri “non vollero credere”) e alla fine a tutti gli undici a tavola “e li rimproverò per la loro incredulità e durezza di cuore”. Il finale lungo probabilmente non è di Marco, ma come si vede è coerente con il suo protagonista: neanche una parola gentile (Ehi, che piacere ritrovarvi, scusate se vi ho fatto prendere paura con questa cosa della passione e morte...) Del resto Cristo è un re, poche smancerie.

Magari è anche il contesto romano, la necessità di conferire al figlio di Dio un’aura di imperiale autorità: se Marco è lo stesso Marco che Pietro chiama suo figlio (=discepolo) nella sua prima lettera (“La chiesa che è in Babilonia, eletta come voi, vi saluta. Anche Marco, mio figlio, vi saluta”), e se è vero che Babilonia in realtà è Roma, il suo Vangelo sarebbe nato nell’Urbe o comunque pensato per i cristiani della comunità romana. Lo lascerebbero pensare gli errori di geografia (la Palestina di Marco sembra un fondale di cartone, con laghi monti e città alla rinfusa), i tentativi non sempre riusciti di spiegare abitudini e ritualità ebraiche che Matteo dà per scontate, e un versetto: “Il Sabato è stato fatto per l’uomo, e non l’uomo per il Sabato?” che è difficile immaginare sulle labbra di un Gesù davvero ebreo (nella Genesi persino Dio si riposa, nel primo sabato della creazione). Qualcuno si è spinto a trovare echi di Marco nel Satyricon di Petronio, come se la cena di Trimalcione fosse una parodia delle prime mense cristiane. Marco sarebbe dunque lo stenografo di Pietro: il suo Vangelo sarebbe il tentativo di dare una forma scritta coerente agli aneddoti che Pietro predicava (aneddoti in cui, come abbiamo visto, Pietro non ci fa quasi mai una bella figura). Ma Pietro a Roma potrebbe anche non esserci mai arrivato, “Babilonia” potrebbe essere Antiochia o Persepolis-Ctesifonte, tanto più che il Vangelo è scritto in greco (con qualche latinismo).


The Jefferson's Cut

Oltre a essere il testo più breve, è quello con meno materiale originale. Questo si può spiegare in due modi: il suo Gesù burbero potrebbe essere il più antico, quello da cui hanno attinto gli altri (meno Giovanni), addolcendolo un po’. Ma potrebbe anche essere un bignamino di Luca o di Matteo o di entrambi, in versione semplificata per un pubblico che non aveva dimestichezza con gli usi e i luoghi della Palestina. Il dibattito è sconfinato: comincia praticamente nel terzo secolo e arriva ai giorni nostri. Oggi l’ipotesi più condivisa dai critici è che Marco sia una delle fonti di Luca e Matteo, insieme a un altro testo che non ci è arrivato (la famosa “Fonte Q”). Ma anche Marco potrebbe avere attinto a Q, o viceversa, oppure potrebbero esserci più fonti diverse, è un caos interpretativo. Se vi intriga il suggerimento è: risolvervelo da soli; tanto i testi dei Vangeli li trovate ovunque, in qualsiasi traduzione. Non c’è neanche bisogno di una copia della Bibbia intonsa e un rasoio, come quello di Thomas Jefferson, che si fece un vangelo personale sforbiciando i versetti che per lui non avevano senso. È il dibattito filologico più antico della Storia ed è completamente gratis, approfittatene! (Wikipedia in questo caso mi sembra un buon punto di partenza; non può esserci tutto ma c’è un sacco di roba). Magari per scoprire che l’ipotesi di partenza, la cosiddetta “priorità marciana”, rimane una delle più probabili e suggestive: in questo caso il Gesù più vicino all’originale sarebbe un predicatore scontroso che salta fuori un po’ dal nulla e nel nulla scompare, senza che nessuno tra gli apostoli e le donne abbia ben capito il senso di tutta la storia.

Dopo Roma, la tradizione vuole Marco in missione nel Nordest per conto di Pietro: dopo aver battezzato il primo vescovo di Aquileia (forse la quarta città italiana per popolazione), un naufragio lo avrebbe sospinto nella laguna veneta. A questo punto una voce gli avrebbe detto: Pax tibi Marce, evangelista meus, dopo il martirio riposerai qui. Chissà Marco come dev’esser stato contento del suo palustre sepolcro promesso, sotto il cielo grigio topo che ha la laguna deserta nei giorni di tempesta (Venezia sarebbe sorta solo qualche secolo dopo). Invece in un qualche modo lo ritroviamo ad Alessandria d’Egitto, di nuovo in missione, martirizzato dai pagani. Le sue reliquie arrivano effettivamente a Venezia nel nono secolo, contrabbandate in un recipiente di carne di maiale che i saraceni avrebbero avuto orrore a perquisire.

"Non possiamo portarlo un attimo fuori e fare le fotocopie?"
Un altro dei rari versetti di Marco che non si ritrovano negli altri Vangeli parla di un ragazzo misterioso che fugge senza mantello al momento dell’arresto di Gesù. Non si sa chi sia e perché fugga; non se ne riparla più; non è strano che Luca e Matteo lo abbiano tagliato (sempre che Marco non sia venuto dopo e non lo abbia aggiunto). Un’ipotesi è che quel ragazzo fosse lo stesso Marco, che qui voleva segnalare la sua presenza come testimone oculare. Però Marco lo chiama con una parola, “neaniskos”, che nel suo testo torna una volta sola: quando si parla di un altro misterioso ragazzo, quello ritrovato dalle donne nel sepolcro di Gesù. È lo stesso ragazzo? Che senso avrebbe? Il Vangelo di Marco sembra un giallo aperto: c’è un protagonista che continua a dirti: non capisci? Non capisci? Neanche così capisci? In che altro modo te lo posso spiegare? Come se dall’altra parte del filo ci fosse un Ente superiore che cerca di comunicare delle ovvietà a un babbuino. E tu ti senti un po’ un babbuino: la soluzione è a un passo, ma ci devi arrivare da solo. Verranno altri evangelisti più completi e accomodanti, con la soluzione alla fine, ma forse il più riuscito è quello che dice: sono un enigma, risolvetemi (stupidi).

Oggi è anche ovviamente la festa della Liberazione. Il venticinque aprile è un giorno molto particolare, che purtroppo spesso si prepara con una serie di polemiche sull’apertura dei negozi. Io non lo so se sia giusto o no tenerli aperti. Però credo che tutte le feste, compreso il 25 aprile, siano fatte per l’uomo, non l’uomo per il 25 aprile. Almeno io l’ho capita così, ma magari non ho capito niente. Buona Liberazione.

mercoledì 24 aprile 2019

La gente allo specchio (potrebbe sembrare più stupida)

Ultimamente mi ci vuole parecchio a finire un pezzo e nel frattempo rischio di scordarmi perché lo avevo cominciato, per esempio questo nasceva come un'implorazione a Guia Soncini affinché mi riammettesse tra i suoi follower: mi ha infatti bloccato qualche giorno fa dopo uno scambio di cui si è già dimenticata, di cui tra un po' mi dimenticherò anche io. Ma insomma già Twitter lo aprivo poco; senza di lei smetterò del tutto di andarci e se Trump dichiarerà la terza guerra mondiale sarò l'ultimo ad accorgermene. Scherzo ma per me sarà una perdita secca; per molto tempo la possibilità anche vaga che lei potesse capitare da queste parti mi ha impedito di pubblicare cose tremende, non solo dal punto di vista ortografico. Comunque è già notevole che non sia successo prima: lei blocca tutti, io ho la rispostina facile. Ed è giusto che sia successo su un argomento che davvero ci divide: si parlava del famoso social media manager dell'INPS, che qualche giorno fa sbroccò davanti a utenti che continuavano a fare le stesse domande senza leggere le risposte. Un personaggio in particolare forò l'attenzione e chissà, forse ce ne ricorderemo anche tra due settimane, quando avrò finito di scrivere questa cosa: su Facebook si faceva chiamare Candy Candy Forza Napoli e sulla foto-ritratto ostentava due orecchie di coniglio. Candy Candy eccetera si rifiutava di procurarsi uno Spid e io tentavo di spiegare che non aveva tutti i torti, lo Spid è un oggetto burocratico effettivamente complicato. Il fatto che alcuni riescano a ottenerne uno in dieci minuti non significa che per altri non sia un calvario. G.S. arrivava nella discussione da una posizione che è la tipica sua, e che mi permetto di sintetizzare così: la gente è stupida. Non è una questione di reddito o di ceto, la gente è stupida e basta. Si attaccano ai commenti, ripetono le stesse domande, pretendono che gli altri googlino per loro, sono irrecuperabili. Eccetera.

https://xkcd.com/1386/
Da qui si potrebbe partire per la solita riflessione esistenziale e politica: anche ammesso che la gente sia stupida, che senso ha aggredirla? Cosa rivela di noi questa particolare forma di arroganza? Il burionismo funziona davvero? È ancora un'opzione progressista o non ci conduce verso una china reazionaria e antidemocratica, bla bla, ne abbiamo già parlato e ognuno ha già riportato a casa la sua opinione.

Invece forse è mancato un discorso a monte, ovvero: perché mai dobbiamo ammettere che la gente sia stupida? Abbiamo tutte queste prove? Votano degli imbecilli, Di Maio e Salvini, ok: vent'anni fa votavano Bossi e Berlusconi; possiamo concedere una certa miopia in cabina elettorale, ma a parte questo? Si comportano da scemi su internet. Vero. Ma anche questo dettaglio non mi sembra decisivo.

Insomma io non ci credo, per me la gente non è così tanto stupida. Certo, su internet la sensazione è decisamente questa. E se non ci fosse internet ci sarebbero gli altri media, la tv, la radio, eppure resto scettico. Credo che si tratti in parte dell'effetto Svetonio. Svetonio è ovviamente Gaio Tranquillo, l'autore delle Vite di dodici Cesari, la prima grande collezione di gossip imperiali. Leggendo il suo libro (spassoso) si ha l'impressione che i Romani stessero sprofondando nel vizio e nella decadenza e invece no, il periodo descritto da Svetonio è quello in cui l'Impero conosce la massima stabilità e la massima espansione. Senz'altro poteva capitare che un Cesare sbroccasse e capitava anzi più spesso di quanto sarebbe stato ragionevole attendersi, ma questo non impediva alla macchina statale di funzionare. Con tutti i suoi difetti, quell'impero è durato qualche secolo in più della Repubblica italiana, che pure costituisce una macchina statale straordinariamente complessa e meno fragile di quanto vogliamo credere. Svetonio però non ci parla del funzionamento dell'esercito, dell'organizzazione del lavoro, o della cura delle strade, o di quant'altro stesse funzionando: gli interessavano soltanto i vizi dei Cesari e credo che ancora oggi internet e gli altri media funzionino soprattutto così: si soffermano sui nostri difetti, perché sono più interessanti e confortano il lettore. Ma nel frattempo la macchina funziona. Ha un sacco di pecche, e alcune sono sistemiche, ma funziona. Se davvero fossimo tutti stupidi come siamo su Facebook, nessun treno partirebbe più dalla stazione. Invece partono, e la maggior parte arriva in orario. Ogni mattina aprono i bar, le scuole, i negozi, e dentro è pieno di gente che su internet sembra deficiente; e invece un bar, una scuola, un negozio, lo sa aprire. Io no, loro sì.

12 CESARI VERAMENTE FOLLI!
Il settimo ti stupirà...
Mi capita sempre più spesso di rendermene conto – forse perché passo almeno metà giornata offline? Ogni persona che incontro mi sembra migliore di me, almeno in qualcosa. Suona il campanello, è l'idraulico: in un attimo capisce il mio problema, controlla con un paio di strumenti, cerca di spiegarmi qual è la soluzione, mi convince; è un bravo idraulico, un bravo professionista, sa conquistare il suo cliente, io al suo posto non sarei mai diventato così bravo. Su Facebook invece ha un avatar pirla che copia-incolla soltanto insulti alla Juve. Esco a comprare due cose in farmacia. La commessa è preparata, comprensiva, gentile, ha una laurea che io non sarei mai riuscito a conseguire; eppure su Instagram insiste a condividere autoscatti col becco a papera. Vado a lavorare. Non c'è un collega che non mi sembri migliore di me in qualcosa: una è più preparata, l'altro è più paziente, più metodico, più esperta, più diplomatico. Mi sembra di avere a che fare con consumati professionisti, non fosse per il baccano che fanno su Whatsapp. Ogni persona che incontro mi sembra migliore di me in qualcosa, offline. Online è diverso.

Online sembrano tutti ridicoli, inadeguati, appena arrivati e invece sono dieci anni che continuano a postare vecchie gif, vignette dei peanuts con testi abusivi, tramonti, buongiornissimi, caffè. Online mi basta scrivere due scemenze originali sul fatto del giorno per sovrastarli tutti ed è forse il motivo per cui ci sono arrivato non prima di tutti ma quasi, blogger della prima ora eccetera. Online mi trovo a tu per tu con giornalisti e scrittori e me la cavo, o almeno l'Online mi suggerisce questa sensazione. Pericolosissima.

Ma per fortuna non ci passo tutta la giornata. Non importa che vette notturne io possa raggiungere, ci sarà quasi sempre una sveglia alle 6:45 e una vita offline che mi metterà ogni giorno davanti ai miei limiti. Se non ci fosse probabilmente impazzirei. Mi radicalizzerei, come certi nerd che finiscono naturalmente assorbiti dall'Alt-Right, il collettore finale di tutti i solipsismi, di tutta l'insofferenza per la mediocrità del prossimo. Mi convincerei di essere l'unico Sveglio in un mondo di mediocri, normies e altre puttanate del genere. Per fortuna che c'è l'Offline.

Faccio un altro esempio
Che è anche uno dei tanti motivi per cui mi dispiace di essere stato bannato; questi piccoli momenti di verità che mi piaceva intravedere. Al netto dell'autoironia, per cui un Grande Romanzo magari no, nessuno lo pretendeva; ma un buon romanzo in questi anni avremmo anche potuto aspettarcelo; e se non è successo non sarà anche perché alla fine ci siamo incantati un po' tutti a guardare i commentatori su facebook? Senza domandarci troppo cosa ci fosse poi di così rassicurante nella contemplazione della loro mediocrità. Alla fine bastava poco: un microscopio che ci mostrasse ogni giorno quanto erano miseri i nostri contemporanei. Ridicoli, incapaci, indegni del suffragio universale: non se lo meritavano nemmeno un romanzo, né Grande né piccolo. Anche perché per scriverlo servirebbe una minima dose di pietà per la commedia umana, e sui social la pietà è morta. Così niente romanzo, solo qualche stilettata ogni tanto. Comunque godibile, eh. Ma insomma mi dispiace che sia andata così. Anche perché credo che si sia trattato di un parziale equivoco: il microscopio non era semplicemente un microscopio, certi oggetti inquadrati in uno specchio possono sembrare più lontani di quanto non siano, e in generale può darsi che ci siamo fidati troppo dell'Online. Essendo il luogo a noi più congeniale.

Ma agli altri no. La maggior parte delle persone non dà il meglio di sé Online. Questo, mi rendo conto, può essere difficile da concepire in determinati contesti. Ci sono intere comunità di persone che senza l'interazione online non potrebbero lavorare e vivere; enormi bolle di individui che devono farsi cento scatti prima di trovare quello presentabile. Tutto assolutamente comprensibile, inevitabile; ma la maggior parte delle persone non vive lì. La maggior parte delle persone arriva sui social nei ritagli di tempo, ed è stanca o scazzata o ha solo voglia di condividere una coglionata tra amici. Il fatto che per alcuni sia una vetrina da allestire con cura non significa che per altri non continui a essere il lato interno dello sportello dell'armadietto dello spogliatoio in cui ti capita di condividere una battuta razzista per debolezza o stanchezza o genuina simpatia di chi te la sta raccontando, e non vuol dire che sei un razzista; al massimo che sei debole o sei stanco. Un sacco di gente migliore di me non sa comportarsi su facebook: e allora? Domattina la sveglia suonerà e continuerò ad aver bisogno di loro; più di quanto loro abbiano bisogno che io spieghi loro facebook. (Qualche cretino ovviamente c'è, ma molti meno di quanti appaiano).

Non so bene come finire questo pezzo. Scrivo cose su internet più o meno da vent'anni: ho sempre cercato di scriverle nel modo più chiaro possibile perché volevo che le leggesse più gente possibile. Evidentemente non ha funzionato; non sono stato abbastanza chiaro, abbastanza efficace, abbastanza bravo. Soprattutto, non sono stato abbastanza breve. Ogni tanto ci provo ancora perché non mi rassegno, né Online né Offline. Per me la gente non è stupida. Molto spesso ha priorità che non sono le mie, ideologie che non condivido, e in generale si fida poco: ha avuto brutte esperienze. A volte è stanca, quasi sempre è distratta, in molti casi ha dei casini che neanche ci immaginiamo. Ma non è stupida, e non ci conviene trattarla così. Tra i no vax ci sono medici laureati col massimo dei voti, e genitori più solleciti e attenti di me, non che ci voglia molto. Tra i terrapiattisti c'è chi sa spiegare i motivi per cui la terra sarebbe piatta molto meglio di quanto io sappia spiegare che è un geoide rotante. Sotto due orecchie di coniglio può nascondersi la migliore persona del mondo, o anche una persona mediocre quanto me, salvo che sa lavare le scale meglio di quanto non saprò mai fare, e il mondo ha più bisogno di scale pulite che delle mie spiegazioni su un blog.

Inoltre sanno quasi tutti cucinare, io in trent'anni non ho ancora ben capito come si gestisce un uovo nel tegamino. Così ogni volta che m'imbatto in qualcuno che mi sembra un cretino, Online od Offline, me lo immagino ai fornelli e questo mi aiuta a gestire la situazione. È un espediente che consiglio a chiunque abbia voglia di continuare a interagire con le persone, ma può darsi che non sia il vostro caso. Magari siete su internet in questo momento proprio perché le persone vi fanno un po' schifo e avete bisogno di essere rassicurati in tal senso. Comprendo questa posizione ma non capisco perché vi siate ostinati a leggere fin qui, in realtà non avevamo molto da dirci, il pezzo comunque è finito.

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