giovedì 8 novembre 2007

se piangi ancora chiamo Enzo Biagi che ti taglia il naso

Mentre tutti pian piano ripiegano i coccodrilli lungamente meditati, e tornano a interessarsi dei vivi (o perlomeno dei morti ammazzati), io resto solo con la mia domanda: ma Enzo Biagi avrà mai letto la Storia d’Italia a fumetti? La sua, intendo.

La carne, la morte ed Enzo Biagi

Non c’è un collega in giro che non abbia voluto ricordare Enzo Biagi come il cronista per eccellenza, il giornalista coi capelli bianchi che si faceva capire da tutti e non cedeva ai ricatti dei potenti, eccetera eccetera eccetera. Va bene. Però non per tutti Enzo Biagi è stato questo. Quando ero bambino, ad esempio, Enzo Biagi era sinonimo di morti violentissime e donne nude. Non è che voglio fare l’originale a tutti i costi: se do una rapida occhiata al mio inconscio è ancora tutto lì. Femmine discinte, frasi memorabili e nasi mozzati: Enzo Biagi presenta la Storia d’Italia a Fumetti.

Questo, ragazzi miei, fu centinaia di anni fa, quando ancora nessuno parlava ancora di “graphic novel”. E anche se ne avesse parlato, nessuno lo avrebbe capito, perché non si trovava qualcuno che capisse l’inglese per miglia e miglia. Sostanzialmente i fumetti erano divisi in tre generi: Topolino, Tex e la robaccia horror-porno che si trovava nei fossati, come Alan Ford e Frigidaire. A parlare bene dei fumetti era solo Gianni Rodari: diceva che i bambini, dovendo collegare una vignetta con l’altra, facessero un utilissimo sforzo di fantasia. Per molti anni, mentre ammucchiavo Topolini in cantina, ho avuto soltanto Rodari dalla mia.

In mezzo a tutto questo stava la monumentale Storia d’Italia a Fumetti di Enzo Biagi, provocatoria e spiazzante fin dal titolo. Quando l’aprivi restavi travolto da un turbine di sesso e violenza. Per intenderci, facevo le elementari. I tre poderosi tomi stavano nella biblioteca della scuola e nessuno, nessuno mi poteva impedire di portarmeli a casa, perché tanto… erano fumetti! Non potevano farmi male i fumetti, vero?

Forse non mi hanno fatto male, ma quel che mi hanno fatto non me lo tolgo più. Tanto che, quando si è trattato di metter giù un libretto tutto mio, e di trovarci un titolo, la citazione di Biagi mi è venuta assolutamente automatica. Da qualche parte dovrebbe esserci un catalogo in cui la Storia d’Italia a Fumetti viene appena prima la Storia d’Italia a Rovescio (tra parentesi, sono stati i 6 euro meglio spesi della vostra vita. Lo hanno già mandato al macero, è introvabile).

Per esempio, in questi giorni a scuola insegno i Longobardi, e guardate che sui Longobardi c’è ben poco da insegnare. Ma ogni volta che parlo di “Editto di Rotari”, nella mia mente appare una fulgida vignetta: un uomo col naso mozzato. Sì, perché Rotari aveva fissato un guidrigildo di tot ducati per ogni naso mozzato, ed Enzo Biagi o chi per lui aveva pensato di illustrare la situazione in una vignetta. Capirete che poi in età adulta Mel Gibson non ha avuto nessun potere su di me. Dei miei ragazzi avrò dimenticato volti e nomi da qui a cinque anni, ma il naso mozzato del longobardo non se ne andrà più via. Con tante altre cose. Il ceffone di Anagni. Teodolinda, bevi, nel cranio di tuo padre. A Barletta Italia batte Francia 13 a 0. Paga la gabella! Tiremm innanz! E tantissime donnine, che lasciavano di stucco. Battezzadomi come l’alunno fissato con la Storia, maestre e compagni non mi avevano spiegato che la materia includesse l'osservazione di tutte quelle donne seminude. So che chi l’ha letta alle medie ne ha tratto tutt’altre sensazioni, ma io ero alle elementari, e prevaleva l’imbarazzo. L’incredulità, anche.

Ora forse ho capito perché la Storia è rimasta per me un affare di polvere e fango impastati con sangue e sudore. Ecco che mi torna in mente il perché non ho mai pensato di mettere la marcia indietro nella macchina del tempo: io so benissimo che nel passato soffocherei subito, di peste polmonare o allergia a qualche bacillo che sulle tavole di Enzo Biagi era visibile a occhio nudo. Non c’è mai stato un medioevo fatato per me, niente castelli e tornei, le armature arrugginivano e acceleravano la cancrena.

Già allora, tuttavia, era molto difficile collegare tutta quella violenza e sporcizia all’ometto con gli occhiali e i capelli bianchi. Sembrava che le donnine fossero spogliate e torturate quasi a sua insaputa. Il fatto è che per illustrare i suoi testi, Biagi adoperava la manovalanza fumettistica italiana. E i disegnatori di quegli anni – anche quelli che in seguito sono diventati venerati Maestri – in quel periodo per mangiare scrivevano soprattutto robaccia horrorporno. (Forse, poi, chissà, mangiare non era tutto questo problema. Forse disegnare robaccia horrorporno era semplicemente divertente). In ogni caso, una Storia d’Italia a fumetti negli anni Settanta non poteva che essere horrorporno, e l’ometto con gli occhiali non mi pare abbia fatto molto per evitarlo.

Da lì in poi il passato sui fumetti e in tv è diventato un parco a tema, tanto che a Gibson basta mostrare un po’ di sangue in più per diventare un oggetto di culto. Viene da pensare che le persone della generazione di Biagi, anche le meno esagitate, come Biagi, avessero una dimestichezza con il sangue, la morte e la malattia che oggi abbiamo perso. Avremo anche guadagnato qualche cosa in cambio, ma francamente non saprei dire cosa.

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