giovedì 28 febbraio 2013

No Limits al peggio

Scenari (rigorosamente a caso)


#19. Continuano tutti a discutere Bersani sì / Bersani no, Grillo sì / Grillo no per un mesetto; nel frattempo gli investitori esteri si fanno un'idea della situazione, lo spread schizza a seicento, default, l'Italia esce dall'euro senza neanche bisogno di indire il referendum. Nuove elezioni, vince Berlusconi promettendo più lire per tutti.


#31. Si riuniscono le Camere, Napolitano dà il mandato a Bersani, lui propone un programma di minima al M5S, Grillo col cavolo che accetta: è da anni che dice che PD e PdL sono la stessa cosa, vuole che governino assieme almeno quindici giorni per poi tornare alle urne e stravincere. Cosa che avviene di lì a poco. Entro l'anno il parlamento viene sostituito da un forum gestito dalla Casaleggio che si pianta ogni mezz'ora. I ministri vengono rimpiazzati dai Top Commentator, che risolvono i problemi insultandoli.

#33. Si riuniscono le Camere. Bersani forma un governo, i cinquestelle scelgono di astenersi uscendo dall'aula, purtroppo escono dall'aula anche i berluscones: niente da fare. Ci riprovano col sistema del palo (detto anche "governo di Schrödinger") brevettato da Mau: "I rappresentanti pentastellati se ne stanno vicino alle porte e contano: per ogni pidiellino che non vota uno di loro [entra e] vota contro". Il governo si pianta tre settimane dopo sull'emendamento per pagare la pensione agli esodati rivendendo le traversine del TAV.

#46. Si smette di considerare un interlocutore Grillo - che è un privato cittadino - ci si rivolge direttamente ai 54 senatori e ai 108 deputati eletti dal Movimento 5 Stelle con alcune proposte concrete e abbastanza radicali (dimezzamento dei parlamentari, una pietra sopra il TAV, ecc). Alcuni tentenneranno pubblicamente, Grillo si innervosirà, i media evidenzieranno il paradosso di un partito eletto dal popolo ma nominato da un vertice, le famose contraddizioni scoppieranno, e se 30 senatori ci stanno un governo si fa. Però dura poco e alle elezioni seguenti vince Grillo (non necessariamente il Movimento, sono due cose un po' diverse).

#48. Napolitano dà l'incarico a Grillo. Non sa cosa farsene (non è un negoziatore). Rinuncia quasi subito: elezioni.

#52. Va bene, dice Napolitano, siete una manica di fessi: siccome non posso sciogliervi perché sono entrato nel semestre bianco, mi dimetto io. Alla quindicesima chiamata viene eletto, boh, Roberto Saviano, che prova a fare una cosa creativa: scioglie solo il Senato (non si è mai fatto, ma forse si può). Non serve a niente, vince Grillo o Berlusconi; bisogna sciogliere anche la Camera.

#61. ((c) Thomas): Non si forma nessun governo nuovo: rimane in carica Monti per il disbrigo degli affari correnti, forse è incostituzionale ma in attesa che si pronunci la Corte passano diversi mesi, una specie di stallo alla belga, il tempo di fare ah ah, scusate, stavo dicendo il tempo di fare una nuova legge elettorale che stavolta assicuri, uh, la governabilitàHAHAHAH.

#99. Corsa al Quirinale: Grillo propone Fo, Fo ringrazia e rilancia Petrini, Petrini ci pensa un po' e poi butta lì Margherita Hack, e così da palo in frasca nel giro di una settimana prende sempre più consistenza la candidatura di Amedeo Nazzari.

#104. Berlusconi sale da Napolitano e dice che ci pensa lui. Rivende Balotelli - che ormai il suo dovere l'ha fatto - e col ricavato si compra la Casaleggio Associati.

#105. Uguale alla 104, ma si compra direttamente i 50 senatori che gli servono tra PD montiani e cinquestelle - non fate quella faccia, non avete la minima idea se siano incorruttibili o no; li conoscete appena: molta gente è incorruttibile soltanto perché nessuno le ha mai fatto un prezzo.

#121. Sai che c'è, dice Bersani, mi avete rotto tutti i coglioni, tanto il PD è fottuto comunque, faccio un governo di legislatura con Berlusconi, mi diverto per cinque anni e poi io ad Antigua e voi coi cazzivostri. Gotor affianca immediatamente Greggio a Striscia la Notizia, il Giornale diventa un inserto dell'Unità o viceversa, e via che si va. Renzi passa in clandestinità e fonda il Nuovo Partito Democratico Quello Vero Contro La Ka$ta, che nel 2018 partecipa alle elezioni ma perde perché la gente vuole dei giovani, no le solite facce.

#549. Berlusconi muore. E perché no, capita a tutti almeno una volta nella vita. Un centinaio di senatori pidiellini da un momento all'altro non sa più che ci fa a Palazzo Madama. Decidono di dare un senso alla propria vita appoggiando un esecutivo PD+Monti che rassicura i mercati.  

#745. Nel frattempo al Conclave lo Sprito Santo opta per un italiano, mettiamo Giovanni Battista Re, e nella disperazione collettiva la fumata bianca viene interpretata come un segno divino: la Repubblica si arrende al Papa Re che procede alla nomina dei ministri dello Stato Pontificio (purché giovani, no le solite facce).

#13459. I Maya si erano sbagliati solo di sei mesi, meno male.

martedì 26 febbraio 2013

La situazione è eccellente


L'Italia è il Paese in cui vivo; ci ho messo una famiglia e nessuno mi ha costretto. Quindi il pessimismo - che pure mi appartiene - più di tanto non me lo posso permettere. Perciò adesso uscirò su questo blog con la faccia più rilassata che riesco ad avere e dirò che è stata una grande giornata di democrazia, e che sotto a tanta confusione la situazione è eccellente. Tanti partitini del passato non li vedremo più, in compenso vedremo molte facce nuove e questo è comunque qualcosa. Può persino darsi che da un parlamento tanto strano esca fuori il nome di un buon presidente della repubblica; che due dei tre partiti che in questo momento stanno sostanzialmente pareggiando riescano a mettersi d'accordo almeno su una legge elettorale che penalizzi il terzo, il feudo di Silvio Berlusconi. Può darsi che dai rottami del PD, il partito per cui ho votato e che ha definitivamente fallito la sua missione, nasca qualcosa di nuovo e di migliore, o almeno di più interessante per gli italiani. Può darsi che poi si rivada a votare tra qualche mese e la situazione si chiarisca di molto.

Nel frattempo può anche darsi che i mercati decidano di non puntare sul default italiano che Grillo invocava in campagna elettorale; può darsi che lo spread non schizzi in su e che non ci forzi la mano in nessun senso. Può darsi che il caos italiano riesca dove non è riuscita la crisi greca, a richiamare l'attenzione dell'Europa su dove porta la politica del rigore, e a stimolare un cambio di rotta che ci farebbe poi dire che Grillo, ben al di là delle sue intenzioni, ha salvato l'Europa in un momento in cui cominciavano a vedersi le crepe. Tutti questi "può darsi" hanno credo l'1% di possibilità di verificarsi tutti assieme, e ciononostante ci voglio e ci devo credere, non ho altra scelta.

Dopodiché, ok, mi sono sbagliato. Ci siamo sbagliati in tanti. Prendete gli istituti demoscopici. Hanno sbagliato tutti. Si sbagliano sempre, a ogni tornata elettorale ci facciamo caso, e dopo un po' torniamo a fidarci di loro perché non abbiamo scelta. Ma si sbagliano sempre e questo non scusa, ma spiega, gli errori commessi in campagna elettorale. Noi che discutiamo di politica trascorriamo mesi, anni, in una dimensione alternativa costruita da sondaggi che si autoalimentano e che, ogni volta che li vai a verificare, sbagliano sempre. Tante cose che ci siamo detti in questi anni, ad esempio "il PD avrebbe potuto andare alle elezioni nel 2010 e vincerle"; chi lo ha detto? I sondaggi. Magari era vero, magari no; Berlusconi storicamente è sempre sottostimato, sempre. Ci siamo convinti giorno per giorno, proiezione dopo proiezione, che il PD godesse del consenso di una fetta più importante dell'elettorato; magari era vero, ma appena siamo andati a verificare ci siamo accorti di no: ed è sempre così con le elezioni nazionali. Evidentemente il PD ha sbagliato strategia e tattica; facilissimo dirlo adesso; i sondaggi raccontavano cose un po' diverse e non avevamo moltissima scelta: o credevamo a loro o tiravamo a indovinare, colpi alla cieca. Per la verità abbiamo anche fatto qualcosa di più di un sondaggio: le primarie. E non hanno funzionato, come si è visto: Bersani ha vinto le primarie del partito nel 2009, quelle di coalizione nel 2012, e nelle urne ci ha dato il risultato peggiore. Mi dispiace per lui e gli rinnovo la stima, ma le cose sono andate così.

A quelli che ora recrimineranno che con Renzi sarebbe andata in un modo diverso: può anche darsi, statisticamente era molto difficile fare peggio di quanto ha fatto Bersani. Ma soprattutto non c'è modo di avere una controprova, e si sa come funzionano le leggende in questi casi: i migliori imperatori sono sempre quelli che muoiono avvelenati prima dell'incoronazione, loro sì che avrebbero governato in modo retto e pio. Però chi sosteneva che Renzi avesse più possibilità di vincere si basava su dei sondaggi: sondaggi piuttosto falsati, peraltro, visto che calcolavano un milione di elettori in più. Io - basandomi su altri sondaggi, altrettanto fallaci probabilmente - pensavo che Renzi non fosse il candidato più adatto a vincere. Al di là delle spiacevolezze emerse verso la fine della campagna delle primarie, ritenevo che un candidato troppo centrista avrebbe fatto perdere voti a sinistra, in direzione di una cosa che ancora non c'era (Ingroia era in Guatemala), ma che ritenevo potesse essere decisiva per far perdere voti e seggi al PD+SEL. Ho sbagliato soprattutto in questo, perché dati alla mano, alla sinistra di SEL non esiste ormai più niente (anche SEL non esiste tantissimo). Probabilmente ho sopravvalutato la cerchia delle mie frequentazioni. Tutta la frangia che una volta contestava i DS da sinistra è confluita nel Movimento di Grillo e forse questa è una buona notizia, stasera ho deciso che lo è.

Per contro i renziani sostenevano la necessità di cercare voti al centro. Renzi sarebbe riuscito là dove nessun leader di centrosinistra era riuscito, a trovare pepite di consenso nello stagno dove pasturavano Casini e Fini. Nella loro narrativa (che è destinata a diventare la vulgata ufficiale, finché Renzi di nuovo verrà nella gloria), probabilmente Monti non si sarebbe candidato, persino Berlusconi avrebbe evitato di competere, e Renzi avrebbe vinto facile. Io credo che Berlusconi avrebbe partecipato comunque, avrebbe comprato Balotelli comunque e avrebbe spedito la busta "Restituzione dell'IMU" comunque, perché Berlusconi le elezioni non si può permettere di perderle, e infatti non le perde mai. Quanto a Monti, non lo so. Mi chiedo quanti voti siano travasati dal PD a Monti dopo la dipartita del senatore Ichino; secondo me pochissimi. E Ichino non era un semplice renziano: era il simbolo della proposta economica renziana, orgogliosamente rivendicato anche prima del secondo turno delle primarie.

Quindi no, in coscienza non credo che Renzi avrebbe preso più voti al centro. Più in generale, credo che nel cosiddetto "centro" abitino persone che un partito di centrosinistra non lo voteranno mai. Non avrebbero mai votato D'Alema e abbiamo provato Rutelli; non l'hanno votato e abbiamo provato Prodi; niente da fare e vai con Veltroni; ne abbiamo provati tantissimi e il risultato non cambia, anche se Renzi fosse stato il più simpatico non credo avesse molte chances contro Balotelli e la busta dell'IMU. Renzi sarebbe stato costretto a mettere la sua faccia, la cui gradevolezza non sto più a discutere, sul partito della sinistra responsabile. A questo punto secondo me sembra abbastanza chiaro che la gente non voglia la sinistra e non desideri la responsabilità: sta votando per chi promette di non pagare tasse e non onorare i debiti. Per contro Renzi in campagna era arrivato al punto di chiamarli in tedesco, i debiti. Tra lui e una busta di IMU restituita non credo che ci sarebbe stata gara, purtroppo.

Questo però non significa che Renzi non avrebbe potuto fare meglio di Bersani; forse la sua immagine più fresca avrebbe potuto contenere l'emorragia verso il Movimento 5 Stelle. Non lo so, e non credo che i sondaggi ci diranno mai come stanno le cose, perché l'unica cosa che ho capito è che nelle elezioni italiane i sondaggi sbagliano sempre (buffo, è un'osservazione statistica). Se qualche renziano qui sotto vuole recriminare ne ha il diritto, non è una cosa molto anglosassone ma stanotte vale tutto. Ripeto: l'unica volta che invece di limitarci a fare dei sondaggi abbiamo fatto una cosa più serie, le Primarie, Renzi le ha perse. Magari vincerà le prossime e in quel caso voterò per lui. Ma forse prima bisogna cambiare il meccanismo e anche il partito.

Nel frattempo il funerale della volpe è rimandato, ancora una volta. Che un terzo degli italiani abbiano eletto, nel 2013, un vecchio maniaco condannato in primo grado che li ha fregati per vent'anni, è una cosa che io non so neppure come spiegare a me stesso, figurarsi agli altri. Però voglio essere ottimista: vincendo e svergognandoci per l'ennesima volta, Berlusconi ci ha mostrato come si fa: si pesca nel proprio bacino di astensionisti, si vanno a prendere quelli che o votano per noi o non votano, gli si dà di nuovo un buon motivo per votare per noi, e così si vince. Forse noi non vinceremmo nemmeno così, perché alla fine - gira che ti gira - noi anche al massimo della forma siamo un terzo della popolazione italiana, non una metà. Però secondo me è così che si vincono le elezioni, in un Paese con l'astensione intorno al 20%; non cercando negli stagni di centro pepite che non esistono. Dopodiché fate voi, io mi sbaglio sempre.

Domani è un altro giorno. Dovremo cambiare tutti, per forza, e magari sarà la volta che cambiamo in meglio. Non è detto che vada a finire così, anzi statisticamente finisce sempre al contrario, però le statistiche, in Italia, non funzionano. E io abito qui. Buona notte, e crepi il lupo, soprattutto.

lunedì 25 febbraio 2013

Perché Grillo non fa ridere?


Buona domanda, forse l'unica che ha senso farsi fino a stasera (invece di perdersi dietro a numeri che balleranno per tutto il giorno). Perché i grillini ci cascano sempre, perché qualsiasi bufala li investe in pieno? Perché se il loro "comico" allude scherzosamente all'antica abitudine di umettare la matita copiativa, invece di ridacchiarci su, corrono a difendere il diritto costituzionale a contrarre mononucleosi e altre malattie suggendo nel contempo un materiale cancerogeno? Cosa non ha funzionato?

Te la do io l'Italia

Potremmo chiederci più in generale se Grillo sia mai stato un "comico" - ma forse dovremmo metterci prima d'accordo sulla definizione di comico e questo potrebbe prendere anni - proviamo allora a pensare quando e come ci ha fatto ridere. Qual è stata la sua battuta più divertente? Hmm. La più famosa? Quella la so. I socialisti rubano.

MARTELLI: "Ma quindi è vero che qui in Cina sono tutti socialisti!"
CRAXI: "Certo".
MARTELLI: "Ma allora... a chi rubano?"

Dove la comicità non sta nella battuta in sé (ne abbiamo sentite di migliori) ma dall'effetto "vestito nuovo dell'imperatore": dico qualcosa che tutti sanno ma che nessuno ha il coraggio di dire - in diretta tv. È tanto liberatorio. Forse Grillo ha sempre fatto questo, e per fare questo non serviva un grande senso dell'umorismo. Magari del coraggio, una certa faccia tosta (la mimica facciale necessaria a sottolineare il paradosso), tutte cose che Grillo possiede in abbondanza. Ma nessuna delle altre doti che istintivamente associamo ai comici. L'ironia, per esempio: Grillo non la usa molto. L'ironia in effetti è la figura che sostituisce un significato col suo contrario: Grillo non avrebbe mai chiamato Craxi un "benefattore", a rischio che qualcuno dal pubblico lo prendesse sul serio.

L'ironia è un po' il discrimine tra il mondo degli adulti e quello dei bambini - me ne accorgo tutti i giorni in classi di preadolescenti: se fai dell'ironia, anche alla buona, non puoi sempre dare scontato che tutti la capiscano. Grillo in generale non ne fa, il suo utente rimane "un undicenne neanche troppo intelligente". Grillo, non lo si osserva mai abbastanza, ha condiviso un bel tratto di carriera con Antonio Ricci (Drive In - Striscia la Notizia): un'altra persona molto intelligente che però non si è mai data troppa pena di testare o stimolare l'intelligenza del suo pubblico. Ricci ha optato ben presto per un metodo pavloviano: fai ripetere un tormentone e fai scattare una risata finta. Dopo due o tre volte i bambini ridono. Dopo cinque o sei ripetono a memoria il tormentone. Ogni sei mesi cambi i tormentoni. Fine. A un certo punto si è pure stancato di inventare i tormentoni, è da dieci anni che monta le risate finte su qualsiasi cosa, anche le inchieste sull'amianto. La gente guarda, magari qualcuno ride pure.

Grillo veri tormentoni non ne ha mai avuti, neanche nelle prime stagioni, tranne forse "te lo do io" e "ma non è possibile ragazzi" (continua sull'Unita.it, H1t#168)

Però sin dai tempi di Te lo do io l’America il procedimento era abbastanza definito: si prendono gli aspetti più paradossali di una società diversa dalla nostra e li si critica dal punto di vista dell’everyman italiano, che alla fine è un bambino che non fa che dire: “ma questi credono di essere chissachi e invece sono tutti nudi! cioè ma non è possibile ragazzi”. Poi in trent’anni Grillo ha fatto molto altro, ma in fondo non si è mai spostato da questo approccio: cioè ragazzi ma Sanremo, ma vi rendete conto, ma non è possibile, la Parmalat, ma sono tutti nudi, la crisi dei bond, ma vi rendete conto? Sveglia.
Io non voglio dire che durante questo percorso il bambino non abbia incrociato imperatori realmente nudi: personalmente ho un ricordo glorioso di quando in diretta tv disse qualcosa del tipo lo sapete qual è il vero nemico? e mostrò un cartello con la cifra 144. Era il periodo in cui lo Stato lucrava sui numeri a pagamento con quel prefisso. Grillo arrivò prima dei giornali a denunciare la cosa. Si aprì un dibattito, nel giro di pochi mesi i prefissi 144 furono disabilitati su molte utenze telefoniche (e prontamente sostituiti dagli 166, ma almeno il consumatore medio italiano aveva annusato la fregatura). In quel caso Grillo stava facendo già politica: e la stava già facendo in modo brutale, indicando agli italiani in diretta un “nemico” da abbattere. Non è molto cambiato, forse siamo cambiati un po’ tutti noi. Non era un comico nel senso tradizionale del termine (ma qual è, poi, questo senso tradizionale?) Faceva indignare, non faceva ridere – no, anche questo non è del tutto vero. Faceva ridere: gli imperatori nudi fanno ridere. Era molto divertente l’attimo del disvelamento, che Grillo sottolineava e sottolinea tuttora con un’occhiata, un timbro e un’intonazione vocale che sono diventati marchi di fabbrica. Continuano a farmi ridere anche se li sento oggi.
Però alla fine la comicità di Grillo consiste in questo: apri gli occhi, anzi, svegliaaaaaAAAAA! Perfettamente intonata ai messia da forum, quelli che devono svelarci la verità sui complotti plutogiudomassonici o sulle scie chimiche. Grillo ha però anche qualcosa che i troll vagamente antropomorfi della Rete non avranno mai: un robusto tono da everyman, da Italiano Medio, anzi da Settentrionale Medio, che sa che le cose dovrebbero andare in un altro modo perché cioè, ragazzi, ma siamo matti, ma andate a vedere in America se lasciano che i cinesi gli vendano l’acciaio. Almeno, in una delle ultime *interviste* l’ho sentito dire una cosa del genere, ma non è tanto il significato ad aver importanza. Ha importanza quel tono di quarantenne al bar, che le cose le sa perché ha tanto lavorato e ha esperienza di come va il mondo. Con quel tono si può dire qualsiasi cazzata, e per ogni cazzata che dici un leghista smette di votare Maroni e corre ad abbracciarti, papà!
Nel frattempo Grillo ha parlato di latte al pesce (bufala), di biowashball (bufala), di signoraggio; nei commenti del suo blog si diffuse anche la grande baggianata dell’olio di colza; di uscire dall’euro, ovviamente, di prevedere i terremoti come i temporali, scusate se torno sull’episodio ma è stato il momento in cui si è giocato l’ultimo barlume di rispetto che avevo per lui. Tutti argomenti lanciati e poi scartati, Grillo non approfondisce, qualcun altro dovrà farlo, Grillo grida che l’imperatore è nudo, fine. È liberatorio, a patto di credere in lui, perché tu l’imperatore mica lo vedi. Se vuoi ridere… ma adesso non vende più risate, vende speranze… se vuoi sperare, devi credere in lui, che l’imperatore l’ha visto e poi è uno che il mondo lo ha girato e sa come vanno le cose.
Ogni tanto qualcuno lo paragona a Savonarola. È un parallelo molto meno banale di quanto sembri – peraltro è autorizzato dallo stesso Casaleggio, che nel famigerato filmato apocalittico considera Savonarola uno degli antenati di Internet, con la sua rete messaggistica quattrocentesca, “the open letters”. E vabbe’. Però forse la risposta alla domanda iniziale è tutta qui: Grillo non si è creato un pubblico dotato di particolare senso dell’umorismo perché Grillo, più che è un Comico, è un Predicatore. Ne approfitto per citarmi (parlavo di Bernardino da Siena, ma il senso è lo stesso).
forse Grillo non è affatto un uomo nuovo, forse è l’incarnazione di un archetipo dell’inconscio collettivo che noi italiani ci portiamo dentro da secoli: il Grande Predicatore. Grillo è tutto lì, un meraviglioso affabulatore, uno spacciatore di apocalissi da coniugare secondo necessità. In un altro secolo si sarebbe messo un saio addosso e avrebbe detto più o meno le stesse cose: guai a voi banchieri usurai affamatori del popolo, guai a voi politici corrotti, le cose stanno per cambiare, eccetera.
Nel frattempo i concittadini di Siena gli offrono la cattedra di vescovo. “A me mi pare che voi siate vescovo e papa e ‘mperadore”, gli dicono, ma Bernardino non vuole veramente essere nessuno dei tre. Si capisce che comandare non gli interessa. L’unica cosa che lo appassiona è predicare. La predica è tutto[...]: è poesia, la predica è preghiera, la predica è il mondo e la sua volontà di rappresentazione. La predica, in una parola, è teatro: quella forma informale di teatro in cui i comici italiani eccellono, da Petrolini a Gaber a Grillo: il monologo senza interruzioni.

sabato 23 febbraio 2013

Votiamo in Europa

Io, a differenza di altri, non ho master in economia. Non sono un esperto in niente e sinceramente mi dispiace. Come molti, come tutti, tiro a indovinare, scommetto sul futuro e non spero nemmeno di azzeccarci: spero che ci azzecchi uno più ottimista di me, non io. Comunque credo che l'Italia debba scegliere se stare in Europa (ammesso che ce la possa fare) o in quello che una volta si chiamava Terzo Mondo. Da quel che ho visto, da quel che so, l'Europa conviene a me, ai miei famigliari e ai miei amici.

Ma senz'altro c'è qualcuno a cui non conviene. Ogni volta che qualcuno vi ha parlato di svalutazione competitiva, spero che vi siate ricordati di chiedergli "competitiva con chi?" Per esempio con la Cina. Certo, possiamo tutti chiudere gli occhi e fare finta che siamo ancora negli anni Ottanta e che la Cina sia ancora un Paese agricolo che non compete con noi in nessun settore-chiave. Si stava così bene, perlomeno Grillo e Berlusconi erano al top della forma.

Può anche darsi che ce lo meritiamo. Di diventare un popolo più povero, più ignorante. Visto come abbiamo usato in questi anni le nostre ricchezze e la nostra cultura, non è escluso che la cosa abbia un senso. Io però conosco un sacco di gente che non se lo merita e questo è il motivo per cui voterò PD.

Ce ne sono anche altri, di motivi (stimo Bersani, come non ho stimato nessun altro leader del centrosinistra), ma non sono determinanti. Il PD non è ovviamente un partito perfetto, anzi ha tanti difetti di cui possiamo discutere e discuteremo - ma è l'unico (con SEL) che mi garantisca che il mio voto abbia un senso anche in Europa. Le beghe più locali non faccio finta di non vederle, ma mi sembra uno di quei momenti in cui bisogna dare un'occhiata anche a quel che succede sopra di noi. Credo che l'Unione Europea debba disincagliarsi dalla situazione in cui i governi 'virtuosi', e in particolare quello tedesco di Angela Merkel, l'hanno portata in questi ultimi due anni. Credo che il rigore sia diventato un'ideologia che può consentire a qualche partito liberale o conservatore di vincere le elezioni, ma che spaccherà l'Europa se non si è già spaccata. Credo che sia necessario opporre al fronte del rigore un fronte della crescita, e che questo spetti ai socialisti in Francia e ai Democratici in Italia. Credo sia la cosa più urgente, ancora più urgente del ricambio della classe politica che ossessiona gli italiani e in particolare gli elettori di Grillo.

Questi ultimi, poi, ci tengo a dirlo, non credo siano imbecilli. Non penso che darebbero le chiavi della loro macchina a un bambino, non credo che resterebbero sui seggiolini posteriori mentre quello ingrana la quarta. E tuttavia stanno per eleggere al Parlamento e al Senato della Repubblica decine di persone incompetenti proprio perché manifestamente incompetenti, con una leggerezza che io trovo un po' eccessiva. Poi vedremo, e in tanti casi scopriremo che sono meglio i bambini dei macachi che avevano eletto la volta prima - ma io resto un po' preoccupato.

Un'altra cosa urgente da fare è chiudere la pratica Berlusconi, che invece potrebbe perfino vincere. Esatto, sì, sto cercando di spaventarvi. Ma il 2006 me lo ricordo, anche allora i sondaggi dicevano una cosa e invece andò in un altro modo. Berlusconi può ancora vincere perché in fondo gli basta arrivare al 20% ed eliminare Monti, e magari ci riesce. Potrà dettare condizioni, influenzare la corsa al Quirinale; potrà persino cavalcare l'opposizione e diventare il nuovo leader dell'antipolitica, quello che Grillo non sarà più quando i suoi uomini cominceranno a deludere (e i suoi uomini cominceranno a deludere, vedi caso Parma: è umano, specie se si promettono rivoluzioni inverosimili). Berlusconi soprattutto continuerà a incarnare il Principio del Piacere: perché fare sacrifici? Perché pagare le tasse? Chiudete gli occhi, è ancora il 1983, siamo la quarta potenza industriale. Credo che abbia fatto molti danni e che possa farne ancora, e non dovremmo aspettare il panico da spread per ricordarcene.

Tutto qui, la mia non è un'analisi raffinata, del resto non sono un esperto in niente. Penso che l'Italia debba lottare per restare in Europa e l'Europa debba lottare per restare nel Mediterraneo. Credo che convenga a tutti, forse conviene al mondo intero. Il resto è al di là della mia portata, per fortuna ho un solo voto.

(PS: nella sua prima stesura questo pezzo presentava lo scenario in cui l'Italia svalutata sarebbe diventata concorrenziale rispetto ad altre mete di turismo sessuale più lontane da Germania e Paesi nordici. Ho cassato tutto quanto perché mi sembrava di essere il caporale in trincea: Se non esci e non voti Bersani il Crucco violenterà tua madre e tua figlia! Però, ecco, insomma, i vostri figli soprattutto preferirebbero mance in euro e non in lire, fidatevi).

venerdì 22 febbraio 2013

Il cattivo, la simpatica e il cialtrone (e tanto fracking)

 Promised Land (Gus Van Sant, 2012).

Matt Damon è il migliore in quello che fa, purtroppo anche stavolta si tratta di raccontare bugie (è incredibile quanti ruoli da bugiardo abbia interpretato, pensateci). Stavolta batte l'anonimo Midwest comprando per un tozzo di pane la terra che la sua Malvagia Compagnia Petrolifera poi frantumerà per estrarne le scisti, per il fracking, insomma. Se qualcuno ha qualcosa da dire, lo corrompe. Finché in un paesino sperduto del Sarkazzota non incontra la sua nemesi, il suo Gemello Buono, che ha il sorriso amabile di John Krasinski e rappresenta un'Eroica Associazione Ambientalista. Ma se Matt non è del tutto cattivo, anche John potrebbe non essere del tutto buono... possiamo guardarci cento minuti di Promised Land senza nemmeno accorgerci che, gratta gratta, è proprio lui, il caro vecchio Film Western.

Eppure c'è tutto: il paesino dimenticato da Dio, la Compagnia disposta a tutto per ottenere le terre che gli spettano dai contadini riottosi e ignoranti; i due pistoleri che si fronteggiano - senza pistole, il che non è nemmeno così realistico: considerati i dollari in ballo, qualche pistola dovrebbe pur sparare prima dei titoli di coda, e invece... c'è persino il saloon. Una delle scene più intense è una colluttazione in un saloon, nemmeno Tarantino ci ha provato. C'è la bella del saloon (anche se di giorno fa la prof di scuola media) e indovinate, i due pistoleri se la disputano. È questo il vero film western del 2012/13; Django è troppo meta e poi è ambientato nel Sud. Promised Land invece non ha nessuna ambizione citazionista; se  racconta la solita vecchia storia di C'era una volta il West o del Petroliere è semplicemente perché questa storia è maledettamente attuale, il petrolio facile sta finendo e le Compagnie stanno realmente comprandosi la terra sotto i piedi dei bifolchi per tentare di spremere qualche succo bituminoso. È l'affare del secolo, ma è anche orribilmente pericoloso e inquinante (continua su +eventi!)

Pimp My Cathedra


22 febbraio - Cattedra di San Pietro, panca medievale incastonata in un capolavoro visionario.

Un Papa può decidere che non è più in grado di fare il Papa? Certo che può (lo prevede anche il Diritto Canonico): è infallibile. Ma un Papa che dice di non essere più infallibile, ammette di potersi sbagliare; e quindi potrebbe anche sbagliare quando dice di non essere più in grado di essere il Papa, cioè infallibile... ma può essere infallibile anche quando annuncia di non poter esserlo più? Se non è più infallibile, forse si sbaglia anche quando dice che non è più infallibile... non se ne esce. Ma è solo un passatempo per sofisti. E poi: chi l'ha detto che il Papa è infallibile?

Siccome non si registrano rivelazioni divine al riguardo, non può che essere stato un altro Papa, per definizione (chiunque altro lo avesse detto poteva pur sempre sbagliarsi). Invece Pio IX preferì parlarne al Concilio Vaticano Primo nel 1870 - lui non è che nutrisse molti dubbi in riguardo, però preferiva che nessuno ne avesse. Il giorno prima del voto una sessantina di vescovi lasciò Roma in silenziosa protesta. Ci fu anche un piccolo scisma con alcune comunità sparse tra Svizzera Germania e Paesi Bassi - i "vecchi cattolici". Di lì a poco la Prussia dichiarò la guerra alla Francia e il concilio fu sospeso; dalla guerra dipendeva anche il destino di quel che restava dello Stato della Chiesa, di cui Napoleone III era il migliore alleato. Infallibile in materia di fede, Pio IX evidentemente non lo era quando si trattava di scegliere le alleanze, perché la guerra fu subito un disastro, Napoleone scappò, Parigi issò la bandiera rossa, e il 20 settembre a Roma arrivarono i bersaglieri italiani - si sa che gli italiani hanno una vocazione per attaccare chi ha già perso contro qualcun altro. Il concilio rimase sospeso a data indeterminata: solo nel 1962, quando Papa Giovanni (VOTA BERSANI) volle aprirne un altro, ci si ricordò che era rimasto aperto tutto il tempo, come un'imposta in solaio, e lo si chiuse ufficialmente. Insomma, il Papa ha governato la Chiesa e il suo Stato per un millennio e mezzo senza sostenersi infallibile; appena ci ha provato si è trovato i piemontesi in Vaticano, forse questo potrebbe significare qualcosa, forse.


Comunque nemmeno Pio IX sosteneva di essere infallibile in qualsiasi cosa dicesse: il Papa lo è solo quando parla ex cathedra, dall'alto della sua autorità suprema di vicario di Cristo, a proposito dei dogmi della fede. Il problema è che il Papa di fede ne parla continuamente, ci mancherebbe, è il suo mestiere: è infallibile ogni volta? Secondo alcuni no, l'infallibilità "tecnica" sarebbe stata usata una volta sola, da Pio XII nel 1950 per proclamare l'Assunzione di Maria. Ma ci sono delle ambiguità, dei non detti, che permettono ad alcuni di considerare infallibile il Papa ogni volta che dice due cose dal balcone. L'ambiguità non è accidentale, bensì necessaria, tiene aperto alla Chiesa e ai suoi pastori lo spazio per eventuali retro-front: metti che a un certo punto si accorgono che si sono sbagliati ad es., sul Limbo: "ah sì, ma quelle erano soltanto ipotesi, mica parlavamo ex cathedra". Per poter essere davvero infallibile, il Papa ha bisogno che la sua cattedra si veda un po' sì e un po' no, come certi insegnanti che un momento scherzano e il momento dopo ti stanno facendo il quinto grado - ma forse stanno scherzando ancora - no aspetta mi ha messo un quattro sul registro maledettobastardofigliodi - i Papi come tutti si riservano il diritto di cambiare idea, solo gli imbecilli non lo fanno mai, e quindi alla fine non si sa mai esattamente se stanno parlando ex cathedra o no. La cathedra del Papa non è come il martelletto del giudice, che trasforma le sue parole in sentenza dotata di valore reale, effettivo: la cathedra è come sospesa nell'aria, un po' c'è, un po'  no, e la cosa incredibile è che molti secoli prima Gian Lorenzo Bernini già lo aveva capito (continua...)

giovedì 21 febbraio 2013

Grillo, il Movimento e i grillini

L'irruzione di Adriano Celentano in questa campagna elettorale, con la grazia di un vecchio pachiderma in un arsenale di gavettoni d'acqua fetida, se non altro può aiutarci a chiarire alcuni equivoci: per esempio quello tra Grillo e il Movimento 5 Stelle, e tra il Movimento 5 Stelle e i grillini. Perché si tratta di tre cose diverse: (1) Grillo, (2) il MoVimento, (3) i grillini. Sono connesse, ma non è detto che vadano sempre d'accordo; dopo il big bang di questi 2-3 anni potrebbero ritrovarsi in zone molto lontane dell'universo. E non ha senso parlarne come se fossero la stessa cosa. Personalmente il primo mi preoccupa un po', i terzi mi avviliscono, ma il secondo m'incuriosisce. Proviamo a guardarli separati.

(1) Il primo è Beppe Grillo, predicatore. Quello che ha fatto negli ultimi dieci anni è davvero impressionante. Merita di essere ammirato, ma non so quanto valga la pena di studiarlo, visto che una cosa del genere non è riproducibile, poteva capitare soltanto a lui. Grillo è l'unico leader politico extraparlamentare sorto in Italia negli ultimi dieci anni - ma facciamo pure venti, ed è anche quello di maggior successo. Se teniamo conto di che anni turbolenti sono stati, di quanti movimenti siano nati e poi tramontati (tute bianche, noglobbal, girotondini, l'onda, i viola, occupy) la cosa appare ancor più eccezionale. Tutti questi movimenti hanno avuto il loro quarto d'ora d'attenzione; nessuno è riuscito ad arrivare in parlamento (alcuni ci hanno persino provato). Grillo punta al venti per cento. La differenza, mi è già capitato di scriverlo, sta nella leadership. Benché diversissimi per metodi, finalità, ideologie, tutti i movimenti dal Duemila in poi si caratterizzano per il rifiuto della leadership. A differenza dei vecchi movimenti, almeno fino agli anni Novanta, che senza ottenere risultati più concreti almeno offrivano un terreno adatto alla maturazione di una classe dirigente che poi veniva cooptata dai partiti mainstream (Lotta Continua ha fornito quadri anche a Forza Italia), i movimenti degli anni Zero girano a vuoto, non creano competenze né figure carismatiche. È uno dei dati del problema della mancanza di ricambio nella classe dirigente. L'unica faccia nuova che riesce a spuntare in mezzo a tutto questo è Beppe Grillo. Che infatti non è proprio una faccia nuova, anzi.

Sin dall'inizio il suo volto è un'icona riconoscibile universalmente. Grillo non è imitabile perché già prima di cominciare l'avventura politica è un prodotto televisivo assolutamente originale, di un'epoca in cui anche chi ora orgogliosamente afferma di non guardare la televisione, la televisione l'accendeva: e Grillo lo guardava, tutti guardavano Grillo. Grillo non è riproducibile perché è l'ultimo fantasma di una civiltà televisiva che circondava i suoi protagonisti di un'aura sacrale. Personaggi così potrebbero, candidarsi, vincere le elezioni: ma non ne esistono quasi più. Celentano, Pippo Baudo (ma è un po' appannato), forse Vasco Rossi. Non è un segreto che Pannella ci abbia provato, a coinvolgere Vasco: era una mossa spericolata ma non stupida. Dopo Vasco c'è il diluvio, ovvero gli anni Novanta, in cui la tv si fa sempre meno generalista e le icone sempre più diversificate, non abbastanza nazionalpopolari: secondo me un Jovanotti o un Ligabue non ce la farebbero a fondare un movimento paragonabile (ne parliamo tra dieci anni). Ma soprattutto gli anni Novanta sono troppo vicini, in Italia le elezioni si vincono conquistando i cinque-sessantenni, e quelli conoscono Grillo: e quindi Grillo sia.

All'inizio la sua proposta di leadership è talmente assurda che nessuno - nemmeno i suoi attivisti - la prende sul serio: non è vero che Grillo è il capo, nessuno è il capo (in teoria il M5S è antiverticista come tutti gli altri movimenti degli anni Zero: ha persino teorizzato il limite assoluto dei due mandati, l'incompetenza al potere). Grillo ci mette solo la faccia ma non si candida, Grillo è solo il megafono, un generoso mecenate che si sacrifica ecc. ecc. In realtà Grillo un leader lo è diventato, al di là delle sue intenzioni iniziali: non solo il suo carisma è condizione necessaria al successo del Movimento, ma il Movimento nasce e cresce in base alle scelte prese in autonomia da Grillo e dai suoi collaboratori: epurazioni comprese. In particolare va segnalata la decisione di restringere le primarie per i candidati a chi era già iscritto al movimento qualche anno fa. È il modo scelto da Grillo per difendere il Movimento dall'ondata dei grillini. Ma a questo punto va spiegato cos'è il movimento e cosa sono i grillini.

(2) Il Movimento è una cosa seria. Ne sono convinto. Purtroppo è ancora indecifrabile. In teoria comunica su internet, dovrebbe essere tutto accessibile. In realtà i meetup sono stati sempre un po' farraginosi, e i documenti disponibili al pubblico (il programma elettorale, ad esempio) lasciano intuire una situazione ancora magmatica dove tutto si sforza di convivere col contrario di tutto. E però il Movimento un suo programma ce l'ha, non è nemmeno il più confusionario dei programmi politici che si sono letti ultimamente. È composto di attivisti ormai di lunga data (nessuno ci fa caso, ma il Movimento è nato un po' prima del PD e del PDL), che se dovessimo proprio collocare sulla solita linea retta, orribilmente semplificatrice, definiremmo "di sinistra": ci sono ambientalisti, teorici della decrescita e del consumo sostenibile, ecc. Non è una sinistra estrema: su certi argomenti è persino sovrapponibile alla Lega. Ma il bacino iniziale era quello. Il Movimento prende il volo nella fase in cui collassano i partiti tradizionali a sinistra del PD, che un tempo valevano il 10% (e pesavano ancora di più nel dibattito mediatico) ma nel 2008 non superarono lo sbarramento. Grillo riorganizza molte energie che non riuscivano più a prendere sul serio la rivalità tra Rifondazione e PDCI o la classe dirigente dei Verdi, e le trasforma in qualcosa di diverso. Però.

Però se fosse stato tutto qui, non avrebbe mai rischiato di sforare il dieci, neanche l'otto per cento. Grillo mira al 25% perché non gestisce soltanto il Movimento, ma anche un enorme bacino di grillini, che sono una cosa un po' diversa.

(3) I grillini sono legione. Sono quelli che stanno riempiendo le piazze, e le riempiono sul serio. Hanno mai partecipato a un meetup? Sanno cosa sia? Conoscono i candidati M5S nella loro circoscrizione? Hanno letto il programma? Alcuni magari sì, la maggioranza no, come avviene poi per tutti i partiti. I grillini non voteranno un programma, non voteranno i candidati scelti dal Movimento (e da Grillo): i grillini voteranno Grillo perché si fidano di Grillo, esattamente come gli elettori di Berlusconi voteranno Berlusconi (e molti bersaniani voteranno Bersani; e Monti i montiani; mentre i gianniniani voteranno una signora, non perché la conoscono o si fidino di lei, ma perché gliel'ha indicata Giannino). I grillini si fidano di Grillo perché hanno la sensazione di conoscerlo: è un volto noto, ha idee molto chiare che ripete sempre quando lo inquadrano in tv, e sul suo blog sono scritte in grassetto. La cosa interessante è che molti - non tutti, ma molti - prima di lui votavano Berlusconi, o Bossi, o Fini (alcuni avrebbero votato anche Renzi). Vengono dal centrodestra: Grillo lo sa e ha fatto il possibile per tarare i suoi messaggi in modo che siano apprezzabili anche da loro (una certa insofferenza per i diritti civili, la retorica degli imprenditori strangolati, ecc.). E tuttavia i grillini non eleggeranno Grillo - che non è candidato - bensì gli esponenti del Movimento.

Insomma Grillo è riuscito nel capolavoro di imporre candidati e programmi di sinistra a un elettorato di destra, anche se per farlo è ricorso in dosi abbondanti a una retorica che nessun politico di centrosinistra maneggerebbe volentieri. E tuttavia si merita i complimenti che lui stesso chiede, quando dice che ha evitato il rischio di un'Alba Dorata in Italia; non fosse sceso in campo lui, molti sul serio avrebbero potuto votare per il primo neonazista che si palesava (si potrebbe poi discutere di quanto poco siano ormai distanti i neonazisti italiani dai criptocomunisti di Rivoluzione Civile, ma faremmo mattina).

A questo punto resta da chiedersi cosa succederà tra qualche giorno, quando in parlamento arriveranno i rappresentanti del Movimento, nominati dagli attivisti del Movimento mediante le parlamentarie, e poi eletti dai grillini. Sarà una situazione molto complicata.

Da una parte ci sarà Grillo, che ultimamente ha fatto la voce grossa e ha dimostrato di saper epurare; a lui comunque si deve l'eventuale successo elettorale.

Dall'altra ci saranno i grillini, che si aspettano grandi e confuse cose che all'inizio comunque non ci saranno: l'Italia non uscirà dall'euro, i politici corrotti non andranno "tutti a casa", ecc.

In mezzo ci saranno i parlamentari del Movimento, in una situazione psicologica molto particolare. La prima cosa che mi viene in mente è moltiplicare lo psicodramma di Favia per venti o trenta, ma non è detto che le cose vadano così. Qualcuno si sfilerà quasi subito, è nella logica delle cose, lo stesso Grillo se lo aspetta. Rimanere nel Movimento significa restringere i propri margini di autonomia politica ed economica. Qualcuno preferirà tenersi i soldi e accetterà l'eventuale offerta di uno schieramento che gli offre magari la possibilità di ricandidarsi per un terzo mandato. Un gruppo più compatto resisterà per più tempo, recependo i diktat di Grillo e del Movimento. Però può darsi che proprio un gruppo del genere decida di muoversi in autonomia rispetto allo stesso Grillo. Lo potrà fare dopo qualche mese, quando finalmente i parlamentari del M5S saranno quello che oggi solo Grillo è - personaggi pubblici. Televisivi. Con buona pace di tutta la retorica grillina sull'internet, i leader politici oggi nascono e si rendono familiari al pubblico soprattutto in tv, e lui stesso ne è la dimostrazione. Il famoso divieto a comparire davanti alle telecamere prima o poi dovranno eluderlo, e da lì in poi la cosa potrebbe anche essere molto rapida. La gente ha bisogno di facce nuove, lo si è già visto abbondantemente; i parlamentari M5S dovrebbero averne abbastanza per catturare l'attenzione senza bisogno di dover ricorrere al solito Megafono-Grillo. Questo significa che il Movimento potrebbe finalmente divorziare da Grillo e diventare un vero Movimento democratico, senza un padre padrone megafono e censore? Sì, ma tra Grillo e Movimento non è detto che vinca il secondo. Per capire il perché possiamo far caso a quello che è successo negli ultimi due anni a un signore che un decennio fa era sempre nei primi posti delle classifiche di popolarità tra i leader politici: Gianfranco Fini. I sondaggi magari si sbagliano, però lo danno per inesistente. Cosa è successo a Gianfranco Fini?

Si è sfilato. Ha lasciato un partito prendendo con sé un po' di gente, ma senza portare nemmeno un quotidiano, un canale televisivo, nulla. Apparteneva tutto al Capo e il Capo si è tenuto tutto. Quel che è successo a Fini potrebbe succedere anche ai parlamentari M5S che decidessero di fare quadrato contro Grillo. Possono avere tutte le ragioni del mondo, ma quando le camere si scioglieranno (e potrebbero sciogliersi anche molto presto) Grillo continuerà a essere Grillo: e i grillini continueranno a votare per lui. A meno che non sia lui a stancarsi e a lasciare il Movimento libero di andare sulle sue gambe. Ma questo forse non conviene per adesso nemmeno al Movimento.

mercoledì 20 febbraio 2013

Usciamo dal metro, dal chilo, da TUTTTOOO!!!

Nel Paese dei Cazzetti

Io, a differenza di tanti che parlano parlano, io ci sono stato nel Paese dei Cazzetti, e devo dire che è molto meglio di come lo dipingono. La gente perlopiù è gentile, i semafori godono di un certo rispetto; inoltre non ci si spara per strada, in generale, se si dispone di un luogo appartato.

Certo, il primo impatto può essere uno choc, perché i Cazzetti pur assomigliandoci divergono tra noi per tanti piccoli bizzarri particolari, ad esempio le unità di misura. Me ne accorsi il primo giorno, appena entrai in un ascensore col mio accompagnatore. Era un ascensore un po' angusto, così mi capitò di far caso alla targhetta con le specifiche tecniche, di solito non la leggo mai.

"Ehi, ma qui c'è scritto che regge solo..."
"Ottanta chili, sì".
"O mio Dio adesso si pianta".
"Ma no, ma cosa dice".
"Siamo in due, ne faremo come minimo centoventi. Ho anche il bagaglio a mano..."
"Stia calmo. Lei più di trenta chili non pesa..."
"Eh?"
"Io ne faccio quaranta, e il suo bagaglio è leggerissimo. E comunque sono sempre sottostimati questi ascensori, non si preoccupi".
"No, senta, io la ringrazio, ma come può pensare che io pesi trenta chili, mi ha visto?"
"Ah, ma dimenticavo. Lei ragiona in chili internazionali. Questi non sono chili internazionali".
"Come, no?"
"No, sono chili cazzetti".
"Ovvero?"
"Ovvero non saprei... mi sembra che un chilo cazzetto valga due chili internazionali virgola qualcosa".
"Virgola qualcosa?"
"Eh sì, dipende un po' dall'andamento generale".
"Quindi non avete il sistema metrico decimale?"
"Lo avevamo, ma poi abbiamo avuto dei problemi... vede? Siamo arrivati. La sua stanza è in fondo al corridoio. La accompagno?"
"Se non le dispiace. Ma che genere di problemi?"
"Ecco, non so se se n'è accorto, ma noi Cazzetti tendiamo a essere un po' corpulenti".
"Eh, sì".
"Questa cosa nel medio-lungo termine rischiava di avvilirci, di deprimerci, e così il nostro governo ha deciso di varare una manovra per farci sentire più leggeri, insomma è uscita dal sistema metrico internazionale".
"E avete rivalutato il chilo".
"All'inizio era solo di un decimo, però si è visto che la gente tendeva a mangiare di più, e si è pensato che serviva una manovra più drastica, insomma... adesso siamo a due e qualcosa. Le piace la stanza?"
"Molto spaziosa".
"Ah sì, è la più larga del piano, sono cento metri quadri".
"No, mi scusi, questo è impossibile".
"Come no? C'è anche qui nella targhetta sulla porta, vede?"
"Guardi a me va benissimo così, come vede ho solo un bagaglio a mano, però non sono cento metri quadrati. Sarebbe un appartamento. Questa è una bella camera, tutto qui".
"Ah già, giusto, lei pensa ai suoi metri quadrati".
"Perché, non mi dirà mica che..."
"Eh sì, i nostri valgono un po' di meno".
"E come mai? Qual era il problema?"
"Eh, è un po' imbarazzante".
"Vi sentivate stretti? Bassi di statura? Suvvia, a me può dirlo".
"Lei non ignorerà l'etimologia del termine Cazzetti".
"Ahem, aspetti, ricordo che me ne parlò una volta il mio professore di filologia arcaica, era qualcosa che aveva a che fare con l'apparato riproduttivo, mi pare".
"Piselli piccoli. Cazzetti significa Piselli piccoli".
"Ah già, giusto! Dall'italico cazzo, di etimo incerto!"
"Ecco".
"Ma sarà senz'altro un nomignolo che vi è stato appioppato da qualche nemico invidioso della vostra prestanza".
"Sì, la teoria ufficiale è quella. Però c'è un'altra ipotesi che gode di un certo credito presso l'opinione pubblica".
"Ovvero?"
"Forse ce l'abbiamo veramente piccolo".
"E quindi avete pensato che..."
"Il governo ha pensato che accorciare i righelli avrebbe fatto bene alla nostra autostima".
"E così avete svalutato i centimetri?"
"Sì, di parecchio".
"Non è che la cosa abbia molto senso, eh".
"Non mi dica che non le sarebbe piaciuto, quand'era giovane, poter vantare una trentina di centimetri con gli amici".
"Mah, boh, può darsi, però... senta, quanto le devo?"
"Niente, per carità".
"Come niente, una mancia la prenderà. Non mi dica che i cazzetti si offendono, se gli si offre una mancia".
"Beh, se insiste..."
"Dieci euro?"
"Non sono nella posizione per dire di no. Con questa maledetta crisi..."
"È dura come dicono?"
"Durissima, si immagini che è crollato tutto il settore immobiliare, ormai un metro quadro non vale più nulla. La gente non compra più, siamo tutti terrorizzati. Con quest'euro maledetto..."
"Ma non avete mai pensato di svalutarlo?"
"Eh?"
"Sì, voglio dire, non avete mai pensato di uscire dall'euro e stampare una moneta diversa, abbassandone progressivamente il valore in euro? Non potrebbe essere un sistema per stimolare i consumi, rilanciare l'economia? Sto pensando ad alta voce, però..."
"Scusi, ma lei per chi ci ha preso?"
"In che senso?"
"Cioè, è vero, siamo i Cazzetti, non siamo famosi per la nostra intelligenza media. Siamo dei maledetti obesi e probabilmente abbiamo il pisello così piccolo che abbiamo dovuto rimpicciolire i centimetri per misurarlo; però questo non vuol mica dire che siamo del tutto coglioni, sa?"
"Mi scusi".
"Si figuri".

Io a differenza di tanti che parlano parlano, io ci sono stato nel Paese dei Cazzetti, e devo dire che è più complicato di quel che sembra. Ma la cucina è buona. E il metro quadro, confermo, costa un cazzo. Purtroppo non te lo accettano, vogliono gli euro.

martedì 19 febbraio 2013

Domande che nessuno gli avrebbe fatto comunque

Come stai? Ti trovo in forma.
Come vanno gli affari?
Ultimamente ti sei messo a fare spettacoli gratis - sì, vabbe', comizi politici. Credi che sia una strategia commerciale destinata a pagare sul lungo periodo?
Ma tu dove ti vedi nel lungo periodo?
Tra un mese siederanno nel parlamento persone scelte da te. In teoria dovrebbero prendere ordini dal MoVimento. E restituire tutti i soldi. Quanto ci metteranno a mandarti affanculo? Pensi di batterli sul tempo?
Senti, io ogni tanto vado sul tuo sito, leggo delle cose. Ma tu ci credi davvero a tutte le cose che stanno scritte sul tuo sito? Le leggi almeno?
Ci vai spesso su internet?
È da un sacco di tempo che non leggo più niente sul signoraggio. Ma tu ci hai mai creduto a quella roba lì? E se ti sei accorto che era una puttanata, quando è successo?
Ci credi ancora che in Italia si potrebbero fare le previsioni dei terremoti, come le previsioni del tempo? Perché una volta lo hai scritto sul tuo blog - cioè qualcuno sul tuo blog lo ha scritto. Tu ci credevi? Perché poi non se ne è più parlato.
E dell'Euro? Perché una volta sul tuo blog si parlava di uscirne. Poi non se ne è parlato più - gli argomenti compaiono e scompaiono come funghi - e adesso la linea ufficiale è che il MoVimento vuole fare un referendum. Lasciamo perdere il MoVimento, per una volta, ti va? Parlami di te. Tu ci usciresti davvero dall'Euro?
Tu li terresti, i tuoi soldi, nelle banche italiane, mentre l'Italia esce dall'Euro?
Casaleggio come sta? Ma tu ci credi alle sue visioni, alle clip sull'apocalisse? Le hai mai viste? Secondo te lui ci crede o sta solo facendo pubblicità a un prodotto?
Ma quando sei lì sul palco che dici "siamo in guerra", ma non ti scappa mai da ridere? - Sì, ogni tanto ti scappa, si vede.
Ma tu delle scie chimiche cosa pensi? Dai, seriamente.
Non hai mai avuto la sensazione che la cosa che stava montando - che tu stavi montando - stesse diventando fuori controllo? E come l'hai superata?
Pensi che potrà mai esistere un MoVimento senza di te?
Ma i tuoi vestiti, li lavi ancora con la Biowashball?

lunedì 18 febbraio 2013

Chi Elio, chi Ingroia

Oggi mi sarei quasi rimesso a scrivere del masochismo un certo tipo di elettore di sinistra che voterà Ingroia anche se sa di ottenere il risultato contrario, ma stavo per annoiarmi da solo. Allora ho pensato che è la stessa cosa se parlo di Sanremo e della giuria di qualità, che si è intestardita a votare Elio col risultato – prevedibile – di far vincere Mengoni. Magari c’erano canzoni più valide, magari si poteva far caso al talento di Annalisa Scarrone, però… però era roba da reality e la giuria di qualità non li guarda, i reality, roba da ragazzini. Si sono impuntati su Elio, che prima dell’arrivo della giuria era ottavo.

Ora lo possiamo dire: Elio, l’incommensurabile Elio, e i suoi meravigliosi compari, non avevano nessuna possibilità di vincere Sanremo. Non avevano i numeri e forse non ne avevano neanche voglia, un Sanremo dopotutto l’hanno vinto già – anche se lo hanno consegnato a Ron. Volevano intrattenere un pubblico più vasto del loro solito da professionisti e artisti di varietà quali sono diventati da parecchi anni; lo hanno fatto alla grande, con quel sovrappiù di perfezionismo che rasenta il grottesco e che non è esattamente per tutti. Su quel palcoscenico dove qualche anno fa si presentò mummificato, cantò un’aria del Barbiere che Bocelli se la sogna, e approfittò monellescamente per urlare “f**a” in mondovisione, Elio è riuscito a stupirci ancora una volta, anzi tre o quattro volte, quasi sempre su una nota sola. Ha fatto il nano, l’obeso, si è divertito con Rocco Siffredi, mentre i musicisti tiravano fuori assoli furiosi da strumenti giocattolo. È stato bravissimo, sono stati bravissimi; ma non avevano nessuna possibilità di vincere il primo premio, e infatti non l’hanno vinto.

Portare una canzone mononota al teatro Ariston era già, in sé, una performance d’arte d’avanguardia. È un po’ la differenza tra guardare un Burri in un museo e appenderselo in camera: abbiamo tutti applaudito l’esperimento, ma alla mattina, mentre aspettiamo l’autobus, difficilmente vorremmo ascoltare la mononota nelle cuffiette. E Sanremo è il festival delle cuffiette, oggi, come era delle radio vent’anni fa. Un conto è dimostrare che anche all’Ariston si può sperimentare e stupire sul serio, un conto è pretendere di imporre la sperimentazione a una nazione di portatori di cuffiette, come ha provato a fare la giuria (continua sull'Unita.it)

Sarebbe bastato far convergere i voti su qualche altra proposta meno estrema e un po’ più cantabile, per intercettare i gusti di qualche bacino di televotanti disposto a mandare un altro sms a mezzanotte. Spazio per compromessi onorevoli ce n’era, ma i giurati di qualità non se ne sono accorti. Avevano deciso di sostenere la nota sola, tutta le cuffiette d’Italia avrebbe dovuto riecheggiare una nota sola? Si fa fatica a crederci.
Più probabilmente, i giurati avevano deciso di perdere. Di limitarsi a rimarcare la loro diversità, la loro alterità di non-guardatori di reality – magari senza sapere che anche Elio ci sta lavorando, nei reality, che è poi uno dei pochi modi rimasti ai cantanti di campare. E così abbiamo anche rischiato che vincessero i Modà, che sotto le acconciature da ragazzini cantano roba che Gianni Togni o Ricchi e Poveri nel 1980 avrebbero inciso solo sui lati B, testimoni di un cattivo gusto sommerso persistente che è appena sfiorato dall’evoluzione della moda e persino dal ricambio generazionale. Non è che il popolo delle cuffiette non avrebbe bisogno di un po’ di educazione musicale, ma tra l’oltranza sperimentale di Elio e la palude primordiale dei Modà si dovrebbe riuscire a trovare una mediana. I giurati non ci sono riusciti; secondo me hanno fallito la loro missione di intellettuali, ma era esattamente quello che mi aspettavo da loro.
C’è chi lo chiama snobismo. Ma se fosse semplicemente un disagio logico-matematico? Può darsi semplicemente che non abbiano capito che insistere su un pezzo condannato dal televoto non sarebbe servito a niente. È un po’ lo stesso problema dell’elettore di Ingroia al senato. Gli descrivi la situazione, gli spieghi che per esempio in Lombardia la possibilità esigua di eleggere due senatori rivoluzionari è controbilanciata dal rischio di regalare 16 seggi al centrodestra; che il rischio concreto è quello di un nuovo governissimo con Berlusconi e Monti insieme a Bersani, e loro niente. C’è un orgoglio identitario che se ne frega di chi governerà davvero, e che vince su tutto. Persino sull’aritmetica. http://leonardo.blogspot.com

sabato 16 febbraio 2013

Il Toto in me

Non parla di Sanremo.

Sanremo alla fine è semplicemente una cosa che succede tutti gli anni, e come le ferie e le feste comandate ti rimbalza ricordi e fototessere più o meno sgraditi. Non c'è niente di meglio di queste scadenze per misurare quanto stai crescendo e/o invecchiando e/o morendo.

Qui bisognerebbe spiegare un carattere poco noto della mia generazione, ovvero che noi - anche grazie a Sanremo - siamo cresciuti non nella Contemplazione della Morte, come i monaci che fissavano i teschi cercando di interiorizzare il concetto di putrefazione, ma nella Contemplazione dell'Imborghesimento. Ogni volta che vedevamo un 40enne sul palcoscenico - e ne vedevamo già troppi - lo trovavamo insopportabilmente bolso, "commerciale" che a quel tempo era un'offesa orribile; ad esempio prendi i Pooh, erano già circonfusi da un disprezzo che oggi neanche Maria Nazionale. Però poi saltava sempre fuori qualcuno che la sapeva più lunga e ti diceva che da giovani erano bravi i Pooh, avevano fatto dei dischi progressive. Era sempre così, con tutti (tranne Toto Cotugno). Erano stati tutti prog, o punk, o fighi in qualche altra maniera, finché non eravamo arrivati noi ed erano diventati bolsi, assimilati, ogni resistenza era inutile. Dylan, Bowie, McCartney, Neil Young, Sting, erano tutti in circolazione, stavano tutti facendo dischi nel migliore dei casi noiosi, ma i fratelli maggiori ci giuravano che erano stati grandi e risalire ai dischi vecchi non era semplice come adesso. Ci sembrava di vivere in qualcosa di strano e deprimente, come quando nella pièce di Ionesco tutti diventano rinoceronti, finché i Litfiba - i già splendidi, assurdi Litfiba di 17 Re - uscirono con Pirata e per la prima volta assistemmo al fenomeno in diretta, vedemmo la new wave fiorentina tramutarsi in pochi mesi in un trucido pachiderma da mostrare al circo mentre caga puzzolenti pezzi di canzoni altrui mescolate a crusca e feci. Eravamo troppo giovani per capire il concetto di "tengo famiglia", la cosa ci sembrava semplicemente disumana, come se a 24 anni uno gnomo salisse a scavarti il cervello col cucchiaio - perché va bene la tossicodipendenza, va bene tutto, ma come si fa a passare in cinque anni da Eroi nel vento ad ariba ariba el diablo? Come funziona, com'è fisicamente possibile che un giorno sei un comunista e il giorno dopo Giuliano Ferrara? E sul serio succede a tutti?

Sarebbe successo anche a noi?

Avevamo la grossa paura che potesse succedere anche a noi, che saremmo stati assimilati anche noi. Ancora oggi non sono sicuro che si trattasse di un peccato d'ingenuità (sul serio pensavamo che il carrozzone avesse posti anche per noi?) o se tutto sommato non avessimo ragione - siamo stati assimilati. Forse ci siamo imborghesiti, nei limiti in cui ci si possa imborghesire ultimamente, ma comunque potrebbe essere successo. È difficile rendersene conto, perché ora siamo dall'altra parte e ci sembra tutto naturale, l'unico modo è leggere vecchie pagine di diario, o di blog, o pensare a come ci sentivamo fino a qualche anno fa alle feste comandate, o a Sanremo.

Io per esempio ho un blog, il che mi consente a volte di imbattermi in versioni antiche, spesso imbarazzanti, talvolta incomprensibili di me stesso. Per esempio ho trovato un pezzo in cui me la prendo con Sanremo, chiedo a tutti di non parlarne, di spezzare il circolo vizioso dell'autoreferenzialità di un festival che festeggiava sé stesso in quanto festival delle canzoni da festival. Guardatelo pure, dicevo, ma per amordiddio non scrivete niente. Ecco. In seguito poi ci dev'essere stata una mutazione antropologica, oppure il famoso gnomo col cucchiaio, perché a farci caso sono sempre riuscito a parlare un po' di Sanremo, anche quando non lo guardavo, persino nel 2025, sempre. Un anno ho pubblicato persino un pezzo sulle vallette sull'Unita.it, e non posso nemmeno dire che quella domenica non avessi nient'altro di interessante da scrivere, ricordo benissimo anzi che avevo già due pezzi abbozzati ma sentivo l'inderogabile esigenza di scrivere un pezzo su Belen e la Canalis. Cosa mi è successo. Due teorie.

La prima è che, crescendo, l'Italia mi è diventata sempre meno antipatica. Continuo a vederne molti difetti ma, come succede tra figli e genitori, capisco che sono gli stessi miei, e questo mi forza all'indulgenza. Toto Cotugno non è più un corpo estraneo da combattere, ormai so che Toto è in me, tutte le volte durante un giorno in cui potrei sforzarmi di trovare soluzioni eleganti ma preferisco tagliar corto col solito giro-di-Do che funziona sempre. C'entra molto anche la crisi, le crisi, questa costellazione di crisi una dentro l'altra, la crisi dei consumi più la crisi mondiale del mercato musicale e la forse conseguente crisi della creatività, per cui mi succede nel 2013 di non aver ancora ascoltato una canzone che mi piaccia, non solo del 2013; una sola canzone in assoluto - al che mi scopro ad aspettare persino Sanremo, c'è Elio, magari qualcosa tireranno fuori - e loro suonano una nota sola per tre minuti, perfetta sineddoche di come mi sento. In mezzo a tutte queste crisi persino i Moloch della mia adolescenza, il teatro Ariston, i Ricchi e Poveri, mi sembrano poveri diavoli da abbracciare, ormai siamo tutti sulla stessa zattera alla deriva. Negli ultimi anni mi sono messo a stimare gente che da giovane avrei odiato con un'intensità talebana; dopo aver ingiustamente disprezzato Jovanotti qualunque cosa provasse a fare ora appena un Fabri Fibra azzecca una rima gli voglio bene. Anche gli amici di Maria mi fanno tenerezza, loro almeno credono ancora in qualcosa. In loro stessi, sì, non è un granché, ma è meglio di tutta la depressione che ci circonda, per cui stringiamoci forte, cantiamo, televotiamo, coraggio, ha da passà 'a nuttata, Sanremo è il nostro ultimo Piave. Questa è la prima teoria.

La seconda è che mi sono rincoglionito.

venerdì 15 febbraio 2013

Кѷриллъ и Меѳодїи!


14 febbraio - Santi Cirillo (827-869) e Metodio (815-885), linguisti, missionari, disegnatori di alfabeti

Scusate il ritardo, ero in giro a bullarmi perché sono l'autore del blog che aveva previsto le dimissioni del Papa con 14 mesi d'anticipo. In realtà non ci voleva molto, secondo me lo sapevano un po' tutti, ma nel giornalismo moderno se non fai la faccia stupita non ti si fila nessuno, un Papa stanco, wow! ma com'è possibile! ha solo millanta anni e bypass dappertutto! Comunque come sapete ieri era San Valentino, e mentre tutto il mondo cattolico e no pensava a scambiarsi sciocchi e futili pegni d'amore, i linguisti ricordavano i loro Santi, i loro eroi. Cirillo e Metodio non inventarono, come dicono in tanti (e l'ho detto tante volte anch'io) l'alfabeto cirillico, il più usato da Belgrado a Vladivostok, il primo a lasciare la Terra con gli Sputnik. Più probabilmente l'alfabeto da loro disegnato è il Glagolitico, che nelle steli più antiche che ci sono rimaste è un bizzarro mosaico di aste e cerchiolini che avrebbe potuto inventarsi un Tolkien ubriaco di sidro. In ogni caso è stato il primo alfabeto slavo (prima forse c'erano delle rune di cui si è persa ogni traccia, scarabocchi da stregoni, niente che valesse veramente la pena). Se l'invenzione della scrittura è il discrimine tra Storia e preistoria, la Storia slava comincia tardissimo, con questi due fratelli linguisti che non erano nemmeno così slavi. Forse da parte di madre (si chiamava Maria). Il padre, Leo, era un graduato dell'esercito bizantino a Tessalonica, oggi Salonicco, Grecia. Non chiedetevi cosa ci facesse una slava a Salonicco. Già da qualche secolo gli slavi erano un po' dappertutto tra steppe e Balcani. Lo stesso nome, "slavi", era già un sinonimo per lavoratore di infimo grado, senza diritti, alla mercé del padrone (oggi si dice "precario"): allo stesso modo in cui chiamiamo "polacche" le badanti anche quando sono bielorusse, a quel tempo se la tua matrona si lamentava di non aver tempo per svuotare la fossa biologica le rispondevi "pigliati una sklava, una slava", poi in italiano è diventata schiava e in inglese slave.  Ora che lo sapete ogni volta che dite "slavo" vi sentirete in imbarazzo, e prima o poi bisognerà porsi il problema di quanto sia poco politically correct chiamarli così, invece di, boh, persone "diversamente europee"? No, ma pensiamoci.


Dei due il primo a far parlare di sé è il secondogenito, Cirillo. Pensate a lui come quel classico compagno di scuola che senza fatica prende tutti i dieci nelle lingue straniere, ogni volta che apre la bocca sembra che qualcuno abbia cambiato la lingua del film col telecomando, è un dono di natura. Cirillo parlava greco e slavo ma questo era il minimo, Cirillo parlava anche correntemente l'arabo e il samaritano. L'ebraico no perché ai suoi tempi era una lingua morta come oggi il latino, usata soltanto nei riti religiosi (nell'uso comune è risuscitata molto più tardi): sapeva comunque leggerlo. Il talento per le lingue gli consentì di viaggiare per una buona parte del mondo conosciuto. In un secolo in cui solo i militari mettevano il naso fuori dai confini del proprio feudo, Cirillo fu inviato dai bizantini presso il califfo al-Mutawakkil: scopo della missione, spiegare la trinità ai teologi islamici (e poi forse c'erano altre questioni diplomatiche che non sappiamo). Possiamo dedurre che fu un buco dell'acqua, da un punto di vista teologico perlomeno: l'Islam continuò a contrapporre il suo monoteismo radicale alle strane derive triangolari degli infedeli. Forse prima di spiegare la trinità ai musulmani avrebbero fatto meglio i teologi del tempo a spiegarsela tra loro, visto che stavano ancora litigando sulla posizione del Figlio rispetto allo Spirito Santo (lite che dura tuttora). In ogni caso Cirillo si difese bene, e qualche tempo dopo fu inviato presso i Khazari, quel popolo di cui nessuno vi ha mai parlato a scuola perché scappa da ridere anche agli insegnanti quando sarebbe ora di parlare dei Khazari; e dire che ci si potrebbe scrivere un post bellissimo solo sui Khazari, il cui khanato si estendeva dalla Crimea al Lago d'Aral: una potenza militare che i bizantini corteggiavano da più di un secolo. Poco tempo prima i clan della classe dirigente khazara avevano preso una decisione singolare: volendo abbandonare la vecchia religione del loro passato nomadico e passare a uno di quei monoteismi moderni che andavano così di moda, avevano optato per... l'ebraismo, il più sfigat diversamente fortunato dei tre. Cirillo era stato inviato forse per invitarli a desistere, a preferire il bel credo niceno-costantinopolitano: anche in questo caso niente da fare, tutti probabilmente lodarono il suo bell'accento khazaro, ma nessuno fece caso ai contenuti.

La conversione dell'ebraismo dei khazari è a tutt'oggi una questione molto controversa, perché anche se oggi sono una curiosità di eruditi, tra il settimo e il decimo secolo i khazari erano una nazione popolosa, o come si diceva nella zona, un'orda. Erano già il risultato di infinite mescolanze euroasiatiche, e tra loro vivevano ebrei sin dai tempi della diaspora e forse anche da prima. Ma è corretto affermare che a un certo punto l'ebraismo divenne la loro religione di Stato? Magari fu solo la mania passeggera di qualche ricca famiglia, come quando Madonna portava i braccialetti della kabbalah, chi lo sa (continua sul Post...)

Bruce si fa la Russia (+ un pezzetto di Ucraina)

Film finisce quando elicottero cade
Die Hard - un buon giorno per morire (John Moore, 2013)

Non importa quanti elicotteri hai abbattuto a mani nude; quanti terroristi hai preso a pugni sulle ali di un jet in decollo; quanti ostaggi hai salvato nella vita - non importa niente se nel frattempo non hai speso un po' di tempo con tuo figlio e lui ti è cresciuto intorno così, mentre tu salvavi vite e distruggevi carrozzerie. Un bel giorno avete litigato e non l'hai visto più; qualche anno dopo ti dicono che è nei guai, anzi peggio che nei guai, è in una cella nel bel mezzo di tutte le Russie. Per tirarlo fuori sarà d'uopo demolire una discreta percentuale del parco macchine moscovita, ma forse può essere l'occasione buona per fare due chiacchiere, recuperare un rapporto. Non fate quella faccia.

Io non volevo neanche andare a vederlo Die Hard 5, non ricordavo nemmeno che fosse il 5, dopo il 3 avevo perso il conto. Io questa settimana i compiti li avevo fatti, avevo visto questo bel film indipendente americano trionfatore al Sundance, Re della Terra Selvaggia, imperniato su una bambina bravissima con un nome assurdo che potrebbe vincere l'Oscar per una parte recitata quando aveva cinque anni. Un film con le minoranze etniche e sociali, i reietti della terra, gli ubriaconi poetici, l'uragano Cathrina, il pensiero magico, lo scioglimento delle calotte polari, un film che avrebbe confermato il mio spessore intellettuale di recensore di film in provincia di Cuneo - salvo che, maledizione, non è ancora uscito né a Cuneo né a Bra né da qualsiasi altra parte, e a quel punto che potevo fare? Mi sono visto Die Hard. È il primo che vedo al cinema. È anche il più brutto. Non è ovviamente colpa di Bruce, lui fa tutto quello che può fare. È senza dubbio ingiusto che lui debba invecchiare e Homer Simpson no, in fondo sono più o meno coetanei.

C'è stato un momento in cui ci ho davvero sperato, che il film decollasse. Il momento in cui, dopo un preambolo quasi serio dove tutto sembra filare liscio (perché McClane non c'è), Bruce atterra in una Mosca che non capisce, un labirinto di automobili in coda e tribunali assaltabili... e la storia si sbraca completamente (Continua su +eventi!)

martedì 12 febbraio 2013

Le dimissioni prevedibili di B16

Ieri un pontefice ha annunciato le sue dimissioni. È la prima volta che succede in sei secoli, senz'altro è una notizia. E tuttavia l'ondata di stupore che si è trascinata per tutto il giorno sugli organi di stampa e in tv può apparire esagerata, un tipico esempio di quella drammatizzazione a cui ricorrono i media per mantenere l'attenzione di un pubblico sempre più distratto: ogni elezione è decisiva, ogni alluvione è una catastrofe ambientale, ogni gang di maneggioni è la nuova p2, eccetera. Le dimissioni di Benedetto XVI hanno senz'altro un valore storico, e costituiranno un precedente importantissimo, ma sono tutto meno un fulmine a ciel sereno: si tratta forse dell'azione più prevedibile del suo pontificato.

Joseph Ratzinger ha sempre ritenuto che un Papa possa dimettersi per motivi di salute o di età (continua sull'Unita.it H1t#166).

Nel 2002, in una situazione piuttosto delicata (Wojtyla entrava e usciva dal Gemelli) ammise la possibilità che Giovanni Paolo II potesse dare le dimissioni “se vedesse di non poter assolutamente farcela più”. Opinione ribadita da Benedetto XVI per esempio nel libro intervista del 2010, Luce del mondo, dove addirittura sosteneva l’”obbligo” di dimettersi per un pontefice che si fosse reso conto di non poter più sostenere fisicamente e psicologicamente i doveri del suo ufficio. Ratzinger la pensava così prima di diventare papa, e una volta eletto non ha cambiato idea. E siccome la stanchezza degli ultimi mesi non era un mistero per nessuno, una dichiarazione come quella di ieri poteva tutto sommato essere prevista in tempi brevi. Un finale del genere in un certo senso era già intuibile quando nel 2005 il conclave scelse un prelato quasi ottantenne, per quello che fu subito chiamato un “pontificato breve”, di transizione. Qualsiasi speculazione sugli intrighi di palazzo, qualsiasi giudizio sulle sue difficoltà in questi anni, lasciano il tempo che trovano di fronte all’evidenza più banale: fare il papa è un mestiere sfibrante, Ratzinger ha cominciato molto tardi e ha comunque tenuto duro per otto anni, non può sorprendere veramente nessuno il fatto che non ne possa più.
Ricopio qui sotto quel che scrissi altrove più di un anno fa. A mo’ di testimonianza: non ci voleva un nostradamus – e nemmeno un vaticanista – a prevedere le dimissioni di un Papa stanco che non le aveva mai escluse. Giusto per ribadire che molte smorfie di sorpresa che vedete in tv in questi giorni fanno parte della fiction, dell’arco narrativo per cui vedi il fondamentale intervento dello story editor Padre Pizzarro.
Pio XII aveva una lettera di dimissioni pronta nel cassetto nell’eventualità che i nazisti lo arrestassero. Anche Wojtyla aveva preparato una lettera del genere, da divulgare soltanto in caso di infermità inguaribile. Il problema è che per un cattolico fervente nessuna infermità può essere ritenuta veramente inguaribile: equivarrebbe a dubitare della provvidenza, e con tutto il suo coraggio Wojtyla non avrebbe mai realmente osato farlo. Prevalse su tutto una considerazione che non era dettata dalla legge o dalla tradizione (del resto Giovanni Paolo II cambiava leggi e tradizioni ogni volta che lo riteneva utile): nessuno avrebbe potuto essere un Papa credibile mentre Wojtyla era ancora in circolazione. Come aveva detto a un chirurgo già ai tempi delle frattura al femore: “Dottore, sia lei che io abbiamo una sola scelta. Lei mi deve curare. E io devo guarire. Perché non c’è posto nella chiesa per un Papa emerito”. Una questione più mediatica che dottrinale.
Oggi che Ratzinger è stanco, e non si fa scrupolo di mostrarlo al mondo, la situazione è piuttosto diversa. Anche qui, non si tratta di dottrina – tutto sommato Benedetto XVI non si è discostato molto dal solco wojtyliano – ma di carisma mediatico: il predecessore ne aveva a pacchi, lui giusto qualche briciola. Il mattino in cui si dimetterà, decine di accorati vaticanisti si stracceranno le vesti, per poi passare immediatamente al toto-conclave senza concedere al rimpianto una mezza giornata in più. Nessuno gli chiederà nemmeno di andarsene. Una camera nei palazzi vaticani non gliela dovrebbero negare, magari proprio quella in cui dormiva quando sognava di subentrare al suo capo. Il bello è che quando Wojtyla volle un parere serio sulla questione delle dimissioni, lo chiese proprio a lui. E lui, ovviamente dopo un accurato studio delle fonti e della patristica e del diritto eccetera, rispose sì, tranquillo, si può fare. Poi è rimasto paziente ad aspettare per altri anni. Troppi anni. I giardini Vaticani un po’ come la Fortezza sul deserto dei Tartari. Quando alla fine i Tartari sono arrivati, Ratzinger era già stanco. Il parere che aveva fornito a Wojtyla alla fine sarà servito almeno a lui (è difficile non immaginare a questo punto W. da qualche parte che sorride, sempre tremando un po’). http://leonardo.blogspot.com

domenica 10 febbraio 2013

Un voto non idiota

Io credo che di tanti errori di comunicazione che abbiamo fatto, come PD e in generale come centrosinistra e in generale come Repubblica italiana, uno dei più gravi sia stato quello di parlare di

VOTO UTILE

tradendo una sostanziale non comprensione di cosa siano gli italiani, di come vedano il mondo gli italiani. Non puoi parlare di utilità agli italiani. L'elettore è un fiero e nobile hidalgo, gli dicono che in quanto popolo italiano detiene la sovranità e lui ci si accomoda come in un castello diroccato.

Poi gli spiegano che questa sovranità comunque deve essere espressa ogni cinque anni sotto forma di un voto, e lui già comincia ad arricciare il naso: cos'è questo voto che viene a delimitare la mia sovranità? Cos'è che devo fare ogni tot anni? Due croci su due schede? Due banalissime croci? Su degli stemmi? Ma è troppo difficile, non gioco più. E ci scommetto che sotto c'è la fregatura. È andata così. Ogni volta che parlate di

VOTO UTILE

l'italiano si guarda alle spalle e dice: "utile a chi?"; a lui no di certo. E se si tratta di essere utile a qualcun altro,  l'italiano se ne guarda bene: cos'hanno fatto gli altri per me, dopotutto. Utili, puah. I servi sono utili, e io sono nato libero, devo averci anche da qualche parte uno stemma famigliare, un pedigree.

Così anche in questi giorni si assiste alla cerimonia di quelli che sui social network ci informano che il Pd non lo voteranno mai, perché non vogliono essere utili al Pd, e ci mancherebbe. Anche qui sotto, la discussione ha preso subito questa piega: gente che orgogliosamente viene a farci sapere che è inutile implorare, loro non voteranno Pd. Gli sfugge il fatto che nessuno li sta implorando, perlomeno qui: possono fare quel che vogliono col loro voto. La mia principale obiezione a quelli che, per esempio, votano Ingroia (non solo in Lombardia ma soprattutto) e che quel voto otterrà il risultato contrario a quello che si prefissano, spostando a destra il baricentro del Senato e rendendo necessaria la coalizione Pd+Monti+Casini+Fini. È un banale argomento aritmetico, ma il fiero hidalgo non sopporta che gli sia opposta l'aritmetica, nulla detesta più di un maestrino che venga a rammentargli l'odiosa tirannia del due più due uguale quattro. Cos'è questo due, cos'è questo quattro, cos'è questo segno uguale? Strumenti di dominio borghese sulla realtà fenomenica. Non è una coincidenza che molti di loro pensino anche di poter aumentare i propri spiccioli nel conto corrente cambiando l'unità di misura. È stato un vero errore parlare di

VOTO UTILE

senza soggiungere: "utile a te, visto che sei di sinistra, e che se voti Ingroia al senato in alcune regioni il tuo voto sarà carta straccia, dal momento che lo sbarramento dell'8% appare secondo tutti i sondaggi proibitivo; dunque se metti la crocetta su Rivoluzione Civile tanto vale metterci anche i cuoricini, o le falci, o i martelli o le manette decidi tu; tanto è un voto inutile, nel senso di un voto buttato. Cioè in realtà una sua utilità ce l'ha, perché anche grazie al tuo voto buttato il Pd non otterrà la maggioranza in senato e si alleerà con Monti+Casini+Fini. Insomma votare Ingroia al senato equivale a votare Pd+Monti". L'hai capita? No.

Ma non è una questione intellettuale, è solo puntiglio. Quel che veramente non sopporti (oltre al Pd, si capisce) è la natura aritmetica del voto. Secondo te il voto dovrebbe essere un'altra cosa, uno strumento identitario, e si capisce, il recipiente atto ad accogliere una cosa così sacra come la tua sovranità non può essere che un calice pregiato, un Graal. Nessun partito ti merita veramente, sono tutti uno meno peggio dell'altro, come si fa a votare per il meno peggio, dimmi come si fa?

"Si apre la scheda, si prende la matita copiativa e poi..."
"Che schifo, che vergogna, come siamo caduti in basso".

Anche questa cosa è interessante, dovunque si trovi ora il nobile hidalgo si rappresenta sempre nell'atto dell'essere caduto in basso, cioè una volta si stava meglio, i voti erano luminose espressioni di volontà popolare e irradiavano volti di nobili statisti, Pertini Moro Berlinguer. Ci siamo sbagliati a parlare di

VOTO UTILE

con questi fieri uomini liberi che hanno camminato sulla terra al tempo dei Giganti; giammai si faranno servi dell'utilità di qualcun altro; bisognava forse parlare di un 

VOTO NON IDIOTA

visto che nulla li spaventa più della possibilità di essere fatti fessi. Certo, l'operazione richiedeva abilità e diplomazia, perché se li prendi di petto questi qua è finita. Però insomma bisognava tentare di spiegar loro, senza troppe argomentazioni aritmetiche (l'aritmetica è noiosa) che un voto al Senato a Rivoluzione Civile, in una regione dove è implausibile che prenda più dell'8% è un 

VOTO FESSO

che equivale sostanzialmente a mettere una croce su Monti+Casini+Fini. Si può essere più chiari di così?

VOTARE RIVOLUZIONE CIVILE = VOTARE MONTI+CASINI+FINI

dal momento che l'obiettivo di Monti+Casini+Fini è di essere l'ago della bilancia, e pesare sul prossimo governo in modo anche superiore al numero di seggi che otterranno: e il risultato del vostro voto ingroiano sarà precisamente rendere Monti+Casini+Fini l'ago della bilancia. È come fare goal: se il centravanti avversario non riesce a buttarla dentro, può provarci il difensore e fare autogol. L'arbitro marcherà comunque un goal per gli avversari. Ecco, forse ho trovato un linguaggio comune: il calcio

VOTARE RIVOLUZIONE CIVILE = AUTOGOL

Ma temo che sia troppo tardi.

sabato 9 febbraio 2013

La martire aveva mille denti


9 febbraio - Santa Apollonia martire, invocabile contro il mal di denti

A un certo punto - eravamo già nel Settecento - i denti di Sant'Apollonia in giro per la cristianità erano così tanti che persino il papa (Pio VI) decise di farla finita: se li fece consegnare, li chiuse in un baule (che a detta degli osservatori pesava diversi chili) e li gettò nel Tevere. Erano probabilmente svariate centinaia. D'altro canto un dente è una reliquia perfetta: facile da trovare e da conservare, immediatamente identificabile, commerciare denti è intuitivamente più semplice di trafficare clavicole. Mancava ancora più di un secolo alla messa in commercio dei primi analgesici.

E pensare che l'Apollonia vera di denti probabilmente ne aveva ben pochi. Se mai è realmente esistita; ma rispetto ad altre martiri del terzo secolo la sua storia appare molto più verosimile. Molto prima di diventare la giovane principessa standard insidiata dal re cattivo, nel primo resoconto di Dionigi di Alessandra, Apollonia era una vecchietta. Non fu vittima di una persecuzione imperiale, ma di un linciaggio durante uno di quei tumulti che opponevano comunità religiose diverse nella metropoli egiziana, milleottocento anni fa come oggi. I denti li avrebbe persi durante la colluttazione; le tenaglie vengono aggiunte dopo dalla fantasia popolare (continua sul Post).

venerdì 8 febbraio 2013

Il Grande Osama Bianco

Zero Dark Thirty (Kathryn Bigelow, 2012)

Zero Dark Thirty è un film unico nel suo genere: l'autobiografia di un personaggio vivente che forse non conosceremo mai. Nel film si chiama Maya ed è l'agente della CIA che ha passato quasi dieci anni a cercare Bin Laden, finché non l'ha trovato (forse) e l'ha fatto ammazzare (così dicono, ma perché hanno buttato il corpo in mare immediatamente? E perché non hanno divulgato al pubblico nemmeno una foto? Vabbe', storia vecchia, parliamo del film).

C'è stato un momento - non posso dire quale - in cui guardando il film della Bigelow mi sono accorto che stavo tifando per i cattivi, i malvagi terroristi islamici. È stato un solo momento, comunque imbarazzante. Il punto è che dopo un'oretta nei corridoi della CIA, trascorsa a guardare dei professionisti seri e poco empatici alle prese con procedure standard che prevedono la tortura di alcuni mentecatti, quando finalmente un mentecatto riesce a organizzare un tranello e ammazzarne un po', ti viene spontaneo pensare qualcosa del tipo toh, beccatevi questa yankees, chissà se succede a tutti. Probabilmente no. Zero Dark Thirty è un film ambiguo, il che andrebbe benissimo, se fosse un sistema per disorientare lo spettatore e costringerlo a rivedere le sue opinioni. Da quel che ho letto in giro però non mi pare che le cose siano andate così: ognuno ha semplicemente pescato nell'ambiguità del film quello che serviva a sostenere la propria tesi preconfezionata. Per aver mostrato semplicemente come funzionavano gli interrogatori dei prigionieri (waterboarding, musica ad alto volume ecc.), la Bigelow è stata accusata di apologia di tortura. Per Michael Moore invece il film sarebbe la dimostrazione che la tortura è inefficace, infatti Bin Laden viene trovato soltanto dopo che Obama la proibisce (ma l'inchiesta era partita molto prima, dalla soffiata di un tizio sottoposto a waterboarding...) Per Andrew Sullivan è addirittura un atto di accusa ai criminali che governavano nel 2002 (quando Sullivan li sosteneva), ma in fondo è inutile porsi il problema di quel che pensa Sullivan, tra qualche anno avrà cambiato di nuovo idea. Se però uno spettatore medio entra convinto che la tortura possa essere necessaria per prevenire stragi come quella dell'11/9, non sarà Zero Dark Thirty a fargli cambiare idea: il film a un certo livello di lettura sembra proprio dire che Bin Laden è stato trovato anche grazie al waterboarding.

Se ne parli con un cinefilo puro ti dirà che è un film, soltanto un film: mostra cose che semplicemente sono successe, e lo fa molto bene. La sequenza dell'attacco al compound di Abbottabad è senz'altro lo stato dell'arte del film di guerra nel 2012: tra cinquant'anni guarderemo ancora Zero Dark Thirty se vorremo sapere come era fatta la guerra ai nostri tempi. Purtroppo era una cosa molto noiosa, con elicotteri invisibili e occhiali infrarossi da una parte e kalashnikov impolverati dall'altra, un lunghissimo estenuante match di nervi tra Juventus e Nocerina di cui peraltro conosci già il risultato finale. E i giocatori della Nocerina sono brutti, sporchi, fanatici. Ciononostante, quando fanno almeno un gol... (continua su +eventi!)

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