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giovedì 7 marzo 2019

La felicità di Felicita (e Perpetua)

7 marzo – Sante Perpetua e Felicita (III secolo), non le solite martiri

Quando l’arrestarono insieme con la sua padrona Perpetua e altri cristiani (Saturo e Saturno), Felicita era triste, perché aspettava un bambino. Era all’ottavo mese. Quando la padrona, nell’afa e nel buio della prigione cartaginese, cominciò ad avere visioni in cui saliva una scala di bronzo ignorando le armi di tortura appese a ogni piolo, Felicita si intristì ancora di più, perché capì che avrebbero ucciso tutti i suoi compagni in quanto cristiani, ma lei no: l’avrebbero risparmiata, perché la legge impediva di mettere a morte una donna gravida. I padroni se ne sarebbero andati in cielo, e la serva sarebbe rimasta giù a badare ai figli. Ma poi, due giorni prima di finire nell’arena tra le bestie, i suoi fedeli compagni si misero a pregare per la sua salvezza, e così intensamente pregarono che Felicita ebbe le doglie, e non senza soffrire partorì. Immaginatevi allora la felicità di Felicita, quando capì che non l’avrebbero lasciata sola, che avrebbero martirizzato anche lei (il figlio lo allevò una sua parente).

Contro Perpetua e Felicita, invece del solito leone o toro, aizzarono una vacca (non fu così efficace; dovettero mandare giù un gladiatore a finire Perpetua con la spada).

La Passione di Perpetua e Felicita non è la solita leggenda di santi. Come ha già scritto qualcuno (qualcuno che stasera ovviamente non riesco a ritrovare), la Passione assomiglia alle leggende come un manufatto originale ricorda le copie industriali. Ovvero: nel giro di qualche centinaio di anni il bacino del Mediterraneo si sarebbe riempito di storie di santi divorati dalle belve, santi sgozzati bruciati squartati e cotti alla brace; storie abbastanza ripetitive elaborate da copisti mediocri, costretti ad abusare di effettacci di scena per attirare l’attenzione; ma è abbastanza chiaro che al tempo in cui fu scritta la Passione tutto questo grandguignol immaginario ancora non esisteva. Chi scrive la Passione ci mette la freschezza, la sorpresa, di chi queste cose le scrive per la prima volta, per un pubblico che non deve controllare gli sbadigli a metà di una funzione religiosa; un pubblico che potrebbe ancora sgranare gli occhi e stupirsi per queste novità atroci e incredibili, questa giovane donna che sogna di combattere il demonio come un gladiatore in un anfiteatro gremito di spettatori: e che in quello stesso anfiteatro qualche giorno dopo muore davvero, non senza essersi raccolti i capelli dopo l’assalto di una vacca feroce; non prima di aver guidato il coltello nella mano del carnefice che alla fine tremava più di lei.

La Passione dovrebbe essere scritta all’inizio del terzo secolo, quando i cristiani erano ancora una minoranza soggetta a persecuzioni. I suoi protagonisti non sono supereroi inflessibili e senza paura: hanno caldo, soffrono la solitudine, si preoccupano per i genitori e i figli, temono i denti delle belve; sono esseri umani. La loro storia non serve a dimostrare la superiorità del cristianesimo sulla barbarie antica, ma a infondere coraggio a persone normali a cui sarebbe potuta toccare davvero una sorte come quella di Perpetua e di Felicita. Perpetua che descrive la sua prigione è stata anche accostata ad Anne Frank, con la sensibile differenza che nessuno leggendo il diario di Anne ha probabilmente concepito il desiderio di recludersi in una soffitta, mentre migliaia di lettori della Passio potrebbero davvero aver sognato di emulare l’eroismo suicida di Perpetua.


“Quanto a Perpetua, perché gustasse un po’ il dolore, penetrata la spada sino alle ossa lanciò un urlo e si portò essa stessa alla gola la mano esitante dell’inesperto gladiatore”.

Anche per questo preferiremmo crederla l’invenzione di qualche chierico morboso, qualcuno che magari voleva spiegare ai fedeli l’origine di un’iscrizione latina su una parete, un augurio di cui dopo qualche secolo si era smarrito il senso: PERPETVA FELICITAS, felicità per sempre. Preferiremmo pensare che Perpetua non sia mai scesa ventenne in un carcere; che non abbia mai fatto fronte al padre disperato che la supplicava di rinnegare Cristo e salvare la vita; e che anche Felicità non abbia mai partorito un bambino in cattività, assistita da amici fanatici che non vedevano l’ora di morire tutti assieme, e guardiani che le dicevano: soffri? Pensa quando sarai gettata in pasto alle belve. È pur vero che la Storia è piena di episodi del genere, una galleria di orrori e sopraffazioni, e chi rifugge il dolore e la violenza farebbe meglio a dedicarsi ad altre discipline (non biologia). (Neanche astrofisica). (Matematica, forse). Ma perché non sperare che almeno queste due ragazze non siano mai vissute, non siano mai morte?
Perché la Passione è un piccolo capolavoro. Se poi le pagine centrali le avesse scritte davvero, in prigione, la nobildonna Vibia Perpetua, si tratterebbe di un documento ancora più eccezionale: l’unico brano di letteratura latina femminile. No, in effetti abbiamo anche qualche distico elegiaco di una sodale di Tibullo; certe iscrizioni di Pompei che per quanto ne sappiamo potrebbero anche essere i testi di canzonacce da spogliatoio; e questo è tutto. Straordinariamente poco. Non esiste una Saffo latina di cui imparare a memoria i versi; nemmeno un’Ipazia di cui immaginare i manoscritti perduti; niente. Come se le donne non avessero mai scritto, per mille e più anni. Perpetua però qualche pagina l’avrebbe composta: c’è fior di studiosi che onestamente lo pensa. Certo, per crederci dobbiamo ipotizzare che abbia scritto la sua memoria nel carcere di cui pure si lamenta per via dell’afa, del buio e dell’affollamento: probabilmente in quel “meliorem locum carceris” in cui i suoi protettori avevano ottenuto che potesse passare qualche ora al giorno, magari corrompendo i carcerieri. Bisogna immaginare che in una situazione del genere Perpetua si metta a scribacchiare su un rotolo, o su una tavoletta di cera, concludendo con “Hoc usque in pridie muneris egi; ipsius autem muneris actum, si quis voluerit, scribat“: “Questo mi è successo fino alla vigilia del martirio: quel che succederà dopo lo racconti qualcun altro, se vuole”. E infatti le pagine scritte in prima persona da Perpetua sono integrate da un anonimo narratore che la tradizione identificava col grande teologo Tertulliano, vivo e attivo a Cartagine proprio nello stesso periodo. Tertulliano però è un avvocato di formazione, e la sua foga oratoria non ricorda molto lo stile dimesso ma a suo modo orgoglioso della Passio. Allo stesso tempo chi, se non lui, avrebbe potuto tentare un’operazione letteraria così complessa e sottile, dando la voce a una o più vittime di una persecuzione?


“Ragazza che scrive”, affresco pompeiano che trovate ristampato un po’ dappertutto e che ci fa sperare che qualche donna davvero scrivesse.

Il punto è che la Passio è un testo talmente sui generis da autorizzare qualsiasi speculazione. Sta tra la leggenda eroica e l’agiografia, senza assomigliare troppo a nessuna delle due: racconta una storia agghiacciante con gli accenti inconfondibili del realismo, e come certe superfici troppo lucidate dal tempo, ci restituisce più la nostra immagine che quella dei personaggi di cui vorremmo interessarci. Chi coltiva la psicanalisi non può che desiderare che Perpetua abbia davvero vissuto un rapporto complesso col padre e un martirio, e soprattutto che abbia sognato quelle immagini intriganti di cui ci restituisce una trascrizione tanto vivida: quella scala adorna di simboli fallici, quel gladiatore egiziano che simboleggia il maligno, davanti al quale Perpetua afferma di essere diventata all’improvviso un “masculum”, (sì, l’unica donna della letteratura latina sogna di trasformarsi in masculum e sconfiggere un gladiatore). Chi studia il cristianesimo come fenomeno sociale ha un bel da obiettare che i sogni di Perpetua sembrano elaborati da un ideologo religioso con idee molto chiare da veicolare: in particolare quella in cui Perpetua ricorda il fratellino morto per un tumore al volto, anche lui recluso in un luogo oscuro e afoso, incapace di attingere acqua da una fontana troppo alta. Perpetua prega per lui giorno e notte, finché non lo sogna di nuovo: dell’orribile ferita è rimasta solo una cicatrice, la fontana gli arriva all’ombelico; sul bordo c’è una coppa d’acqua che non si esaurisce mai. Qui non c’è dubbio che i due sogni siano un racconto a tema, composto da un teologo che sta mettendo a punto il concetto di purgatorio. Così alla fine la mia opinione (se vi interessa) è che la Passione sia l’opera di un presbitero che aveva assistito ai fatti: che aveva pianto per Perpetua, magari invidiandone il coraggio; e che aveva deciso di riscattarla dall’oblio cedendo a lei la parola – qualcosa di forse mai provato prima da uno scrittore di lingua latina. Senza riuscire a levare del tutto dal racconto una certa proiezione virile (il sogno del combattimento), e aggiungendo al racconto dei sogni e delle privazioni quei significati teologici che gli premeva veicolare. Missione compiuta: due secoli più tardi Agostino sentiva ancora la necessità di ricordare ai fedeli di Ippona che la Passio, per quanto importante, non era da considerare sullo stesso piano delle Sacre Scritture.
Questa è la mia ipotesi; ma in fondo che ne so. Dopotutto domani è l’otto marzo, forse avrei più successo presentando Perpetua e Felicita come campionesse dell’empowerment femminile: due giovani donne che scelgono in perfetta autonomia il loro destino, rifiutando il ruolo di figlie devote e di madri sollecite; no, loro preferivano morire, e sono morte. Ok. Probabilmente qualcuno prima o poi lo farà, (senz’altro qualcuno lo ha già fatto secoli fa). Io, scusate, per stavolta non me la sento. Buona giornata della donna e felicità perpetua a tutti.

lunedì 26 marzo 2001

Pollice verso, Hollywood

Allora: secondo Marco Giusti, (L'Espresso) l'assegnazione degli Oscar è la prova che il cinema americano è in grande forma: Premiati gli effetti speciali e il cinema d’avventura. Ma anche pellicole “impegnate” di stampo europeo come “Traffic” e “Erin Brockovich”. Segno che Hollywood si è appropriata di tutto il cinema. Anche di quello che non era nelle sue corde.Invece per i critici del Manifesto, l'Oscar è l'orchestrina del Titanic, il 2001 è la "fine del cinema USA", come prova il successo senza precedenti delle pellicole non americane anche oltreoceano.
Chissà chi ha ragione… i pezzi del Manifesto mi sembrano più documentati e convincenti. Io non sono un critico, molto cinema l'ho guardato in tv, e il cinema americano è quello che mi è più familiare. Ultimamente ho notato che m'interessa sempre meno. S'avverte sempre più la sensazione che i plot siano studiati a tavolino da una commissione politico-scientifica. Ci dev'essere almeno un personaggio di colore, e non importa se ha un fisico di NBA, dev'essere più posato e ragionevole di un altro personaggio bianco, per evitare lo stereotipo. Il cattivo dev'essere punito, il cattivissimo salvato per il sequel. Ci devono essere tre grandi scene d'azione, una subito (così i ragazzini fanno silenzio in sala), una all'inizio del secondo tempo, una alla fine. Non discuto, penso anzi che sia un modo molto razionale di organizzare la sceneggiatura, ma quando inizi ad accorgertene ormai sei fuori gioco. Dopo venti minuti di Sesto senso sai già come va a finire, cosa resta?
Poi ci sono le cazzate belle e buone. Il gladiatore, per esempio, può vincere tutti gli Oscar che vuole, e Giusti può trovare Crowe "fantastico", ma resta una cazzata, di quelle che ogni tanto ti fanno dubitare di tutta la categoria dei critici, dei cinefili e dei lobbisti dell'Academy Awards (che avranno avuto le buone ragioni, ma nessuno si è alzato a dire che il re è nudo, che Ridley Scott si è bevuto il cervello, o forse è stato sostituito da un automa, come pare sia successo ad Harrison Ford in Blade Runner?).
I critici. Gente che non farebbe male a una mosca... ma una volta oltrepassata la soglia di velluto della sala, si trasformano in belve assetate di sangue. Picchia qua, taglia là, sangue a fiotti, che gran cinematografia.
Facesse almeno venire i brividi. Ma puoi portarci un bambino e vederlo sbadigliare. A un certo punto, prima di entrare nell'arena, un gladiatore si piscia addosso. Ecco, è l'unica scena in cui mi sono sentito un po' in pena. Per il resto, chi se ne frega di tutte quelle comparse mascherate a cui salta via la testa con tanta facilità. La trama, poi, è una sfida (persa) al senso del ridicolo. L'imperatore che si fa ammazzare al colosseo. Ma neanche in un cartone animato giapponese.
Sempre Il manifesto ci ricorda che a Hollywood siamo alla vigilia di un clamoroso sciopero, che dagli autori potrebbe contagiarsi agli attori. V'immaginate un anno senza cinema americano? Si starebbe davvero così male? Chi lo sa. Forse ci accorgeremmo che a vedere questi film ci andiamo più per inerzia che per altro, che alla fine delle nomination e delle sfide per gli oscar non ce ne frega niente. Come dei gladiatori di Scott. Hai un bel da vestirli alla moda, di scannarli con violenza ed eleganza. Non ci fanno neanche compassione. Sei un vecchio guerriero suonato, Hollywood. Pollice verso.

martedì 27 marzo 2007

Fascisti da Sparta

Corso di Martirio Illustrato

1. Insegnate bene ai vostri figli:
Ogni volta che qualcuno tira fuori le Termopili, è per fotterti. Per dire, una volta ci provò persino Bertinotti. 300 intrepidi spartani si fecero massacrare per salvare un popolo che se la spassava alle Olimpiadi: voi lo fareste? E mentre tirate su un muro di cadaveri persiani, non vi sentireste un po' presi per il culo, a fare il cane da guardia alla democrazia e alla libertà degli altri?

2. Fasìsta!
Già sparare giudizi, come si fa in questi maledetti blog, è un po’ antipatico.
Usare poi etichette come “fascista” è veramente tremendo. Puzza di anni ’70 – e gli anni ’70 ormai puzzano parecchio. Detto questo, Frank Miller è un fascista. Ma non è questo il motivo per cui non andrò a vedere il film sulle Termopili.
E perché sarebbe un fascista, sentiamo.

Non c’è un “perché”. Anche se facciamo finta di non credere in nulla, abbiamo tutti un sistema di credenze e di valori, che emerge in quello che scriviamo. Spesso non è esattamente il sistema di credenze e di valori che vorremmo avere. Io, per dire, preferirei essere meno pessimista quando scrivo, ma non ci riesco. Anche Miller forse preferirebbe essere meno fascista. Specie ai tempi del Cavaliere Oscuro aveva sviluppato tutta una serie di anticorpi e controcanti che rendevano la sua opera straordinariamente dialettica e complessa: ma alla fine di tutta questa complessità, comunque, sopravviveva un personaggio marziale e mascellone che si appartava negli inferi a crescere una nuova razza di uomini superiori. Le sue ultime parole erano: “Robin, sta composto!”, e Robin gli rispondeva “Sissignore”. Miller è un fascista perché, in fin dei conti, quel che gli importa è essere Uomini, con la schiena dritta, i valori saldi e i riflessi pronti. Dietro questa grande idea di mascolinità ti aspetti sempre che ci sia qualcosa di più, ma alla fine non c'è.
Non è mica il solo, figurarsi. Prima di lui ci fu la letteratura hard-boiled, con i suoi eroi mascelloni di poche parole e rocciosi ideali. Ma nessuno si sogna (oggi) di dare del fascista al detective Marlowe, che senso avrebbe? Anche gli eroi di Miller, finché si muovono nel mondo depravato di Gotham o Hell's Kitchen o Sin City, sono semplicemente uomini tutti d’un pezzo, senza complicazioni ideologiche. Se Miller si limitasse a disegnare i suoi ribelli, muscolosi e derelitti, quelli che di solito perdono tutto per colpa di una donna e poi risuscitano più forti di prima (gratta l’80% delle sue storie e ci trovi il mito biblico di Sansone)…
Il problema è che Miller non tratteggia solo ribelli: è ugualmente tentato dalla figura del Re. Lo ha ombreggiato nel Batman Oscuro, c’è tornato sopra con Leonida. Ecco, quando disegna i suoi re, Miller non può evitare di suonare certe corde. Forse la canzone suona più sinistra qui in Italia, dove ai mascelloni siamo più vaccinati. In ogni caso è terribilmente significativo che, in un momento di assoluta libertà creativa, abbia scelto per un’epopea a fumetti proprio quei fascistoni degli spartani, una casta chiusa di guerrieri famosi per le pratiche eugenetiche (e dovevano averne bisogno, perché a furia di sposarsi tra consanguinei i parti mostruosi dovevano essere frequenti).

3. Gente che non sopporto.
A questo punto c’è sempre qualcuno che risponde “Dai, ma è solo un fumetto / un film / una canzone, che palle con le tue sovrainterpretazioni, goditelo e basta". Io questa gente non la sopporto. Solo un fumetto? Siete cresciuti con Zio Paperone, il simpatico capitalista in palandrana, e vi domandate perché vi viene istintivo votare Berlusconi? Solo un film? La cinematografia è l’arma più forte, l’ha detto un tale più furbo di voi. Ma sul serio voi siete in grado di “godervi” 300 senza riflettere neanche un momento sul messaggio politico, neanche se è evidente e grosso come una montagna? Come fate? Avete il Giudizio Estetico tutto in un emisfero del cervello, il Giudizio Etico nell’altro, e una manopolina tipo Balance, per cui riuscite a oscillare a comando?
Io ho due cose da dirvi. Prima cosa: non vi credo. Non credo all’autonomia del giudizio estetico. Se 300 vi piace, probabilmente siete sensibili anche al messaggio politico. È solo che vi vergognate ad ammetterlo. Ma io non mi vergogno a giudicare voi.
Seconda cosa: a me 300 (il fumetto) è piaciuto, proprio perché sono sensibile ai messaggi politici di Frank Miller. Anch’io penso talvolta che il mondo girerebbe meglio se i giovani tenessero la schiena diritta. E per inciso, studio la letteratura del fascismo. Mi interessa, mi intriga. Ma soprattutto, credo che sia indispensabile studiarla: capire come funziona, le rare volte che ha funzionato.
Ed è anche (almeno credo) un modo per immunizzarsi: i sultani assumevano veleno dopo i pasti, per diventare invulnerabili. Io non sono del tutto sicuro di essere invulnerabile ai messaggi fascisti, ma col tempo ci arriverò. Anche grazie a Frank Miller, che è stato una fantastica scuola di fascismo illustrato.

3. Il senso del ridicolo

Con tutto questo, non credo che andrò a vedere il film. Già Sin City mi lasciò l’amaro in bocca.
Eppure era fedele al fumetto, addirittura ricalcato dalle tavole. Già, è proprio questo il punto. È triste vedere storie che sulla carta sembravano robuste e (relativamente) verosimili, trasformarsi sullo schermo in pagliacciate. Come quella scena di Kill Bill dove Uma Thurman uccide 88 ninja assassini: sembrava già il Wolverine di Miller, eppure era una pacchianata. Il fumetto rende astratte e credibili le più pantagrueliche carneficine. Ma se lo trasformi in pellicola, diventa ridicola, e di riflesso anche il fumetto. Non credo che riprenderò più in mano gli albi di Sin City: grazie regista Rodriguez, adesso mi fanno senso. Perché devo rovinarmi anche 300, trasformando un buon fumetto in un torneo di culturisti? E poi diciamolo, è roba da ragazzini.

4. “I nostri ragazzi!”

I ragazzini, appunto. Non è che io creda veramente che la visione di 300 possa trasformarli in piccoli fasci lacedemoni. Non credo che li spingerà a sostenere un’eventuale guerra americana all’Iran – tutti i film del mondo possono poco, finché gli americani continuano a dare sul campo di battaglia un’immagine così poco vincente. E tuttavia qualcosa mi disturba. Un po’ di fascismo, nell’intrattenimento dei ragazzini, c’è sempre stato. C’è stato John Rambo, e prima di lui John Wayne. Presi a piccole dosi, questi grandi uomini ci aiutavano a immunizzarci dal mito del Grand’Uomo.
Da qualche anno in qua – direi dal Gladiatore in poi – la dose mi sembra sempre più massiccia. Si punta tutto su paroloni come Onore o Gloria, ripescati in extremis dai vocabolari; Mel Gibson sdogana persino i Conquistadores; ed è tutto così sfacciato e palese che ti aspetti da un momento all’altro l’ironia. Ma non c’è nessuna ironia. Gibson è terribilmente serio; e anche Miller lo è. Il film, da quel che ho capito, la butta un po’ sul fantasy, ma senza arretrare di un centimetro dal messaggio milleriano. Mi sembra che stia nascendo un cinema per ragazzini propedeutico alla Guerra di Civiltà. Che dalle sale possano uscire buoni soldati, ripeto, è difficilmente credibile. Ma per le esercitazioni ci sono pur sempre playstation e xbox. E comunque, anche Rambo sparava parecchio; ma il Gladiatore di Scott, il Cristo di Gibson o il Leonida di Miller vanno più in là. Stanno recuperando, a colpi di ralenty ed effetti digitali, l'antiquata nozione di Martirio. La stanno trasformando in qualcosa di moderno, qualcosa di occidentale, qualcosa di cool (che alla fine può piacere anche agli eredi dei persiani, che questi dvd se li comprano volentieri).

Queste son cose che mi angosciano, molto più di sapere se alla fine ha vinto Serse o gli intrepidi difensori dell’occidente. Che importanza ha chi ha prevalso alla fine, se entrambe le fazioni erano unite dall'esaltazione fanatica del martirio? Se per vincere dobbiamo assomigliare a Bin Laden, secondo me Bin Laden ha vinto.

(Mi sembra di ricordare che vinsero i greci, giusto per il gusto di scannarsi tra loro qualche decennio dopo. Ma è roba passata, appunto: mi preoccupano di più i sequel).

sabato 25 dicembre 2021

Non è più tempo per i Rashomon

The Last Duel, (Ridley Scott, 2021).

Normandia, 1386: si disputa l'ultimo duello giudiziario della storia francese. Il cavaliere Jean de Carrouges accusa l'ex compagno d'armi, Jacques Le Gris, di aver violentato sua moglie, Marguerite. Le Gris sostiene di avere avuto con la moglie di Carrouges un rapporto consensuale. La moglie invece sostiene... no, la moglie non 'sostiene': la moglie dice il vero. Fine. Non è che possiamo metterci lì a mettere in dubbio quel che dice una donna. Non siamo mica nel Medioevo... 

Ma che ci vedono le donne in Adam Driver, bisognerebbe fare una ricerca seria su questa cosa

Caro Babbo Natale, quest'anno vorrei la pace del mondo, la salute per tutti e un film sul Medioevo decente da proiettare in seconda media – prima di sbuffare, prova a dirmene uno. Visto? No, i draghi non valgono, no, nemmeno i cicli arturiani. Un film per mostrare ai ragazzi un mondo vero, che è esistito e che sicuramente era molto diverso dal nostro, ma in un qualche modo funzionava, coerente, verosimile: castelli, armature, servi della gleba, vorrei solo conservare in un angolo del loro immaginario un po' di arnesi medievali perché – non lo so neanche io il perché, ma in un qualche modo non mi sembra onesto lasciare che crescano senza. Non chiedo un capolavoro; anche solo un film a colori che abbia più senso delle Crociate di Ridley Scott, perché davvero lo so anch'io che fa acqua da tutte le parti: ma trovami qualcosa di meglio nella filmografia degli ultimi trent'anni. E lo so bene che Scott si intende poco di Medioevo  – come d'altronde di qualsiasi evo: alla fine per lui è quasi sempre tutto un grande western con la Frontiera e i pistoleri che si vede che patiscono di non poter estrarre il revolver, di doversi vestire di ferro e sguainare ancora scomode spade – ma almeno sa mettere insieme uno spettacolo. Come dici?

Sì Babbo, lo so che ci ha riprovato anche quest'anno, l'ho visto l'Ultimo duello e mi dispiace che sia andato così male, in un qualche modo il Medioevo a Sir Scott porta sfiga ed è strano: di tanti posti dove ambientare un western sembra uno dei più congeniali al suo gusto per la meraviglia. L'abbiamo sempre saputo che per Hollywood la Storia è un fondale per mettere in scena in modo pittoresco i problemi di oggi: non è esattamente l'approccio storico che mi servirebbe, ma ha il pregio di tenere svegli anche gli spettatori che non siano patiti di cavalli e armature. Scott non dà l'aria di interessarsi di politica, eppure più i suoi film sono in costume, più le sceneggiature si ingombrano di ideologie. Il Gladiatore era il film perfetto per l'America imperiale post 11 settembre (è stupefacente che sia uscito l'anno prima); le Crociate per reazione s'intestardivano a immaginare un Regno dei Cieli multietnico e multiconfessionale. The Last Duel, vent'anni dopo, è un film su #meetoo e la rape culture così concentrato sul suo essere un film su #metoo e la rape culture che in certi punti lo spettatore esigente è portato a domandarsi: ma sul serio? Cioè mi stai davvero raccontando questo, in senso non ironico? Ecco: è un film senza ironia, una qualità che a Hollywood sta diventando merce sempre più rara e pericolosa.

The Last Duel vuole dire qualcosa di molto vero e attuale e vuole dirlo senza il minimo rischio di essere frainteso. Lo fa scomodando vicende di un secolo diverso, vissute da persone i cui valori erano molto diversi dai nostri – e pazienza: Hollywood si è sempre comportata così e forse è l'unico modo per portare nel Medioevo un po' di spettatori che non si farebbero attirare da un caso di cronaca medievale. Alla fine chiunque avrà imparato qualcosa: anche solo il fatto che a un certo punto del Medioevo i medici ritenessero l'orgasmo femminile necessario al concepimento ("It's science!": e tutto questo diversi secoli prima che altri medici, tra Sette e Ottocento, negassero la stessa esistenza dell'orgasmo femminile).

Dopodiché, caro Babbo, capisci anche tu che un film sullo stupro con un dibattito processuale sull'orgasmo, in seconda media, non lo posso mostrare. Ma sarei comunque contento di averlo visto. Il problema è un altro e te lo dico, caro Babbo, sir Scott stavolta non c'entra niente. Sì è più cupo del solito, certi tagli sono evidenti, il ritmo non è il massimo, ma gli perdonerei questo e altro. I colpevoli che non riesco a perdonare sono Ben Affleck e Matt Damon, che non paghi di aver voluto tirar fuori da un saggio di Eric Jager un blockbuster militante, hanno anche deciso di scomodare Rashomon. Proprio così, hanno voluto consegnarci il loro Rashomon, e magari sono persino convinti di esserci riusciti: il loro film problematico con tre versioni inconciliabili della stessa storia secondo i punti di vista di tre personaggi in conflitto. E i critici non si sono fatti sfuggire la cosa – anche perché ci sono persino le didascalie prima di ogni versione, insomma basta saper leggere le scritte grosse e alcuni sembra ne siano ancora in grado, sicché abbiamo veramente delle recensioni in cui The Last Duel è paragonato a Rashomon.

Lui però si ritaglia sempre la parte giusta

Ora Babbo capiscimi, non si tratta di snobismo. Non ne faccio una questione tecnica, ma insomma Rashomon è un film che ci vuole dire che la realtà oggettiva non esiste, che ognuno ha la sua e che lo spettatore non necessariamente riuscirà a ricomporne una. È l'esatto contrario di quel che succede nell'Ultimo Duello, dove dopo aver sentito la campana del cavaliere Carrouges e quello di Jacques Le Gris, la didascalia ci avverte che tocca alla signora, e che la sua verità è "La Verità". Non lo dico io, Babbo, c'è proprio scritto così sullo schermo, affinché nessuno possa confondersi sulla morale del film: e la morale è che gli uomini si raccontano tante palle, per orgoglio o per invidia o persino per amore (ma più spesso per orgoglio e per invidia); le donne invece no, le donne dicono sempre la verità, tranne ovviamente quando non mentono per non finire sul rogo arrostite a fuoco lento. Dopodiché Scott può filmare castelli e armature con tutta la maestria che gli compete, ma l'impianto non funziona, e qui suggerisco a chi vuol vedere il film di non leggere oltre, perché... non so prendiamo Le Gris.

Il film ci spiega, con la sua manina leggera, che Le Gris è cresciuto in un sistema di valori che non gli consente di riconoscere uno stupro, nemmeno quando lo commette. Quando nella sua versione Marguerite fa resistenza, Le Gris è convinto che stia recitando un rituale di corteggiamento. E siccome in quel momento stiamo guardando la scena con gli occhi di Le Gris, dovremmo appunto vedere una Marguerite che vuole e non vuole, che civetta un po', una Marguerite cedevole che infine si concede all'amplesso. Se questo film fosse un vero Rashomon, dovremmo appunto assistere a questo: ma la vera notizia che porta al mondo il nuovo film di Ridley Scott è che i Rashomon in America non si possono più fare – e dire che fino a qualche anno fa erano quasi un tropo, molti telefilm avevano la loro puntata-Rashomon, House MD sicuramente ne ha una e persino Saranno Famosi – ma adesso no, adesso se vedessimo Marguerite concedersi e gioire potremmo equivocare. Qualche spettatore/trice sicuramente equivocherebbe, voglio dire, è statistica, e poi i Rashomon implicano appunto questo, che ognuno possa scegliere la versione che preferisce: ma ciò oggi è intollerabile, qualcuno twitterebbe che Ridley Scott ha girato un film che esalta la cultura dello stupro; che Affleck e Damon l'hanno scritto, che Driver l'ha recitato: insomma no, non si può fare, non è più tempo per i Rashomon, e così ci tocca guardare questa scena molto imbarazzante dove Le Gris vive il vertice della sua storia d'amore mentre ansima sulla schiena di una poveretta che nemmeno è riuscito a svestire. Non c'è nulla di veramente problematico qui, non c'è spazio per il dubbio che anzi va scacciato e al massimo individuato nei personaggi come una debolezza da debellare: le vittime sono serie, integerrime e sofferenti, i rei sono patetici. Alla fine il vero colpevole è il Medioevo: e la sua colpa è di non voler credere alle donne. E Babbo io non è che voglia difendere il Medioevo a ogni costo, lo so che era un periodo terribile per le donne, ma i film che condannano il passato in quanto passato ho sempre paura che servano a distogliere dalle responsabilità del presente.

Rashomon ci chiedeva di accettare che ogni Verità è parziale; l'Ultimo Duello ci nomina giudici onniscienti, davanti a due uomini che hanno deciso di scannarsi per contendersela. Alla fine, caro Babbo, quel che mi lascia è un po' di freddo amaro in bocca, per aver voluto controllare se davvero il cattivo viene punito come nel mio cuore avevo già desiderato. Ci sono anch'io sugli spalti, col sadico re di Francia. Mi dispiace Babbo, perché non è nemmeno un brutto film. Ma non è quello che mi serve.

lunedì 14 dicembre 2009

A dar retta agli undicenni

Il popolo del pollice verso

Ma no, probabilmente avete ragione voi. È sempre riuscito a volgere ogni cosa a suo favore e riuscirà a farlo anche con un pazzo che gli tira una statuetta in quarzo. Ne approfitterà per demonizzare gli antiberlusconiani – cosa per altro che stava facendo già, ma ne approfitterà. Riuscirà a ricompattare la maggioranza, suona strano ma sì, forse Fini avrà pudore di schierarsi dalla parte della statuetta di quarzo.

Voi fate ragionamenti razionali e probabilmente non sbagliate, quando dite che la ferita non se l'è cercata (nessuno si fa cavare due denti per propaganda, andiamo), ma poi ha deciso di mostrarla per calcolo, risalendo sul predellino per mostrarsi sanguinante alla folla.

Io però, lo sapete che c'era un però.

Io ho fatto tesoro degli insegnamenti di un politico geniale, che ha vinto molte elezioni e che prima di far politica faceva marketing, e che ai suoi esperti di comunicazione raccomandava sempre di pensare al cliente come a un bambino di 11 anni, neppure tanto intelligente. Non è che lui pensasse che i clienti - o gli elettori - son tutti stupidi, no, non era uno di quegli elitisti snob di adesso... però aveva capito che quando si radunano in massa, la loro intelligenza media si attesta intorno a valori abbastanza bassi, e quindi i messaggi andavano semplificati di conseguenza. La cosa, quando l'ho saputa, mi ha colpito molto, anche per via di una bizzarra coincidenza del destino, e cioè che io lavoro coi bambini di 11 anni. Nessuno di loro ha mai votato, e allo stesso tempo (sempre secondo la teoria di questo politico geniale) essi sono lo specchio perfetto dell'elettore medio.

E quindi stamattina lo capite, era impossibile ignorare quel volto verde e tumefatto che gravava sulle nostre coscienze da iersera. E così, neanche a farlo apposta, appena qualcuno ha tirato un oggetto – son cose che capitano, subito è partita la domanda: ma avete visto che è successo a Berlusconi? E la risposta è stata, devo dirlo, un boato. Ma di approvazione: Evvai! (con il conseguente pippone dell'insegnante che deve rispondere Vergogna Non si dice così Violenza No, Violenza Brutta, e tutte le cose che scrive meglio, boh, Francesco Costa).

Direte: sono undicenni, non capiscono niente. Ah, ma se per questo anche quelli che aprono i soliti gruppi su facebook. Il punto interessante è che il boato non era uniforme, ma partiva distintamente dai ragazzi più emotivi e più istintivi... vale a dire quelli che due anni fa, alla stessa domanda: avete visto che è successo a Berlusconi? posta immediatamente dopo la vittoria alle elezioni, avrebbero risposto con lo stesso boato, con la stessa approvazione: Evvai! Forza Silvio!, eccetera.

E allora c'è da chiedersi: come funziona il cervellino dell'undicenne emotivo e istintivo, quello che poi crescendo diventa il perfetto sergente, quello che recepisce vagamente gli ordini della dirigenza e li trasforma in slogan da fare urlare alla curva o alla squadriglia, quello che va seguito perché sennò sai com'è fatto, insomma al limite ti mena. Cosa trasforma ai suoi occhi il beneamato Silvio C'E' in un pugile suonato, un gladiatore ferito da abbattere tra gli sghignazzi? Insomma cosa ha fatto di male SB, un male abbastanza semplice che l'undicenne possa capire? Non ha pulito i cassonetti di Napoli abbastanza in fretta? Non ha salvato il babbo dalla cassa integrazione? Ha venduto Kakà? Cosa? Secondo me niente di particolare. Una sensazione istintiva, vaga, che parla solo all'intuito e che sfugge alla nostra razionalità. E cioè, in pratica, le ha prese.

E le ha prese di brutto, guarda che faccia. E se le ha prese – così ragiona l'undicenne – se le meritava. Ecco, tutto qui, sic transit gloria mundi. Puoi rifarti finché vuoi faccia denti e capelli, ma se accetti di stare a questo pazzo gioco sai anche che basta un solo sasso, un solo souvenir in quarzo, per scompigliare tutto quanto e trasformarti in carne da macello. Sono squali, gli undicenni. Alcuni si fanno anche accarezzare, ma attento a non fargli sentire il sangue.

Se Berlusconi avesse seguito il consiglio di quel geniale politico forse no, non sarebbe risalito su quel predellino. Non avrebbe insistito a mostrare al mondo la sua faccia sanguinante, e sotto il sangue la sorpresa, la genuina amarezza di chi insiste a voler bene a tutto il mondo, e invece metà del mondo no, non gli vuole affatto bene. È una faccia che fa pietà, ma nessuno ti ha mai votato per pietà: in ispecie gli undicenni, che la pietà nemmeno sanno trovarla sul vocabolario.

E quindi secondo me ha sbagliato, stavolta, il geniale comunicatore. Ha voluto mostrare il sangue alla stessa folla che si aspetta sempre un sorriso d'argento e il cerone. Sarà stato uno choc. Ma era inevitabile, è da anni che Berlusconi mette a dura prova la sua security con bagni di folla ad altissimo rischio. Se veramente avesse voluto costruire un serio Culto della Personalità, SB avrebbe capito da tempo l'importanza di mantenere una certa distanza tra sé e il popolo: come i Re Fannulloni, che apparivano in pubblico una volta all'anno, guarivano qualche suddito dalla scrofola (senza toccarlo!) e sparivano nel nulla sacrale da cui provenivano. Ma lui è troppo presenzialista, troppo capocomico per questo. A regnare sul trono si annoierebbe, preferisce raccontare barzellette nel vestibolo.

Ora lo so, qualcuno mi accuserà di considerare cretini gli elettori di Berlusconi. Molto spesso chi scrive queste accuse è un elettore di Berlusconi egli stesso, forse segretamente tormentato dal dubbio (legittimo) d'essere un cretino. Caro elettore di B., vorrei rassicurarti: con ogni probabilità non sei un cretino, il solo fatto che il dubbio ti tormenti (come tormenta me) deposita a favore della tua integrità mentale. Però i cretini esistono, questo almeno lo ammetterai: non sono neanche così pochi, e anche volendo ipotizzare che il loro voto si distribuisca uniformemente (che la cretineria non sia, per così dire, schierata con questa o quella parte politica) comunque è lecito supporre che una quota rilevante di loro abbia votato B. Ecco, quelli forse oggi non sono più berlusconiani di ieri, forse già godono del suo dolore, vanno al bar e dicono che se l'è meritata, e che se non ci avesse pensato quel poveraccio (che tra parentesi, è cretino davvero) ci avrebbero prima o poi provato loro, perché, perché... basta, perché ha stufato, non se ne può più. Io me li immagino così, sai perché? Perché do retta agli undicenni. E credo ancora a quello che disse quel famoso politico... tu certo ne hai sentito parlare... Certo, è brutto pensarla così: ma fidati, funziona.

giovedì 25 febbraio 2010

Addio agli antichi

Avrete forse sentito dire che scomparirà la geografia dalle scuole – beh, anche quello è un mezzo bluff. Rassicuratevi, la geo non scomparirà, nella maggior parte dei licei; per il semplice motivo che non vi è comparsa mai. Non solo, ma in un certo senso non abbiamo mai fatto tanta geo come negli ultimi anni. Io però preferirei parlarvi della Storia, l'unica materia che scrivo con la S maiuscola (“storia” con la minuscola può essere sinonimo di menzogna, o di fiction, o semplicemente di fatti tuoi).

La caduta dell'Impero Romano (2010 dC)

In questi giorni le sale insegnanti sono infestate dai rappresentanti delle case editrici. Io cerco quanto possibile di evitarli; sono pessimo nell'arte di giudicare un libro dalla copertina, e poi preferisco sempre un vecchio catorcio che conosco bene al modello fiammante di cui scoprirò le magagne tra sei mesi – in ogni caso ho dato un'occhiata ai corsi di Storia. Ormai si sono tutti allineati alla direttiva di non-so-più-quale riforma (Berlinguer?) che fa partire la terza media dal Novecento. Questa, mi rendo conto, è una delle principali differenze tra la scuola nostra e quella dei ragazzi di adesso. Noi non solo non abbiamo fatto in tempo a studiare la caduta del Muro di Berlino, per intuibili motivi; ma il più delle volte nemmeno la sua erezione. I prof col pallino (di solito ideologico) per il '900 arrivavano sì e no alla guerra antifascista, ma era normalissimo anche fermarsi agli anni Trenta o persino alla Grande Guerra. Era Storia, del resto, mica cronaca.

Ecco, questa prospettiva oggi suona quasi eretica. Sarà che nel frattempo il '900 è finito, e quindi è più facile considerarlo Storia con la maiuscola. Sarà che sulla maiuscolità del '900 si insiste di più, c'è la Giornata della Memoria della Shoah e il quella del Ricordo delle Foibe e tutto il resto. Fatto sta che oggi l'idea di uscire dalle scuole senza aver studiato ben bene almeno la prima metà del '900 ha l'aria di un crimine contro l'umanità. Qual è l'insegnante mostro che lascerebbe andare i suoi studenti senza aver loro spiegato cosa sono i nazisti? Se Chi Non Ha Memoria Non Ha Futuro, privarti della lezione sull'incendio al Reichstag è rubarti il futuro: inammissibile. Vi si sfaccia la casa. La malattia vi impedisca. Eccetera.

Naturalmente, per poter arrivare così a fondo nel '900, bisogna togliere qualcosa da qualche altra parte – il programma di Storia è la classica coperta troppo corta. Si è deciso perciò di coprire il capo novecentesco scoprendo i piedi: via la Storia antica, fino alla caduta dell'Impero e oltre. I riformatori berlingueriani che praticarono questo taglio avevano probabilmente in mente quella chiacchiera da bar (anche da bar degli insegnanti) per cui non aveva senso ripetere sempre la stessa Storia in tre scuole diverse. È un ritornello che sento da quando ero bambino: perché bisogna ogni volta partire da capo? Alle elementari la preistoria, poi l'Egitto, i Greci, i Romani... ricominci alle medie ed ecco di nuovo la preistoria, l'Egitto... arrivi alle superiori e tac! Di nuovo preistoria, Egitto... che solfa. Quelli che si inventarono questo sistema dovevano essere proprio dei noiosi barbogi. Perché non razionalizziamo, non sfoltiamo, non facciamo economia? Per esempio, potremmo confinare la Storia antica alle elementari. Alle medie poi si ripartirebbe dal medioevo, ed ecco che si libera un sacco di spazio per arrivare all'esame con la caduta del Muro di Berlino (e l'11/9, in ogni libro di terza media che si rispetti non può mancare una fotina delle Twin Towers: bisogna tenersi aggiornati).

Con questo sistema, che è andato a rodaggio negli ultimi 3-4 anni (e in qualche scuola non si è ancora imposto, perché i prof, specie quelli navigati, conoscono l'arte di aggirare le direttive ministeriali più o meno dai tempi di Giovanni Gentile) abbiamo un enorme ciclo di sei anni che parte in terza elementare e finisce in terza media. Cosa ci abbiamo guadagnato? A tredici anni i ragazzini sanno cos'è il Muro di Berlino e chi sono i nazisti. Cosa ci abbiamo perso? Spero di sbagliarmi, ma credo di avere assistito alla caduta dell'Impero Romano. No, non quello d'Occidente (476dC). Neanche quello d'Oriente (mille anni più tardi, l'impero più sottovalutato della S). Sto parlando dell'Impero nella fantasia dei ragazzini. Al punto che mi sono ridotto a rivalutare un peplum osceno come il Gladiatore: trama insensata, ma almeno ci sono le bighe e le carrozze, i Barbari e i mirmidoni. Tutte cose i ragazzi si bevono come astronavi, anzi, con gli occhi ancora più sgranati, perché un po' di astronavi nei film le hanno già viste, ma una biga romana, quando mai? L'Impero Romano è kaputt (per tacere delle polis Greche, o delle piramidi – ma per quelle ci pensa Voyager, no? Grazie, servizio pubblico). Insomma, questi arrivano alle superiori e non hanno la minima idea di chi sia Giulio Cesare, Orazio Flacco, Nerone, com'è possibile? Non glielo hanno spiegato a... otto anni?

Ecco qui il problema. No. La maestra di terza elementare probabilmente non ha spiegato chi fosse Giulio o Tizio o Caio. Neanche doveva. Non avrebbe avuto senso. A otto anni non studi le vite dei Romani illustri, i processi sociali o economici; a 8 anni se va bene fai un cartellone in cui si disegnano gli uomini con le toghe e i sandali, le domus, i gladi, le arene: ed è già grasso che cola. Questo i barbogi gentiliani lo sapevano. Non è che ci volesse molto: prima di crescere lunghe barbe bianche avevano tutti avuto esperienza diretta come giovani maestrini nelle scuole del Regno, e lo sapevano. Sapevano pure che imparare consiste, per lo più, nel ripetere, ripetere, ripetere, fino allo sfinimento: ogni volta integrando un 2% di contenuti in più. Per cui non ci vedevano nulla di male a rifare i Romani a otto, undici e 14 anni: la prima volta mostri un uomo in toga, insegni la filastrocca dei sette Re; la seconda sviluppi la differenza tra Regno e Repubblica, spieghi chi è Cesare e perché l'han pugnalato (si raccomanda l'insistenza sul sangue, i ragazzini van matti). La terza puoi già tirare fuori le classi sociali, la lotta tra patrizi e plebei e poi tra questi e gli equites; però difficilmente riuscirai a fare bene il terzo passo se ti è mancato il primo. O il secondo. E così l'Impero è caduto, come è poi destino di ogni Impero.

E uno potrebbe anche far spallucce. Non è stata una perdita secca: ci abbiamo guadagnato... il muro di Berlino, i Lager e i Gulag (si raccomanda d'insistere sul fatto che ci sono stati anche i Gulag). Non è che un ragazzo cresce più cretino se invece di introiettare la storia di Giulio Cesare si nutre di Lager e Gulag. Tanto più che l'incubo su cui siamo sospesi non è quello di venire pugnalati dai senatori alle calende di marzo, ma di ritrovarci di nuovo in un lager / in un gulag. Quindi cosa sto difendendo, esattamente? Cos'è Giulio Cesare per me, cosa ci trovo di così essenziale? Non è ora che diventi una curiosità antica, un signore che viene studiato soltanto da specialisti adulti? Non è ora che lasci il suo posto nella cultura generale a nozioni più attuali?

Probabilmente sì, sto difendendo la mia infanzia, perché ovviamente è stata La Più Bella Del Mondo. E la Storia era la mia materia preferita. I Romani soprattutto. Non vedevo l'ora di arrivare in terza elementare per snocciolare Romolo-Numapompilio-Tullostilio, e quando finalmente ci fui e mi fecero fare il cartellone con le toghe e le altre palle (pallae) ci rimasi male: le maestre ci prendono per deficienti? Io voglio ragguagli sulla battaglia di Zama. Tutto questo sapete perché? Mi piacevano i fumetti. E tra quelli che avevo in casa, il più bello di tutti si chiamava Asterix e Cleopatra. Aveva colori fantastici, scene faraoniche sul serio, e tutto l'insieme tradiva un'ironia e una sapienza narrativa che non si poteva confrontare col Topolino settimanale.

Si capisce che per me bambino che imparava a leggere nelle nuvolette Asterix non fosse che un omino buffo col nasone; e tuttavia in un qualche modo dovevo imparare chi fosse il suo antagonista, Giulio Cesare; e perché il loro mondo fosse così diverso dal mio. A furia di chiedere e cercare scoprii che erano effettivamente esistiti gli antichi Galli, gli Egizi, e i Romani; che per quanto fossero i cattivi, questi ultimi avevano pure mandato avanti un impero millenario; e così via; e nel giro di pochi anni era cresciuto un piccolo appassionato di Storia. Ma perché proprio di Storia e non di chimica, o fisica o biologia? Perché la Storia è la materia più vicina alle storie con la s minuscola, che erano poi quelle che interessavano a me. Ed è ancora così. La Storia è un serbatoio inesauribile per la fiction. Persino quando fa finta di guardare in avanti: l'80% della fantascienza è rielaborazione del passato. Avrei mille esempi per specialisti, ma in fondo basta Avatar, no? Siccome Chi Non Ha Memoria Non Ha Futuro, per immaginare come ci comporteremo quando conosceremo gli extraterrestri non abbiamo che da consultare i vecchi libri, ad es. Pocahontas.

“Va bene, d'accordo, sei diventato un appassionato di Storia perché ti piacevano le storie: ma ammesso che il tuo percorso sia in un qualche modo rappresentativo o consigliabile alle nuove generazioni, comunque, che problema c'è? Se i ragazzini devono crescere facendosi delle storie, se ne faranno meno sui proconsoli togati e più sul Terzo Reich. Non c'è niente di male in questo, anzi magari è meglio, visto che il Terzo Reich è comunque un problema più attuale. O no?”

Ecco, siamo arrivati al punto. Però siamo anche in fondo a due cartelle, per cui per stavolta la smetto qui (ultimamente mi vengono pezzi lunghissimi, perdonatemi. Questi poi sono appunti per una conferenza).

lunedì 23 agosto 2010

Ils ont pris tout

Prima o poi doveva succedere:


il cielo ci è caduto sulla testa.
Un Big Mac per Obelix si legge sull'Unità.it, e si commenta qui.

Nel 2010 dopo Cristo tutta la Gallia, pardon, la Francia, è stabilmente integrata nel mercato globale. Tutta? No! Un villaggio dell'Armorica, abitato da irriducibili Galli, resiste ancora e sempre all'invasore... Perlomeno, resisteva. Fino a qualche settimana fa. Quando anche il villaggio di Asterix ha ceduto alla globalizzazione, e nel modo più plateale possibile: vendendo la sua immagine al prodotto meno francese e più globalizzato che si possa immaginare.

Immaginatevi un Topolino convertitosi al nazismo, o uno zio Paperone che scopra il Capitale di Marx e trasformi il suo deposito in una Cassa Operaia di Mutuo Soccorso. Il cartellone pubblicitario che raffigura un banchetto degli Irriducibili non più sotto le stelle, ma sotto il tetto a pagoda di un McDonald's, è uno choc del genere. Sin dal loro arrivo nelle edicole francesi, 51 anni fa, i Galli di Goscinny e Uderzo hanno incarnato l'orgoglio dei francesi, la loro “irriducibilità” nei confronti dei costumi e delle mode che arrivavano da fuori – in primis, dall'America.

In realtà Asterix deve moltissimo al sogno americano del suo inventore, René Goscinny, emigrato a 19 anni nella patria delle comic strips. Americano è il suo fratello maggiore, il pellerossa Umpa-pà, primo personaggio creato da Goscinny. Prima di essere localizzato in Armorica, il primo villaggio che Goscinny immagina assediato dai 'civilizzatori' è un proprio un accampamento di tepee. Certo, la decisione di creare un eroe gallico era un tentativo di smarcarsi da un immaginario già profondamente colonizzato dagli eroi anglosassoni: cow-boys, gangster, pirati, erano già il pane quotidiano dei giovani lettori francesi degli anni Cinquanta. Eppure anche nel momento in cui creava il suo personaggio francese al 100%, Goscinny in fondo stava mettendo in pratica le sue lezioni americane. Così come Disney aveva voluto concentrare le doti dell'americano medio in un piccolo, simpatico roditore, Asterix sarebbe stato un concentrato delle qualità francesi. I due personaggi mantengono tratti comuni: la bassa statura (che suscita nei piccoli lettori un'istintiva solidarietà), l'astuzia priva di malizie, la disponibilità all'avventura, il naso pronunciato e, sul capo, due grosse appendici che accentuano l'espressività del viso: due enormi orecchie nere per Mickey, due ali bianche per Asterix. Anche le due spalle comiche presentano caratteristiche simili: come Pippo, Obelix è un bambino che non teme di crescere, perché sa che questo non potrà succedergli mai: la marmitta di pozione magica in cui è caduto da bambino lo ha reso irriducibile anche alle preoccupazioni dell'età adulta.

Asterix e Obelix dovrebbero dunque offrirci l'immagine che i francesi hanno di loro stessi: ed è un'immagine piuttosto sorprendente, per come si discosta da quella che noi non-francesi abbiamo di loro. Mancano del tutto, nel popolatissimo universo di Asterix, gli stereotipi che più spesso rappresentano i francesi all'estero: la femme fatale disinibita e chic o l'intellettuale snob parigino. Del resto ai tempi di Asterix Parigi, anzi Lutezia, pur essendo già “la città più bella del mondo” è poco più di un affollato villaggio su un'isolotto della Senna, e i suoi abitanti non sono che paesani rifatti.

La Francia di Asterix e Obelix è sorprendente perché è quella che non si vede quasi mai nei film: la provincia profonda. Per noi la Francia è la patria dell'eleganza e della cucina raffinata: gli eroi di Goscinny disdegnano qualsiasi cibo che non sia il cinghiale arrostito, da sbafare con le mani o con lo stesso spadino con cui si affrontano gli avversari. A ben vedere, nella Gallia di Asterix e Obelix i raffinati sono i nemici, i Romani. Sono loro a cucinare piatti insopportabilmente chic, a ostentare modi effeminati, a costruire dappertutto città di marmo eleganti ma anonime, dotate di modernissime terme. A questo processo di globalizzazione Asterix e Obelix si ribellano con l'astuzia e il buon senso dei provinciali (e una buona dose di barbarica forza bruta). Dopo le prime trionfali avventure contro i Romani, nel corso degli anni '70 le sceneggiature di Goscinny diventano più complesse e profonde, lasciando intendere sempre più chiaramente che il vero invasore a cui resiste il villaggio non sono i poveri legionari Romani, ma il progresso. Nel tentativo di "civilizzare" gli irriducibili, i Romani le proveranno tutte: abbatteranno la foresta per trasformarla in un villaggio residenziale; in una delle ultime e più amare storie di Goscinny, un sosia del giovane Chirac riuscirà addirittura a corrompere Obelix, trasformando la sua attività di intagliatore di menhir in un'impresa industriale che, fortunatamente, avrà una vita breve. La voglia di menare le mani avrà il sopravvento, e la foresta ricoprirà ancora una volta i progetti imperialisti dei civilizzatori. È questo che rende la resa a McDonald insopportabile ai lettori. Asterix avrebbe potuto farsi gladiatore o legionario, visitare l'America o crescere un figlio: tutto questo nel corso degli anni è effettivamente successo, senza che nessun lettore si sentisse tradito. Ma vendersi a McDonald è davvero troppo.

Da parte loro, gli addetti marketing McDonald non possono che essere entusiasti. Sostituendo all'inquietante clown Ronald il piccolo Gallo, sanno di poter sfruttare la visibilità di un personaggio amato da generazioni di lettori. Nel gergo dell'ambiente, Asterix oggi è quello che si chiama un franchise: un personaggio già affermato che può fruttare milioni di euro grazie ai film (animazione e live action), al merchandising, e a operazioni pubblicitarie come questa. I veri asterixologi si potevano consolare, fino a qualche tempo fa, col pensiero che tutto questo avesse poco a che fare con il vero Asterix: quello, orgogliosamente artigianale, sceneggiato e disegnato da Uderzo, unico autore delle storie dopo la scomparsa prematura del grande Goscinny. Questo significava accettare che le avventure di Asterix fossero ormai giunte molto vicine al loro termine naturale: del resto Asterix e Obelix hanno ormai viaggiato in tutte le terre conosciute e sconosciute, solidarizzando lungo la strada con tanti piccoli villaggi disposti a resistere "ora e sempre" all'invasore. Ultimamente però Uderzo si è scelto i suoi successori. Asterix quindi sopravvivrà al suo autore; magari tornerà a occupare con materiale inedito quelle edicole dalle quali era praticamente sparito negli ultimi 15 anni: ma per farlo dovrà necessariamente tradire un po' sé stesso. L'universo in cui ha vissuto il suo mezzo secolo di avventure dovrà essere svecchiato e aggiornato ai gusti dei nuovi giovani lettori, che probabilmente lo hanno conosciuto prima nelle sue versioni cinematografiche: e cosa c'è di meglio, per avvicinare Asterix e co. alle nuove generazioni, di un happy meal da McDonald, stampato e riprodotto su milioni di manifesti?

Insomma il patto tra Asterix e il Big Mac conviene a entrambi, e non dovrebbe scandalizzarci troppo. In fondo Asterix e Obelix non hanno mai voluto sconfiggere il loro nemico. In molti casi si sono trovati addirittura a collaborare con Giulio Cesare. Tutte le loro energie si sono spese nel tentativo di preservare lo status quo, la loro condizione di eterni bambini: il villaggio di Irriducibili circondato da una foresta che è un giardino di delizie, ricca com'è di cinghiali da sbafare e legionari da pestare. Gli Irriducibili hanno un senso perché esiste, oltre la finestra, la modernità, che la cinge in un blando stato d'assedio.  Purché tutto rimanga com'era nelle prime tavole schizzate da Uderzo: un piccolo villaggio che resiste, ora e sempre. I francesi amano immaginarsi così. E per difendere questa loro fantasia, sono disposti a venire a patti anche con Cesare. O con Ronald McDonald, in questo caso.

mercoledì 25 febbraio 2004

Calcio di Stato, calcio di Mercato

Avvertenza: i livelli di dilettantesimo in questo pezzo sono pericolosamente alti.

Pare dunque che in Italia John Charles sia stato soprattutto un campione di fair play. In Gran Bretagna, invece, merita di essere ricordato per un altro motivo: il libro che sto traducendo afferma che Charles fu “the first rich British footballer”, il primo calciatore britannico “ricco”. Ecco, questo è interessante.
Charles è il primo a sbarcare con successo in Continente: l’offerta bianconera di 70.000 sterline non ha precedenti per il Regno Unito. Non ho capito bene quanto prendesse alla Juventus (gli inglesi fanno i conti in sterline e in settimane, noi in lire e in mesi), ma era quattro volte il tetto massimo consentito in Gran Bretagna. Così, nel 1957 gli italiani spendevano già più soldi per i calciatori degli inglesi. Questo è curioso, perché gli inglesi i soldi non li spendevano soltanto, li facevano anche. Ma gli italiani?

L’impressione che dà il calcio inglese (un’impressione, non una conclusione) è che si sia trattato, per più di un secolo, di una economia reale, che distribuiva ricchezza reale (anche se magari non ne distribuiva parecchia). Il fatto che molta di questa ricchezza non arrivasse ai giocatori non deve stupire: in fondo il loro ruolo era quello degli operai (o al limite, degli artigiani). Del resto i calciatori lo hanno capito presto, e hanno cominciato presto a sindacalizzarsi. Billy Meredith, altro leggendario campione del Galles, fondò una prima “Union” dei calciatori nel 1908. In quel periodo Meredith, ex minatore, giocava nel Manchester United e prendeva 4 sterline alla settimana. Oggi un giocatore della stessa squadra guadagna la stessa cifra in pochi secondi.

A partecipare più da vicino alla distribuzione della ricchezza erano i “Manager”. Attenzione, perché in Inghilterra il “Manager” è anche quello che siede in panchina (e che molto spesso riveste anche la funzione di “coach”). Ma non si limita a allenare la squadra, fare la formazione e studiare gli schemi: il Manager è il vero impresario del club: è lui ad acquistare e cedere i giocatori. Questo, almeno, nello schema classico del calcio inglese, impersonificato da alcuni grandi manager che hanno fatto la storia dei loro club: Herbert Chapman (Arsenal), Matt Busby (Man United), Bill Shankly (Liverpool). Alex Ferguson si inserisce nel solco di questa tradizione: non un semplice “mister” (ovviamente gli inglesi non usano questa parola): è il “Boss”. Le sorti della squadra e dell’intera società dipendono da lui. E la proprietà? C’è, ma in una posizione molto più defilata rispetto al modello italiano. Anche se oggi le cose stanno cambiando (ma un caso Berlusconi-Ancelotti deve risultare ancora abbastanza inconcepibile).

I manager scelgono come spendere i soldi dei club: ma i club, i soldi, dove li trovano? Prima della grande invasione degli sponsor, la principale fonte di reddito era lo stadio. Semplice, no? Se compri buoni giocatori e vinci le partite, la gente ti viene a vedere, e paga il biglietto. Se sei una piccola squadra, puoi crescere dei buoni giocatori e venderli alle grandi. (E se riesci a salire su qualche scalino della Coppa d’Inghilterra puoi farti notare meglio…)
Il classico stadio inglese non è né grandissimo né piccolo: diciamo che è più piccolo dei grandi stadi italiani e più grande degli stadi delle nostre ‘provinciali’. Ogni stadio (meno uno) appartiene a un club. Quando una squadra gioca “in casa”, gioca veramente “in casa”. Coabitazioni come quelle di Milan e Inter a San Siro sono inconcepibili: ci vollero i bombardamenti nazisti perché il Manchester United si abbassasse a giocare nello stadio del Manchester City.

Negli stadi inglesi molto spesso si stava in piedi, appoggiati a una ringhiera: se il manager era bravo e la squadra aveva successo, lo stadio si ingrandiva e magari metteva su una grande tribuna coperta. Poi il manager se ne andava e la squadra tornava piccola: la grande tribuna restava il simbolo del periodo d’oro della squadra (è il caso della grande tribuna del Nottingham Forest, intitolata a Brian Clough, che portò la squadra a due vittorie consecutive in Coppa dei Campioni).
Questo tipologia di stadio fu quasi totalmente smantellata dopo gli ultimi tragici incidenti degli anni Ottanta (Heysel, Hillsborough): lo Stato stanziò fondi ingenti per trasformare tutte le gradinate del Regno (le più importanti, almeno) in tribune con soli posti a sedere. Ma le abitudini non si stroncano dall’oggi al domani: all'Old Trafford di Manchester c’è ancora uno zoccolo duro di tifosi che segue le partite in piedi (contrasti con le autorità a non finire).

E in Italia? Le cose sembrano essere andate molto diversamente. La differenza più macroscopica sono gli stadi: nessun club possedeva il suo (a parte, credo, la Reggiana, che per farlo si è trasformata in Spa, ha venduto azioni ai tifosi e poi è quasi subito retrocessa). Di solito gli stadi sono comunali. Eppure le cose non erano sempre andate così: il primo San Siro, per esempio, fu costruito per iniziativa di Pirelli. Ma il modello “un manager – una società – uno stadio” non ha mai avuto successo. Cosa è andato storto?
Probabilmente l’Italia ha cominciato a giocare a calcio quando era una società ancora troppo povera (e contadina). Il calcio è un bene voluttuario: in Italia non c’era abbastanza pubblico, all’inizio. Poi il pubblico è arrivato, ma non aveva a disposizione abbastanza soldi per far girare la macchina. E così il calcio non è mai riuscito a diventare un’economia reale, ma è diventato subito un problema di ordine pubblico. Era la cittadinanza a doversi preoccupare di edificare gli stadi e tenerli in ordine. Era lo Stato (che presto diventa fascista) a doversi preoccupare di garantire agli italiani la loro quota di successi e vittorie: nasce così la nazionale di Vittorio Pozzo veicolo di propaganda del regime.

Non può fare tutto da solo, lo Stato. E infatti lo aiutano i padroni, in puro stile fascista e corporativo. Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, Mussolini non favorisce né la Roma né la Lazio (né il Predappio): intervenire a gamba tesa in un argomento tanto frivolo non era nel suo stile. Ma proprio gli anni ’30 vedono l’affermarsi della grande squadra-tipo italiana: la Vecchia Signora. La Juventus è la squadra di Agnelli che deve piacere all’operaio di Agnelli. L’ultimo Agnelli amava chiamare i giocatori coi nomi dei pittori del Rinascimento. Ci sentivi un muto rimprovero ai tempi: nel Cinquecento un principe come lui avrebbe finanziato artisti veri. Ma oggi la propaganda si fa con un centravanti, non con un affresco.
Non c’è spazio, in Italia, per una vera (e piccola) economia del calcio, come non c’è spazio per una vera libera impresa. Il calcio cresce, in Italia, soffocato dall’abbraccio mortale di politica e capitale. È da subito una questione di rappresentanza, di propaganda. Il nostro calciatore non è un operaio o un artigiano: è ancora e sempre il caro vecchio gladiatore, vezzeggiato e poi massacrato. Il suo ingaggio non ha niente a vedere con l‘economia reale e con quanta gente verrà effettivamente a vederlo: è una spesa di rappresentanza. Si spende tanto perché si deve dimostrare di poter spendere tanto: è la logica dei grandi padroni (Agnelli, Berlusconi, il vecchio Moratti), ma anche dei falliti eccellenti (Tanzi, Mantovani, Cecchi Gori). E' una logica rinascimentale, a cui si somma in alcuni casi quella medievale delle lotte tra i Comuni: una squadra che perde diventa una vergogna per l'intera cittadinanza. Il comune, l'ente pubblico, lo Stato, devono provvedere!

Il risultato è che il Calcio, in Italia, soffre di una cronica mania di grandezza che non ha nulla a che vedere con l'indotto che produce. San Siro è l'unico stadio ad avere aumentato i posti a sedere negli anni Novanta (mentre la tendenza mondiale è alla riduzione). Ma questa pretesa di grandezza ha qualcosa a che vedere con l'economia? Italia '90 ci ha resi più ricchi? I club italiani spendono davvero i soldi che guadagnano? Non saranno, anche loro, enti para-statali, protetti dalle municipalità (che mantengono gli stadi) e dal potere politico?

Gli inglesi hanno inventato uno sport, noi ci abbiamo messo la politica. Ma ci abbiamo messo anche il glamour: abbiamo trasformato il calciatore in un uomo di spettacolo. Deve averlo capito il buon John Charles, che era venuto a fare il suo mestiere (tirare calci a un pallone) e si ritrovò a cantare canzoni confidenziali nelle balere.
Poi (quel che è peggio), gli inglesi ci hanno copiato (ma questo, un’altra volta…)

domenica 6 settembre 2009

L'ultimo emiliano

Provare Bersani

Chi è cresciuto in Emilia, parzialmente assuefatto al mito del buongoverno locale, si è proposto almeno una volta nella vita il quesito: se siamo così bravi (e gli altri così scarsi), perché a Roma non ci andiamo mai? Forse allora non è vero che siamo così bravi? Forse siamo bravi come “amministratori” ma non come “politici”? Ma che differenza c'è, ce la spiegate? Perché se “amministrare” significa governare bene, e “politica” lotte per il potere, forse a Roma sarebbe meglio che ci andassero i bravi amministratori... o forse il problema è l'opposto: i nostri amministratori sono talmente bravi a lottare per le loro poltroncine locali da annullarsi a vicenda, perdendo il meglio della loro vita in congiure municipali e spianando la strada per Roma a latifondisti sardi, intellettuali della Magna Grecia, deputati di Gallipoli. Sia come sia, fino ai primi '90 i politici emiliani di caratura nazionale sono stati curiosamente rari. Se in seguito l'Emilia si è rifatta in modo clamoroso, è stato in massima parte con personaggi che alla lotta per le poltroncine non avevano potuto partecipare (e forse proprio per questo motivo erano 'costretti' a proiettarsi sulla scena nazionale): un'orda di cattolici (Casini, Giovanardi, Prodi, Franceschini) e persino un missino. Insomma non sarà quel paradiso del Buon Governo che molti credono, l'Emilia, ma è senza dubbio una delle migliori palestre per i politici; che pare aver giovato più al centrodestra che al centrosx.

Bersani è l'eccezione. Dovesse vincere le primarie (e dovrebbe), Bersani sarà il primo leader di centrosinistra a poter vantare il classico cursus honorum degli amministratori comunisti emiliani (proprio mentre nel frattempo l'Emilia rossa stinge): giovanissimo vicepresidente di comunità montana, consigliere e poi assessore a Piacenza, presidente di Regione, Ministro. Mentre lui saliva paziente tutti i gradini, sulla poltrona di segretario o di leader del suo schieramento si ritrovavano personaggi con minori esperienze e con storie del tutto diverse: penso a Prodi o Franceschini, ma anche a Rutelli. Questo per dire quanto sia radicata, anche se poco esplicitata, la dicotomia amministrazione-politica: a Roma ci vadano persone con belle facce (Rutelli), o belle idee (Veltroni), e se belle non si trovano che siano almeno facce e idee rassicuranti (Prodi); gli amministratori al massimo potranno ambire al ruolo di eminenze grigie; di estensori di decreti magari rivoluzionari sulla carta, che poi l'arietta romana si incaricherà di addolcire. Il vero salto della sua carriera è stato da burocrate locale a personaggio televisivo, ospite ideale di Ballarò più che di Vespa: il signore che a un certo punto della serata si mette a snocciolare i dati sull'economia e intorno si fa silenzio. Un anti-Tremonti, in fondo speculare al modello.

Ma Bersani, come Tremonti, sembrava l'eterno cardinale rassegnato a veder nominare i pontefici. Il gran rifiuto di partecipare alle primarie del 2007 ci impedì di assistere al vero scontro tra la politica romana dei grandi ideali (Veltroni) e l'amministrazione del potere (Bersani, con cricche dalemiane annesse e connesse). Sarebbe stato davvero un bel duello, ma Bersani lo avrebbe comunque perso, e allora a che pro? Con machiavellica rassegnazione i grandi burocrati Ds hanno lasciato che Veltroni bollisse nel suo brodo aromatico, e adesso si rifanno sotto. Con Bersani, grande amministratore con aura di tecnico e (not least) ultima faccia televisiva spendibile. Potrà anche sembrare una restaurazione, il ritorno del dalemismo, e in parte lo è, però... c'è qualcosa di più che non so spiegare in altri modi, insomma... Bersani è emiliano. Sarà anche un'astrazione geografica, ma ha un senso storico: mentre gli altri studiavano, lui amministrava. Quando si parla di grande scuola del PCI, si pensa sempre a quel certo plesso alle Frattocchie: c'è un equivoco. La vera scuola erano le sezioni locali, le circoscrizioni, i consigli e poi le giunte, con tutto il folklore annesso. Bersani non ha bisogno di improvvisarsi oggi cameriere alla festa dell'unità, perché gli spiedi li metteva su trent'anni fa: qualche giorno fa è stato a una festa padana e si è permesso di dire “Guardate che questa roba qui (mulinando l'indice) l'abbiamo inventata noi; e se chiedete al leader vostro alleato a che prezzo bisogna mettere uno spiedo per non rimetterci, lui non lo sa; io sì”. Un tipico sprazzo di orgoglio emiliano, versione passivo-aggressiva dell'arroganza lombarda (e meno male che avevo scritto che le regioni non esistono): “quello là” sarà anche bravo a metter su palazzine e televisioni, ma se gli chiedete quanto deve venire uno spiedo per non rimetterci, non lo sa.

“Mentre gli altri studiavano, lui amministrava”: ma sarà vero? Mentre lo intervistano scopro che Bersani è laureato (Veltroni e D'Alema no, per esempio), in filosofia, con una tesi, udite udite, di storia del Cristianesimo. Sarà anche solo un episodio nella vita di uno che poi ha fatto tutt'altro, ma me lo rende subito più simpatico. In un periodo in cui il cristianesimo è diventato un blocco compatto che si deve accettare o rifiutare in toto (magari sputandoci anche un po' sopra), mi trovo sempre più vicino a quelle poche persone che tra credere e non credere si sono accorti che c'era una terza dignitosissima scelta: studiare. Una settimana fa il candidato cosiddetto laico, Marino ha spiazzato qualcuno autodefinendosi cattolico. Bersani spiazza ulteriormente, rifiutando di rispondere alla domanda. Come? Un candidato che non vuole dirci se crede in Dio o no?

Me lo potevo immaginare ragioniere, Bersani, specializzato in qualche ramo di economia e commercio, o perché no, perito agrario; al limite ingegnere; invece salta fuori che l'unico candidato in grado di calcolare l'entità della manovra necessaria a muoverci dalle secche della crisi (19mila milioni, ma potrei sbagliarmi) si è laureato su Gregorio Magno. Quindi non vuole rispondere alla domanda su Dio: giusto, è come quando mi chiedono se il futurismo mi piace o no, che senso ha? Quando studi una cosa per anni ti rendi conto che è complicata, e che certe domande sono superficiali... (mr. Einstein, ma a lei questa relatività piace?) Invece di rispondere imbastisce un discorso che tramortisce una buona parte del pubblico: sono venuti apposta per applaudirlo (in più che per Franceschini) e alla fine risulteranno più freddi. La nostra concezione dell'umanità, spiega Bersani (a gente come me, che si aspettava dati sulla crisi e qualche battutina sul puttaniere), la nostra stessa idea di dignità umana, quel sentimento che ci fa provare un istintivo sdegno per le foto dei migranti respinti in mare, è il risultato di una civiltà che nasce col cristianesimo, e poi si biforca in varie direzioni, tra cui quella illuministica settecentesca. Ci sono altre culture, “più filosofiche”, come quella buddista, che dell'uomo hanno una concezione diversa. Diciamo che credono meno nell'individuo: e fa l'esempio della Politica del Figlio Unico. Pensavate che fosse un esempio limite di pianificazione comunista? No, spiega Bersani, “io ci sono stato, sapete: quando ne discutevano, una delle obiezioni principali era: ma un figlio solo verrà su viziato. Ora, una cosa del genere da noi sarebbe impensabile”. Laici o cattolici, noi abbiamo un'idea di individuo, che loro non hanno “e a quelli che insistono a dirci che certe cose non sono negoziabili [aborto, eutanasia, fecondazione], dico: continuate, continuate pure a non negoziare. Alla fine vi toccherà di prendervi ricette di gente che ha un'idea molto più diversa dalla vostra”.

Bersani continuerà a parlare per più di un'ora, e sarà bravo davvero: oltre a i contenuti, dimostrerà capacità retoriche non comuni, schiacciando a rete domande incerte palesemente improvvisate dall'intervistatrice. Ma sarà tutta discesa, almeno per me. Dopo aver parlato, con parole semplici, di dignità dell'uomo e di culture più o meno filosofiche, Bersani mi ha dimostrato alcune cose. Prima, di essere qualcosa di molto più del grigio burocrate che tiene la contabilità in seconda serata a Rai3: Bersani è un pensatore. Quello che pensa potrà essere discutibile – in fondo non siamo lontani dallo Scontro di civiltà huntingtoniano – ma visto da qui sembra davvero un pensiero: non un collages di aforismi celebri o un album di figurine; su certi problemi B. ha effettivamente meditato; le sintesi che proporrà saranno qualcosa di più di meri compromessi tra chi crede o no in un tale Dio. Seconda: è uno che questi pensieri non li tiene per sé, ma li offre a una platea che sì, è amica, ma forse si aspettava qualche lisciata al pelo in più. Il suo comizio mi ricorda quella scena del Gladiatore (film orribile) in cui Maximus scende nell'arena e decapita un paio di mirmidoni in pochi secondi: la gente non ha nemmeno il tempo per applaudire. È andata così: non si sono certo spelati le mani. Voteranno comunque per lui, sono modenesi diamine, ma hanno fatto un po' fatica a seguirlo. Che sia troppo bravo? La maledizione dei comunisti emiliani: si preparano, si preparano, per approdare preparatissimi in panchina. Bersani dovrebbe vincere le primarie con relativa facilità. Convincere gli italiani che dopo Berlusconi tocca a lui, e che bisogna tirarsi su le maniche e racimolare 19mila milioni o più, sembra ancora un altro paio di maniche.

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